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17 marzo 2026

"Canterò soltanto il tempo": quando i versi di Guccini diventano immagine

 "Canterò soltanto il tempo": quando i versi di Guccini diventano immagine



C'è un filo sottile che unisce la parola cantata all'immagine visiva, un confine poroso dove la musica smette di essere solo suono e diventa materia, colore, spazio da abitare. È questo il territorio che esplora "Canterò soltanto il tempo", il progetto espositivo dedicato ai versi di Francesco Guccini ospitato allo Spazio Gerra di Reggio Emilia (piazza XXV Aprile 2) dal 18 aprile al 18 ottobre 2026.



Un poeta prima che un cantautore

Guccini è stato spesso definito il "poeta della via Emilia", e non a caso: la sua scrittura ha sempre portato con sé il peso specifico della letteratura, la densità dei classici, la capacità di trasformare il quotidiano in epica collettiva. I suoi testi non sono mai stati semplici liriche da accompagnamento musicale, sono affreschi generazionali, mappe sentimentali di un'Italia che cambiava pelle. La mostra parte proprio da questa consapevolezza: i versi di Guccini non hanno bisogno della melodia per stare in piedi. Parlano da soli.



Lo Spazio Gerra come luogo di dialogo

La scelta dello Spazio Gerra non è casuale. Questa sala espositiva nel cuore di Reggio Emilia ha una vocazione naturale per i progetti che mettono in dialogo linguaggi diversi come arte visiva, letteratura, musica, memoria collettiva. In questo contesto, i versi gucciniani vengono reinterpretati attraverso opere visive che cercano di dare forma a ciò che la voce del cantautore modenese ha sempre evocato: il tempo che passa, le radici, la perdita, la resistenza.



Il tempo come protagonista

Il titolo della mostra (tratto dai versi stessi di Guccini) è già un manifesto poetico. Il tempo non è semplicemente il soggetto tematico, ma la struttura profonda dell'intera operazione culturale. Le opere esposte non illustrano le canzoni, ma le abitano, le attraversano, cercando negli interstizi tra una parola e l'altra quello spazio bianco dove ogni ascoltatore ha sempre proiettato la propria storia personale.

È un invito a riscoprire Guccini non come icona nostalgica ma come voce contemporanea, uno che ha saputo cantare l'uomo nella sua forma più vera, senza retorica, con quella ruvida tenerezza che è la sua firma inconfondibile.



Un progetto per chi ama la parola

"Canterò soltanto il tempo" si rivolge non solo ai fan storici del cantautore, ma a chiunque creda che la cultura possa essere un luogo di incontro tra generazioni, linguaggi e sensibilità diverse. In un momento in cui la memoria collettiva rischia di frammentarsi in mille rivoli, una mostra del genere ha il valore prezioso di un punto fermo: proviamo ancora a dare un senso al tempo che viviamo.

 

a cura di Stefano Superchi 




15 marzo 2026

Grazia Deledda, tra la Barbagia e Cicognara

 Grazia Deledda, tra la Barbagia e Cicognara



Grazia Deledda è stata la prima e finora unica donna italiana a ricevere il Premio Nobel per la Letteratura, esattamente cento anni fa, nel 1926.
Forse non molti sanno che aveva un legame, piuttosto consolidato, con le nostre terre, delle quali il marito era originario. La Deledda trascorse a Cicognara, frazione di Viadana, un capitolo discreto ma decisivo della sua vita privata e creativa, legato al matrimonio con Palmiro Madesani e al suo rapporto con la pianura padana.

 



 

Grazia Deledda, nata a Nuoro nel 1871, sposò nel 1900 Palmiro Madesani, funzionario del Ministero delle Finanze originario di Cicognara. Proprio questa radice territoriale del marito fa sì che la piccola frazione mantovana diventi uno degli approdi principali dei suoi soggiorni nel Nord Italia.
Dopo il matrimonio, Madesani lasciò la carriera amministrativa per affiancare la moglie come agente letterario, ma i legami familiari con Cicognara rimasero forti, alimentando visite regolari alla comunità d’origine. Per la scrittrice sarda, abituata ai paesaggi aspri della Barbagia, l’incontro con l’orizzonte piatto e fluviale del Mantovano aprì un nuovo capitolo biografico e sensoriale.
 


Le testimonianze raccolte in ambito locale ricordano che la Deledda raggiungeva Cicognara scendendo alla stazione ferroviaria di Casalmaggiore. Da lì proseguiva in carrozza con il marito Palmiro, i figli Franz e Sardus e Antenore Tagliavini (parente di Madesani) lungo l’argine, passando per Fossacaprara e Roncadello verso la frazione di Viadana, attraversando argini, golene e campagne che oggi possiamo immaginare avvolte nella nebbia o nel caldo di fine estate.

 


Questi spostamenti, ripetuti nel corso degli anni, diventano una sorta di rituale stagionale: ogni arrivo non è solo una visita ai parenti del marito, ma anche un’immersione in un paesaggio nuovo, che la scrittrice osserva con lo sguardo attento di chi sta trasformando impressioni in materia narrativa. La memoria locale sottolinea come i suoi soggiorni fossero abbastanza lunghi da lasciare tracce nella comunità, tanto che ancora oggi si conserva memoria di quelle presenze e del legame tra il paese e la scrittrice.


 


Una parte importante del ricordo locale legato a Grazia Deledda ruota intorno al mese di settembre; diverse fonti ricordano che, almeno fino agli anni Trenta, proprio in questo periodo la scrittrice tornava a Cicognara. Settembre, con la luce più morbida e i ritmi agricoli che rallentano dopo la piena estate, offriva un contesto ideale per la scrittura e per una vita domestica più raccolta.

 


In queste settimane mantovane avrebbe alternato la vita di famiglia alla dedizione al lavoro letterario, approfittando della quiete della casa e dei dintorni. Non si trattava di semplice “villeggiatura”, ma di una fase in cui il luogo diventava vero e proprio laboratorio: osservava il Po, i filari, i cortili e le strade di campagna misurando così la distanza e il dialogo fra la Sardegna interiore dei suoi romanzi e l’Italia continentale che la circondava.

 


Grazia Deledda scrisse del paesaggio padano e del Po, anticipando sguardi che diventeranno celebri solo più tardi con autori come Giovannino Guareschi o registi come Ermanno Olmi. Il fiume, la nebbia, le case basse, le strade polverose e i filari di pioppi entrano così nel suo immaginario come un contrappunto alla Sardegna rocciosa e aspra.
Roncadello, Cicognara, la casa di Co' de Bruni dei cugini di Palmiro, i Tagliavini-Morini, uomini e donne di quei luoghi che diventano protagonisti di romanzi come L'ombra del passato, Nostalgie, Annalena Bilsini,  e di struggenti novelle come Nel Mulino.

 



Così Wanda Tagliavini ricorda lei e le cugine che nei pomeriggi assolati giocavano intorno alla casa e i rimproveri delle donne "tasì che Grasia la scrìv".
Ebbene, Grazia Deledda aveva stabilito un legame profondo e intenso, una nostalgia struggente anche per queste terre. Scrive in una lettera a una cugina: "leggendo la tua lettera mi è parso ancora di respirare con te le aure del nostro bel Po, del nostro argine" (Roma Pasqua 1921).
Scriveva, inoltre, ai figli: “Ho visitato i paesi di Casalmaggiore, Viadana, Casalbellotto, Sabbioneta, Roncadello, paesi incantevoli, posti meravigliosi, quella magnifica gente mi vuole molto bene, ero invitata tutti i giorni”.

 


Se la sua opera rimane profondamente radicata nella Barbagia, il Mantovano rappresenta una sorta di “secondo paesaggio”, più sommesso ma non meno significativo. È un’Italia diversa, dove l’elemento fluviale domina, e in cui la scrittrice può misurare con maggiore chiarezza quei temi universali – il destino, la colpa, la famiglia, la fede – che rendono la sua narrativa riconoscibile ben oltre i confini regionali.




La dimora in cui soggiornava Grazia Deledda a Cicognara esiste ancora e negli ultimi anni è stata al centro di dibattiti sulla tutela del patrimonio culturale. Questo edificio non è un semplice fabbricato rurale, ma un luogo simbolico che lega un piccolo centro della pianura padana a una delle poche donne al mondo insignite del Nobel per la Letteratura nei primi decenni del Novecento. La discussione pubblica sulla sua destinazione d’uso dimostra come il periodo trascorso dalla Deledda a Cicognara abbia sedimentato una memoria condivisa.

 

 

In questo intreccio di biografia privata, paesaggio fluviale e memoria civile, il soggiorno di Grazia Deledda a Cicognara emerge come un capitolo meno noto ma essenziale: un ponte tra la Sardegna e il Po, tra una scrittura nata nell’“isola appartata” e un’Italia delle periferie padane che continua a riconoscersi, discretamente, nella sua storia.

 



Stefano Superchi

 

08 marzo 2026

Antonia Brico, la donna che ruppe le convenzioni

Antonia Brico, la donna che ruppe le convenzioni



Per fortuna non sempre le donne han rinunciato a sogni, passioni e inclinazioni solo per ubbidire e compiacere una società che le vuole miti e zitte, relegate nel ruolo di mogli e madri perché non c’è altro spazio per loro nel mondo degli uomini. Non sempre si sono piegate a farsi da parte rinunciando all’istruzione, alla medicina, alla scienza, alla politica, allo sport, all’arte. Le donne non hanno mai creduto di non essere all’altezza per intraprendere strade aperte solo ai maschi. La storia ci racconta di tante donne che non si sono arrese, nemmeno davanti ai muri più alti conquistando il posto nel mondo desiderato. Nel giorno dedicato alle donne vi raccontiamo la storia di Antonia, la prima direttrice d’orchestra della storia.
 

 


Io non mi faccio più dirigere da una donna!così il baritono John Charles Thomas tuonò al Metropolitan Opera House di New York nei riguardi della più grande direttrice d’orchestra donna della storia, Antonia Brico.

Dovettero restituire il denaro al numeroso pubblico che aveva acquistato i biglietti per la terza serata di concerto e da quel momento finì la carriera della prestigiosa direttrice d’orchestra, reduce dai successi europei dove aveva diretto la Filarmonica di Berlino (la miglior orchestra del mondo): fu la prima volta che i Berliner venivano diretti da una donna. Era il 1930.

 


Per Antonia, nata a Rotterdam il 26 giugno del 1902, l’episodio del rifiuto avvenuto a New York segna l’inizio di una lunga serie di lotte contro un mondo maschilista a cui non importava della sua eccellenza, un talento che dai conservatori era pure temuto. La sua storia è quella di una Cenerentola: la madre, anch’essa di nome Antonia, era di Rotterdam e fu cacciata di casa quando il padre si accorse che era incinta. Appena nata, la bambina venne affidata all’asilo nido di una chiesa cattolica in città, e poi data in affido ad una coppia di nome Wolthuis. Nel 1907 la famiglia emigra negli USA, a Oakland in California, e Antonia viene mandata a scuola col nome di Wilhelmina Wolthuis. In quella famiglia non regnava un’atmosfera felice. Anni dopo Antonia racconterà: Sognavo di subire un incidente automobilistico davanti a qualche casa in modo da essere presa da quelle persone e ricevere così il loro affetto.

 


A dieci anni un medico suggerisce alla famiglia adottiva di farle prendere lezioni di piano, affinché non si mangi più le unghie. Ma è dopo aver assistito a un concerto diretto da Paul Steindorff, che decide di diventare direttrice d’orchestra, lo dice a tutti con entusiasmo, col candore fanciullo e tutti ridono di lei, quella che pensava essere sua madre, in primis. Ma per Antonia quel concerto è un’illuminazione: Per me l’orchestra è il più grande degli strumenti. Per un musicista significa quello che per un pittore è la tavolozza.

 


 

Saputa la verità sulla sua nascita, abbandona la casa dei Wolthuis facendosi chiamare col suo nome di battesimo, Antonia Brico, e si iscrive all’Università della California a Berkeley. La fortuna vuole che Paul Steindorff, che aveva ispirato alla giovane donna il sogno di divenire una direttrice d’orchestra, dirige la San Francisco Opera.

 


Antonia diviene la sua assistente e studia pianoforte per due anni con Sigismond Stojowski. Nel 1926 si trasferisce ad Amburgo ed ha così inizio la fiaba europea. Il leggendario maestro Karl Muck, direttore della Boston Symphony e dell’Hamburg Philarmonic, diventa il suo mentore e Antonia la sua apprendista per ben quattro anni, l’unico allievo/a che Karl Muck accettò nella sua vita.
Nel 1927, termina il master per direttori d’orchestra della Berlin State Academy of Music divenendo la prima persona americana ivi diplomata della storia. Nel 1930 raggiunge l’apice del suo talento e del riconoscimento internazionale: debutta come prima direttrice con la miglior orchestra del mondo, la Berliner Philarmonic.

 

 

Il giorno dopo la prima, sull’Allgemeine Zeitung si leggeva: Miss Brico ha mostrato inconfondibili ed eccezionali doti come maestro. Ella possiede più capacità, bravura e abilità di musicista… che alcuni dei colleghi maschi che ci hanno annoiato qui in Berlino. Seguono due anni di incredibili successi in Germania e in Europa e raggiunge la vetta dei più prestigiosi riconoscimenti, non solo dal pubblico ma da grandi compositori e direttori come Sibelius. Antonia torna a New York con nel cuore il grande sogno di avere la direzione stabile di un’orchestra. Il giornale Pictorial Review scrisse: “Con solo tre prove Miss Brico fa che l’orchestra suoni come mai ha suonato prima”.

 



Ma davanti alla nostra Antonia si apre un mondo maschilista ostile, un mondo che si materializza nella persona del baritono solista John Charles Thomas, che le sbarra la strada. Il suo rifiuto influisce sull’atteggiamento di tutto il mondo della musica sinfonica e operistica americana: da nessun teatro giunse mai il conferimento di direttrice stabile. A nulla valse la crescente stima di grandi personaggi nel mondo della musica e della società civile quali Bruno Walter, Arthur Rubinstein e la first lady Eleonor Roosvelt. Tra le critiche più comuni si legge: Peccato che Antonia sia nata cinquant’anni prima!”, oppure “Che disgrazia per questa orchestra essere diretta da una donna!”.

 


 

Lei però non si arrende: con spirito indomito reagisce fondando a Denver la prima orchestra femminile del mondo: la New York Women’s Symphony Orchestra. In seguito le sue musiciste vollero chiamarsi Brico Symphony Orchestra, per ringraziarla e renderle merito. Dopo un periodo iniziale in cui tutti i componenti semiprofessionisti della sua orchestra erano donne, Antonia permette che ne facciano parte anche gli uomini. Judy Collins, sua allieva di pianoforte, ebbe grandissimo successo come cantante folk, e nel 1971, girò un film-documentario: Antonia, ritratto di donna.

Un bellissimo film che restituisce uno splendido ritratto di Antonia dal primo scrosciante applauso che il pubblico di Berlino le tributò alla fine del primo concerto del 1930, al suo lavoro di insegnante di pianoforte, sempre attenta e al servizio della musica, nel dirigere piccole orchestre o nell’occuparsi anche di quanti non erano dotati di particolare talento.
 


Le registrazioni dei suoi concerti sono oggi introvabili. Restano, in tutto, solo due ouvertures di opere mozartiane, dodici minuti, due piccoli gioielli di una grande artista, ma restano ancor più forti la determinazione, il coraggio, l’energia e la risolutezza di una donna di potente vitalità, combattiva e irriducibile femminista.

Giovanna Anversa
 

01 marzo 2026

GAIA'S CORNER #16 - The Concert in Central Park (1982) - Simon & Garfunkel

The Concert in Central Park  (1982)

Simon & Garfunkel

 

 Ricordo, poco più che adolescente, a casa di amiche, di aver notato un disco live su uno scaffale con tanti vinili. Io quel disco lo conoscevo, eccome. Lo guardai con ammirazione perché all’epoca non li collezionavo ancora. Subentra la padrona di casa dicendo che i suoi genitori erano lì, proprio lì, mentre lo registravano. Ho pensato ammirata (e penso ancora) che difficilmente si possa avere più c*lo di così. Perché il disco in questione è il live “The Concert in Central Park” di Simon e Garfunkel.

 



16/02/1982. Viene pubblicato questo capolavoro, non si può definire altrimenti. Se citi un album studio ti vengono in mente milioni di titoli, ma se devi elencare album live imperdibili, si contano sì e no sulle dita delle mani. Questo per me è uno di quelli.

 


 

In genere i dischi live mi piacciono ma preferisco quelli in studio. La mia preferenza cambia quando in qualche modo il live “fa suonare meglio” la canzone, chiaramente è un gusto personalissimo che difficilmente si può spiegare o condividere. Ma credo che in questo caso gli elementi di qualità siano un po’ più oggettivi.




Tornando all’aneddoto iniziale, in quel momento, facendo un conto spannometrico con l’età dei genitori della ragazza, mi rendo conto dell’età effettiva del disco. Nella beata ignoranza di bambina, ho sempre gioito del suo ascolto con il mio papà in macchina senza pensarci su, per mancanza di elementi e per età certamente. Adesso gli anni erano 18/20, da lì in poi quindi mi informo e mi documento. Scopro che i pezzi performati nel disco attraversano le due decadi precedenti, non sono affatto contemporanee. Io ho ascoltato un disco dell’82 pensando fossero tracce del giorno prima.

 


Penso sia questa la prima grande magia di questo capolavoro.
Il sax e le tastiere arricchiscono il sound folk originale e lo modernizzano, sganciandoli definitivamente da un’epoca sola e consegnando il sound a un tempo senza tempo. I guizzi del basso rendono tutto molto frizzante e contemporaneo. In una parola, irresistibile.

 

 


La maggior parte delle tracce sono pezzi del solo Paul Simon, non nascono per il duo. Ma francamente potremmo anche fare a meno di saperlo, perché il risultato è cosi armonicamente perfetto che quasi non si nota. Questo per me è il secondo motivo.

 


Le voci armonizzano perfettamente, talmente belle insieme che a pensarle separate sì, si può fare, ma personalmente preferisco di no. Al momento del concerto, la carriera dei due è più che avviata, ne rappresenta la celebrazione più alta, li rende ancora più famosi se possibile. Pochi dischi live possono vantare questo genere di primati, a band già praticamente sciolta (ufficialmente nel 1970).
 


 

Possiamo anche aggiungere che due newyorchesi fanno un live nel cuore verde di New York. È un po’ come Vasco a Modena Park. Difficile trovare rappresentanti migliori per un concerto gratuito organizzato per riqualificare la città in generale e Central Park in particolare. Nonostante la lontananza dei due fino a poco tempo prima, i litigi continui durante l’organizzazione del concerto, il futuro nuovo scioglimento dopo il tentativo di una nuova tournée insieme, in quell’istante tutto va ben oltre le più rosee aspettative.

 


Mezzo milione di persone si presenta nonostante il concerto fosse stato annunciato da poco tempo, profitti importanti per entrambi in un momento dove le rispettive carriere soliste non stavano andando bene. Un successo sotto ogni punto di vista e un nuovo ossigeno per i loro brani più importanti, che divennero celebri in questa versione live moderna anche più degli originali (potremmo fare un paragone con MTV Unplugged dei Nirvana).





Per concludere. Ammettendo che esista ancora qualcuno che non conosce questo duo, almeno per stavolta e in pochi altri casi nella musica come nella vita, la scelta migliore che potete fare, è partire dalla fine.

Gaia Beranti

 



25 febbraio 2026

La grinta di una Donna libera. Il racconto del concerto di Nada a Viadana.

 La grinta di una Donna libera.

Il racconto del concerto di Nada a Viadana.

 

foto: Gaia Beranti

 “Gaia, c’è Nada a Viadana, andòm?” Che lei avesse già il biglietto avrei dovuto immaginarlo e che, visto il mio entusiasmo, lo avrebbe preso anche per me, pure. Sapevo bene che non avrei visto la piccola Nada, che ancora adolescente, debuttava nel 1969 a Sanremo con “Ma che freddo fa” o quella di “La porti un bacione a Firenze” e nemmeno la Nada più matura di “Ti stringerò”.

 



 

La Nada di oggi è l’esito della evoluzione artistica costruita negli anni che, dai Sanremo e Canzonissima che la consacrarono nella rosa della musica pop/leggera da ragazzina, diventa, dopo un periodo di silenzio, autrice, cantautrice e scrittrice. L’artista, indipendente dalle case discografiche, dagli arrangiamenti decisi da altri e dai look preconfezionati, inizia ad uscire da quel guscio nella seconda metà degli anni ’90 fino a diventare la musicista e artista dal fascino sciamano, di oggi.

 


 

Le sue sonorità si agitano tra atmosfere rock blues intenso e ruvido e momenti psichedelici che trascinano in un viaggio vibrante. Anni di ricerca per sortire un linguaggio musicale libero e fuori dagli schemi, che alterna momenti di grande intensità a un sound essenziale, un grido selvaggio e al tempo stesso poetico. Non solo musica, non solo canto, direi piuttosto teatro vero, puro, rustico ma raffinato, caratterizzato da una presenza scenica intensa, lontana da ogni artificio.

 


I testi recenti, da lei composti, toccano temi profondi come la paura, il coraggio, la natura, l'introspezione, le odierne brutture che l’artista snocciola con uno stile crudo e sincero mettendo in campo non solo la voce ma tutto il corpo che si agita sulle note come uno strumento. Una sorta di teatro canzone che incolla alla poltrona e lascia lo spettatore dentro lo spettacolo anche una volta tornato a casa.

Di fianco a me era seduta una signora distinta, direi nel mezzo del settantesimo decennio, con l’aspetto di chi di cultura, nella sua vita, ha fatto incetta. Sicuramente memore della Nada dei suoi tempi pur prevedendolo, credo non si aspettasse una tale trasformazione.

 


La osservavo notando una grande attenzione, come se fasci di laser uscissero dai suoi occhi e dalle sue orecchie a vivisezionare l’esibizione. A fine concerto, mi guarda ed io le chiedo se le fosse piaciuto “ci devo pensare” mi disse, e la trovai la risposta migliore.

Il caso volle, il fato si sa gioca con le vite di noi umani come gli pare, che incontrassi nuovamente la signora nei corridoi dell’ospedale Aragona, entrambe in visita a parenti. Mi sorride, mi saluta calorosamente ed io pure: “Ci ho pensato sa, ho passato una bella serata, ho assistito a uno spettacolo intenso di quelli che fanno pensare, di quelli che non ti basta vederli una volta sola per il timore di non avere assaporato tutto. Non è certo la Nada che conoscevo ma cosa vuole, nemmeno io a volte riconosco me stessa. Qualcosa a casa ho portato, come deve essere quando si va a teatro”
 

GIOVANNA ANVERSA


foto: Mathias Mocci

 

“Metti un intestino dopo cena.”


Il Teatro Vittoria, tornarci è davvero strano dopo non so quanti anni. La magia di quei luoghi che nella tua testa sono rimasti fermi alla tua post adolescenza. Sono uguali ma così diversi. A parte queste vibrazioni personali, sono qui in trepidante attesa di sentire Nada.
 


 

Mi siedo, alzo la testa e vedo… un intestino.
Mi chiedo anche se quello che vedo sia effettivamente quello che sembra. Un pannello rotondo decorato con una fantasia che in tutto e per tutto mi appare un intestino. Vabbè, sarà il mio gusto per l’orrido e lo splatter che mi fa vedere organi pressoché ovunque, capirai che novità.
Poi cosa vuoi che c’entri un intestino con Nada, la dolce Nada che son venuta a sentire, perché artisti simili a Viadana mica si possono perdere. Sono storie della musica italiana su due gambe, scherziamo?

Niente di più sbagliato.

Ammetto candidamente di non conoscere la nuova Nada. Di far parte di quella fetta di pubblico che va ai concerti non necessariamente per conoscenza ricca dell’artista, ma anche e soprattutto quando non conosce, per capire, per scoprire. E questa Nada è un’esperienza veramente inedita.
Donnina piccina, che fa tenerezza, quanto gagliarda nella performance, una grinta pazzesca per i suoi 72 anni. Non è lì per fare quello che ti piace, è lì per la sua arte.

 


Ma, a differenza di altri artisti che presentano una m*sturbazione che lo spettatore subisce senza essere minimamente coinvolto (avrà il suo senso, io non lo colgo), questa signora performa coinvolgendo, nei gesti, nelle parole, negli sguardi. Quanta bellezza. Non è musica leggera, è un momento alto,
 


E l’intestino?
Ah beh, te lo dice lei stessa. È uno spettacolo “di pancia”. Passa in rassegna tutta una serie di sensazioni umane, le fa vibrare con la voce, roca ma precisa, profonda ma non scura, si circonda di musicisti bravissimi e capacissimi che la seguono in tutto e per tutto e danno corpo ai testi. Testi che a volte non capisci (perlomeno io), ma al tempo stesso li capisci, in un gioco di assonanze, consonanze ed onomatopee. In pratica, ogni minimo dettaglio “suona” e ti risuona.


foto: Mathias Mocci


Volevi sentire “Ma che freddo fa?”. E lei non la fa! Vai poi a casa e ti accendi Spotify. Qua del “pulcino del Gabbro” non è rimasto niente. Non sono anni i suoi della ricerca dei consensi, non più. Sono gli anni della condivisione più aulica, sempre con umile garbo. Si accende quando recita cantando, come un satiro impazzito, per tornare folletto delicato quando ringrazia il pubblico e la sua band per essere lì, spessissimo durante lo show.
Amore disperato” non invecchia mai invece. Ha l’energia originale, l’intensità originale, forse anche più dell’originale. La rifà esattamente come te la aspetti, e questo a 72 anni forse non te lo aspetti.

 



Quando si esce, si è soddisfatti, a mio avviso. Si ha percezione di aver visto del teatro musicale, di aver visto qualcosa di alto, di essere un po’ più ricchi. E personalmente sono uscita con una certezza: la mia vecchiaia la vorrei così, fiera, irriverente e libera.


GAIA BERANTI

 


14 febbraio 2026

Giornata Mondiale della Radio: And the Radio plays...

 Giornata Mondiale della Radio: And the Radio plays...

 


 Il 13 febbraio si è celebrata la Giornata Mondiale della Radio, istituita dall'UNESCO per sottolineare l'importanza di questo medium nella diffusione di informazioni e creatività. In Italia, le radio libere rappresentarono un capitolo pionieristico di libertà espressiva, nate negli anni '70 contro il monopolio statale. Le prime trasmissioni non autorizzate iniziarono nel 1970 con Radio Sicilia Libera di Danilo Dolci, che denunciò via etere le condizioni post-terremoto nel Belice. La svolta arrivò con la sentenza della Corte Costituzionale del 28 luglio 1976 (n. 202), che legalizzò le emittenti private locali, favorendo un'esplosione di creatività e volontariato.

 

Radio Sicilia Libera

 

Queste radio, spesso gestite da giovani e associazioni, mescolavano musica, politica e voci del territorio, rompendo il centralismo RAI. Introdussero format partecipativi come chiamate in diretta e microfoni aperti, permettendo a cittadini comuni, attivisti e comunità di esprimere opinioni senza filtri. Casi emblematici come Radio Alice (chiusa nel 1977 per aver "diretto" scontri via etere) e Radio Bra Onde Rosse dimostrarono come l'etere divenisse spazio di protesta contro censura e potere. Vennero favorite nuove forme di giornalismo militante e di denuncia, come Radio Aut contro la mafia o trasmissioni locali su temi sociali, influenzando persino i palinsesti pubblici con maggiore interattività.
 


Dal punto di vista prettamente artistico le radio libere degli anni '70 diffusero massicciamente rock internazionale e musica italiana alternativa, sfidando il controllo RAI e introducendo hit parade locali che resero popolari cantautori e pop non mainstream. Questo spostò l'ascolto verso un pubblico giovane, favorendo l'esplosione del pop italiano con maggiore varietà e libertà artistica.

Le emittenti trasmettevano rock progressivo, punk e cantautori censurati dalla TV pubblica, creando identità generazionali e promuovendo concerti live per autofinanziarsi. Lo stesso Vasco Rossi debuttò su Punto Radio (1976, Zocca, Modena).
 



Nella Bassa Padana, tra Cremona, Mantova e Parma, il fenomeno fiorì grazie a pionieri locali che trasmettevano da garage e oratori. Radio Parma, attiva dal 1 gennaio 1975, fu tra le prime in Italia.

 

Radio Parma

In provincia di Cremona emersero varie realtà: Radio Base, di Piadena, che verrà poi rilevata dal network Malvisi, Radio Onda Nuova di Calvatone, nata nel 1977 e ricevibile in tutta la provincia di Cremona, fino alle porte di Mantova ed Asola; su Radio Onda Nuova si poteva sentire veramente di tutto, musica pop, musica classica, il programma delle previsioni del tempo dedicato agli agricoltori del prof. Guido Santini, il Mega quiz in onda la domenica mattina che mobilitava gran parte del paese, e non solo, che metteva in palio premi offerti da un negozio locale, un mix di tradizione popolare e innovazione tecnica. Radio Onda Nuova cessò di esistere all’inizio degli anni ’80.


 

Spostandoci sul mantovano si trovano tracce scarne di Radio Cizzolo Stereo, fondata da Oreste Rosa, che ha cessato di esistere nel 1995, Radio Po International di Pomponesco (fondata nel 1977), Radio Atene di Sabbioneta (attiva fino al 1999) ma soprattutto Radio Circuito 29, nata nel febbraio 1978 a Casaletto di Viadana come espressione degli oratori della zona, trasferendosi poi a Viadana.

 

 


R.C. 29 incarnò, soprattutto nei primi anni, la vera essenza del territorio casalasco viadanese, territorio omogeneo al di là degli ovvi campanilismi. Cercando negli archivi della Parrocchia di Santo Stefano di Casalmaggiore si può trovare un passaggio che fa capire la situazione dell’epoca: “Correva l'anno 1980 quando un giovane vicario da poco arrivato, tale don Marco Tizzi, lanciava l'idea di aprire in Parrocchia una redazione radiofonica. Radio Circuito 29 entrava allora nel suo terzo anno di vita ed apparve subito chiaro che il mezzo radiofonico aveva delle potenzialità enormi: era di quegli anni il boom delle radio private nelle quali schiere di ragazzi e non solo muovevano i primi passi, spinti da una grande passione per il nuovo mezzo di comunicazione. Fu così che nacque la redazione di Casalmaggiore, con una connotazione legata alla produzione di programmi culturali. "Speciale in FM", "Sintesi politica", "A tu per tu con", "Casalmaggiore Flash", sono solo alcuni dei programmi settimanali realizzati a Casalmaggiore che poi venivano trasmessi dalla redazione centrale di Viadana.” 

 


La redazione di Casalmaggiore trasmetteva anche la Santa Messa domenicale delle ore 18, un servizio per chi non poteva recarsi in chiesa, potendo comunque sentirsi parte della Comunità.
Me la ricordo, la voce “tonante” di Don Paolo Antonini uscire da una radiolina gracchiante, appoggiata sul davanzale, quando mi capitava di andare a trovare mia nonna alla domenica pomeriggio.
And the Radio plays…

Stefano Superchi

"Canterò soltanto il tempo": quando i versi di Guccini diventano immagine

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