La fotografia come testimonianza civile: Dorothea Lange agli Scavi Scaligeri di Verona
Nel cuore di Verona, negli spazi suggestivi del Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri, si è aperta una mostra che non è soltanto un percorso visivo, ma un viaggio etico della storia del Novecento. Protagonista è Dorothea Lange, tra le più influenti fotografe americane del secolo scorso, il cui lavoro continua a interrogare lo sguardo contemporaneo con una forza che travalica il tempo.
Nota soprattutto per i suoi scatti realizzati durante la Grande Depressione, Lange ha costruito un linguaggio fotografico che sfugge alla mera documentazione per farsi strumento di denuncia e consapevolezza. Le immagini esposte a Verona restituiscono con intensità il cuore del suo progetto, raccontare le condizioni di vita delle classi più vulnerabili, rendere visibile ciò che la società tende a rimuovere.
Al centro della mostra si impone inevitabilmente “Migrant Mother” (1936), icona universale della sofferenza e della dignità umana. Ma ridurre Lange a un’unica fotografia sarebbe limitante; il percorso espositivo amplia lo sguardo su un’intera produzione segnata da un profondo impegno sociale. I volti dei lavoratori agricoli, delle famiglie sfollate, degli emarginati diventano presenze vive, mai oggetti passivi di osservazione. Lange non si limita a fotografare, costruisce una relazione, entra in dialogo con i soggetti, restituisce loro una voce.
Questa dimensione relazionale è uno degli aspetti più potenti della sua opera. Le sue immagini non sono mai invasive o sensazionalistiche; al contrario, si fondano su un rispetto radicale per la persona ritratta. In un’epoca in cui la fotografia sociale rischia spesso di scivolare nella spettacolarizzazione del dolore, il lavoro di Lange appare ancora oggi come un modello di responsabilità etica.
La mostra veronese sottolinea inoltre il contesto storico in cui queste fotografie nascono. Il progetto della Farm Security Administration, per cui Lange lavorò negli anni Trenta, non fu solo un incarico documentaristico, ma un’operazione politica e culturale: utilizzare l’immagine per sensibilizzare l’opinione pubblica e influenzare le politiche sociali. In questo senso, la fotografia diventa strumento attivo di cambiamento, capace di incidere nel dibattito pubblico.
Particolarmente significativa è anche la sezione dedicata agli anni della Seconda guerra mondiale, in cui Lange documentò l’internamento dei cittadini nippo-americani. Qui la sua ricerca assume toni ancora più esplicitamente critici: le immagini denunciano una violazione dei diritti civili che la narrazione ufficiale tendeva a giustificare o occultare. Ancora una volta, la fotografia si configura come atto di resistenza.
Visitare questa mostra significa confrontarsi con una domanda che resta aperta: quale può essere oggi il ruolo della fotografia sociale? In un mondo saturo di immagini, la lezione di Dorothea Lange invita a recuperare uno sguardo consapevole, capace di andare oltre la superficie e di interrogare le strutture profonde della realtà.
Agli Scavi Scaligeri, dunque, non si celebra soltanto una grande fotografa, ma si rinnova una riflessione urgente sul potere delle immagini. E sul dovere, sempre attuale, di guardare davvero cosa succede intorno a noi.
Quarant’anni di “Lifes Rich Pageant”: il disco che ha cambiato i R.E.M.
Il 28 luglio del 1986, mentre l’America attraversava una fase di ridefinizione culturale e politica sotto la seconda presidenza Reagan, i R.E.M. pubblicavano Lifes Rich Pageant, un album destinato a segnare una svolta nella loro carriera e, più in generale, nella storia del rock alternativo. A quarant’anni dalla sua uscita, questo disco resta un’operacruciale non solo per il suono che propone, ma per il modo in cui intercetta e rielabora il sentimento di un’epoca.
Fino a quel momento, la band di Athens, Georgia, era conosciuta per un linguaggio musicale introverso, fatto di atmosfere sospese. Murmur e Reckoning avevano costruito un alone di culto attorno alla band, ma parlavano sottovoce. Con Lifes Rich Pageant, invece, i R.E.M. alzano il volume, letteralmente e simbolicamente. È il primo disco in cui la voce di Michael Stipe emerge con maggiore chiarezza, ma è anche quello in cui i contenuti si fanno più esplicitamente politici e sociali.
Brani come Fall on Me e Cuyahoga affrontano temi ambientali con una lucidità sorprendente per l’epoca, anticipando sensibilità che diventeranno centrali solo decenni dopo. Il riferimento al fiume Cuyahoga, simbolo dell’inquinamento industriale americano, si trasforma in una meditazione sulla memoria e sulla responsabilità collettiva. Più che una denuncia un canto dolente e consapevole.
Allo stesso tempo, il disco non rinuncia alla sua dimensione più intima e radicata nel Sud degli States. Swan Swan H richiama la tradizione folk e la memoria della Guerra Civile, mentre These Days e Begin the Begin catturano un senso di urgenza e inquietudine che sembra riflettere il clima culturale degli anni Ottanta, un’epoca di progresso tecnologico e crescita economica, ma anche di profonde disuguaglianze e tensioni sociali.
Con la produzione di Don Gehman il suono si fa più diretto, più “americano”, meno avvolto nell’eco che caratterizzava i lavori precedenti. La chitarra di Peter Buck resta centrale, ma si inserisce in un impianto più robusto, quasi rock classico, che rende il disco più accessibile senza tradirne l’identità.
È proprio questa tensione tra accessibilità e profondità a rendere Lifes Rich Pageant un album fondamentale. Non è ancora il successo planetario di Out of Time o Automatic for the People, ma è il momento in cui i R.E.M. trovano una voce capace di parlare a un pubblico più ampio senza perdere complessità. È, in un certo senso, il loro disco di maturità.
A quarant’anni di distanza, riascoltare Lifes Rich Pageant significa confrontarsi con un’opera che ha saputo leggere il proprio tempo e, allo stesso tempo, anticipare il nostro. In un’epoca in cui le questioni ambientali e sociali sono tornate al centro del dibattito globale, le sue canzoni risuonano con una forza rinnovata. Non come ferrivecchi di un passato lontano, ma come frammenti ancora vivi di una conversazione che non si è mai interrotta.
Passeggiando per Barcellona, capoluogo della Catalogna, si incontrano una serie di straordinari palazzi e costruzioni dallo stile architettonico colorato e unico, capaci di catturare l'armonia uomo-natura. Queste opere portano tutte il nome di Antoni Gaudí y Cornet, noto semplicemente come Antoni Gaudí. L'architetto, nato il 25 giugno 1852 muore 100 anni fa, il 10 giugno 1926 – ironia della sorte - investito da un tram mentre, in piedi in mezzo alla strada stava tornando a casa dal cantiere della sua grande opera, la Sagrada Familia all’epoca in costruzione, aveva 73 anni.
Gaudì, col suo stile inconfondibile, unico e mai visto prima, ha plasmato l'aspetto di una delle più affascinanti città del mediterraneo, che ospita la maggior parte delle sue creazioni, rendendola ammaliante, incantevole e fiabesca.
Le architetture di Gaudì sono dislocate in più punti e spesso poste tra quartieri dove gotico, romano e romanico, barocco e neoclassico si sposano col mare regalando a Barça angoli seducenti in cui lo sguardo si perde e l’anima si fa incredula. Definito da Le Corbusier come il «plasmatore della pietra, del laterizio e del ferro», Gaudí seppe carpire lo spirito catalano, diventando anche un modello culturale, ossia il più importante esponente del Modernismo catalano e uno dei più importanti nomi dell’architettura europea in stile Art Nouveau.
Nato a Reus, nella Catalogna meridionale, Antoni Gaudí si trasferì a Barcellona nel 1869, dove conobbe diversi esponenti della Renaixença, un movimento politico e culturale che, tramite il recupero della lingua e della cultura catalane, auspicava l’autonomia dal governo castigliano. Questa prospettiva influenzerà molto il suo percorso artistico, dando spirito a un linguaggio molto personale e praticamente impossibile da incasellare ed eguagliare. Conseguito, non senza fatica e interruzioni, il diploma in Architettura, Antoni Gaudí cominciò a viaggiare in Europa. A Parigi, dove era andato per visitare l’Esposizione Universale, entrò in contatto con i primi esponenti dell’ArtNouveau, movimento artistico nato alla fine dell'Ottocento nel contesto della seconda rivoluzione industriale, con lo scopo di portare la bellezza nella vita quotidiana delle persone unendo arte e artigianato.
Il nuovo linguaggio architettonico venne personalizzato da Gaudí, che mescolò la grande ricchezza decorativa ispirata al mondo naturale e animale e l’interesse per i nuovi materiali industriali scoperti in Francia ed importati nella sua Catalunya dando così vita al Modernismo catalano divenuto famoso in tutto il mondo. Nonostante sia piena di arte da gustare quando si nomina Barcellona la prima cosa che viene in mente è l’architettura di Gaudí. A Barcellona Gaudí, pur giovanissimo, iniziò ad avere numerosi incarichi e commissioni. Fu disegnatore nello studio del suo ex professore Joan Martorell, consigliere del filantropo Josep Maria Bocabella, che fu promotore della costruzione della Sagrada Familia, fino all’incontro con l’industriale Eusebi Güell, che divenne il suo mecenate.
Alcune delle opere famose ed iconiche dell’architetto catalano a Barcellona
Dopo le prime opere, come i lampioni di Plaça Reial, di Pla de Palau e Casa Vicens, negli ultimi decenni dell'Ottocento Gaudí comincia a lavorare a stretto contatto con Güell, costruendogli un palazzo che, per la prima volta includeva gli archi parabolici, che diverranno tipici del suo stile. Poco tempo dopo realizzò, ma senza finirlo, il colossale Parc Güell, un'opera urbanistica ambiziosa costruita sul fianco del Monte Carmelo e pensata come una città-giardino: al centro una grande piazza circondata da un colonnato, dove si accede tramite una grande scalinata popolata da creature immaginarie molto simili a lucertole, rivestite di coloratissimi frammenti di ceramica. Un'opera unica che contribuisce ad aumentare la sua inarrestabile fama.
La sua celebrità cresce ulteriormente grazie a due opere successive: Casa Batlló e Casa Milà, detta La Pedrera, due palazzi stupefacenti che renderanno la città riconoscibile in tutto il mondo e tutt’ora tra i più strabilianti dell’architettura mondiale. Si tratta di edifici dalle forme imprevedibili e gioiose, arricchite da elementi decorativi ispirati al mondo naturale carichi di dettagli colorati in ceramica, legno e ferro. Sorprende la mancanza di angoli nei muri che invece si presentano sinuosi come le onde del mare. Strepitosi anche negli interni e i tetti decorati da camini che in realtà sono vere e proprie statue.
Farolas di Plaça Reial
Le Farolas di Plaça Reial, anche conosciute come “i lampioni di Plaça Reial”, sono un esempio unico del talento di Gaudí come designer di elementi urbani. Risalgono al 1878 e sono uno dei pochissimi lavori che l’architetto fece per l’amministrazione pubblica barcellonese.
Casa Vicens
Trionfo di ferro battuto, forme sinuose e dettagli intricati sono costituiti da un fusto in ghisa sostenuto da un basamento in marmo. Rappresentano uno dei dettagli imperdibili di Plaça Reial situata a fianco della Rambla, dettagli che danno a questo angolo circondato da portici un’eleganza antica che sa di moderno, è una delle prime opere di Gaudí e un vero capolavoro dell’architettura modernista. Costruita tra il 1883 e il 1885 come casa di villeggiatura estiva della famiglia Vicens, rappresenta un punto di svolta nel lavoro di Gaudí, perché segna l’inizio del suo stile distintivo. Riconoscibile per la facciata decorata con piastrelle di ceramica bianche e verdi e dettagli ispirati alla natura, vedi i motivi floreali e le foglie di palma, è un colpo d’occhio indescrivibile. Anche l’interno , come tutte le opere del grande Gaudì, è altrettanto affascinante, colori vibranti e pareti rivestite di piastrelle colorate la rendono una dimora stupefacente, e una volta vista, difficile da dimenticare.
Casa Batlló
Costruita tra il 1904 e il 1906 come edificio residenziale della famiglia dell’industriale Josep Batlló y Casanovas. La facciata della Casa è un intricato splendore di forme sinuose e colori vivaci, con finestre che sembrano occhi che osservano il Passeig de Grácia e il traffico che lo attraversa a ogni ora del giorno. Il tetto di Casa Batlló, multicolore e ondulato, ricorda la pelle squamata di un dragone, un animale mitologico che torna spesso nell’opera di Gaudí e richiama la leggenda di Sant Jordi, patrono della Catalogna. L’interno di Casa Batlló è ugualmente stupefacente: varcare la porta di Casa Batlló è come entrare in un magico universo parallelo ricco di simbolismi e angoli fiabeschi dove le pareti sembrano onde e non hanno angoli.
Casa Milà, detta La Pedrera
Casa Milà, particolare
Anch’essa situata in bella mostra in coda al Passeig de Grácia si riconosce immediatamente dall’iconica facciata costruita con grezzi blocchi di roccia da farla sembrare incastonata in una grotta, cosa che le è valso il soprannome di Pedrera che significa cava. In cima domina un enorme terrazzo visitatissimo grazie ai suoi “fumaioli” che hanno sì la funzione di canne fumarie, ma che ricordano soldati medievali, con tanto di corazze ed elmi, più che veri e propri camini. Questi strani ometti sono in pietra ricoperta di tufo, appoggiano sull’ampio terrazzo tutto ondulato e pieno di scale che formano un affascinante sali-scendi, alcuni sono ricoperti di mosaici fatti di vetri spezzati, nello stile che ritroviamo in altri lavori dell’artista.
Parc Güell
Parc Güell
Che dire del Parc Güell? Luogo incantato che sembra uscito da un sogno in cui la natura si armonizza con grazia all’architettura. Commissionato dall’industriale Eusebi Güell, questo parco pubblico fu progettato da Gaudí tra il 1900 e il 1914. Il suo angolo più famoso e fotografato è probabilmente la grande terrazza dalle panche in pietra ricoperte di piastrelle spezzettate di ceramica smaltata chiamate trencadís da cui si può ammirare una vista panoramica mozzafiato sulla città. Le terrazze non sono l’unico punto forte del parco, iconici anche la scalinata all’ingresso, dove riposa pigra lasalamandra mosaicata, e il Pórtico de la Lavandera caratterizzato da una forma ondulata che si appoggia su colonne inclinate, aspetti che lo rendono unico ed emblematico.
La Sagrada Familia
La Sagrada Familia
Se Casa Batlò e Casa Milà continuano a sorprendere e generare la sindrome di Stendhal, dal suo esordio fino alla morte, Gaudí lavorò incessantemente a quello che viene ritenuto il suo progetto più complesso ed ambizioso rimasto purtroppo incompiuto: la Sagrada Familia, ufficialmente chiamata "il Tempio Espiatorio della Sacra Famiglia", con l’ambizione di farla diventare la nuova Cattedrale di Barcellona. Stravolgendo l’originario progetto di Francisco de Paula del Villar y Lozano, Gaudí immaginò una chiesa maestosa e rivoluzionaria, divisa in blocchi indipendenti con elementi sotterranei e volumi aerei.
La facciata esterna è un tripudio di dettagli intricati e simbolismo religioso, mentre l’interno con le sue colonne gigantesche, che sembrano alberi magici svettanti verso il soffitto, e le vetrate colorate che generano giochi di luce pazzeschi, toglie letteralmente il fiato. Seppur inconclusa, visitare la Sagrada Familia è un’esperienza indimenticabile, non oso immaginare cosa sarebbe se Gaudì l’avesse terminata.
L’opera subisce interruzioni costanti ed è ancora in costruzione. La data è cambiata molte volte, ma in teoria si prevede che sarà completata entro la fine del 2026, in occasione appunto del centenario della morte dell’architetto: il progetto era articolato e di ardua realizzazione, anche a causa delle altissime guglie quindi, per le difficoltà tecniche incontrate, diventò sempre più difficile procurarsi i finanziamenti. Quando i lavori ripartirono, Gaudí riuscì a vedere completata solo la costruzione di uno dei campanili, quello dedicato a San Barnaba, perché il 7 giugno, fu travolto dal tram numero 30, il primo messo in circolazione a Barcellona. Quel giorno Gaudì aveva concluso la sua giornata di lavoro al cantiere della Sagrada Família e si stava incamminando a piedi, come faceva ogni sera, verso la chiesa di Sant Felip Neri, situata nel quartiere Gotico, per confessarsi e pregare. A causa del forte impatto, perse conoscenza.
Ormai anziano, oltre che un artista galattico, era diventato un vero e proprio asceta tant’è che, a causa del suo abbigliamento umile e trasandato e dell'assenza di documenti, fu scambiato per un mendicante o un vagabondo. Diversi passanti e tassisti si rifiutarono inizialmente di soccorrerlo o di portarlo in ospedale proprio per via del suo aspetto dimesso. Fu infine trasportato all'Ospedale della Santa Creu, dove gli fu diagnosticato un grave trauma cranico. Aveva con sé soltanto un libro dei Vangeli. Venne riconosciuto solo il giorno dopo l’incidente dal cappellano della Sagrada Família. Nonostante le cure, morì tre giorni dopo l'incidente, il 10 giugno. Il 12 giugno si tenne una grandiosa cerimonia pubblica, alla quale parteciparono migliaia di cittadini e ammiratori. Venne sepolto solennemente nella cripta della Sagrada Família, il suo capolavoro incompiuto.
Antoni Gaudì nel periodo delle Avanguardie è riuscito a dare alla città di Barcellona quel qualcosa in più che ancora oggi la rende unica, favolosa e magica, un insieme di colori vivacissimi e forme smussate che non si possono vedere in nessun altro luogo al mondo. L’unicità di questo genio dell’architettura è tale da renderlo ancora oggi uno dei più amati ed inimitabili di sempre, in effetti nessuno più si è azzardato ad imitare le sue forme. La forza narrativa ed espressiva che caratterizza le sue opere fa sì che nessuno possa sentirsi estraneo alle sue architetture visionarie, oniriche e romanzate. In ogni costruzione racconta una storia affascinante e fuori dal tempo, pregna di riferimenti e di particolari nascosti. Ogni luogo dove si erge una sua opera diventa fiaba, magia, sogno, luogo incantato per piccoli e grandi, per chi di architettura ha conoscenza e passione e per chi ne è totalmente estraneo.
«L'originalità consiste nel tornare all'origine». Con queste parole Gaudì definiva la sua arte che nella natura trova l'essenza e il significato dell'architettura, guardando le sue opere si prova quell’ incanto e quell’emozione come la natura sa dare.
Cinque dischi del primo semestre 2026 consigliati da Giorgio Chiesa di "Casalmaggiore a 33giri"
C’è qualcosa di rituale nei dischi dell’estate. Non sono solo colonne sonore stagionali, ma vere e proprie combinazioni emotive, ci accompagnano nei viaggi, attraversano paesaggi, si depositano nei nostri ricordi come una fotografia sonora.
Giorgio Chiesa di "Casalmaggiore a 33 giri" ci propone cinque dischi alternativi per l’estate2026, tra ritorni e derive intimiste, ci offre una selezione eterogenea ma coerente. Cinque dischi che si distinguono per identità, ricerca e capacità evocativa.
Ad ognuno dei cinque dischi abbiamo associato recensioni di riviste specializzate del settore.
Marta Del Grandi – Dream Life
Una delle pregevoli qualità di Marta Del Grandi è quella di non dare nulla per scontato. E il suo nuovo lavoro, “Dream Life”, ne è la conferma, grazie a un equilibrio perfetto tra art-pop e sperimentazione, cantautorato e arrangiamenti sempre coinvolgenti e punteggiati da spunti e capovolgimenti imprevisti. Insomma, dopo le già ottime prove di matrice principalmente folk, la musicista fa ora dell’eclettismo artistico non solo una fonte creativa da cui attingere, ma il suo punto di forza.
Da queste premesse non era affatto scontato mantenere una visione di fondo così coesa, ma l’ottimo lavoro in fase di produzione e l’attenzione dedicata a ogni singolo dettaglio nella composizione di testi e arrangiamenti arginano il pericolo di una raccolta sfilacciata. Ma, più di ogni tipo di lavoro di rifinitura, a permettere la fluidità in una tracklist così sfaccettata è la camaleontica spontaneità con cui Del Grandi compie le sue metamorfosi sonore abbracciando generi differenti anche all’interno dello stesso brano. Pop, funk, jazz e una spruzzata di musica progressiva trovano infatti un’eccezionale e briosa sintesi in “Antarctica” e nella robustezza ritmica di “Neon Lights”. E questa dimensione giocosa emerge ancor più chiaramente nella title track, dove riflessioni dal potenziale politico trasformativo vengono rivestite da un mantello di leggerezza folk-pop e accompagnate da un ironico videoclip. Le sperimentazioni con la strumentazione elettronica, invece, conducono la cantautrice milanese al pulsare inquieto di “20 Days Of Summer” e agli spazi dilatati in cui sono immersi il duetto con Fenne Kuppens (“Some Days”) e l’avvolgente nuvola strumentale “Gold Mine”.
Due brani, però, si distinguono come i due piccoli capolavori compositivi di questa raccolta, che confermano Marta Del Grandi come una delle più originali e ardite autrici attive negli ultimi anni in Europa. La straordinaria mini-sinfonia chamber folk “Alpha Centauri” condensa in quattro minuti e mezzo descrizioni folk e un afflato epico sulla scia delle recenti prove narrative dei Black Country, New Road. Qui lo slancio estatico viene acceso dall’impianto orchestrale che illumina i toni del brano come se fosse lo specchio terrestre del sistema stellare che dà il titolo alla composizione. Dall’impatto emotivo immediato è invece la ballata che chiude la raccolta. Inizialmente scarnificata e progressivamente arricchita dai fiati e dalla batteria, “Oh My Father” esplora con commozione la complessità della relazione genitore-figlia/o e del suo evolversi nel tempo. Del Grandi non poteva trovare note più delicate – e semplicemente belle – per chiudere “Dream Life”, riportando chi ascolta alla profonda materialità di quella che è per molte persone una delle relazioni fondanti del loro esistere.
Si tratta dunque di un disco che parla di sogni ma anche di realtà e piccole cose quotidiane e lo fa con uno spirito musicale raffinato e creativo che incanta sempre di più ad ogni ascolto. A conferma del fatto che, talvolta, il confine tra mondo onirico e realtà è più labile di quello che si creda. Discernere tra i due reami diviene dunque una questione di punto di vista o, meglio, del proprio posizionamento nei confronti del mondo, che, come ci insegnano Adrienne Rich e Donna Haraway, rimane sempre e comunque anche un atto politico.
di Gianfranco Marmoro, Daniel Moor per Onda Rock
Lamante – Non dico addio
Lamante, con il suo secondo disco “Non dico addio”, si muove nel solco del primo album “In memoria di” del 2024, anch’esso prodotto da Taketo Gohara, tornando su temi come memoria, morte e famiglia. Ma allo stesso tempo aggiunge nuovi elementi: cambia, muta, si trasforma. “Non dico addio” è un disco, ma soprattutto un’opera. Lo si percepisce dalla prima all’ultima traccia, per la capacità rara di trasformare un dolore personale in qualcosa di collettivo. Non entra mai in dinamiche eccessivamente private: si può ascoltare senza conoscere nel dettaglio il lutto che ha attraversato la vita della cantautrice, eppure quel dolore arriva con una forza lancinante. E soprattutto, non è un lavoro che si piange addosso, ma sa andare oltre quella ferita, parlando anche di futuro. Di quello che c’è dopo un abisso.
È un progetto rock, nell’attitudine, che morde la pelle, che sbrana attraverso urla strozzate, ma che sa anche accarezzare e sussurrare frasi d’amore. Lamante è divoratrice di sentimenti, di stati d’animo, di memorie. Qui il suono, registrato all’interno di una chiesa consacrata, è completamente al servizio del racconto. Se nel primo lavoro dominavano fiati e chitarre, al centro ora troviamo organo, harmonium e una sezione d’archi: strumenti che evocano una dimensione femminile, materna, che è il cuore pulsante dell’album. Brani come “Governatevi”, “Rimani con me”, “Non dico addio”, “Ritorneremo a guardare il cielo” sono potenti, destinati a trovare la loro espressione più alta dal vivo, dimensione in cui la cantautrice raggiunge il suo apice.
Se “In memoria di” era un bel disco ma più frammentato, “Non dico addio” è invece compatto, coeso, pensato per essere ascoltato nella sua interezza. Un album, in questo senso, come si facevano una volta. Raccontare qualcosa di così intimo cercando un respiro universale è difficile. Qui accade. Ed è proprio questa la sua forza. “Non dico addio” è, senza esitazioni, uno dei progetti più significativi usciti in Italia negli ultimi anni scritti da un’emergente. Prosegue il percorso di un’artista che si ascolta davvero, che fa musica per esprimersi, non per inseguire numeri o logiche industriali. Dentro queste canzoni c’è fede non religiosa, ma umana: la speranza che l’arte non salvi il mondo, ma riesca almeno, ogni tanto, a salvare noi.
di Claudio Cabona per Rockol
Leaving Venice – Price of Caring
E’ un piacere constatare che il rinascimento dello shoegaze abbia preso piede stabilmente anche in Italia con una generazione di band che ne riprende l’estetica e la rende attuale per i tempi incerti che viviamo. Per chi è nuovo del genere, lo shoegaze (guardarsi le scarpe) nasce negli anni 90 come alternativa introspettiva all’esuberanza del britpop e al nichilismo del grunge. Strati di chitarre pesantemente effettate, voci soffuse in sottofondo e tempi dilatati diedero vita a un modo riflessivo di intendere il rock, basato sulle emozioni e sul vissuto personale di incertezze e vulnerabilità. Le band che hanno fatto la storia (My Bloody Valentine, Slowdive e Ride) sono sopravvissute alle crisi e attualmente guidano una nuova ondata che risponde bene all’esigenza attuale di riscoprire delicatezza, emotività, empatia. Nuove band come i Whitelands hanno raccolto il testimone e incantano con suoni celestiali anche i cuori più duri. Per questo, dicevo, fa piacere che l’onda shoegaze sia arrivata in Italia e che stia raccogliendo, nel pubblico che apprezza la musica alternativa, sempre più consensi, tanto che si parla di italogaze. I piacentini Leaving Venice ne sono degni rappresentanti con i loro muri di chitarre, la voce eterea e le aperture melodiche al livello dei colleghi britannici. Il loro album d’esordio, l’appena uscito “Price Of Caring”, (pubblicato dalla Dear Gear Records) si pone come punto di riferimento per la scena nostrana. La giovane band composta da Sara Groppi (voce, chitarra), Nicolò Botti (chitarra), Tommaso Botti (basso) e Diego Cardini (batteria) riprende i principali punti di riferimento del genere e li mette al servizio di una scrittura ammaliante ed energica, per un album che tratta del dilemma del vivere le proprie emozioni con completezza: “I brani di ‘Price Of Caring’ raccontano come, nel confronto con gli altri e con il mondo che ci ospita, l’intensità emotiva possa trasformarsi in un fardello, una fatica silenziosa, pur permettendoci di vivere ogni cosa a fondo”.
L’alternarsi di momenti di calma a fragori impetuosi rappresenta infatti in musica il fardello che viviamo nell’era dell’apparire, cioè vivere appieno le esperienze o nascondere le emozioni per non mostrarsi vulnerabili: “Questa estetica non è solo un linguaggio musicale, ma un mezzo espressivo che amplifica il conflitto al centro dell’album: lasciarsi scivolare addosso le cose per proteggersi e nascondersi, o liberare e celebrare la propria natura emotiva, immergersi”.
“Heaven’s Bright”, uno dei due singoli, colpisce per i riff molto anni 90 e l’ingresso della chitarra che dà subito energia al brano mentre questo va in progressione. “Coming Clean” parte con un ritmo spedito e un giro di accordi che rende omaggio alle aperture dei Ride, per poi calmarsi e puntare sulla melodia del cantato e riprendere forza espressiva a metà brano. “Zebra”, il primo singolo, è lento e sognante come solo gli Slowdive sanno fare, i riverberi e gli intrecci tra le chitarre la fanno da padroni e l’intensità del ritornello dona una sostanza emozionante al brano, con un assolo finale che porta la canzone alle stelle. “Price Of Caring” è costruita sulle armonie chitarristiche e sulla loro fusione con la voce, in un brano tra i più sognanti dell’album che racconta appunto “il prezzo del prendersi cura”.
“Price Of Caring” è un album a cui dare un po’ di spazio per lasciarci accarezzare ed è un buon modo per entrare dentro lo shoegaze e, magari, innamorarsene.
di Luigi Zampi per Onda Rock
VanessaVan Basten – Yes
Non ricordo come sono entrati nella mia vita i Vanessa Van Basten, so solo che, poco dopo l'uscita di “La stanza di Swedenborg”, ci sono rimasto sotto (è grazie a loro e ai Giardini di Mirò che mi sono reso conto che certe sonorità potessero vivere ben oltre i confini americani). Sono passati vent'anni e resta ancora una parte di me. Non che il successivo “Closer to the Small/Dark/Door” fosse da meno. Anzi. Il loro silenzio durato undici anni (tanti ne sono passati dall'EP “Disintegration”), però, si sono fatti sentire. Il peso del silenzio.
Bastano però pochi secondi di Dying in My Bed per capire che i Vanessa Van Basten sono tornati, non solo come presenza, ma come spirito che tutto permea. Aperture e dissonanze, violenza e involo etereo. Sette minuti e sette secondi di tutto ciò che me li ha fatti entrare nel cuore. Quel tocco coldwave che prende allo stomaco, la voce di Morgan Bellini che entra e porta tutto su. È così che inizia “Yes”. È così che il calore e il freddo si fanno di nuovo uno. Giornata de legno (con Giornata de oro innestata oltre i ricordi dall'altro lato della medaglia) nasce onda acustica, Stefano Parodi domina la scena col suo basso imperioso, la melodia che carezza il volto, folk che sa di temp(l)i a distanza siderale, con le percussioni a risuonare lungo le navate in movimenti circolari. Perché è in cerchio che “Yes” si muove, in spire avvolgenti. Lo si sente bene nella lunga La vita è la droga della morte, titolo evocativo, così come lo sono le melodie, diafane, cristallo soffiato che si fa crescendo e maremoto, spazialità post, orizzonti infiniti carichi di elettricità, chitarre ascendenti che paiono non fermarsi mai, nemmeno quando detonano in feroci onde d'urto per poi farsi aura sacrale e ancora mostro doom che tutto divora.
Il riff alternative rock trasmutato in colate di magma che tira dentro Spittincotton, a stretto giro, si fa sangue rovente, è l'odore del vento del Midwest che spira anche qua. La culla post-rock di Heartheaven è dolcezza e lucore, sospinge come il mare. Anche questo è “Yes”, qualcosa che si muove negli interstizi di un mondo che pare non esistere più.
Ma quel mondo è qua, spero per restare. Perché c'è ancora bisogno dei Vanessa Van Basten. Ora più che mai.
di Fabio Marco Ferragatta per Impatto Sonoro
Yumeia & Tre Flip – Lume
"Lume" è il primo album ufficiale del progetto musicale Yumeia, realizzato in collaborazione con il collettivo Tre Flip.
La musica di Yumeia e Tre Flip è espansa, gelida, rarefatta: si allunga sui silenzi come un eco che rimbalza su un precipizio e poi incendia l’aria quando l’impeto prende il sopravvento sull’attesa. È shoegaze dal respiro pieno e dalle distorsioni che vanno e vengono, con una malinconia totale che è condizione esistenziale prima che requisito artistico. «È così strano che a giugno piova», cantano loro. La bella stagione non ci è mai appartenuta.
di Manfredi Lamartina per ShoegazeBlog
Cinque dischi dal respiro internazionale: i non addetti ai lavori, ascoltando questi dischi penserebbero ad artisti inglesi o statunitensi, sia per il linguaggio che per lo stile musicale; niente di più sbagliato, se andiamo a controllare le loro carte d'identità troviamo scritto Abbiategrasso, Schio, Piacenza, Genova, Roma e Bolzano. Valorizzare la musica indipendente italiana porta indubbiamente un valore aggiunto a questa selezione di Giorgio. Cinque dischi diversi, cinque traiettorie sonore che raccontano un’estate meno urlata e più introspettiva. Una stagione che, almeno musicalmente, sembra preferire la profondità alla superficie.
Osvaldo Bagnoli, il Mago della Bovisa che non volle mai diventare leggenda
C’è una Milano che non fa rumore, che non si racconta nei salotti televisivi. È la Milano della Bovisa, delle fabbriche e dei cortili, delle mani sporche di lavoro e delle parole pesate con cura. È da lì che veniva Osvaldo Bagnoli. E forse è da lì che bisogna partire per ricordarlo.
Non è mai stato un personaggio, Bagnoli. Non lo voleva essere. In un calcio che già allora cominciava a costruire le sue fragili icone, lui restava defilato, schivo, con quella sua aria da uomo comune che sembrava capitato lì per caso. Ma non c’era niente di casuale, c’era una coerenza profonda che affondava le radici nella sua origine operaia.
Bagnoli parlava poco, e quando lo faceva non cercava mai la frase a effetto. Non aveva bisogno di convincere nessuno, bastava guardare le sue squadre. Organizzate, solidali, concrete. Squadre che lavoravano, più che brillare. Come lui.
E poi c’è Verona. O meglio, quella stagione che ancora oggi sembra uscita da un romanzo più che da un archivio sportivo. Lo scudetto del 1985 non è stato solo una vittoria, è stata un’anomalia nella logica del potere calcistico, una crepa nel sistema delle gerarchie previste. Il Verona non doveva vincere, non aveva nomi altisonanti, non aveva abbastanza tradizione, non aveva il peso. Aveva però un’idea, e aveva Osvaldo Bagnoli.
Una squadra costruita con intelligenza e misura, capace di battere le grandi senza mai perdere la propria identità. Non giocava un calcio spettacolare, nel senso più superficiale del termine, ma un calcio essenziale, oserei dire quasi etico. E in questo c’era tutto Bagnoli: il rifiuto del superfluo, la fiducia nel collettivo, la centralità del lavoro.
Quello scudetto resta ancora oggi un’anomalialuminosa e forse è giusto così perchè i miracoli non si ripetono.
Ma ridurre Bagnoli a quell’impresa sarebbe ingiusto. Ci sono stati anche i percorsi europei, la capacità di portare una provincia calcistica (Verona e Genoa) a confrontarsi senza timori con il resto del continente. Anche lì, senza proclami, senza retorica, solo con il lavoro e con una lucidità rara.
Dietro quell’apparente distanza c’era una vita che non sempre concedeva tregua. I problemi di salute della figlia lo segnarono, lasciando intuire una fragilità che lui non dava a vedere, ma che inevitabilmente attraversava le sue scelte e i suoi silenzi. In un mondo che pretendeva sempre presenza e dichiarazioni, Bagnoli sceglieva il passo indietro. Non certo per mancanza di argomenti, ma per misura.
E poi c’erano le sue idee. Mai ostentate, mai gridate. Ma chiare. Un pensiero vicino al mondo operaio da cui proveniva, una visione sociale che metteva al centro il lavoro, la dignità, la solidarietà. Anche nel calcio, che per lui non era mai solo spettacolo, ma senso di comunità, di responsabilità, di appartenenza.
Forse è per questo che oggi la sua figura appare ancora più distante dal mondo del calcio ipertrofico ed urlato di oggi. Non perché fosse fuori dal tempo, ma perché il tempo ha smesso di riconoscere uomini così. Uomini che non cercano di essere ricordati, e proprio per questo restano nella profondità, nella memoria di chi fatica a riconoscersi nel calcio odierno.
Osvaldo Bagnoli se n’è andato in silenzio, senza cambiare stile. Senza diventare altro da sé. E in fondo è questa la sua eredità più grande: aver dimostrato che si può vincere, anche molto, senza mai smettere di essere quello che si è.
Come nella Bovisa, da dove tutto è cominciato, e niente ha bisogno di essere spiegato.
Feiez, il suono irrinunciabile di un’eresia musicale italiana
Nel mosaico sonoro di Elio e le Storie Tese, fatto di virtuosismo, ironia e continue deviazioni dalla norma, la figura di Feiez ha occupato un posto non solo importante, ma fondativo. Paolo Panigada, per tutti Feiez, non è stato semplicemente un membro della band, ma uno degli elementi che ne hanno plasmato l’identità più profonda, contribuendo a quell’equilibrio unico tra rigore musicale e dissacrazione che ancora oggi rende il gruppo un caso irripetibile nella storia della musica italiana.
Nato il 12 luglio 1962 a Crema, Feiez cresce in un contesto musicale tutt’altro che banale. Polistrumentista raffinato, capace di passare con naturalezza dal sassofono al flauto traverso, fino alla chitarra e alla voce, porta dentro Elio e le Storie Tese una formazione solida, nutrita di jazz, rock e contaminazioni colte. È proprio questa sua versatilità a diventare uno degli assi portanti del suono del gruppo, non semplice accompagnamento, ma presenza capace di arricchire, spiazzare, elevare ogni brano.
Chi ascolta con attenzione dischi come Italyan, Rum Casusu Çikti o Eat the Phikis riconosce immediatamente il contributo di Feiez, gli interventi strumentali che non si limitano a sostenere la struttura, ma dialogano con essa, la trasformano. Il suo sassofono, in particolare, è diventato una firma riconoscibile, capace di muoversi tra parodia e autentica raffinatezza jazzistica senza mai risultare caricaturale. È in questo equilibrio sottile che si gioca gran parte della forza espressiva del gruppo.
Ma Feiez era anche presenza scenica, spirito collettivo, energia condivisa. Nei live, dimensione fondamentale per Elio e le Storie Tese, incarnava quella libertà creativa che rendeva ogni concerto diverso dall’altro. La sua ironia non era mai fine a sé stessa, smontava i codici per mostrare quanto la musica potesse essere insieme gioco e disciplina, leggerezza e competenza.
La sua scomparsa improvvisa, nel dicembre 1998, dopo un concerto a Milano, ha rappresentato uno spartiacque non solo per la band, ma per un’intera generazione di ascoltatori. Feiez ha una emorragia cerebrale sul palco, nel luogo che più gli apparteneva, morendo poche ore dopo e lasciando un vuoto che nessuna sostituzione avrebbe potuto colmare davvero. Da quel momento, Elio e le Storie Tese continuano il loro percorso portando con sé una consapevolezza nuova, in cui l’ironia convive con una memoria viva e mai retorica.
Negli anni, il ricordo di Feiez si è trasformato in iniziative concrete e momenti di condivisione, tra cui il “Feiez Memorial Day”, evento che per lungo tempo ha riunito musicisti, amici e pubblico in serate dedicate non solo alla commemorazione, ma anche alla celebrazione della musica come spazio collettivo. Non semplici tributi, ma occasioni in cui lo spirito di Feiez, fatto di libertà, sperimentazione e rigore, ha continuato a manifestarsi attraverso nuove esecuzioni, improvvisazioni e incontri.
Accanto agli eventi, anche la dimensione discografica e narrativa ha contribuito a mantenerne viva la memoria. Testimonianze, racconti, registrazioni e ricordi condivisi dai membri della band e da chi lo ha conosciuto restituiscono un ritratto umano oltre che artistico: quello di un musicista generoso, curioso, profondamente immerso nella pratica musicale come forma di relazione.
Parlare oggi di Feiez significa interrogarsi su cosa renda davvero “necessario” un artista all’interno di un progetto collettivo. Nel caso di Elio e le Storie Tese, la risposta è evidente: senza il suo contributo, quel suono, così riconoscibile e insieme inafferrabile, non sarebbe stato lo stesso. Feiez non era solo parte dell’ensemble, era uno dei suoi motori creativi, una delle voci più autentiche di un linguaggio che ha saputo sfidare ogni classificazione.
A distanza di anni, la sua eredità non si misura soltanto nei dischi o nei ricordi, ma nella capacità di continuare a ispirare un’idea di musica colta e popolare allo stesso tempo. Un’idea che, proprio come lui, sfugge alle definizioni facili e continua a sorprendere.