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04 aprile 2026

Matrilineare. Il sapore del ritorno.

 Matrilineare.

Il sapore del ritorno.

 


 

Il treno delle 7:42 da Milano Centrale scivolava lento attraverso la pianura padana, e Marta guardava il paesaggio cambiare fuori dal finestrino. I grattacieli cedevano il posto ai capannoni, poi ai campi, poi al nulla piatto e verde della bassa cremonese. Ogni anno lo stesso viaggio. Ogni anno la stessa stretta allo stomaco.
A Milano aveva tutto, un lavoro in uno studio grafico, un appartamento nel quartiere Isola con le piante sul balcone, gli amici del giovedì sera. Ma a Pasqua, Milano diventava una città fantasma. I colleghi sparivano verso le famiglie sparse per l'Italia, i bar del quartiere abbassavano le serrande, e lei restava con quella sensazione strana che conosceva bene. La solitudine delle feste, quella particolare, diversa da tutte le altre. Non la solitudine di un martedì qualunque, che si risolve con una serie tv. Quella delle feste ha un peso specifico diverso, come una coperta bagnata sulle spalle.
Aveva perso la mamma a quarantadue anni, il papà tre anni dopo. Erano andati via in fretta, entrambi, come si va via quando si è persone discrete. E adesso c'era solo la nonna Ines, ottantaquattro anni, il gatto Nerone e il giardino con il melo.


Il treno si fermò a Casalmaggiore alle 9:20.
La nonna l'aspettava sul portone con il grembiule ancora addosso, come se non si fosse mai mossa da lì, come se Marta fosse uscita solo ieri mattina per andare a scuola. L'abbracciò senza dire niente, la nonna Ines era donna di poche parole, e il profumo di pasta fresca e ripieno le avvolse insieme.
«Stai facendo i marubini?» chiese Marta.
«Cosa vuoi che faccia a Pasqua,» disse la nonna, rientrando in cucina.
I marubini in brodo erano il centro gravitazionale dei pranzi delle feste, a Casalmaggiore. Non quelli comprati al supermercato, nemmeno quelli delle gastronomie, buoni per carità, ma la pasta tirata a mano, l’alchimia degli ingredienti del ripieno, il brodo fatto in casa di carne scelta con cura, le carote, il sedano, la cipolla e tutti quei piccoli segreti che ogni famiglia custodiva, erano già il pranzo stesso. La ricetta era di sua madre, che l'aveva imparata dalla sua, in un passaggio di mani femminili lungo un secolo almeno. Marta non aveva mai imparato a farli. Ci aveva provato una volta a Milano, aveva sbagliato le proporzioni, aveva buttato tutto.
 

Sedette al tavolo della cucina e guardò la nonna lavorare. Le mani di Ines si muovevano con quella sicurezza tranquilla delle cose fatte migliaia di volte — il mattarello che andava e veniva, la sfoglia che si assottigliava, i movimenti del polso precisi come una preghiera ripetuta.
«La Giuseppina viene domani con i figli,» disse la nonna senza alzare lo sguardo. «E il parroco fa la benedizione delle case nel pomeriggio.»
Fuori, le campane del Duomo avevano già iniziato il loro dialogo con quelle delle frazioni più vicine. Marta conosceva quell'intreccio di suoni da quando era bambina, il sabato di Pasqua le campane tornavano a suonare dopo il silenzio del Venerdì Santo, e per lei era sempre stato il segnale che qualcosa di importante stava per ricominciare. Non sapeva bene cosa.
 

Si prepararono per andare insieme a messa, come sempre. Marta non era credente ma per la nonna avrebbe fatto questo ed altro. La chiesa era piena di gente che Marta riconosceva a metà, facce che associava a nomi dimenticati, ragazze della scuola media diventate madri, compagni di liceo con i capelli grigi. Qualcuno la salutò con un «sei sempre a Milano?» detto con un tono che poteva essere ammirazione o disappunto, impossibile dirlo.
La nonna pregava con gli occhi chiusi, le mani giunte sul libro di canti, il mento leggermente abbassato. Marta la guardava di profilo e pensava a tutte le Pasque che quella donna aveva attraversato, alle guerre lontane sentite per radio, i mariti, i figli, i nipoti che arrivavano e poi partivano. Ines aveva imparato da tempo che le feste non sono mai solo gioia. Sono soprattutto memoria.
Mentre uscivano, sul sagrato, una signora anziana fermò la nonna: «Ines, che bella questa tua nipote. Somiglia tanto alla Carla.»
La Carla era sua madre.
Marta non rispose. Si limitò a sorridere, sentendo quella parola — somiglia — risuonarle dentro come un sasso nell'acqua.

Tornarono a casa a piedi, la nonna era ancora in gamba; mangiarono in due, al tavolo della cucina. I vapori dei marubini fumanti erano trafitti da un raggio di sole che entrava dalla finestra. Fuori, il melo aveva messo i primi fiori bianchi.
«Ti fermi anche lunedì?» chiese la nonna, servendo nei piatti.
«Sì, resto fino a martedì mattina.»
La nonna annuì, soddisfatta. Non chiese altro.
 

Mangiarono lentamente, con la radio accesa a basso volume su una stazione che trasmetteva musica leggera degli anni Sessanta. A un certo punto passò una canzone che Marta non riconobbe, ma che la nonna canticchiò sottovoce, gli occhi socchiusi, come se stesse guardando qualcosa lontano.
 

Marta pensò che la solitudine delle feste non scompare mai del tutto. Rimane lì, in un angolo, come un ospite che non si è invitato ma che in qualche modo fa parte della tavolata. Ma accanto a lei c'era la nonna Ines con le sue mani esperte e il grembiule a fiori, c'era il profumo dei marubini, il melo fiorito nel giardino e le campane che segnavano pigramente lo scorrere delle ore. La quiete sicura della vecchia casa di famiglia.
E per adesso bastava.



Stefano Superchi

06 gennaio 2026

La notte in cui volammo con la Befana, tra piume di corvo e raggi di luna

La notte in cui volammo con la Befana, tra piume di corvo e raggi di luna


 


Di tutti i personaggi che portano doni ai bambini la Befana è la mia preferita.

Vive in una vecchia casa di pietra nascosta tra le colline, circondata da un giardino pieno di erbe aromatiche e fiori selvatici. All'interno arredi di legno e velluti, camino, stufa, letto a soppalco e.... un vero e proprio laboratorio di magia, pieno di oggetti strani e meravigliosi.


La Befana non è bella come una fata, ma ha un fascino tutto suo. I suoi capelli sono grigi e male arricciati, come le radici di un vecchio albero, e i suoi occhi brillano di una luce intensa e curiosa. Indossa un lungo mantello nero, un cappello a punta, viaggia sempre su di una scopa.
 


 

Anche se somiglia più a una strega che a una fata, non è cattiva, ha solo un carattere forte, indipendente e non bada né alle mode, né al progresso. Ama viaggiare sulla scopa, esplorare il mondo e scoprire nuove cose. La sua scopa è un oggetto magico, col manico di legno di quercia e un pennacchio di piume di corvo, la porta in poco tempo in tutti i posti in cui lei voglia andare. Può volare alta nel cielo, superare le montagne e scendere nelle valli, tutto con un semplice tocco della mano.
 

La Befana ama i bambini e ogni anno, la notte dell'Epifania, vola sulla sua scopa e lascia loro regali, leccornie e importanti insegnamenti attraverso segni non comprensibili agli adulti. Ma non è solo una semplice portatrice di doni, è anche una saggia, una guaritrice, una affascinante fattucchiera. Conosce le proprietà delle erbe e dei fiori, e può curare le malattie e le ferite con un tocco della sua mano.
È un personaggio curioso, ama ascoltare storie e leggende, ha un animo poetico, è affascinante e misteriosa, suscita da sempre curiosità, mistero, rispetto e ammirazione.

 


L'altra notte, la Befana volava sulla sua scopa, con il vento che le scompigliava i capelli e il mantello che svolazzava dietro. Era la notte del 5 gennaio, e come ogni anno, stava portando i regali ai bimbi e non vedeva l'ora di vedere le loro facce felici.
Mentre volava, notò tre fratellini che si erano persi nel bosco. Erano spaventati così la Befana si affrettò a scendere con la sua scopa per aiutarli.
 

"Non piangete", disse con la sua voce calda e rassicurante. "Sono qui per aiutarvi. Cosa vi è successo?"
I bambini spiegarono che si erano persi mentre, nel pomeriggio, erano andati nel bosco a raccogliere i frutti per la torta ma non trovavano più la strada di casa.
Li fece salire sulla sua scopa, e insieme volarono sopra il bosco, guardando il paesaggio illuminato dalla luna, le case piccole, le strade che sembravano strisce tracciate con un gesso, i camini fumanti. Seppur inverno, il vento era caldo e i bambini ridevano e gridavano di gioia mentre la Befana sentiva il suo cuore riempirsi di calore.
Dopo un po' la Befana indicò una casa con il camino che sputava una nuvola bianca: "È quella la vostra casa" - disse - andate dentro e dite a alla mamma che la Befana vi ha portato a casa sani e salvi".
 


 

I bambini la ringraziarono e scesero dalla scopa correndo verso la porta di casa, lei li guardò con un sorriso di chi conosce come va il mondo e si allontanò, pronta a continuare il suo giro di regali. Una volta in casa i bambini si resero conto che nessuno si era accorto della loro assenza e che la notte non era ancora passata, le luci erano spente e i genitori dormivano della grossa. Si infilarono sotto le coperte, e data la giornata intensa, il sonno li travolse. Si svegliarono al mattino con una strana sensazione di leggerezza e corsero di sotto, ansiosi di guardare cosa ci fosse nelle calze, ma soprattutto ansiosi di raccontare ai genitori la loro esperienza. Papà e mamma sorrisero, felici che i loro bambini avessero una fantasia così vivace, mentre dalle calze appese al camino ...., un ciuffo arruffato, un nasone a becco d'aquila e mani dalle unghie appuntite li salutavano."


Giovanna Anversa

 

24 dicembre 2025

Il Natale di Pablo

 Il Natale di Pablo

 


Pablo Salvador Antonini arrivò a Casalmaggiore nella notte, sotto una fitta nevicata, con uno stato d’animo che si dibatteva tra la nostalgia della terra natìa e l’apprensione per il motivo che lo spingeva qui.
 

Ma questa neve non era come quella che ricordava sull’argine, da bambino: fiocchi luminescenti cadevano lenti sul Po e tutto intorno, e chiunque li toccasse ne rimaneva come ustionato, proprio come era già accaduto a Buenos Aires. Una sensazione di disagio fisico e di paura, quella neve tossica di origine misteriosa da dove veniva? Era solo inquinamento o era una strategia controllata dagli oligarchi che stavano prendendo in mano il potere in tutto il mondo?
 


Vagando nel suo eterno salto nel tempo, Pablo aveva seguito il filo di un segnale radio gracchiante, una debole richiesta di soccorso in lingua italiana che parlava di una città di confine, stretta tra la nebbia del fiume e la tenacia della sua gente. Si ritrovò così al centro della piazza, davanti al palazzo comunale rischiarato da luci violacee intermittenti, mentre la neve velenosa imbiancava le strade e divorava il silenzio.



Camminando sulla piazza deserta notò le automobili parcheggiate disordinatamente ai lati del listone e resti di pezzi meccanici, finestre sbarrate, negozi con le vetrine spente e qualche sagoma sofferente, cristallizzata nel gesto di chiedere aiuto: a Casalmaggiore stava andando in scena la rovina che lui aveva già visto altrove. Da un portone socchiuso uscì un odore di minestra e di umanità, una mano lo invitò a entrare: era un vecchio volontario dell’Auser, con il giubbotto rifrangente e gli occhi di chi ha passato una vita a contare gli esclusi.

Nell’ex cinema Zenith, ormai abbandonato e trasformato in rifugio, Pablo trovò una quarantina di persone: senzatetto, migranti, operai licenziati, bambini con lo sguardo spento, badanti rimaste senza famiglia, tutti stretti in coperte recuperate dalle case svuotate in fretta.
Non ci fu nemmeno il tempo di saluti e formalità, Pablo cercò di spiegare loro cos’era quella neve, disegnando sul muro con un carboncino una città lontana e una guerra che non era solo contro i nuovi padroni del mondo, ma contro ogni potere che decide chi è sacrificabile e chi no.

 


 

Tutti lo ascoltavano in silenzio, riconoscendo nelle sue parole qualcosa della propria storia, ricordando i secoli in cui la città era passata di mano tra Venezia, Milano e Mantova, sempre contesa, mai del tutto padrona di sé, e si accorsero che l’invasione, per loro, non era mai finita davvero. Una ragazza che prima distribuiva volantini per il centro commerciale prese la parola al megafono e propose di fare della piazza il cuore di una resistenza diversa, non armata, ma ostinatamente solidale.
 


Decisero che quella notte sarebbe stato il loro “Natale dei diseredati”, non quello dei centri commerciali, delle luminarie e dei negozi aperti fino a tardi, ma quello di chi non ha più nulla da perdere se non la dignità. Alcuni uscirono con tute improvvisate, sacchi della spazzatura e vetri di plastica davanti al volto, per recuperare cibo e coperte dalle case abbandonate, mentre altri preparavano tavoli improvvisati nella sala, apparecchiando con piatti spaiati e bicchieri scheggiati. Pablo guardava quella processione disordinata e riconosceva lo stesso coraggio che aveva visto nei suoi compagni di Buenos Aires, uomini e donne comuni che trasformavano un rifugio in una piccola città libera.


 

 

Quando la mezzanotte arrivò, la radio trasmise un messaggio inatteso: altri rifugi di “scartati” si stavano organizzando nelle periferie delle grandi città, decidendo di condividere risorse invece di contendersi le briciole.

La neve continuava a cadere, ma la piazza di Casalmaggiore era ormai un’isola di luce che si irradiava dalle vetrate del vecchio cinema abbandonato.
Sulle assi usate come tavoli i bambini ridevano per un mandarino e un giocattolo recuperato, gli adulti si scambiavano storie e promesse di aiuto reciproco, nessuno si sentiva solo.




 

Pablo Salvador Antonini capì allora che forse non avrebbe mai smesso di viaggiare nel tempo, ma in quella notte di Natale, tra gli ultimi della riva sinistra del Po, aveva trovato ciò che cercava da sempre: un luogo in cui la resistenza non era solo combattere un impalpabile invasore, ma rifiutare l’idea che qualcuno valga meno di qualcun altro.

Stefano Superchi

 


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