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15 febbraio 2025

“Il mio giardino persiano” dei registi iraniani Moghaddam e Sanaeeha

 La ribellione gentile, più potente della censura

 



Esce nelle sale “Il mio giardino persiano” dei registi iraniani Moghaddam e Sanaeeha

 



Il mio giardino persiano”, opera delicata e potente dei registi iraniani Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha, mette in scena un angolo appartato di Teheran dove la quotidianità diventa atto politico e terreno su cui fiorisce la ribellione, tra tenerezza, sofferenza e tentativi disperati di libertà.
 


Un film che svela con profondità la forza dei gesti semplici. La trama segue la vita di Mahin (interpretata da Lili Farhadpour), vedova e madre di una figlia che vive ormai in Svizzera. Stanca della solita routine di insonnie e solitudini, decide di riprendersi i suoi desideri.
 

 

Complice un divertente pranzo con le amiche, con le quali una volta si vedeva spesso, poi sempre meno, fino a pranzare insieme una volta l’anno, riprende in mano la sua vita. Incontra casualmente un tassista in una tavola calda. Coglie in lui qualcosa, quindi decide di forzare il destino ed incontrarlo di nuovo la sera stessa.
 


L’uomo si chiama Faramarz (l’attore Esmail Mehrabi) ed è un ex soldato. Mahin lo invita a casa sua. La serata passa tra racconti e silenzi illuminando le loro solitudini, desiderio e complicità sfidano la monotonia della vita e le rigide leggi del regime.
 


In ogni sequenza si rivela con poetico realismo la quotidianità iraniana fatta di libertà negate: lo smalto rosso sulle unghie, invitare un uomo in casa, bere un bicchiere di vino. Tutte cose vietate, che quindi si trasformano in atto politico contro il dogma.
È qui che l’opera si carica di un significato universale: l’intimità, la scelta personale e la ricerca della felicità possono diventare reali strumenti di rivolta.

 


Nella prima parte della pellicola, minimalista, le immagini fisse riflettono la monotonia della vita di Mahin, con un ritmo che lascia allo spettatore il tempo di immergersi nella sua solitudine. Col progredire della relazione fra la donna e Faramarz, con l’aprirsi delle emozioni e la riscoperta della vitalità, il film diventa più scorrevole. La fotografia rimanda a una Teheran intima e non stereotipata. Anche la colonna sonora di Henrik Nagy, alternando silenzi tesi a melodie dolenti che sottolineano i momenti più intensi, si rivela un elemento emotivo importante.
 

 

Il film appartiene al filone del cinema sociale iraniano, ricordando a tratti quello di Asghar Farhadi. Non è apertamente militante, ma ogni sequenza narrativamente e visivamente è un affilato atto d’accusa, una testimonianza del proprio tempo.


 

 

Ai registi Moghaddam e Sanaeeha è stato impedito di lasciare l’Iran per presentare il film al Festival di Berlino 2024 (dove ha vinto il premio della giuria ecumenica) e sono stati accusati di propaganda contro il regime. La loro opera è diventata un inno di libertà e la semplicità della messa in scena lascia allo spettatore la possibilità di osservare, più che giudicare.

 

Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha




Il mio giardino persiano”, pur nella sua semplicità, mantiene la sua catarsi emotiva e la sua urgenza sociale. L’opera ricorda come la bellezza risieda nei piccoli gesti come cucinare una torta per qualcuno con cui poter ridere e ballare, anche solo per una sera. L’importanza della condivisione e la forza di semplici momenti di felicità come forma di rivoluzione, silenziosa e potentissima allo stesso tempo.


Stefano Superchi




12 febbraio 2025

Nazzareno, “Forte come la morte é l’amore”

Nazzareno

“Forte come la morte é l’amore”

 

 

 

Oggi il mio amico compie gli anni e vorrei portargli un piccolo pensiero, un fiore, sì, credo proprio che gli porterò un fiore. Sarà un fiore semplice, sicuramente colorato e di campo, perché a lui piace camminare nei campi, gli piace ascoltare la natura nei suoi rumori, ammirarla nei suoi colori, nelle sue meravigliose forme.

Pensandoci però non gli porterò un fiorellino di campo perché lui preferisce che i fiorellini vengano lasciati là dove nascono e dove si trasformeranno in altri fiorellini in uno stupefacente ciclo eterno. Cosa potrei portargli allora? È difficile scegliere un regalo per lui, Il mio amico non dà molta importanza alle cose materiali. Potrei portargli dei cioccolatini, ma al mio amico il cioccolato non fa molto bene.

E allora gli porterò la mia amicizia, la mia stima, il mio affetto, la mia riconoscenza. Gli farò una carezza e lui spargerà su di me un po' della polvere d'oro del suo cuore affinché io non perda mai la voglia di volare.

Auguri Nazza

Giovanna Anversa

 

J.W. Waterhouse - The lady of Shalott

 

 Di quale amore poi si va parlando. Di quello oscuro, che non ha logiche ne ragioni, che è patimento e sublime gioia dell’animo. Di quell’amore che ti accende e ti spegne, ti esalta e ti deprime conscio di non esserne mai all’altezza.

Perché l’amore è questo, un eterno moto ondivago in cui da sempre si va navigando. L’amore. Di quale amore poi dovrei parlare. Di quello che vi spinge ad andare avanti, a gioire della gioia, a stupirvi, ed ogni volta, della tenerezza, a soffrire, ed ogni istante della lontananza. Si, proprio quello, quello é l’amore. Non fatevi gabbare da chi vi dice che esiste una gioia sempiterna, assoluta, incorruttibile, incontrovertibile. Quella è la gioia delle statue di marmo. E’ quella dell’immoto.

La gioia vera, quella vera, non ha momenti uguali, non ha istanti fissi come vetro alle finestre. E’ più simile al vento. A volte imperioso, altre volte più lieve, sempre e comunque presente anche nella sua assenza. Non cercate di resistervi, poiché non v’é forza in natura che possa contrapporvisi.

Forte come la morte é l’amore”, a volte anche di più. Oltre. Conobbi un tempo un uomo che, innamorato della sua donna e dopo cinquant’anni di vita insieme, tra momenti di tenerezza ed altri ancora di burrasca - lui amava pure il vino senza rimanerne schiavo, ma quell’amore che sempre porta l’allegria nel cuore -, visse la sua vita sino alla morte della sua cara. E ne visse anche dopo. Una sedia nella cappella ove lei fu sepolta, anni e anni e tutti i giorni a parlare con quel marmo in maniera a volte lieve ed altre ancora più pesante.

Forte come la morte è l’amore”. E a volte anche di più perché poi spesso va oltre, lo supera. Ebbene, quell’uomo non passò giorno senza portare un fiore, lucidare la lapide come fosse la finestra della dimora di lei e come fosse lei, dopo quel gesto, a vedere meglio. Non passò istante senza lo di lei pensiero. Quell’uomo che conobbi allora era mio nonno...

Buon San Valentino? No, non ve lo auguro affatto. E non ve lo auguro poiché non vi dovrebbe essere festa per innamorati ma vi dovrebbero essere giorni, settimane, mesi, anni in cui ringraziare il cielo d’averne incontrato un poco almeno sulla strada. Vi auguro invece di vivere, incontrandone ove a volte si fa pure fatica a vederne.

Incontrandone negli occhi delle genti, tra le pareti delle vostre dimore e fuori, nel silenzio dei campi e in tutto ciò che vi assomiglia. Vi auguro di viverlo, donne con uomini, uomini con uomini, donne con donne. Senza distinzione alcuna. Ma ancor di più vi auguro di vivere l’amore per la vita, per i suoi passi, per le sue difficili tappe, per le salite e i precipizi. Vi auguro di viverlo e basta. Sia questo, e per i giorni che verranno, il vostro San Valentino.

Di quale amore s’é qui parlato. Del mio forse. Perché ogni amore ha la sua lingua, il suo idioma, le sue declinazioni. Amore è, parimenti, ogni cosa che vi fa star bene. E anche - paradossalmente - ogni cosa che vi fa star male e dalla quale riuscirete ad imparare qualcosa.

A volte guardo la donna che amo e che mi cammina accanto mentre dormendo è avvolta solo dal silenzio delle cose. Anche in quel mentre l’amo.

Ed è San Valentino ogni qual volta lo riesco a cogliere... 

 

Nazzareno





11 febbraio 2025

Clyde Geronimi, l’italiano che fece grande la Disney

 Clyde Geronimi,

l’italiano che fece grande la Disney

 


Per noi bambini l'animazione e i fumetti firmati Walt Disney entrarono a far parte della nostra vita e della nostra quotidianità in maniera del tutto naturale. Pochi di noi conoscevano Walt Disney, ne leggevamo il nome in calce sui giornalini, sentivamo parlare dei suoi film che ci venivano concessi come premio al cinema, se eravamo "ubbidienti".

Su quelle poltrone di legno, in quell'odore di stantio del cinema Don Bosco, dove una signora "tabaccaia Amarcord style" ci vendeva giuggiole e stringhe di liquirizia; oppure nel profumo, nei colori e nella carta dei giornalini, che correvi a comprarti non appena avevi un soldino, sono esplose le fantasie e i sogni di tanti di noi. Emozioni e ricordi di un mondo incantato. 

Quale fortuna avere incontrato Archimede Pitagorico e la sua lampadina, SuperPippo, Pluto, l'Apprendista Stregone, Anacleto e tanti altri.

E chi di noi non avrebbe voluto, vivere per un giorno a Topolinia, a Paperopoli, chi non avrebbe voluto essere una delle Giovani Marmotte, o Minnie, o Topolino? Chi nella sua fantasia non ha mai indossato quegli abiti? Come non sentirsi fortunati?

 Giovanna Anversa

 


Anno 1901. A pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, vengono alla luce due bambini. Il primo nasce il 12 giugno a Chiavenna (in provincia di Sondrio) e prende il nome di Clito.
L’altro viene al mondo a dicembre in un ospedale di Chicago e si chiamerà Walter Elias.
Due neonati divisi da migliaia di chilometri di distanza e dai destini apparentemente lontanissimi, ma che per una serie di coincidenze finiranno per essere vicinissimi.
 


Tutto cominciò con un viaggio. Quello che i signori Geronimi, i genitori di Clito, cominciano a bordo di una nave carica di speranza che li portò, insieme a tanti connazionali, in America.
Nel nuovo mondo il piccolo Clito (divenuto nel frattempo per tutti Clyde) si trova bene da subito, sviluppa un talento naturale per l’illustrazione e il disegno e, terminati gli studi, capisce di essere capitato nel posto giusto al momento giusto. Negli anni Venti del Novecento gli studios americani hanno appena scoperto le potenzialità del cinema d’animazione Clyde, che con la matita in mano fa miracoli, viene subito notato e immediatamente ingaggiato dai prestigiosi Hearst Studios di New York, una delle prime realtà a investire in quel nuovo filone cinematografico.
 

 

Ed ecco che entra in gioco l’altro bambino, quel Walter Elias, per tutti semplicemente “Walt” (che di cognome fa Disney) che nel 1923 fonda i Disney Brothers Studios insieme al fratello Roy Oliver.

Quando nel 1928 i due fratelli realizzano il primo cartone animato con sonoro sincronizzato (“Steamboat Willie”), il mondo dell’animazione cambia per sempre. Walt capisce che, per fare l’ulteriore salto di qualità, ha bisogno del talento di Clyde Geronimi.
 



Anche perché nel frattempo il disegnatore italiano, oltre a realizzare le illustrazioni, inizia ad occuparsi in prima persona della regia dei suoi lungometraggi. Disney lo convince a trasferirsi da New York a Los Angeles e Geronimi lascia subito il segno: la sua prima opera è “I tre caballeros”, una pellicola commissionata alla Disney dal Dipartimento di Stato Usa nell’ambito delle politiche di avvicinamento con i governi dell’America Latina.


Dopo aver collezionato un altro paio di successi, nel 1950 arriva la grande occasione. Gli viene affidata la regia di “Cenerentola”, ambizioso progetto destinato a diventare il primo dei grandi classici Disney. Geronimi vuole carta bianca, per imprimere la sua visione al film. La ottiene e il risultato è sorprendente, “Cenerentola” è un successo senza precedenti che sbanca il botteghino e riceve una candidatura al Festival del cinema di Venezia.
 

L’anno dopo si ripete con “Alice nel paese delle meraviglie”, dove sovverte le regole creando una versione dai toni psichedelici che incanta la critica. Da lì in poi è un crescendo continuo. Da “Peter Pan” a “La carica dei 101” il regista italiano inanella un successo dopo l’altro, imponendosi come nome di punta della Disney, un’autorità nel proprio settore.
 


A tutt’oggi Geronimi è il regista disneyano con il maggior numero di pellicole all’attivo, ma soprattutto viene considerato come uno degli artisti che più hanno condizionato il corso del cinema animato, contribuendo ad emanciparlo dal cliché del semplice cartoon per proiettarlo in una dimensione più adulta e artisticamente elevata.
Regalandoci capolavori che sono parte della nostra vita.

Stefano Superchi

 





08 febbraio 2025

Antonio La Montanara, cacciatore irrequieto di immagini

 Antonio La Montanara 

 cacciatore irrequieto di immagini



 Antonio La Montanara inizia a fotografare nel 1977 per registrare le emozioni che non riesce a fissare con il disegno, pur avendo una discreta manualità. Inizia quindi a studiare i grandi fotografi e le arti visuali, frequentando corsi e scuole locali e praticando lo sviluppo e la stampa di tutte le tipologie di pellicola.
Nel 1980 inizia a fare foto per cataloghi e aziende alimentari pugliesi, per poi approdare alla fotografia di matrimoni, che gli permette di perfezionare la tecnica, ma lo allontana lentamente dalla professione fotografica.
 



L’estrema ripetitività del gesto non lasciava più spazio alla sua creatività. Decide di lasciare la fotografia e dal 1984 al 2015 intraprende la strada dell’informatica, lasciando alla fotografia spazi legati solo ai ricordi familiari ma perseguendo comunque l’amore per l’arte. Nel 2017, spinto da una serie di circostanze personali, riprende il discorso fotografico che credeva ormai chiuso. Si iscrive al circolo fotografico Fotocine Casalasco e inizia un percorso personale e orientato alla diffusione delle sue conoscenze soprattutto a giovani ed entusiasti.
Col circolo organizza con successo corsi e serate didattiche in cui riporta le sue conoscenze.




Partecipa a diversi concorsi fotografici vincendo premi e ricevendo menzioni, concentrandosi prevalentemente sulla produzione di portfoli, partecipando a molte tappe di Portfolio Italia con grande soddisfazione personale.
Ma la sua indole è sempre rivolta all’attività di tutoraggio, individuale e di gruppo, in qualità di Tutor FIAF, che riversa anche nel laboratorio di portfolio creato nel circolo Fotocine Casalasco 1966 con discreti frutti.

Nel frattempo ha puntato su lavori  più concettuali, come nel lavoro "Impermanenza", ponendo l'accento sulla fotografia come conservazione della memoria personale.
 




Successivamente decide di ampliare i propri orizzonti iniziando a creare audiovisivi: il primo prodotto “Operai – Rocco e la sua squadra” ottiene successi insperati.

 


Un cortometraggio molto interessante, che merita di essere messo in luce è “A Tango Drama (Pollution Loves Tango)”. È difficile etichettare questa opera del 2011, data la sua particolarità; non è un film di animazione ma una “presa diretta” effettuata dal vivo senza alcuna manipolazione. Una sorta di presa d’atto di quello che può accadere per una combinazione di elementi e situazioni casuali, ma che l’occhio attento di Antonio ha saputo cogliere.

Un film pluripremiato, una menzione d’onore da parte del Dancentric TV Film Festival di Orlando, terzo classificato al Premio Timeline, selezionato in diversi festival di cinema indipendente, da Altrimondi film festival ad altre rassegne indipendenti, dall’India al Kurdistan.
 


Negli audiovisivi di Antonio La Montanara individuerei tre temi verso i quali si riconosce una spiccata sensibilità: la memoria, il lavoro e il tema dell'emigrazione, intesa come percezione del diverso influenzata dai pregiudizi e dalla “non conoscenza” dell’altro.

Proprio sul tema della memoria verte il laboratorio di quest'anno del Fotocine Casalasco dove, settimanalmente, si svolgono laboratori e corsi nei quali ognuno porta la propria esperienza e la propria sensibilità.
 

 Le ninfe degli ulivi


 

(R)Esistenza


 

Oltre le voci

Questo audiovisivo fotografico, si appoggia al lavoro fotografico “Sebben che siamo donne”, realizzato con Sara Pisani e che rappresenta un gruppo di donne imprenditrici immigrate che hanno avuto una loro realizzazione.


Un'altra opera che vale la pena di ricordare, nello stesso solco, è “Women’s fortress”, sempre scritto a quattro mani con Sara Pisani e con la collaborazione di ANPI e ACLI Casalmaggiore e Fotocine Casalasco 1996, dove si narra la determinazione e la forza di tre donne arrivate in Italia con un carico di esperienze difficili. Una storia toccante che sposta il punto di vista che per pigrizia mentale focalizziamo sulla diversità, senza renderci conto che aprire la mente è (sarebbe) il miglior antidoto ai pregiudizi.
Il documentario viene proiettato in serate dedicate, è stato presentato al centro sociale Primavera di Casalmaggiore e al Circolo Gulliver di Dosolo, vi consigliamo di vederlo, se ne avrete l’opportunità.


In parallelo al tema, ovviamente più importante, delle storie di vita raccontate, si sviluppa un “sottotema” interessante: quello dell’importanza della fotografia stampata come testimonianza delle proprie radici, come oggetto tangibile. Oggi c’è una produzione di immagini senza precedenti, ognuno col proprio smartphone fotografa, posta in rete, archivia, qualsiasi cosa, ma rischia di ritrovarsi con un pugno di files in mano, inodori, insapori. Senza un oggetto fisico da toccare, da passarsi di mano in mano, da veder sbiadire.

Stefano Superchi

 

Antonio La Montanara è anche Presidente del Fotocine Casalasco 1966, ed in questa veste, prossimamente, ci farà conoscere alcuni dei membri del circolo fotografico, introducendoci ai loro lavori.


05 febbraio 2025

Camel Trophy, una leggenda ancora viva. Di Cesare Mori.

Camel Trophy

una leggenda ancora viva

 



Il Camel Trophy in 20 anni di eroica storia ha fatto sognare appassionati di fuoristrada e non, tanto che ancora oggi il ricordo di questa gara epica è presente nell’immaginario collettivo di tante persone, non solo amanti delle quattro ruote. Qualcuno si chiederà cosa c’entra questo argomento con la cultura. La risposta è molto semplice, come è semplice la linea del nostro magazine online. Officina Coolturale dà spazio a tutto ciò che appassiona e dà piacere alle persone, non ha recinti.
Ed è per questo che ospitiamo con piacere Cesare Mori, che ci parla della sua passione per il Camel Trophy, che sarebbe riduttivo confinare al semplice ruolo di corsa automobilistica, fu una prova con se stessi, un mirabolante avvenimento sportivo che affascinò sia per i luoghi dove si svolse che per la bellezza dei mezzi in competizione, vere e proprie opere d’arte.
 

Officina Coolturale


 


Il Camel Trophy è stata una delle più dure competizioni internazionali per fuoristrada, svoltasi dal 1980 al 2000, con il patrocinio e la sponsorizzazione della Reynolds Tobacco con il marchio  Camel.
Aveva fin da subito dimostrato le prime difficoltà, sia per gli equipaggi che per i mezzi impegnati nella massacrante competizione negli angoli più impervi del pianeta, a cui molte persone hanno sognato di partecipare.
Le fuoristrada utilizzate nella prima edizione  furono le Jeep CJ5, mentre a partire dal secondo anno vennero utilizzate le Land Rover, prima le Range Rover 3500 V8 e  successivamente tutti i modelli in produzione, ovvero Land Rover 88 terza serie, 90 e 110, Defender, Discovery e Freelander, fino all'ultima edizione.

 


Tutte le vetture erano preparate dal reparto veicoli speciali della casa madre (Land Rover Special Vehicles) e verniciate con il leggendario color sabbia (sand glow).
Le autovetture erano di serie, come uscite dalla casa madre, ad eccezione di alcuni accessori utili alla sicurezza dell'equipaggio e alla guida in fuoristrada, ovvero roll cage esterno, estintore, radio cb, pala e piccone, verricello anteriore, bull bar, lampade brandeggiabili, portapacchi, taniche per il carburante, piastre da sabbia ecc... 

 



Alla partenza ad ogni equipaggio veniva fornito un budget di spesa per procurarsi altro materiale da portarsi in auto per affrontare al meglio il percorso, considerando il fatto di avere poche possibilità di rifornimenti di materiale e cibo durante il percorso stesso.
Alcuni mesi prima di ogni competizione, iniziavano le selezioni, svolte in gran parte in Inghilterra nella tenuta di Eastnor Castle nello Herefordshire, vicino a Birmingham (attuale sede della Land Rover experience). Per gli equipaggi Italiani le selezioni continuavano anche in Italia, principalmente a Ferrara e a Perugia.
 

 

I vari aspetti delle selezioni comportavano test di guida in fuoristrada, la conoscenza della meccanica dell'auto 4x4 e della lingua inglese, il corretto uso della motosega e un test psicologico, oltre ovviamente alle visite mediche.
Negli anni ottanta e novanta il Camel Trophy era un diventato un sogno per gli appassionati di fuoristrada e viaggi avventura, anche per la formula proposta che non prevedeva alcuna spesa da parte dei partecipanti.
Nelle riviste specializzate di settore si trovava la scheda di partecipazione (con lo slogan “Alla guida vogliamo te”) da compilare e spedire all'organizzazione per le selezioni italiane, furono in tanti quelli che provarono a partecipare.

 


Nel Camel Trophy 1985 svoltosi nel Borneo, che partiva da Samarinda per arrivare a Balikpapan, furono utilizzate le nuovissime Land Rover 90 con motorizzazione 2500 4 cilindri diesel aspirato.

Questa edizione, vinta dall'equipaggio tedesco, è stata forse la più dura e impegnativa per tutti i partecipanti e anche per l'organizzazione, in quanto, a causa delle intense piogge, si dovette far ricorso agli elicotteri per spostare tutti i mezzi, che a causa del fango sprofondavano e non riuscivano piu' a procedere.

Cesare Mori

 





Tutte le edizioni del Camel Tropy

1980: Transamazzonica. Il primo Camel Trophy percorse la Transamazzonica da Belém a Santarém per 1600 km in 12 giorni. I tre equipaggi, tutti tedeschi, erano equipaggiati con Jeep CJ 6.


1981: Sumatra. Il Camel Trophy 1981 venne disputato a Sumatra sempre da tre equipaggi tedeschi su Range Rover. Il percorso era di oltre 1600 km da Medan a Jambi.
 

1982: Papua Nuova Guinea. Nel 1982 la manifestazione diventa internazionale. Accanto ai soliti tre equipaggi Tedeschi c'erano un equipaggio olandese, uno italiano e uno USA tutti su Range Rover. L'edizione partiva dal Mont Hagen e finiva dopo 1600 km a Madang. Il Camel Trophy del 1982 in Papua Nuova Guinea fu vinta dell'equipaggio italiano (pilota Cesare Giraudo - Giuliano Giongo) e vide per la prima volta gli "Special Tasks", cioè le prove speciali.


1983: Zaire. Nello Zaire si disputò un'edizione con sette equipaggi provenienti da 7 Nazioni. Il percorso era di 1600 km da Kinshasa a Kisangani e venne affrontato con i Land Rover 88 III serie. La vittoria andò all'equipaggio olandese. L'equipaggio italiano era formato dall'erpetologo naturalista Aurelio Girelli e dal pilota di mongolfiere Paolo Contegiacomo che si aggiudicarono "ufficiosamente" il Team Spirit Award (premio ufficializzato dal 1985).
 

1984: Brasile. Nel 1984 si torna in Amazzonia da Santarém a Manaus. I 12 equipaggi si affrontarono nel percorso, ormai cancellato dalle piogge, della prima edizione su Landrover 110. Vinse l'equipaggio italiano.


1985: Borneo. L'edizione del 1985, disputata nel Borneo, partiva da Samarinda per arrivare a Balikpapan. I 16 equipaggi, provenienti da 8 nazioni, si affrontarono con i Land Rover 90 in un percorso durissimo, tanto da dover fare ricorso agli elicotteri per spostare la carovana dal punto dove si era arenata. Il Camel Trophy '85 fu vinto dall'equipaggio tedesco. In quell'anno fu istituito il "Team Spirit Award", un premio assegnato dai partecipanti all'equipaggio che dimostrava il maggior spirito di squadra: fu vinto dal secondo equipaggio brasiliano.
 

1986: Australia. L'edizione 1986 era di oltre 3218 km percorsi in soli 13 giorni: si partiva da Cooktown fino a Darwin su Land Rover 90. Parteciparono 14 nazioni e vinse la Francia, con gli italiani al secondo posto. Piloti, Daniele Terzi e Giorgio Albiero. Il "Team Spirit Award" fu vinto dall'equipaggio australiano.
 

1987: Madagascar. L'edizione del 1987 vide 14 Team attraverso un percorso di 2252 km da Diego Suarez a Fort Dauphin. Gli equipaggi avevano a disposizione le nuove Range Rover 2.4 TD e gli italiani vinsero per la terza volta. Piloti Vincenzo Tota e Mauro Miele. Il "Team Spirit Award" fu vinto dall'equipaggio spagnolo.
 

1988: Sulawesi. Nell'isola di Sulawesi, in Indonesia, si sfidarono 12 equipaggi su Land Rover 110. Il percorso era di 2092 km. La partenza era a Manado, con arrivo a Ujang Padang. Vinse l'equipaggio turco. Il "Team Spirit Award" fu vinto dall'equipaggio della Gran Bretagna.
 

1989: Amazzonia. Nel 1989 si tornò per la terza volta in Amazzonia. Il percorso di 1700 km partiva da Alta Floresta fino a Manaus. Presero parte 14 equipaggi su Land Rover 110 e la vittoria finale andò alla Gran Bretagna. Il "Team Spirit Award" fu vinto dall'equipaggio belga.
 

1990: Siberia. Si cambiò totalmente ambientazione: i concorrenti si sfidarono in Siberia da Bratsk a Irkutsk con le nuove Land Rover Discovery. Vinse l'equipaggio olandese. Il "Team Spirit Award" fu vinto dall'equipaggio delle Isole Canarie.
 

1991: Tanzania e Burundi. Si sfidarono 17 equipaggi in Tanzania e Burundi, seguendo le orme di David Livingstone alla ricerca delle sorgenti del Nilo. Si partiva con le Land Rover Discovery da Dar es Salaam per giungere, dopo oltre 1600 km, a Bujumbura. L'edizione venne vinta dall'equipaggio turco, che si aggiudicò anche il "Team Spirit Award". Per la prima volta venne istituito lo "Special Tasks Award", vinto dall'equipaggio austriaco.
 

1992: Brasile e Guyana. L'edizione del 1992 vede ancora una volta il ritorno in Amazzonia. Gli equipaggi, sempre su Land Rover Discovery, partirono da Manaus, in Brasile, per arrivare a Georgetown, attraversando anche la savana. Vinse l'equipaggio della Svizzera. Il "Team Spirit Award" fu vinto dall'equipaggio USA, mentre lo "Special Tasks Award", andò all'equipaggio francese. L'equipaggio Italiano venne composto da due piloti e due giornalisti: alla guida il medico Luciano Nava e l'istruttore ISEF Uberto Liuzzo, mentre i due giornalisti furono il pilota veterano Beppe Gualini e il fotoreporter di Max Filippo Leonardi.
 

1993: Sabah/Malesia. Il Camel Trophy 1993 si svolse a Sabah, la parte malese del Borneo. I 16 equipaggi partirono e arrivarono a Kota Kinabalu dopo un lungo giro di 1500 km a bordo delle Land Rover Discovery. Vinse l'equipaggio USA. Il "Team Spirit Award" fu vinto dall'equipaggio delle Isole Canarie, mentre lo "Special Tasks Award", andò agli equipaggi della Francia e dell'Austria.
 

1994: Sud America. I 18 equipaggi sulle Land Rover Discovery coprirono i 2590 km dalle Cascate di Iguazu in Argentina, attraversando il Paraguay fino a Hornitos in Cile. Vinsero gli spagnoli, che si aggiudicarono anche lo "Special Tasks Award". Il "Team Spirit Award" fu vinto dall'equipaggio sud-africano.
 

1995: Mundo Maya. L'edizione del 1995 prevedeva l'attraversamento di Belize, Messico, Guatemala, El Salvador e Honduras. I 20 equipaggi, sempre su Land Rover Discovery, partirono da Lamanai, in Belize, per arrivare dopo 1.700 km a Xunantunich, sempre in Belize. Vinse l'equipaggio della Repubblica Ceca, che si aggiudicò anche lo "Special Task Award". Il "Team Spirit Award" fu vinto dall'equipaggio russo.


1996: Kalimantan. Il Camel Trophy 1996 tornò nel Borneo, nella parte indonesiana. I 20 equipaggi si sfidarono per 1850 km sulle Land Rover Discovery da Balikpapan a Pontianak. Quell'anno il team italiano era rappresentato dall'emiliano Cristian Bertolani e dal romano Giampaolo Giusti. Vinse l'equipaggio greco, che si aggiudicò anche il nuovo premio "Land Rover Award". Il "Team Spirit Award" fu vinto dall'equipaggio del Sud Africa, mentre l'ultimo "Special Task Award" andò all'equipaggio russo.


1997: Mongolia. Il 1997 è l'anno dell'ultimo Camel Trophy "duro". I 20 equipaggi partirono e arrivarono a Ulan Bator, attraversando il deserto di Gobi, per l'ultima volta con le Land Rover Discovery. Il team austriaco si aggiudicò la vittoria finale, il "Team Spirit Award" fu vinto dall'equipaggio svedese e il "Land Rover Award" andò all'equipaggio della Romania.
 

1998: Tierra del Fuego. Il Camel Trophy Tierra del Fuego vide 19 equipaggi dal Cile all'Argentina sulla piccola Freelander. La gara iniziò a Santiago del Cile e finì a Ushuaia, la città più a sud dell'Argentina. Vinse il team della Francia. Il "Team Spirit Award" fu vinto invece dall'equipaggio del Sud Africa, mentre il "Land Rover Award" andò all'equipaggio spagnolo.
 

1999: Perù. L’edizione è stata annullata.
 

2000: Tonga – Samoa. Nel Camel Trophy Tonga - Samoa i 16 equipaggi si sono affrontati soprattutto in mare, da Nuku'alofa ad Apia. I team hanno avuto a disposizione dei gommoni per le prove e le piccole Honda CR-V, con i Defender 110 come supporto. Vinse il team del Sudafrica.
 

03 febbraio 2025

La nostra inviata nell'arte alla Casa del Suono di Parma

 La nostra inviata nell'arte alla Casa del Suono di Parma

 


 Oggi ho avuto il piacere di visitare l'esposizione all'interno della Casa del Suono. Si trova all'interno della seicentesca Chiesa di S.Elisabetta, in centro a Parma (Piazzale Salvo D'Acquisto).


E' un museo, e al tempo stesso un laboratorio sperimentale ed uno spazio divulgativo davvero interessante: si sviluppa attraverso un percorso storico che permette di conoscere l'evoluzione degli strumenti di riproduzione sonora.

 



Nel 1878 Thomas A. Edison inventa il fonografo, dando inizio alla possibilità di riprodurre il suono. Con la successiva invenzione del grammofono, grazie a Emilie Berliner, inizia una nuova percezione e diffusione della musica.

 



Alla fine del 1800, Guglielmo Marconi intuisce che le onde elettromagnetiche possano trasmettere messaggi a distanza e senza fili. Grazie allo sviluppo di questa straordinaria intuizione si inizia ad avere la possibilità di creare le prime radio.

 




E già fin dal secondo decennio del '900, la radio conosce un grande sviluppo che la porta ad essere considerato un prodotto di comunicazione di massa: vengono diffuse le prime trasmissioni radiofoniche pubbliche.


 

Il processo di miniaturizzazione, ancora in atto, ha permesso di portare il mezzo radiofonico, e soprattutto la musica, con sé. In ogni luogo, anche ad uso strettamente personale. E qui, al netto di tutte le considerazioni "enciclopediche", entra in gioco una componente fondamentale che avvolge la nostra esistenza sin dall' inizio. La Musica...

 


 

Non vuole essere solamente il risultato di un fenomeno fisico, prodotto dalla vibrazione di un suono che si propaga nell'aria. Ma mi piace considerarla una specie di "evento" che coinvolge tutto il corpo, creando continui collegamenti con tutta la nostra sensorialità. L'effetto della musica sul nostro benessere è conosciuto sin da tempi antichissimi, presente in ogni cultura ed età dell'essere umano: all'ascolto, viene rilasciata nel cervello una sostanza chimica, la dopamina, che agisce sull'umore e riduce lo stato d'ansia.

 

 

La musica ha un potente effetto d'aggregazione sociale, crea legami che hanno come comune denominatore il linguaggio musicale, qualunque esso sia. Ed è stata (e continua ad esserlo) strumento di innovazione e ribellione.

"La musica era il mio rifugio. Ho potuto strisciare nello spazio tra le note e dare la schiena alla solitudine"

Maya Angelou

Poetessa, attrice e ballerina statunitense

 

Elisa Riva

 

 


 

 
















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