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15 maggio 2026

Il divano, l'ambito approdo della casa

 Il divano, l'ambito approdo della casa

 


 Il divano, uno degli elementi di arredamento più apprezzati e utilizzati per rilassarci, per guardare la tv, per accogliere gli ospiti e persino per dormire ha, come tutto, una sua storia.
Il divano nasce ovviamente dall'evoluzione di sedute antiche che hanno origine nel mondo arabo-turco-persiano. L’etimologia della parola “divano” deriva dal turco “divan” e dall’arabo “diwan” e stava ad indicare, nell’Impero Ottomano, i registri amministrativi e l’ufficio della dogana fino ad arrivare al Consiglio di Stato e, più precisamente, alla sala del consiglio dove veniva amministrato il potere ai tempi di Constantinopoli.

 


 

E proprio in quelle stanze, lungo i muri, c’erano lunghi sedili imbottiti, che erano gli unici elementi d’arredo del diwan. Nell’evoluzione linguista oltre a divano e ottomana troviamo anche la parola sofà che essenzialmente sono lo stesso oggetto, cambia solo il termine. Divano si usa in alcune lingue, tra cui l’italiano, mentre nelle lingue anglosassoni, come l’inglese e il tedesco, si è affermato il termine “sofà “che deriva originariamente dal turco e significa cuscino. Si può quindi dedurre che il divano abbia avuto origine dalle sedute ricoperte di cuscini della tradizione araba.

 


Le tappe fondamentali della sua evoluzione sono:
•    Antichità (Egitto, Grecia, Roma): I precursori erano panche di legno coperte di pelli o cuscini per i nobili egizi, mentre i greci e i romani utilizzavano il triclinio o lectus per mangiare sdraiati. 
•    Medio Oriente: lunghe sedute imbottite presenti nei gabinetti istituzionali da cui deriva il termine divano e anche ottomana.
•    XVII-XVIII Secolo (Francia): Il concetto moderno nasce in Francia nel 1600. Nel 1700, sotto Luigi XV, si diffonde la Marquise, una poltrona larga per due persone, evolvendosi poi in forme più lineari durante l'epoca neoclassica di Luigi XVI.
•    XIX Secolo (Inghilterra e Stile Biedermeier): Nasce il famoso divano Chesterfield, caratterizzato da imbottitura in pelle, trapuntatura a capitonné e braccioli all'altezza dello schienale. Contemporaneamente, in area austro-ungarica, domina lo stile Biedermeier, sobrio e comodo.
•    XX Secolo (Industrializzazione e Design): Il divano diventa un elemento d'arredo comune grazie alla produzione di serie. Designer come Le Corbusier negli anni '20 rivoluzionano il design con strutture in acciaio e cuscini imbottiti, introducendo forme geometriche e funzionali. 

 




 

Come detto sopra i primi divani erano delle sedute imbottite rese ancora più comode con l’aggiunta di tanti cuscini. Nell’antico mondo arabo erano usate anche come troni, ma gli antichi Romani hanno cambiato la destinazione d’uso creando il triclinium che arredava le case degli aristocratici.
Il divano vero e proprio, come lo intendiamo oggi, risale al XVII secolo quando entra a far parte dell’arredamento delle dimore signorili con le sembianze di una poltrona. L’idea di sedersi in compagnia è opera dei Francesi che, per descrivere il nuovo arredo, cominciano a inventare sedute bizzarre come i divanetti a due posti, con sedute incrociate, detti Indiscret utilizzati per conversazioni intime. È da qui, dal nuovo significato che la parola divano assume in Europa nel XVIII secolo, e dal suo utilizzo, che può partire idealmente il nostro breve viaggio intorno alla storia del divano.

 



Il divano del Settecento, dal barocco a neoclassico.

Uno dei primi esemplari di divano in Occidente è la Marquise, molto in voga presso la corte di Luigi XV. In realtà si tratta di una poltroncina, con la seduta piuttosto bassa, ma abbastanza ampia per dare posto a due persone e per questo veniva chiamata anche tete-à-tete. Ma il primo vero periodo di grande diffusione del divano in Europa risale all’epoca neoclassica sotto il regno di Luigi XVI quando fanno la prima comparsa splendidi modelli di divani, divanetti o banquettes dalle forme rettilinee, con decorazioni classiche. Ancora oggi lo stile Luigi XVI uno degli stili francesi più caratteristici, ed uno dei più riprodotti dagli arredatori e decoratori, specialmente negli alberghi di lusso; il suo design composto ed intimo crea un ambiente dai toni signorili ed eleganti. Vere e proprie icone di lusso e maestria artigianale sono i divani creati dall’ebanista francese Louis Delanois per il conte d’Orsay, modelli destinati a incontrare grande fortuna nei decenni a seguire.



Il divano Chesterfield di età vittoriana.
Durante il XIX secolo, mentre in Francia si susseguono gli stili Impero, Carlo X e Luigi Filippo, filiazioni dirette dello stile Luigi XVI, nel Regno Unito si impone il modello Chesterfield. Un modello che ha fatto la storia del divano inglese, e non solo, particolarmente ampio e comodo è uno dei primi ad essere completamente imbottito e rivestito in pelle trapuntata ed è caratterizzato dalla tipica abbottonatura e dai braccioli alla stessa altezza dello schienale. I primi esemplari furono commissionati già agli inizi del Settecento da Philip Stanhope IV Conte di Chesterfield, ma è con l’età vittoriana che ottiene lo strepitoso successo che dura fino ai giorni nostri.



Lo stile Biedermeier di Vienna.
Molto diverso è lo stile dei divani in area austro-ungarica, soprattutto a partire dal periodo successivo al congresso di Vienna del 1815. Nella grande capitale mitteleuropea vige lo stile Biedermeier caratterizzato da elegante semplicità, del tutto privo di elementi appariscenti o di ostentazione, ma di una tale raffinata bellezza che non possono non avere un posto d’onore in una storia del divano che si rispetti. Pur mantenendo le forme e i colori tipici della mobilia diffusa in epoca Impero, a Vienna si preferì cancellare ogni presenza di forniture bronzee o di elementi a intaglio o a intarsio legati all’iconografia neoclassica. In sostanza, con questo stile vedono la luce arredi robusti, comodi, funzionali, sobriamente eleganti e poco costosi, è dotato di schienale arcuato e per certi versi prelude a forme che più avanti troveremo nell’ Art Nouveau.

 

 

Il ‘900 e il divano moderno.
Il XX secolo contrassegna definitivamente lo sviluppo del divano di carattere industriale, con la fabbricazione in serie. Si rinuncia a decorazioni inutili e si impiegano materiali nuovi. La novità importante è che il divano non è più costituito da blocchi inscindibili, ma da elementi raggruppabili e intercambiabili e comincia ad entrare in tutte le case come parte integrante dell’arredo di casa.
 

A.‎B.‎C.‎ di Antonio Citterio

 

Coloro che vengono considerati designer importanti del divano moderno sono l’inglese Jay Wellington Couch , 1895 e negli anni ’60 l’italiano Antonio Citterio  il quale inventò una seduta più lunga su cui poter anche dormire e riposarsi.
I designer negli ultimi decenni si sono sbizzarriti in forme, materiali e prestazioni e oggi in commercio troviamo una varietà di divani dai diversi stili, in diverse dimensioni e pure personalizzabili secondo i propri gusti: divani componibili, modulari, con penisole relax, divani letto, chaises-longue e dormeuse con massaggiatore incorporato, che accolgono e avvolgono i nostri corpi quando hanno bisogno di scaricare stanchezza e tensioni.
Che dire, un complemento d’arredo ormai indispensabile, il rifugio più gettonato della casa, un angolo di pace per mente e corpo.

Giovanna Anversa

 




09 maggio 2026

Luigi Ghirri a Reggio Emilia: quando la fotografia insegna ad ascoltare

Luigi Ghirri a Reggio Emilia: quando la fotografia insegna ad ascoltare





Dal 30 aprile 2026 al 28 febbraio 2027 il Palazzo dei Musei di Reggio Emilia ospita la mostra Luigi Ghirri. A Series of Dreams. Paesaggi visivi e paesaggi sonori. L’esposizione, curata da Ilaria Campioli e Andrea Tinterri, con la curatela musicale di Giulia Cavaliere, viene inaugurata nell’ambito della XXI edizione di Fotografia Europea. Il progetto include inoltre una sezione speciale intitolata Oltre quei monti il mare, realizzata con la collaborazione del musicista Iosonouncane, e un focus espositivo al Teatro Valli, visitabile fino al 14 giugno.



C'è qualcosa di profondamente coerente nel fatto che una mostra dedicata a Luigi Ghirri si intitoli A Series of Dreams. Ghirri stesso era un uomo che fotografava come se sognasse, con quella lentezza contemplativa, quella capacità di trovare il silenzio dentro un paesaggio ordinario, una stazione di servizio sulla via Emilia, una carta geografica appesa a un muro, l'orizzonte piatto della Pianura Padana.



La mostra, allestita a Reggio Emilia, porta un sottotitolo che apre una finestra nuova sul suo lavoro: Paesaggi visivi e paesaggi sonori. Il progetto non si limita a esporre le fotografie, ma le mette in dialogo con la dimensione musicale, esplorando le affinità elettive tra l'occhio di Ghirri e certi universi sonori del Novecento. Non è una scelta casuale, Ghirri era appassionato di musica e nelle sue immagini si sente sempre una cadenza, un ritmo, un suono sospeso.



La mostra A Series of Dreams. Paesaggi visivi e paesaggi sonori affronta la relazione tra fotografia e musica attraverso un percorso articolato in tre sezioni. Nel corridoio centrale sono riunite immagini dedicate ai luoghi della musica: disegni parietali con trombe e percussioni, interni di teatri, chiese con organi monumentali, jukebox e pianoforti. Insieme queste fotografie compongono un ritratto stratificato che mette in dialogo cultura popolare e cultura alta, mostrando la musica come traccia storica o presenza fugace nello spazio.



Un secondo nucleo presenta numerosi materiali, in parte inediti, che documentano il rapporto di Ghirri con diversi musicisti italiani, tra cui Lucio Dalla, Gianni Morandi, Ron, Luca Carboni e i CCCP. Questa sezione offre anche l’occasione per valorizzare il contributo di Paola Borgonzoni, designer e compagna di vita e di lavoro di Ghirri, il cui ruolo è stato determinante sia nei progetti editoriali sia nella progettazione di numerose copertine discografiche.


Paola Borgonzoni con Luigi Ghirri

La terza parte della mostra, intitolata Oltre quei monti il mare, è pensata come uno spazio di ricerca e sperimentazione sul soundscape, ovvero il paesaggio sonoro, e sul rapporto tra ambiente visivo e ambiente acustico. L’intervento artistico di Iosonouncane, realizzato appositamente per l’esposizione, mette in dialogo l’“ecologia dello sguardo” di Ghirri con l’ecologia acustica teorizzata dal compositore e studioso R. Murray Schafer. Entrambi, sebbene operanti in ambiti diversi, riflettevano negli stessi anni sulla crescente difficoltà di vedere e ascoltare in un mondo sempre più saturo di stimoli. In questo senso paesaggio visivo e paesaggio sonoro diventano due modalità complementari per orientarsi e costruire una relazione consapevole con l’ambiente naturale.



La grande intuizione di questa mostra è trattare il paesaggio non solo come visione ma come esperienza sensoriale totale. Le fotografie di Ghirri, le campagne emiliane nebbiose, i cieli vasti e quasi metafisici, gli interni domestici sospesi nel tempo, vengono accostate a composizioni di Brian Eno, Erik Satie, e ad artisti della musica ambient e minimalista. Il risultato è sorprendente.

 



Chi conosce il territorio della Pianura Padana troverà in questa mostra qualcosa di familiare e straniante allo stesso tempo. Guardare un campo fotografato da Ghirri vicino a Modena o Reggio non è così diverso dall'osservare le campagne tra Cremona e Mantova, con la luce invernale che appiattisce tutto, quella geometria discreta dei filari, quel cielo bianco che pesa sull'orizzonte. Ghirri ha restituito dignità poetica a un paesaggio che spesso si tende a ignorare proprio perché troppo vicino, troppo quotidiano.

 



La mostra include anche materiali d'archivio, note, lettere, appunti, che rivelano il metodo di Ghirri: un fotografo che pensava molto prima di scattare, e che considerava la fotografia una forma di scrittura visiva. In questo senso, A Series of Dreams è anche una riflessione sul processo creativo, sul modo in cui un artista costruisce un linguaggio personale partendo da ciò che ha davanti ogni giorno.
Per chi si occupa di narrazione del territorio e di memoria dei luoghi, questa mostra offre una lezione preziosa: il paesaggio non è sfondo, è protagonista. E Ghirri lo sapeva meglio di chiunque altro.

 

Informazioni più dettagliate sulla mostra sul link dei Musei Civici di Reggio Emilia


Stefano Superchi

 


11 aprile 2026

L'arte immortale di Gino Paoli

 L’arte immortale di Gino Paoli



C'è chi nasce col dono dell'eternità!
 
Cosa è stato, e cos’è tutt’ora, Gino Paoli per noi italiani? Di certo può essere considerato un innovatore rispetto alla musica che lo ha preceduto e la sua carriera, lunga oltre 60 anni, lo dimostra lasciando un segno indelebile nel panorama musicale del paese.
 
Paoli è stato uno dei protagonisti della "scuola genovese", un movimento che ha rivoluzionato la musica italiana negli anni '60, di cui fecero parte nomi altisonanti quali Luigi Tenco, Fabrizio De André e Bruno Lauzi, Umberto Bindi. Le canzoni di questi musicisti adottano un linguaggio nuovo, più vero e più poetico che spesso si ispira alla letteratura, soprattutto francese e italiana.

 


 

I testi, oltre all’amore che rimane un ever green, affrontano anche temi come l’emarginazione, l’ingiustizia sociale, la guerra, la discriminazione e le canzoni divengono vere e proprie icone della musica italiana, aprendo la strada a tutto il cantautorato che verrà dopo.
La fusione tra musica e poesia, i testi profondi e le melodie innovative sortiscono opere di grande intensità che sanno sublimare, a mo’ di Dolce Stil Novo del ‘900, l’amore; esempi, per quanto riguarda Paoli, ne sono "Il cielo in una stanza" del 1960 e “Una lunga storia d‘amore” del 1984, due delle più grandi hit della musica italiana.

 



 

La lista è lunga e non si consuma con i due brani sopra, degli anni ’60 sono anche "La gatta", "Senza fine", “Che cosa c’è” e "Sapore di sale", che addirittura diventa simbolo dell'estate italiana, quando quelle canzoni si cantavano in spiaggia, un pò di amici e una chitarra.

Gino Paoli raggiunge la sua maturità artistica nei decenni che vanno dai ’70 ai ’90, continuando a scrivere canzoni che hanno confermato la sua statura di grande artista. "Una lunga storia d'amore" diventa popolarissima anche tra i giovani così come "Quattro amici", "Ti lascio una canzone" e "La bella e la bestia".

 


 

Note e foriere di grandi successi e concerti spettacolari, sono le collaborazioni con altri artisti, come Ornella Vanoni, Mina, De André, Tenco, Lauzi, Zucchero, Pravo, Bocelli, i sodalizi jazzistici con il pianista Danilo Rea e infine le canzoni per il cinema, in particolare di Vanzina, lasciando un'eredità musicale immensa, con pezzi che hanno attraversato quattro generazioni almeno mentre la sua scrittura, essenziale e fortemente evocativa, ha segnato un passaggio decisivo verso un linguaggio più intimo ma moderno.

 


 
Paoli chiude il cancello della vecchia “Scuola Genovese”, così come la ricordano quelli della Boomer Gen, lasciando un senso di malinconica nostalgia anche se le opere di tutti gli artisti della Genova dei carruggi, del porto, dei Rolli, del suo dialetto e del mare, continuano a essere cantate e amate da milioni di persone. Oggi la città è ancora luogo di incontro per artisti e musicisti e la sua Scuola, grazie a nuovi talenti, continua ad essere celebrata attraverso festival ed eventi musicali per ricordare chi come Gino Paoli ha trasformato vita e quotidianità in poesia.
 
Giovanna Anversa




04 aprile 2026

Matrilineare. Il sapore del ritorno.

 Matrilineare.

Il sapore del ritorno.

 


 

Il treno delle 7:42 da Milano Centrale scivolava lento attraverso la pianura padana, e Marta guardava il paesaggio cambiare fuori dal finestrino. I grattacieli cedevano il posto ai capannoni, poi ai campi, poi al nulla piatto e verde della bassa cremonese. Ogni anno lo stesso viaggio. Ogni anno la stessa stretta allo stomaco.
A Milano aveva tutto, un lavoro in uno studio grafico, un appartamento nel quartiere Isola con le piante sul balcone, gli amici del giovedì sera. Ma a Pasqua, Milano diventava una città fantasma. I colleghi sparivano verso le famiglie sparse per l'Italia, i bar del quartiere abbassavano le serrande, e lei restava con quella sensazione strana che conosceva bene. La solitudine delle feste, quella particolare, diversa da tutte le altre. Non la solitudine di un martedì qualunque, che si risolve con una serie tv. Quella delle feste ha un peso specifico diverso, come una coperta bagnata sulle spalle.
Aveva perso la mamma a quarantadue anni, il papà tre anni dopo. Erano andati via in fretta, entrambi, come si va via quando si è persone discrete. E adesso c'era solo la nonna Ines, ottantaquattro anni, il gatto Nerone e il giardino con il melo.


Il treno si fermò a Casalmaggiore alle 9:20.
La nonna l'aspettava sul portone con il grembiule ancora addosso, come se non si fosse mai mossa da lì, come se Marta fosse uscita solo ieri mattina per andare a scuola. L'abbracciò senza dire niente, la nonna Ines era donna di poche parole, e il profumo di pasta fresca e ripieno le avvolse insieme.
«Stai facendo i marubini?» chiese Marta.
«Cosa vuoi che faccia a Pasqua,» disse la nonna, rientrando in cucina.
I marubini in brodo erano il centro gravitazionale dei pranzi delle feste, a Casalmaggiore. Non quelli comprati al supermercato, nemmeno quelli delle gastronomie, buoni per carità, ma la pasta tirata a mano, l’alchimia degli ingredienti del ripieno, il brodo fatto in casa di carne scelta con cura, le carote, il sedano, la cipolla e tutti quei piccoli segreti che ogni famiglia custodiva, erano già il pranzo stesso. La ricetta era di sua madre, che l'aveva imparata dalla sua, in un passaggio di mani femminili lungo un secolo almeno. Marta non aveva mai imparato a farli. Ci aveva provato una volta a Milano, aveva sbagliato le proporzioni, aveva buttato tutto.
 

Sedette al tavolo della cucina e guardò la nonna lavorare. Le mani di Ines si muovevano con quella sicurezza tranquilla delle cose fatte migliaia di volte — il mattarello che andava e veniva, la sfoglia che si assottigliava, i movimenti del polso precisi come una preghiera ripetuta.
«La Giuseppina viene domani con i figli,» disse la nonna senza alzare lo sguardo. «E il parroco fa la benedizione delle case nel pomeriggio.»
Fuori, le campane del Duomo avevano già iniziato il loro dialogo con quelle delle frazioni più vicine. Marta conosceva quell'intreccio di suoni da quando era bambina, il sabato di Pasqua le campane tornavano a suonare dopo il silenzio del Venerdì Santo, e per lei era sempre stato il segnale che qualcosa di importante stava per ricominciare. Non sapeva bene cosa.
 

Si prepararono per andare insieme a messa, come sempre. Marta non era credente ma per la nonna avrebbe fatto questo ed altro. La chiesa era piena di gente che Marta riconosceva a metà, facce che associava a nomi dimenticati, ragazze della scuola media diventate madri, compagni di liceo con i capelli grigi. Qualcuno la salutò con un «sei sempre a Milano?» detto con un tono che poteva essere ammirazione o disappunto, impossibile dirlo.
La nonna pregava con gli occhi chiusi, le mani giunte sul libro di canti, il mento leggermente abbassato. Marta la guardava di profilo e pensava a tutte le Pasque che quella donna aveva attraversato, alle guerre lontane sentite per radio, i mariti, i figli, i nipoti che arrivavano e poi partivano. Ines aveva imparato da tempo che le feste non sono mai solo gioia. Sono soprattutto memoria.
Mentre uscivano, sul sagrato, una signora anziana fermò la nonna: «Ines, che bella questa tua nipote. Somiglia tanto alla Carla.»
La Carla era sua madre.
Marta non rispose. Si limitò a sorridere, sentendo quella parola — somiglia — risuonarle dentro come un sasso nell'acqua.

Tornarono a casa a piedi, la nonna era ancora in gamba; mangiarono in due, al tavolo della cucina. I vapori dei marubini fumanti erano trafitti da un raggio di sole che entrava dalla finestra. Fuori, il melo aveva messo i primi fiori bianchi.
«Ti fermi anche lunedì?» chiese la nonna, servendo nei piatti.
«Sì, resto fino a martedì mattina.»
La nonna annuì, soddisfatta. Non chiese altro.
 

Mangiarono lentamente, con la radio accesa a basso volume su una stazione che trasmetteva musica leggera degli anni Sessanta. A un certo punto passò una canzone che Marta non riconobbe, ma che la nonna canticchiò sottovoce, gli occhi socchiusi, come se stesse guardando qualcosa lontano.
 

Marta pensò che la solitudine delle feste non scompare mai del tutto. Rimane lì, in un angolo, come un ospite che non si è invitato ma che in qualche modo fa parte della tavolata. Ma accanto a lei c'era la nonna Ines con le sue mani esperte e il grembiule a fiori, c'era il profumo dei marubini, il melo fiorito nel giardino e le campane che segnavano pigramente lo scorrere delle ore. La quiete sicura della vecchia casa di famiglia.
E per adesso bastava.



Stefano Superchi

22 marzo 2026

La guerra è personale: Eugene Richards e il volto umano dell'orrore bellico.

La guerra è personale: Eugene Richards e il volto umano dell'orrore bellico.

 



Ci sono fotografie che non si dimenticano. Non perché siano spettacolari, non perché mostrino esplosioni o bandiere che sventolano su rovine. Ma perché mostrano ciò che la guerra lascia addosso a chi sopravvive. E a chi resta.
 


War Is Personal di Eugene Richards è uno di quei lavori che cambiano il modo in cui guardiamo il mondo. Pubblicato nel 2010 dalla University of Texas Press, questo libro-documento nasce da un atto di coscienza: nel 2006, al quarto anno della guerra in Iraq, Richards rimase turbato dalla crescente indifferenza dell'opinione pubblica nei confronti di una tragedia che continuava a consumarsi in silenzio. Nessuna arma di distruzione di massa era stata trovata. Eppure la macchina bellica continuava a girare, e con essa si sbriciolavano le vite di migliaia di famiglie americane.

 



Richards non va al fronte. Va nelle case. Entra nelle cucine, nei corridoi degli ospedali, nelle stanze dove si elabora il lutto. Documenta quindici storie reali, affiancando alle fotografie in bianco e nero le voci dirette dei protagonisti, soldati, padri, madri, mogli. Ogni capitolo è un mondo a sé, eppure tutte le storie convergono verso lo stesso strapiombo di orrore.

 


C'è Carlos Arredondo, padre distrutto dal senso di colpa per la morte del figlio marine, che alla notizia della perdita attacca e distrugge un furgone del Corpo dei Marines, ferendosi gravemente. C'è Tomas Young, veterano paralizzato dalla vita in giù dopo essere stato colpito alla colonna vertebrale al quarto giorno di servizio in Iraq. C'è Kimberly Rivera, soldatessa che invece di tornare in Iraq decide di fuggire in Canada. E c'è Nelida Bagley, la cui vita è assorbita dalle cure quotidiane al figlio tornato con gravissimi traumi cerebrali. Vite stravolte, non statistiche, non numeri.



Il lavoro vinse il World Press Photo 2010 nella categoria Contemporary Issues, e Richards ricevette anche l'Amnesty International Media Award, riconoscimenti che confermano la potenza etica e narrativa di questo progetto. 



Lo sguardo che la politica non vuole.

Richards, nato a Dorchester, Massachusetts, nel 1944, ha studiato letteratura inglese e giornalismo, poi fotografia con Minor White. Ma la sua formazione morale avviene nelle strade, partecipando al movimento di protesta contro la guerra in Vietnam, poi al programma AmeriCorps VISTA come volontario nelle comunità rurali più povere dell'Arkansas. Il suo sguardo non è mai stato neutrale, è sempre stato umano. 



In War Is Personal, Richards non ritrae la guerra come conflitto politico, ma come tragedia personale. È questa scelta, radicale e coraggiosa, a fare la differenza. Mentre i media misuravano il costo della guerra in miliardi di dollari e punti di consenso elettorale, lui misurava il costo in anni di vita perduta, in sonno negato, in corpi che non torneranno mai più a essere quelli di prima



Oggi, nel 2026, il progetto di Richards risuona con una forza che fa quasi paura. Il mondo non ha imparato. I fronti aperti si moltiplicano, dalla guerra in Ucraina al conflitto a Gaza, dalle tensioni nel Mar Cinese Meridionale alle fragilità dell'Africa subsahariana. Ogni giorno i notiziari trasmettono immagini di missili, mappe con frecce rosse, dichiarazioni tronfie e grottesche di generali e ministri. La guerra è tornata ad essere spettacolo. Qualcosa che accade "là fuori", a distanza di sicurezza dallo schermo.



Ma Richards ci ricorda che quella distanza è un'illusione. Ogni guerra ha un indirizzo, un cognome, un numero di telefono che suona a vuoto. Ogni conflitto lascia dietro di sé una scia di uomini e donne invisibili ai radar della storia, eppure reali come il pane.

L'assurdità della guerra non sta solo nelle sue cause (spesso pretestuose, quasi sempre menzognere), ma nel divario abissale tra chi la decide e chi la subisce: i primi tornano a casa interi, i secondi o non tornano affatto, o tornano cambiati per sempre.



La fotografia come atto di resistenza.

In un'epoca in cui le immagini si consumano in pochi secondi sui social, War Is Personal ci chiede di fermarci a riflettere. Di guardare davvero. Di riconoscere nell'altro, dal soldato paralizzato, alla madre che ha perso il figlio, al veterano che non si sente più a casa, il riflesso di una condizione umana condivisa.

 

Eugene Richards

Eugene Richards non urla contro la guerra con slogan o manifesti. Lo fa in modo più sottile e più devastante: ti mette di fronte a una persona. E in quella persona, se hai il coraggio di guardarla, vedi tutto ciò che la guerra distrugge e che nessun comunicato ufficiale saprà mai restituire. Questo è il valore intramontabile del fotogiornalismo di testimonianza: non spiegare la guerra, ma farla sentire, sulla pelle, nelle ossa, nell'anima.
Perché la guerra, sempre, è personale.


Stefano Superchi
 


Fonti principali:

University of Texas Press (2010), Festival della Fotografia Etica, World Press Photo, Time Magazine, eugenerichards.com

 
 

17 marzo 2026

"Canterò soltanto il tempo": quando i versi di Guccini diventano immagine

 "Canterò soltanto il tempo": quando i versi di Guccini diventano immagine



C'è un filo sottile che unisce la parola cantata all'immagine visiva, un confine poroso dove la musica smette di essere solo suono e diventa materia, colore, spazio da abitare. È questo il territorio che esplora "Canterò soltanto il tempo", il progetto espositivo dedicato ai versi di Francesco Guccini ospitato allo Spazio Gerra di Reggio Emilia (piazza XXV Aprile 2) dal 18 aprile al 18 ottobre 2026.



Un poeta prima che un cantautore

Guccini è stato spesso definito il "poeta della via Emilia", e non a caso: la sua scrittura ha sempre portato con sé il peso specifico della letteratura, la densità dei classici, la capacità di trasformare il quotidiano in epica collettiva. I suoi testi non sono mai stati semplici liriche da accompagnamento musicale, sono affreschi generazionali, mappe sentimentali di un'Italia che cambiava pelle. La mostra parte proprio da questa consapevolezza: i versi di Guccini non hanno bisogno della melodia per stare in piedi. Parlano da soli.



Lo Spazio Gerra come luogo di dialogo

La scelta dello Spazio Gerra non è casuale. Questa sala espositiva nel cuore di Reggio Emilia ha una vocazione naturale per i progetti che mettono in dialogo linguaggi diversi come arte visiva, letteratura, musica, memoria collettiva. In questo contesto, i versi gucciniani vengono reinterpretati attraverso opere visive che cercano di dare forma a ciò che la voce del cantautore modenese ha sempre evocato: il tempo che passa, le radici, la perdita, la resistenza.



Il tempo come protagonista

Il titolo della mostra (tratto dai versi stessi di Guccini) è già un manifesto poetico. Il tempo non è semplicemente il soggetto tematico, ma la struttura profonda dell'intera operazione culturale. Le opere esposte non illustrano le canzoni, ma le abitano, le attraversano, cercando negli interstizi tra una parola e l'altra quello spazio bianco dove ogni ascoltatore ha sempre proiettato la propria storia personale.

È un invito a riscoprire Guccini non come icona nostalgica ma come voce contemporanea, uno che ha saputo cantare l'uomo nella sua forma più vera, senza retorica, con quella ruvida tenerezza che è la sua firma inconfondibile.



Un progetto per chi ama la parola

"Canterò soltanto il tempo" si rivolge non solo ai fan storici del cantautore, ma a chiunque creda che la cultura possa essere un luogo di incontro tra generazioni, linguaggi e sensibilità diverse. In un momento in cui la memoria collettiva rischia di frammentarsi in mille rivoli, una mostra del genere ha il valore prezioso di un punto fermo: proviamo ancora a dare un senso al tempo che viviamo.

 

a cura di Stefano Superchi 




15 marzo 2026

Grazia Deledda, tra la Barbagia e Cicognara

 Grazia Deledda, tra la Barbagia e Cicognara



Grazia Deledda è stata la prima e finora unica donna italiana a ricevere il Premio Nobel per la Letteratura, esattamente cento anni fa, nel 1926.
Forse non molti sanno che aveva un legame, piuttosto consolidato, con le nostre terre, delle quali il marito era originario. La Deledda trascorse a Cicognara, frazione di Viadana, un capitolo discreto ma decisivo della sua vita privata e creativa, legato al matrimonio con Palmiro Madesani e al suo rapporto con la pianura padana.

 



 

Grazia Deledda, nata a Nuoro nel 1871, sposò nel 1900 Palmiro Madesani, funzionario del Ministero delle Finanze originario di Cicognara. Proprio questa radice territoriale del marito fa sì che la piccola frazione mantovana diventi uno degli approdi principali dei suoi soggiorni nel Nord Italia.
Dopo il matrimonio, Madesani lasciò la carriera amministrativa per affiancare la moglie come agente letterario, ma i legami familiari con Cicognara rimasero forti, alimentando visite regolari alla comunità d’origine. Per la scrittrice sarda, abituata ai paesaggi aspri della Barbagia, l’incontro con l’orizzonte piatto e fluviale del Mantovano aprì un nuovo capitolo biografico e sensoriale.
 


Le testimonianze raccolte in ambito locale ricordano che la Deledda raggiungeva Cicognara scendendo alla stazione ferroviaria di Casalmaggiore. Da lì proseguiva in carrozza con il marito Palmiro, i figli Franz e Sardus e Antenore Tagliavini (parente di Madesani) lungo l’argine, passando per Fossacaprara e Roncadello verso la frazione di Viadana, attraversando argini, golene e campagne che oggi possiamo immaginare avvolte nella nebbia o nel caldo di fine estate.

 


Questi spostamenti, ripetuti nel corso degli anni, diventano una sorta di rituale stagionale: ogni arrivo non è solo una visita ai parenti del marito, ma anche un’immersione in un paesaggio nuovo, che la scrittrice osserva con lo sguardo attento di chi sta trasformando impressioni in materia narrativa. La memoria locale sottolinea come i suoi soggiorni fossero abbastanza lunghi da lasciare tracce nella comunità, tanto che ancora oggi si conserva memoria di quelle presenze e del legame tra il paese e la scrittrice.


 


Una parte importante del ricordo locale legato a Grazia Deledda ruota intorno al mese di settembre; diverse fonti ricordano che, almeno fino agli anni Trenta, proprio in questo periodo la scrittrice tornava a Cicognara. Settembre, con la luce più morbida e i ritmi agricoli che rallentano dopo la piena estate, offriva un contesto ideale per la scrittura e per una vita domestica più raccolta.

 


In queste settimane mantovane avrebbe alternato la vita di famiglia alla dedizione al lavoro letterario, approfittando della quiete della casa e dei dintorni. Non si trattava di semplice “villeggiatura”, ma di una fase in cui il luogo diventava vero e proprio laboratorio: osservava il Po, i filari, i cortili e le strade di campagna misurando così la distanza e il dialogo fra la Sardegna interiore dei suoi romanzi e l’Italia continentale che la circondava.

 


Grazia Deledda scrisse del paesaggio padano e del Po, anticipando sguardi che diventeranno celebri solo più tardi con autori come Giovannino Guareschi o registi come Ermanno Olmi. Il fiume, la nebbia, le case basse, le strade polverose e i filari di pioppi entrano così nel suo immaginario come un contrappunto alla Sardegna rocciosa e aspra.
Roncadello, Cicognara, la casa di Co' de Bruni dei cugini di Palmiro, i Tagliavini-Morini, uomini e donne di quei luoghi che diventano protagonisti di romanzi come L'ombra del passato, Nostalgie, Annalena Bilsini,  e di struggenti novelle come Nel Mulino.

 



Così Wanda Tagliavini ricorda lei e le cugine che nei pomeriggi assolati giocavano intorno alla casa e i rimproveri delle donne "tasì che Grasia la scrìv".
Ebbene, Grazia Deledda aveva stabilito un legame profondo e intenso, una nostalgia struggente anche per queste terre. Scrive in una lettera a una cugina: "leggendo la tua lettera mi è parso ancora di respirare con te le aure del nostro bel Po, del nostro argine" (Roma Pasqua 1921).
Scriveva, inoltre, ai figli: “Ho visitato i paesi di Casalmaggiore, Viadana, Casalbellotto, Sabbioneta, Roncadello, paesi incantevoli, posti meravigliosi, quella magnifica gente mi vuole molto bene, ero invitata tutti i giorni”.

 


Se la sua opera rimane profondamente radicata nella Barbagia, il Mantovano rappresenta una sorta di “secondo paesaggio”, più sommesso ma non meno significativo. È un’Italia diversa, dove l’elemento fluviale domina, e in cui la scrittrice può misurare con maggiore chiarezza quei temi universali – il destino, la colpa, la famiglia, la fede – che rendono la sua narrativa riconoscibile ben oltre i confini regionali.




La dimora in cui soggiornava Grazia Deledda a Cicognara esiste ancora e negli ultimi anni è stata al centro di dibattiti sulla tutela del patrimonio culturale. Questo edificio non è un semplice fabbricato rurale, ma un luogo simbolico che lega un piccolo centro della pianura padana a una delle poche donne al mondo insignite del Nobel per la Letteratura nei primi decenni del Novecento. La discussione pubblica sulla sua destinazione d’uso dimostra come il periodo trascorso dalla Deledda a Cicognara abbia sedimentato una memoria condivisa.

 

 

In questo intreccio di biografia privata, paesaggio fluviale e memoria civile, il soggiorno di Grazia Deledda a Cicognara emerge come un capitolo meno noto ma essenziale: un ponte tra la Sardegna e il Po, tra una scrittura nata nell’“isola appartata” e un’Italia delle periferie padane che continua a riconoscersi, discretamente, nella sua storia.

 



Stefano Superchi

 

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