MAN RAY: TUTTO
La mostra alla Magnani Rocca con più di trecento opere
«Dipingo ciò che non può essere fotografato, ciò che proviene dall’immaginazione, dai sogni o da una spinta inconscia. Fotografo le cose che non desidero dipingere, le cose che hanno già un’esistenza.»
MAN RAY: TUTTO è la mostra attualmente in corso alla Fondazione Magnani Rocca a Mamiano di Traversetolo (Parma). Questa importante esposizione, definita come la più ampia e completa retrospettiva mai dedicata all'artista in Italia, rimarrà aperta fino al 13 dicembre 2026. Organizzata a cinquant'anni dalla scomparsa del maestro, avvenuta a Parigi nel 1976, la mostra mette in luce il suo concetto rivoluzionario di arte totale attraverso un percorso ricchissimo nella splendida Villa dei Capolavori, immersa in un grande parco romantico popolato da pavoni.
L'esposizione raccoglie circa 300 opere provenienti da importanti collezioni che spaziano lungo tutti i linguaggi artistici sperimentati da Man Ray durante la sua eclettica carriera. Tra i lavori in mostra si possono ammirare:
Fotografie e celebri Rayographs, i suoi storici esperimenti con la camera oscura.
Dipinti, sculture e disegni, che testimoniano la sua evoluzione dal Secondo Futurismo alle provocazioni del movimento Dada e del Surrealismo.
Oggetti d'affezione e film d'avanguardia, testimonianze uniche del suo genio senza confini.
Ma chi fu Man Ray?
Man Ray, pseudonimo di Emmanuel Radnitzky (Filadelfia 1890, Parigi 1976) fu uno dei più radicali, eclettici e influenti esponenti del Dadaismo e del Surrealismo. Sebbene sia universalmente celebrato come un genio della fotografia del XX secolo, considerava sé stesso prima di tutto un pittore e un artista visivo totale, che sapeva spaziare tra pittura, scultura, cinema d'avanguardia e design. Il suo celebre pseudonimo, adottato ufficialmente nel 1912, unisce il soprannome d'infanzia Manny con la parola Ray (raggio), a simboleggiare il suo profondo legame con lo studio e la manipolazione della luce.
Cresciuto a New York in una famiglia di immigrati russi, incontra nel 1915 Marcel Duchamp, figura determinante per la sua crescita artistica. Insieme a lui e a Francis Picabia, tenta di animare il movimento Dada a New York, riscontrando però una forte freddezza da parte del pubblico americano. Nel 1921 i due decidono quindi di trasferirsi a Parigi, capitale mondiale dell'arte dell'epoca. In Europa viene accolto a braccia aperte dalla cerchia dei Surrealisti guidata da André Breton ed entra in contatto con giganti della cultura come Pablo Picasso, Salvador Dalí, Max Ernst e Gertrude Stein. Per sfuggire alla Seconda Guerra Mondiale, nel 1940 rientra negli Stati Uniti, per poi stabilirsi definitivamente a Parigi nel dopoguerra, dove si spegnerà nel 1976.
Man Ray scardina i recinti della fotografia tradizionale e la trasforma in pura espressione concettuale "Fotografo ciò che non voglio dipingere. Dipingo ciò che non posso fotografare", amava ripetere. Le sue innovazioni più celebri includono gli oggetti d'affezione (Ready-made), manufatti modificati e privati della loro funzione originale in perfetto stile dadaista. Crea sculture e assemblaggi surreali, chiamati "oggetti d'affezione", che sovvertono la funzione pratica degli oggetti per generare cortocircuiti visivi e psicologici. L'esempio più famoso è Cadeau del 1921, un ferro da stiro sulla cui piastra l'artista incollò una fila di quattordici chiodi, trasformandolo in un oggetto minaccioso e ironico.
I Rayographs (rayogrammi) sono invece immagini fotografiche ottenute senza l'uso della fotocamera. L'artista posizionava gli oggetti d'uso comune direttamente sulla carta fotosensibile per poi esporla alla luce, creando composizioni astratte dal sapore spettrale e onirico.
La Solarizzazione è la tecnica di sviluppo basata su un'improvvisa e controllata esposizione alla luce del negativo durante il lavaggio, che genera un caratteristico contorno nero e argenteo attorno ai profili delle figure. Una tecnica di inversione parziale dei toni in camera oscura che conferisce ai corpi e ai ritratti contorni luminosi e un aspetto irreale, quasi fantasmagorico.
Tra le sue fotografie rimaste impresse nell'immaginario collettivo spicca Le Violon d'Ingres del 1924, in cui il corpo nudo della modella e sua musa Kiki de Montparnasse, viene assimilato a un violoncello tramite l'aggiunta di due feritoie a "effe" sulla schiena, e Les Larmes del 1930, in cui gli occhi di una donna sono rigati da lacrime di vetro. Ha inoltre rivoluzionato la fotografia di moda ed è stato un prolifico regista di cortometraggi d'avanguardia tra cui Le retour à la raison.
Le Violon d’Ingres, che tutti hanno visto almeno una volta da qualche parte, è una fotografia in bianco e nero che incarna perfettamente lo spirito del Surrealismo, giocando sul confine tra corpo umano, oggetto e linguaggio. L’immagine ritrae di schiena Kiki de Montparnasse, pseudonimo di Alice Prin, celebre modella, cantante e musa della Parigi degli anni Venti, che all'epoca era anche la compagna di Man Ray. La posa della donna, con il turbante in testa e il corpo nudo sinuoso, è un esplicito richiamo ai dipinti del pittore neoclassico francese Jean-Auguste-Dominique Ingres, in particolare alla famosa Grande Bagnante. Il titolo non è casuale ma si basa su un modo di dire francese. Il pittore Ingres aveva una grandissima passione per il violino, che suonava nel tempo libero pur non essendo un professionista. Da allora, in Francia, l'espressione "avoir un violon d'Ingres" significa avere un hobby, una seconda passione coltivata con dedizione.
Dall’opera l’artista ricava un triplo gioco concettuale; l'arte come hobby (Man Ray un pittore che usava la fotografia, la fotografia stessa era per lui un "violon d'Ingres"); la donna come hobby suggerisce ironicamente che la modella Kiki sia il suo passatempo preferito; la donna come strumento, Man Ray trasforma fisicamente il corpo femminile in uno strumento musicale. Per realizzarla Man Ray fotografa Kiki in posa. Successivamente, in camera oscura, interviene direttamente sulla stampa fotografica disegnando con l'inchiostro di china le due feritoie a forma di "f" (i fori di risonanza dei violini) sui fianchi della modella, per poi rifotografare il risultato finale. Con questo gesto tipicamente surrealista, l'artista compie una metamorfosi: il corpo nudo ed erotico di Kiki perde la sua natura puramente umana per fondersi con la forma sinuosa di un violoncello o di un violino. L'opera diventa così una riflessione sulla manipolazione della realtà, sull'erotismo e sull'oggettivazione del corpo nell'arte.
Negli anni del Dadaismo newyorkese e parigino, Man Ray utilizza gli oggetti per scardinare la logica borghese e il concetto tradizionale di arte. Alcune opere chiave ci raccontano la sua poetica. Les Larmes (Le lacrime, 1930-1932), trionfo di estetica cinematografica e surrealismo emotivo. Man Ray fotografa il primissimo piano di un volto femminile (gli occhi sono della ballerina Lily Carter) rivolto verso l'alto, con ciglia bagnate di mascara pesante e finte lacrime di vetro rotonde appoggiate sulle guance. Dissociare l'emozione, in questo caso il pianto, dalla sua realtà biologica fu un colpo di genio. Le lacrime, essendo sfere di vetro per collane, non scorrono: sono congelate, geometriche, perfette. Ispirato dalla dolorosa rottura con la sua compagna e assistente Lee Miller, Man Ray ironizza sul dolore dell'abbandono, creando una tristezza artificiale che strizza l'occhio alla finzione del cinema muto e alla fotografia pubblicitaria, la foto fu infatti usata per promuovere un mascara impermeabile. In sintesi, si tratta di un’opera drammatica e ipnotica, che trasforma una sofferenza intima in un oggetto di puro design visivo.
L'Enigma di Isidore Ducasse (1920), una macchina da cucire avvolta in una coperta di lana e legata con uno spago. Qui l’oggetto nascosto e negato alla vista stimola l'immaginazione e il mistero e pare essere un chiaro omaggio alla celebre frase del poeta Lautréamont: "Bello come l'incontro casuale di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo da anatomia".
Ma se Duchamp manteneva un approccio fortemente cerebrale, distaccato e quasi "anestetico" verso l'oggetto, Man Ray infonde nei suoi ready-made una carica poetica e psicologica che farà da ponte verso il Surrealismo. Gli oggetti di Man Ray infatti evocano desideri inconsci, feticismi ed enigmi visivi. Un esempio lo troviamo in “Oggetto da distruggere" (1923), un metronomo sul cui ago l'artista fissa la fotografia di un occhio umano. L'oggetto non è più solo un pezzo industriale sottratto al suo contesto, ma diventa una presenza ipnotica, quasi antropomorfa, che scruta lo spettatore ritmando il tempo.
Possiamo dire quindi che l'arte di Man Ray sfocia nel surrealismo anche attraverso la fotografia, trasformando immagini e oggetti quotidiani in strumento per esplorare l'inconscio, il sogno e il caso, andando oltre la semplice rappresentazione della realtà. L’utilizzo della macchina fotografica diventa un semplice mezzo di documentazione, ma la piega a visioni fantastiche attraverso tecniche innovative. Pur essendo una colonna portante delle mostre e delle pubblicazioni surrealiste, come la celebre scacchiera da lui ideata e realizzata insieme a André Breton, Max Ernst, Salvador Dalí, René Magritte, Pablo Picasso e Giorgio de Chirico, Man Ray non si è mai considerato un dogmatico del movimento e pone la sua firma anche nel design d’avanguardia, quasi senza rendersene conto.
Rifuggiva i vincoli politici e teorici, vivendo il surrealismo non come un rigido manifesto ma come la libertà assoluta di sperimentare, forzare la tecnica e rivelare l'invisibile. In definitiva, Man Ray non ha usato la camera e l’arte in generale, per catturare la realtà, ma per dimostrarci che il confine tra il visibile e il sogno è solo una questione di luce. Liberando la fotografia dall'obbligo di documentare, ha trasformato la camera oscura nel palcoscenico dell'inconscio, lasciando un'impronta indelebile nella storia dell'avanguardia.
Man Ray non è semplicemente un nome, ma il perfetto sinonimo artistico di gioia, gioco e assoluta libertà espressiva; non ha immortalato corpi o oggetti, ma l'essenza stessa delle sue visioni, è l'artista che ha insegnato alla luce a pensare e all'ombra a sognare.
Giovanna Anversa
Informazioni sulla mostra:
Orari: Da martedì a venerdì dalle 10:00 alle 18:00; sabato, domenica e festivi dalle 10:00 alle 19:00 (lunedì chiuso).
Biglietti: L'ingresso intero costa 15 € (ridotto a 13 € per i gruppi e 5 € per scuole e under 14). Il biglietto è inclusivo e dà accesso alla mostra temporanea, alla collezione permanente della Fondazione (con capolavori da Tiziano a Morandi), al parco e alle stanze private degli "Armadi segreti" della Villa.



















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