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12 agosto 2026

Libri tra le Mura: il 5 e il 6 settembre Sabbioneta torna capitale della Piccola Editoria

Libri tra le Mura: Sabbioneta torna a vestirsi da Città Ideale della Piccola Editoria

 






Nel cuore del Rinascimento mantovano, dove l’utopia architettonica si è fatta pietra e storia, si rinnova l’appuntamento con la cultura libera e indipendente. Il 5 e 6 settembre 2026 Sabbioneta ospiterà una nuova edizione di "Libri tra le Mura", il Festival della Piccola Editoria Indipendente e Digitale Nazionale.

Organizzata dal Centro Culturale “A Passo d’Uomo” presieduto da Luigi Gardini, in collaborazione con il Comune di Sabbioneta e con la Fondazione Sabbioneta Heritage ETS, la manifestazione trasformerà per un intero fine settimana la "Piccola Atene" ideata da Vespasiano Gonzaga in un laboratorio a cielo aperto di confronto, innovazione ed esplorazione letteraria.

 
Don Ennio Asinari, tra i fondatori del Centro culturale "A passo d'uomo"

Il fascino di un’eredità ideale: tra patrimonio e libera espressione

Non è un caso che un festival dedicato alla valorizzazione del talento indipendente trovi casa proprio a Sabbioneta, patrimonio mondiale UNESCO dal 2008. Fondata sulla visione umanistica del mecenatismo e della ricerca di armonia, la città rinascimentale rappresenta lo scenario perfetto per celebrare il libro come bene prezioso, presidio di conoscenza e strumento di libertà espressiva.

Come ricorda l'organizzazione, l’editoria indipendente italiana sa essere una vera e propria fucina di creatività, una realtà dinamica capace di affrontare con coraggio e passione i temi cruciali del nostro tempo, dalla riflessione storica alla poesia, fino alla saggistica d'attualità e alla narrativa per i più giovani.

 

 


Gli spazi della cultura: un percorso diffuso

L'edizione 2026 vedrà protagonisti alcuni dei luoghi storici e monumentali più suggestivi e ricchi di fascino della città.

  • Palazzo Ducale: sarà il cuore pulsante degli incontri e ospiterà gli appuntamenti nella maestosa Sala degli Elefanti, nella solenne Sala degli Asburgo, nel porticato del cortile e nel seminterrato.

  • Teatro all’Antica: straordinaria cornice per la serata d'apertura del sabato.

  • Palazzo Forti: le attività all'aperto e gli incontri musicali serali troveranno spazio tra la sede della Biblioteca Comunale “Enrico Agosta del Forte” e l'incantevole giardino di Palazzo Forti.

Palazzo Forti

 

 

Il Programma Completo della Manifestazione

(Orario continuato dalle ore 10:00 alle ore 19:00, con eventi serali alle 21:00)

 SABATO 5 SETTEMBRE

  • 10:00Sala degli Elefanti: Inaugurazione ufficiale della manifestazione.

  • 10:30Sala degli Elefanti: Origine e storia di Fuoco Fuochino con intervento musicale di Massimo Somenzari.

  • 10:30Porticato cortile Palazzo Ducale: MANI IN PASTA! Laboratorio per bambini a cura di "Pasta Fresca Boni" di Gionata Maffezzoli.

  • 10:30Sala degli Asburgo: Presentazione della casa editrice Narratori del mistero e dei titoli portati al Festival.

  • 11:00Seminterrato di Palazzo Ducale: Presentazione e visita guidata alla mostra "RITRATTI DI LIBERTÀ (1946-2026): il voto, le madri costituenti e il domani", realizzata dagli studenti del territorio.

  • 11:30Sala degli Elefanti: Presentazione del libro "RUBY SAND - UN'ORA PRIMA DELL'ALBA" (PAV Editore).

  • 11:45Sala degli Asburgo: Presentazione di "TRA LE FIAMME E LE ROSE" di Franco Zaffanella, in collaborazione con la Biblioteca Comunale di Sabbioneta.

  • 14:30Porticato cortile Palazzo Ducale: Laboratorio per bambini e ragazzi per la realizzazione di burattini, tenuto dal maestro Guido Rubini.

  • 15:00Sala degli Elefanti: "SCUOLA-CITTÀ DI CASALMAGGIORE. Storia di un esperimento didattico" di Massimo Bondioli. Presenta il Prof. Matteo Morandi (docente di Pedagogia, Università di Pavia).

  • 16:00Sala degli Elefanti: Presentazione del romanzo "LOMPARFE – OVVERO L'UOMO PERFETTO" di Mauro Acquaroni.

  • 17:00Sala degli Elefanti: Presentazione di "PRIMA DELL'APOCALISSE" di Gianluca Solera. Modera il Prof. Michele Perini.

  • 18:00Sala degli Elefanti: Scrivere e leggere oggi: incontro con Davide Bregola, autore di "LEZIONE DALLE ROVINE".

  • 21:00Teatro all'Antica: "QUASI UNA VITA" di Stefano Prandini — Presentazione e lettura di poesie con l'accompagnamento dell'arpa di Kevin Frasson, giovane talento pluripremiato.

 DOMENICA 6 SETTEMBRE

  • 10:00Sala degli Elefanti: Giornata Europea della Cultura Ebraica — Esibizione del Gruppo Fōg Balarīn con brani musicali ebraici ed intermezzi di letture sul tema della giornata.

  • 11:00Porticato cortile Palazzo Ducale: "VIAGGIO TRA I VERSI DI DANTE" — Performance degli studenti di 4° AM/AN dell'Istituto Sanfelice di Viadana, a cura delle Prof.sse Giulia Ponzi e Giulia Andreoli.

  • 15:00Porticato cortile Palazzo Ducale: Spettacolo di burattini a seguito del laboratorio del maestro e artista Guido Rubini.

  • 15:00Sala degli Elefanti: Presentazione e lettura di versi del libro "VERDE, equilibrio e fiori rossi" con l'autore Gabriele Oselini; al piano il M° Marino Cavalca. Introduce Alessia Rovina.

  • 16:00Sala degli Elefanti: Presentazione del libro "LA SECONDA VOLTA" di Paolo Pisi.

  • 17:00Sala degli Elefanti: "LA CANTATA DEL CAFFÈ" di Stefano Ghisleri, presentazione accompagnata da momenti musicali a cura dell'autore.

  • 17:30Sala degli Asburgo: Dialogo tra autori: Lorenzo Grazzi e Stefania Nadalini presentano rispettivamente "PIANTE, LIBRI E CUORI SPEZZATI" e "IO MI ASSOLVO CONFESSIONI IN CABINA".

  • 18:00Sala degli Elefanti: In occasione del Terzo centenario della canonizzazione di S. Luigi Gonzaga, Giancarlo Mattioli presenta il libro "S. LUIGI GONZAGA NELLE IMMAGINI POPOLARI". Verrà allestita per l'occasione una mostra di circa venti tavolette sulla vita del Santo.

  • 21:00Giardino di Palazzo Forti: CANZONI DI RESISTENZA E RESILIENZA — Performance del Gruppo Perito Rural con intermezzo di lettura di brani dal libro "GIACOMINO, LA GAZZA E LA GUERRA".


 

Un invito aperto alla scoperta

Libri tra le Mura non è soltanto una fiera di settore per addetti ai lavori, ma un'autentica festa della comunità, pensata per coinvolgere famiglie, studenti, lettori appassionati e curiosi di ogni età. Un weekend imperdibile per chiunque voglia immergersi nelle parole, ascoltare buona musica ed esplorare l'inestimabile patrimonio storico di Sabbioneta.

 

Info & Contatti

 

  • Organizzazione: Centro Culturale A Passo d'Uomo

  • Email: centroculturaleapassoduomo@gmail.com

  • Telefono: 349 1296429

  • Instagram: @libritralemura

  • Sito istituzionale: visitsabbioneta.it | #visitsabbioneta
     
     
     
     

    a cura di Stefano Superchi 

     

05 agosto 2026

CooltuRADIO #3 - POPOLAROID (Radio Popolare) - Istantanee notturne per sognatori

 POPOLAROID Istantanee notturne per sognatori

 

La radio come spazio di racconto, ascolto e memoria

 "Ho amato tanto la Polaroid. Vedere stampare sotto i miei occhi la foto è sempre stata una sorpresa divertente ed emozionante. Ho amato anche la bellezza dello spazio bianco intorno all’immagine, che mi permetteva di scrivere la data e dare un titolo alla foto; spesso era ispirato da una canzone. Se ci pensate bene le canzoni, come le fotografie, sono la nostra memoria nel tempo, sono il clic che fa catturare ricordi meravigliosi. A PoPolaroid accompagno la musica con istantanee sonore; sono scatti personali, sociali e soprattutto sentimentali. Con PoPolaroid ascolta e vedrai".

Basil Baz (conduttore di PoPolaroid)

 



In un panorama radiofonico spesso dominato dalla velocità, Popolaroid di Radio Popolare si distingue per un’idea semplice ma preziosa, fare della radio un luogo di incontro tra musica, narrazione e sensibilità culturale. È un programma che non si limita a selezionare brani o a commentare l’attualità, ma costruisce un’atmosfera, un piccolo territorio sonoro in cui chi ascolta viene accompagnato con misura, curiosità e intelligenza.

La forza di Popolaroid sta proprio nella sua natura ibrida: non è solo una trasmissione musicale, e non è soltanto una rassegna di testi o di suggestioni letterarie. È piuttosto un dispositivo narrativo, capace di intrecciare voci, atmosfere e riferimenti diversi, offrendo ogni volta un’esperienza che somiglia più a un viaggio che a una semplice scaletta.




Radio Popolare ha da sempre un’identità fortemente riconoscibile, è una radio che sa raccontare. Pone attenzione alla cultura, ai linguaggi contemporanei, alla dimensione civile dell’informazione e a una comunità di ascoltatori non passivi. Popolaroid si inserisce bene in questa tradizione, perché usa la radio non come sottofondo, ma come strumento di relazione.

Il programma lavora su un terreno raro, restituisce alla parola il suo peso, senza rinunciare alla musica come elemento emotivo. In questo senso, l’ascolto diventa un gesto quasi letterario. Ogni passaggio, ogni pausa, ogni scelta sonora contribuisce a creare un clima che invita a rallentare e a prestare attenzione.




L’estate carveriana.

In questo periodo, Popolaroid propone anche l’iniziativa estiva denominata “estate carveriana”, un omaggio a Raymond Carver, uno degli autori più intensi della narrativa americana del Novecento. L’idea è tanto semplice quanto efficace: il conduttore legge e recita brani tratti dai racconti di Carver, alternandoli a intermezzi musicali che ne amplificano il tono emotivo.

Una formula che funziona perché Carver è uno scrittore che vive di sottrazione, di silenzi, di dettagli minimi e di tensioni appena trattenute. La sua scrittura, essenziale e limpida, sembra quasi chiedere una forma di ascolto rispettosa, e non superficiale. La radio, con la sua capacità di lavorare sulla voce e sul ritmo, diventa allora il mezzo ideale per restituire la densità di quei testi.

L’alternanza tra lettura e musica non serve solo a “illustrare” i racconti, ma crea una specie di controcanto. I brani musicali non interrompono la narrazione ma la commentano e la prolungano. Ne nasce una piccola esperienza immersiva, in cui il confine tra letteratura e paesaggio sonoro si fa sottile.




Portare Carver in radio significa anche riconoscere che la sua scrittura ha una qualità profondamente orale. I suoi personaggi, le sue stanze, le sue periferie dell’anima acquistano una forza particolare quando vengono affidati alla voce. La recitazione, se misurata e precisa, può rendere ancora più evidente quel senso di precarietà quotidiana che attraversa i suoi racconti.

C’è qualcosa di molto contemporaneo in questa scelta: in un’epoca di consumo rapido dei contenuti, l’“estate carveriana” invita a un ascolto quasi controcorrente. Chiede attenzione, disponibilità, tempo. E proprio per questo ha valore culturale, oltre che artistico.




Popolaroid, anche attraverso questa proposta estiva, mostra che la radio può ancora essere un luogo di immaginazione. Non soltanto informazione o intrattenimento, ma spazio di educazione sentimentale, di scoperta e di memoria condivisa. L’ascoltatore non è trattato come un consumatore distratto, bensì come un interlocutore capace di seguire una trama, di lasciarsi attraversare da una voce, di riconoscere nella musica e nella letteratura forme diverse dello stesso bisogno di senso.

L’“estate carveriana” è allora più di una semplice rubrica stagionale ma un piccolo rito d’ascolto. Un invito a entrare, per la durata di una trasmissione, dentro un tempo diverso, più lento e più vero. E forse il merito più grande di Popolaroid è ricordarci che la cultura, quando sa farsi esperienza viva, può ancora abitare la radio con naturalezza e intensità.


Stefano Superchi


 

 

da questo link potete accedere alla pagina web di Radio Popolare e ascoltare (o scaricare) le puntate di PoPolaroid, comprese le puntate dedicate all'"estate carveriana".

  
Per chi preferisce i mezzi radiofonici più tradizionali Radio Popolare si può ascoltare sulle frequenze:
104.700 Mantova
107.500 Parma
107.600 Milano, Brescia, Pavia, Piacenza, Cremona

oppure con il sistema DAB (“popolare”) o sul Satellite sui canali 8870 di Sky e 635 di tivùsat

01 agosto 2026

La fotografia come testimonianza civile: Dorothea Lange agli Scavi Scaligeri di Verona

 La fotografia come testimonianza civile: Dorothea Lange agli Scavi Scaligeri di Verona

 


 

Nel cuore di Verona, negli spazi suggestivi del Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri, si è aperta una mostra che non è soltanto un percorso visivo, ma un viaggio etico della storia del Novecento. Protagonista è Dorothea Lange, tra le più influenti fotografe americane del secolo scorso, il cui lavoro continua a interrogare lo sguardo contemporaneo con una forza che travalica il tempo.

 


 

Nota soprattutto per i suoi scatti realizzati durante la Grande Depressione, Lange ha costruito un linguaggio fotografico che sfugge alla mera documentazione per farsi strumento di denuncia e consapevolezza. Le immagini esposte a Verona restituiscono con intensità il cuore del suo progetto, raccontare le condizioni di vita delle classi più vulnerabili, rendere visibile ciò che la società tende a rimuovere.

 


Al centro della mostra si impone inevitabilmente “Migrant Mother” (1936), icona universale della sofferenza e della dignità umana. Ma ridurre Lange a un’unica fotografia sarebbe limitante; il percorso espositivo amplia lo sguardo su un’intera produzione segnata da un profondo impegno sociale. I volti dei lavoratori agricoli, delle famiglie sfollate, degli emarginati diventano presenze vive, mai oggetti passivi di osservazione. Lange non si limita a fotografare, costruisce una relazione, entra in dialogo con i soggetti, restituisce loro una voce.

 


Questa dimensione relazionale è uno degli aspetti più potenti della sua opera. Le sue immagini non sono mai invasive o sensazionalistiche; al contrario, si fondano su un rispetto radicale per la persona ritratta. In un’epoca in cui la fotografia sociale rischia spesso di scivolare nella spettacolarizzazione del dolore, il lavoro di Lange appare ancora oggi come un modello di responsabilità etica.

 


La mostra veronese sottolinea inoltre il contesto storico in cui queste fotografie nascono. Il progetto della Farm Security Administration, per cui Lange lavorò negli anni Trenta, non fu solo un incarico documentaristico, ma un’operazione politica e culturale: utilizzare l’immagine per sensibilizzare l’opinione pubblica e influenzare le politiche sociali. In questo senso, la fotografia diventa strumento attivo di cambiamento, capace di incidere nel dibattito pubblico.

 


Particolarmente significativa è anche la sezione dedicata agli anni della Seconda guerra mondiale, in cui Lange documentò l’internamento dei cittadini nippo-americani. Qui la sua ricerca assume toni ancora più esplicitamente critici: le immagini denunciano una violazione dei diritti civili che la narrazione ufficiale tendeva a giustificare o occultare. Ancora una volta, la fotografia si configura come atto di resistenza.

 


Visitare questa mostra significa confrontarsi con una domanda che resta aperta: quale può essere oggi il ruolo della fotografia sociale? In un mondo saturo di immagini, la lezione di Dorothea Lange invita a recuperare uno sguardo consapevole, capace di andare oltre la superficie e di interrogare le strutture profonde della realtà.

 


Agli Scavi Scaligeri, dunque, non si celebra soltanto una grande fotografa, ma si rinnova una riflessione urgente sul potere delle immagini. E sul dovere, sempre attuale, di guardare davvero cosa succede intorno a noi.

 per maggiori informazioni: link

Stefano Superchi 

 




29 luglio 2026

Quarant’anni di “Lifes Rich Pageant”: il disco che ha cambiato i R.E.M.

 Quarant’anni di “Lifes Rich Pageant”: il disco che ha cambiato i R.E.M.

 




 Il 28 luglio del 1986, mentre l’America attraversava una fase di ridefinizione culturale e politica sotto la seconda presidenza Reagan, i R.E.M. pubblicavano Lifes Rich Pageant, un album destinato a segnare una svolta nella loro carriera e, più in generale, nella storia del rock alternativo. A quarant’anni dalla sua uscita, questo disco resta un’opera cruciale non solo per il suono che propone, ma per il modo in cui intercetta e rielabora il sentimento di un’epoca.

 




Fino a quel momento, la band di Athens, Georgia, era conosciuta per un linguaggio musicale introverso, fatto di atmosfere sospese. Murmur e Reckoning avevano costruito un alone di culto attorno alla band, ma parlavano sottovoce. Con Lifes Rich Pageant, invece, i R.E.M. alzano il volume, letteralmente e simbolicamente. È il primo disco in cui la voce di Michael Stipe emerge con maggiore chiarezza, ma è anche quello in cui i contenuti si fanno più esplicitamente politici e sociali.




Brani come Fall on Me e Cuyahoga affrontano temi ambientali con una lucidità sorprendente per l’epoca, anticipando sensibilità che diventeranno centrali solo decenni dopo. Il riferimento al fiume Cuyahoga, simbolo dell’inquinamento industriale americano, si trasforma in una meditazione sulla memoria e sulla responsabilità collettiva. Più che una denuncia un canto dolente e consapevole.


 


 

Allo stesso tempo, il disco non rinuncia alla sua dimensione più intima e radicata nel Sud degli States. Swan Swan H richiama la tradizione folk e la memoria della Guerra Civile, mentre These Days e Begin the Begin catturano un senso di urgenza e inquietudine che sembra riflettere il clima culturale degli anni Ottanta, un’epoca di progresso tecnologico e crescita economica, ma anche di profonde disuguaglianze e tensioni sociali.

 


 

Con la produzione di Don Gehman il suono si fa più diretto, più “americano”, meno avvolto nell’eco che caratterizzava i lavori precedenti. La chitarra di Peter Buck resta centrale, ma si inserisce in un impianto più robusto, quasi rock classico, che rende il disco più accessibile senza tradirne l’identità.

 


È proprio questa tensione tra accessibilità e profondità a rendere Lifes Rich Pageant un album fondamentale. Non è ancora il successo planetario di Out of Time o Automatic for the People, ma è il momento in cui i R.E.M. trovano una voce capace di parlare a un pubblico più ampio senza perdere complessità. È, in un certo senso, il loro disco di maturità.

 


A quarant’anni di distanza, riascoltare Lifes Rich Pageant significa confrontarsi con un’opera che ha saputo leggere il proprio tempo e, allo stesso tempo, anticipare il nostro. In un’epoca in cui le questioni ambientali e sociali sono tornate al centro del dibattito globale, le sue canzoni risuonano con una forza rinnovata. Non come ferrivecchi di un passato lontano, ma come frammenti ancora vivi di una conversazione che non si è mai interrotta.

Stefano Superchi 

 

 

24 luglio 2026

Antoni Gaudí, l'Architetto filosofo della Natura

 Antoni Gaudí, l'Architetto filosofo della Natura

 


Passeggiando per Barcellona, capoluogo della Catalogna, si incontrano una serie di straordinari palazzi e costruzioni dallo stile architettonico colorato e unico, capaci di catturare l'armonia uomo-natura. Queste opere portano tutte il nome di Antoni Gaudí y Cornet, noto semplicemente come Antoni Gaudí. L'architetto, nato il 25 giugno 1852 muore 100 anni fa, il 10 giugno 1926 – ironia della sorte - investito da un tram mentre, in piedi in mezzo alla strada stava tornando a casa dal cantiere della sua grande opera, la Sagrada Familia all’epoca in costruzione, aveva 73 anni.

Gaudì, col suo stile inconfondibile, unico e mai visto prima, ha plasmato l'aspetto di una delle più affascinanti città del mediterraneo, che ospita la maggior parte delle sue creazioni, rendendola ammaliante, incantevole e fiabesca.

Le architetture di Gaudì sono dislocate in più punti e spesso poste tra quartieri dove gotico, romano e romanico, barocco e neoclassico si sposano col mare regalando a Barça angoli seducenti in cui lo sguardo si perde e l’anima si fa incredula.
Definito da Le Corbusier come il «plasmatore della pietra, del laterizio e del ferro», Gaudí seppe carpire lo spirito catalano, diventando anche un modello culturale, ossia il più importante esponente del Modernismo catalano e uno dei più importanti nomi dell’architettura europea in stile Art Nouveau.
 


 

Nato a Reus, nella Catalogna meridionale, Antoni Gaudí si trasferì a Barcellona nel 1869, dove conobbe diversi esponenti della Renaixença, un movimento politico e culturale che, tramite il recupero della lingua e della cultura catalane, auspicava l’autonomia dal governo castigliano. Questa prospettiva influenzerà molto il suo percorso artistico, dando spirito a un linguaggio molto personale e praticamente impossibile da incasellare ed eguagliare.
Conseguito, non senza fatica e interruzioni, il diploma in Architettura, Antoni Gaudí cominciò a viaggiare in Europa. A Parigi, dove era andato per visitare l’Esposizione Universale, entrò in contatto con i primi esponenti dell’Art Nouveau, movimento artistico nato alla fine dell'Ottocento nel contesto della seconda rivoluzione industriale, con lo scopo di portare la bellezza nella vita quotidiana delle persone unendo arte e artigianato.

Il nuovo linguaggio architettonico venne personalizzato da Gaudí, che mescolò la grande ricchezza decorativa ispirata al mondo naturale e animale e l’interesse per i nuovi materiali industriali scoperti in Francia ed importati nella sua Catalunya dando così vita al Modernismo catalano divenuto famoso in tutto il mondo. Nonostante sia piena di arte da gustare quando si nomina Barcellona la prima cosa che viene in mente è l’architettura di Gaudí.
A Barcellona Gaudí, pur giovanissimo, iniziò ad avere numerosi incarichi e commissioni. Fu disegnatore nello studio del suo ex professore Joan Martorell, consigliere del filantropo Josep Maria Bocabella, che fu promotore della costruzione della Sagrada Familia, fino all’incontro con l’industriale Eusebi Güell, che divenne il suo mecenate.


 

 

Alcune delle opere famose ed iconiche dell’architetto catalano a Barcellona
 

Dopo le prime opere, come i lampioni di Plaça Reial, di Pla de Palau e Casa Vicens, negli ultimi decenni dell'Ottocento Gaudí comincia a lavorare a stretto contatto con Güell, costruendogli un palazzo che, per la prima volta includeva gli archi parabolici, che diverranno tipici del suo stile. Poco tempo dopo realizzò, ma senza finirlo, il colossale Parc Güell, un'opera urbanistica ambiziosa costruita sul fianco del Monte Carmelo e pensata come una città-giardino: al centro una grande piazza circondata da un colonnato, dove si accede tramite una grande scalinata popolata da creature immaginarie molto simili a lucertole, rivestite di coloratissimi frammenti di ceramica. Un'opera unica che contribuisce ad aumentare la sua inarrestabile fama.
 

La sua celebrità cresce ulteriormente grazie a due opere successive: Casa Batlló e Casa Milà, detta La Pedrera, due palazzi stupefacenti che renderanno la città riconoscibile in tutto il mondo e tutt’ora tra i più strabilianti dell’architettura mondiale. Si tratta di edifici dalle forme imprevedibili e gioiose, arricchite da elementi decorativi ispirati al mondo naturale carichi di dettagli colorati in ceramica, legno e ferro. Sorprende la mancanza di angoli nei muri che invece si presentano sinuosi come le onde del mare. Strepitosi anche negli interni e i tetti decorati da camini che in realtà sono vere e proprie statue.
 


 

Farolas di Plaça Reial


Le Farolas di Plaça Reial, anche conosciute come “i lampioni di Plaça Reial”, sono un esempio unico del talento di Gaudí come designer di elementi urbani. Risalgono al 1878 e sono uno dei pochissimi lavori che l’architetto fece per l’amministrazione pubblica barcellonese.

 

Casa Vicens


Trionfo di ferro battuto, forme sinuose e dettagli intricati sono costituiti da un fusto in ghisa sostenuto da un basamento in marmo. Rappresentano uno dei dettagli imperdibili di Plaça Reial situata a fianco della Rambla, dettagli che danno a questo angolo circondato da portici un’eleganza antica che sa di moderno, è una delle prime opere di Gaudí e un vero capolavoro dell’architettura modernista. Costruita tra il 1883 e il 1885 come casa di villeggiatura estiva della famiglia Vicens, rappresenta un punto di svolta nel lavoro di Gaudí, perché segna l’inizio del suo stile distintivo. Riconoscibile per la facciata decorata con piastrelle di ceramica bianche e verdi e dettagli ispirati alla natura, vedi i motivi floreali e le foglie di palma, è un colpo d’occhio indescrivibile. Anche l’interno , come tutte le opere del grande Gaudì, è altrettanto affascinante, colori vibranti e pareti rivestite di piastrelle colorate la rendono una dimora stupefacente, e una volta vista, difficile da dimenticare.


 

 

Casa Batlló
 

Costruita tra il 1904 e il 1906 come edificio residenziale della famiglia dell’industriale Josep Batlló y Casanovas. La facciata della Casa è un intricato splendore di forme sinuose e colori vivaci, con finestre che sembrano occhi che osservano il Passeig de Grácia e il traffico che lo attraversa a ogni ora del giorno. Il tetto di Casa Batlló, multicolore e ondulato, ricorda la pelle squamata di un dragone, un animale mitologico che torna spesso nell’opera di Gaudí e richiama la leggenda di Sant Jordi, patrono della Catalogna. L’interno di Casa Batlló è ugualmente stupefacente: varcare la porta di Casa Batlló è come entrare in un magico universo parallelo ricco di simbolismi e angoli fiabeschi dove le pareti sembrano onde e non hanno angoli.
 

 

Casa Milà, detta La Pedrera

Casa Milà, particolare


 
Anch’essa situata in bella mostra in coda al Passeig de Grácia si riconosce immediatamente dall’iconica facciata costruita con grezzi blocchi di roccia da farla sembrare incastonata in una grotta, cosa che le è valso il soprannome di Pedrera che significa cava. In cima domina un enorme terrazzo visitatissimo grazie ai suoi “fumaioli” che hanno sì la funzione di canne fumarie, ma che ricordano soldati medievali, con tanto di corazze ed elmi, più che veri e propri camini. Questi strani ometti sono in pietra ricoperta di tufo, appoggiano sull’ampio terrazzo tutto ondulato e pieno di scale che formano un affascinante sali-scendi, alcuni sono ricoperti di mosaici fatti di vetri spezzati, nello stile che ritroviamo in altri lavori dell’artista.

 

 

 

Parc Güell

Parc Güell


 

Che dire del Parc Güell? Luogo incantato che sembra uscito da un sogno in cui la natura si armonizza con grazia all’architettura. Commissionato dall’industriale Eusebi Güell, questo parco pubblico fu progettato da Gaudí tra il 1900 e il 1914. Il suo angolo più famoso e fotografato è probabilmente la grande terrazza dalle panche in pietra ricoperte di piastrelle spezzettate di ceramica smaltata chiamate trencadís da cui si può ammirare una vista panoramica mozzafiato sulla città. Le terrazze non sono l’unico punto forte del parco, iconici anche la scalinata all’ingresso, dove riposa pigra lasalamandra mosaicata, e il Pórtico de la Lavandera caratterizzato da una forma ondulata che si appoggia su colonne inclinate, aspetti che lo rendono unico ed emblematico.




La Sagrada Familia





La Sagrada Familia

 


 
Se Casa Batlò e Casa Milà continuano a sorprendere e generare la sindrome di Stendhal, dal suo esordio fino alla morte, Gaudí lavorò incessantemente a quello che viene ritenuto il suo progetto più complesso ed ambizioso rimasto purtroppo incompiuto: la Sagrada Familia, ufficialmente chiamata "il Tempio Espiatorio della Sacra Famiglia", con l’ambizione di farla diventare la nuova Cattedrale di Barcellona. Stravolgendo l’originario progetto di Francisco de Paula del Villar y Lozano, Gaudí immaginò una chiesa maestosa e rivoluzionaria, divisa in blocchi indipendenti con elementi sotterranei e volumi aerei.

La facciata esterna è un tripudio di dettagli intricati e simbolismo religioso, mentre l’interno con le sue colonne gigantesche, che sembrano alberi magici svettanti verso il soffitto, e le vetrate colorate che generano giochi di luce pazzeschi, toglie letteralmente il fiato. Seppur inconclusa, visitare la Sagrada Familia è un’esperienza indimenticabile, non oso immaginare cosa sarebbe se Gaudì l’avesse terminata.
 

 


L’opera subisce interruzioni costanti ed è ancora in costruzione. La data è cambiata molte volte, ma in teoria si prevede che sarà completata entro la fine del 2026, in occasione appunto del centenario della morte dell’architetto: il progetto era articolato e di ardua realizzazione, anche a causa delle altissime guglie quindi, per le difficoltà tecniche incontrate, diventò sempre più difficile procurarsi i finanziamenti. Quando i lavori ripartirono, Gaudí riuscì a vedere completata solo la costruzione di uno dei campanili, quello dedicato a San Barnaba, perché il 7 giugno, fu travolto dal tram numero 30, il primo messo in circolazione a Barcellona. Quel giorno Gaudì aveva concluso la sua giornata di lavoro al cantiere della Sagrada Família e si stava incamminando a piedi, come faceva ogni sera, verso la chiesa di Sant Felip Neri, situata nel quartiere Gotico, per confessarsi e pregare. A causa del forte impatto, perse conoscenza.

Ormai anziano, oltre che un artista galattico, era diventato un vero e proprio asceta tant’è che, a causa del suo abbigliamento umile e trasandato e dell'assenza di documenti, fu scambiato per un mendicante o un vagabondo. Diversi passanti e tassisti si rifiutarono inizialmente di soccorrerlo o di portarlo in ospedale proprio per via del suo aspetto dimesso. Fu infine trasportato all'Ospedale della Santa Creu, dove gli fu diagnosticato un grave trauma cranico. Aveva con sé soltanto un libro dei Vangeli. Venne riconosciuto solo il giorno dopo l’incidente dal cappellano della Sagrada Família. Nonostante le cure, morì tre giorni dopo l'incidente, il 10 giugno. Il 12 giugno si tenne una grandiosa cerimonia pubblica, alla quale parteciparono migliaia di cittadini e ammiratori. Venne sepolto solennemente nella cripta della Sagrada Família, il suo capolavoro incompiuto.

 



Antoni Gaudì nel periodo delle Avanguardie è riuscito a dare alla città di Barcellona quel qualcosa in più che ancora oggi la rende unica, favolosa e magica, un insieme di colori vivacissimi e forme smussate che non si possono vedere in nessun altro luogo al mondo. L’unicità di questo genio dell’architettura è tale da renderlo ancora oggi uno dei più amati ed inimitabili di sempre, in effetti nessuno più si è azzardato ad imitare le sue forme. La forza narrativa ed espressiva che caratterizza le sue opere fa sì che nessuno possa sentirsi estraneo alle sue architetture visionarie, oniriche e romanzate. In ogni costruzione racconta una storia affascinante e fuori dal tempo, pregna di riferimenti e di particolari nascosti. Ogni luogo dove si erge una sua opera diventa fiaba, magia, sogno, luogo incantato per piccoli e grandi, per chi di architettura ha conoscenza e passione e per chi ne è totalmente estraneo.


 

 

 

«L'originalità consiste nel tornare all'origine». Con queste parole Gaudì definiva la sua arte che nella natura trova l'essenza e il significato dell'architettura, guardando le sue opere si prova quell’ incanto e quell’emozione come la natura sa dare.


Giovanna Anversa



Libri tra le Mura: il 5 e il 6 settembre Sabbioneta torna capitale della Piccola Editoria

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