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19 luglio 2026

Un disco (alternativo) per l'estate. Cinque dischi consigliati da Giorgio Chiesa di "Casalmaggiore a 33giri"

 Un disco (alternativo) per l'estate.

Cinque dischi del primo semestre 2026 consigliati da Giorgio Chiesa di "Casalmaggiore a 33giri"

 


 C’è qualcosa di rituale nei dischi dell’estate. Non sono solo colonne sonore stagionali, ma vere e proprie combinazioni emotive, ci accompagnano nei viaggi, attraversano paesaggi, si depositano nei nostri ricordi come una fotografia sonora.

Giorgio Chiesa di "Casalmaggiore a 33 giri" ci propone cinque dischi alternativi per l’estate 2026, tra ritorni e derive intimiste, ci offre una selezione eterogenea ma coerente. Cinque dischi che si distinguono per identità, ricerca e capacità evocativa.

Ad ognuno dei cinque dischi abbiamo associato recensioni di riviste specializzate del settore. 


 

Marta Del Grandi – Dream Life

 



Una delle pregevoli qualità di Marta Del Grandi è quella di non dare nulla per scontato. E il suo nuovo lavoro, “Dream Life”, ne è la conferma, grazie a un equilibrio perfetto tra art-pop e sperimentazione, cantautorato e arrangiamenti sempre coinvolgenti e punteggiati da spunti e capovolgimenti imprevisti. Insomma, dopo le già ottime prove di matrice principalmente folk, la musicista fa ora dell’eclettismo artistico non solo una fonte creativa da cui attingere, ma il suo punto di forza.

Da queste premesse non era affatto scontato mantenere una visione di fondo così coesa, ma l’ottimo lavoro in fase di produzione e l’attenzione dedicata a ogni singolo dettaglio nella composizione di testi e arrangiamenti arginano il pericolo di una raccolta sfilacciata. Ma, più di ogni tipo di lavoro di rifinitura, a permettere la fluidità in una tracklist così sfaccettata è la camaleontica spontaneità con cui Del Grandi compie le sue metamorfosi sonore abbracciando generi differenti anche all’interno dello stesso brano. Pop, funk, jazz e una spruzzata di musica progressiva trovano infatti un’eccezionale e briosa sintesi in “Antarctica” e nella robustezza ritmica di “Neon Lights”. E questa dimensione giocosa emerge ancor più chiaramente nella title track, dove riflessioni dal potenziale politico trasformativo vengono rivestite da un mantello di leggerezza folk-pop e accompagnate da un ironico videoclip. Le sperimentazioni con la strumentazione elettronica, invece, conducono la cantautrice milanese al pulsare inquieto di “20 Days Of Summer” e agli spazi dilatati in cui sono immersi il duetto con Fenne Kuppens (“Some Days”) e l’avvolgente nuvola strumentale “Gold Mine”.

Due brani, però, si distinguono come i due piccoli capolavori compositivi di questa raccolta, che confermano Marta Del Grandi come una delle più originali e ardite autrici attive negli ultimi anni in Europa. La straordinaria mini-sinfonia chamber folk “Alpha Centauri” condensa in quattro minuti e mezzo descrizioni folk e un afflato epico sulla scia delle recenti prove narrative dei Black Country, New Road. Qui lo slancio estatico viene acceso dall’impianto orchestrale che illumina i toni del brano come se fosse lo specchio terrestre del sistema stellare che dà il titolo alla composizione. Dall’impatto emotivo immediato è invece la ballata che chiude la raccolta. Inizialmente scarnificata e progressivamente arricchita dai fiati e dalla batteria, “Oh My Father” esplora con commozione la complessità della relazione genitore-figlia/o e del suo evolversi nel tempo. Del Grandi non poteva trovare note più delicate – e semplicemente belle – per chiudere “Dream Life”, riportando chi ascolta alla profonda materialità di quella che è per molte persone una delle relazioni fondanti del loro esistere.

 


Si tratta dunque di un disco che parla di sogni ma anche di realtà e piccole cose quotidiane e lo fa con uno spirito musicale raffinato e creativo che incanta sempre di più ad ogni ascolto. A conferma del fatto che, talvolta, il confine tra mondo onirico e realtà è più labile di quello che si creda. Discernere tra i due reami diviene dunque una questione di punto di vista o, meglio, del proprio posizionamento nei confronti del mondo, che, come ci insegnano Adrienne Rich e Donna Haraway, rimane sempre e comunque anche un atto politico.

 di Gianfranco Marmoro, Daniel Moor per Onda Rock


Lamante – Non dico addio

 



Lamante, con il suo secondo disco “Non dico addio”, si muove nel solco del primo album “In memoria di” del 2024, anch’esso prodotto da Taketo Gohara, tornando su temi come memoria, morte e famiglia. Ma allo stesso tempo aggiunge nuovi elementi: cambia, muta, si trasforma. “Non dico addio” è un disco, ma soprattutto un’opera. Lo si percepisce dalla prima all’ultima traccia, per la capacità rara di trasformare un dolore personale in qualcosa di collettivo. Non entra mai in dinamiche eccessivamente private: si può ascoltare senza conoscere nel dettaglio il lutto che ha attraversato la vita della cantautrice, eppure quel dolore arriva con una forza lancinante. E soprattutto, non è un lavoro che si piange addosso, ma sa andare oltre quella ferita, parlando anche di futuro. Di quello che c’è dopo un abisso.

È un progetto rock, nell’attitudine, che morde la pelle, che sbrana attraverso urla strozzate, ma che sa anche accarezzare e sussurrare frasi d’amore. Lamante è divoratrice di sentimenti, di stati d’animo, di memorie. Qui il suono, registrato all’interno di una chiesa consacrata, è completamente al servizio del racconto. Se nel primo lavoro dominavano fiati e chitarre, al centro ora troviamo organo, harmonium e una sezione d’archi: strumenti che evocano una dimensione femminile, materna, che è il cuore pulsante dell’album. Brani come “Governatevi”, “Rimani con me”, “Non dico addio”, “Ritorneremo a guardare il cielo” sono potenti, destinati a trovare la loro espressione più alta dal vivo, dimensione in cui la cantautrice raggiunge il suo apice.


 

Se “In memoria di” era un bel disco ma più frammentato, “Non dico addio” è invece compatto, coeso, pensato per essere ascoltato nella sua interezza. Un album, in questo senso, come si facevano una volta. Raccontare qualcosa di così intimo cercando un respiro universale è difficile. Qui accade. Ed è proprio questa la sua forza. “Non dico addio” è, senza esitazioni, uno dei progetti più significativi usciti in Italia negli ultimi anni scritti da un’emergente. Prosegue il percorso di un’artista che si ascolta davvero, che fa musica per esprimersi, non per inseguire numeri o logiche industriali. Dentro queste canzoni c’è fede non religiosa, ma umana: la speranza che l’arte non salvi il mondo, ma riesca almeno, ogni tanto, a salvare noi.

 di Claudio Cabona per Rockol

 

Leaving Venice – Price of Caring

 



E’ un piacere constatare che il rinascimento dello shoegaze abbia preso piede stabilmente anche in Italia con una generazione di band che ne riprende l’estetica e la rende attuale per i tempi incerti che viviamo. Per chi è nuovo del genere, lo shoegaze (guardarsi le scarpe) nasce negli anni 90 come alternativa introspettiva all’esuberanza del britpop e al nichilismo del grunge. Strati di chitarre pesantemente effettate, voci soffuse in sottofondo e tempi dilatati diedero vita a un modo riflessivo di intendere il rock, basato sulle emozioni e sul vissuto personale di incertezze e vulnerabilità. Le band che hanno fatto la storia (My Bloody Valentine, Slowdive e Ride) sono sopravvissute alle crisi e attualmente guidano una nuova ondata che risponde bene all’esigenza attuale di riscoprire delicatezza, emotività, empatia. Nuove band come i Whitelands hanno raccolto il testimone e incantano con suoni celestiali anche i cuori più duri. Per questo, dicevo, fa piacere che l’onda shoegaze sia arrivata in Italia e che stia raccogliendo, nel pubblico che apprezza la musica alternativa, sempre più consensi, tanto che si parla di italogaze.
 
I piacentini Leaving Venice ne sono degni rappresentanti con i loro muri di chitarre, la voce eterea e le aperture melodiche al livello dei colleghi britannici. Il loro album d’esordio, l’appena uscito “Price Of Caring”, (pubblicato dalla Dear Gear Records) si pone come punto di riferimento per la scena nostrana. La giovane band composta da Sara Groppi (voce, chitarra), Nicolò Botti (chitarra), Tommaso Botti (basso) e Diego Cardini (batteria) riprende i principali punti di riferimento del genere e li mette al servizio di una scrittura ammaliante ed energica, per un album che tratta del dilemma del vivere le proprie emozioni con completezza: “I brani di ‘Price Of Caring’ raccontano come, nel confronto con gli altri e con il mondo che ci ospita, l’intensità emotiva possa trasformarsi in un fardello, una fatica silenziosa, pur permettendoci di vivere ogni cosa a fondo”.

L’alternarsi di momenti di calma a fragori impetuosi rappresenta infatti in musica il fardello che viviamo nell’era dell’apparire, cioè vivere appieno le esperienze o nascondere le emozioni per non mostrarsi vulnerabili: “Questa estetica non è solo un linguaggio musicale, ma un mezzo espressivo che amplifica il conflitto al centro dell’album: lasciarsi scivolare addosso le cose per proteggersi e nascondersi, o liberare e celebrare la propria natura emotiva, immergersi”.


Heaven’s Bright”, uno dei due singoli, colpisce per i riff molto anni 90 e l’ingresso della chitarra che dà subito energia al brano mentre questo va in progressione. “Coming Clean” parte con un ritmo spedito e un giro di accordi che rende omaggio alle aperture dei Ride, per poi calmarsi e puntare sulla melodia del cantato e riprendere forza espressiva a metà brano. “Zebra”, il primo singolo, è lento e sognante come solo gli Slowdive sanno fare, i riverberi e gli intrecci tra le chitarre la fanno da padroni e l’intensità del ritornello dona una sostanza emozionante al brano, con un assolo finale che porta la canzone alle stelle. “Price Of Caring” è costruita sulle armonie chitarristiche e sulla loro fusione con la voce, in un brano tra i più sognanti dell’album che racconta appunto “il prezzo del prendersi cura”.


 
 
Price Of Caring” è un album a cui dare un po’ di spazio per lasciarci accarezzare ed è un buon modo per entrare dentro lo shoegaze e, magari, innamorarsene.

 di Luigi Zampi per Onda Rock


Vanessa Van Basten – Yes

 


Non ricordo come sono entrati nella mia vita i Vanessa Van Basten, so solo che, poco dopo l'uscita di “La stanza di Swedenborg”, ci sono rimasto sotto (è grazie a loro e ai Giardini di Mirò che mi sono reso conto che certe sonorità potessero vivere ben oltre i confini americani). Sono passati vent'anni e resta ancora una parte di me. Non che il successivo “Closer to the Small/Dark/Door” fosse da meno. Anzi. Il loro silenzio durato undici anni (tanti ne sono passati dall'EP “Disintegration”), però, si sono fatti sentire. Il peso del silenzio.

Bastano però pochi secondi di Dying in My Bed per capire che i Vanessa Van Basten sono tornati, non solo come presenza, ma come spirito che tutto permea. Aperture e dissonanze, violenza e involo etereo. Sette minuti e sette secondi di tutto ciò che me li ha fatti entrare nel cuore. Quel tocco coldwave che prende allo stomaco, la voce di Morgan Bellini che entra e porta tutto su. È così che inizia “Yes”. È così che il calore e il freddo si fanno di nuovo uno. Giornata de legno (con Giornata de oro innestata oltre i ricordi dall'altro lato della medaglia) nasce onda acustica, Stefano Parodi domina la scena col suo basso imperioso, la melodia che carezza il volto, folk che sa di temp(l)i a distanza siderale, con le percussioni a risuonare lungo le navate in movimenti circolari. Perché è in cerchio che “Yes” si muove, in spire avvolgenti. Lo si sente bene nella lunga La vita è la droga della morte, titolo evocativo, così come lo sono le melodie, diafane, cristallo soffiato che si fa crescendo e maremoto, spazialità post, orizzonti infiniti carichi di elettricità, chitarre ascendenti che paiono non fermarsi mai, nemmeno quando detonano in feroci onde d'urto per poi farsi aura sacrale e ancora mostro doom che tutto divora.



Il riff alternative rock trasmutato in colate di magma che tira dentro Spittincotton, a stretto giro, si fa sangue rovente, è l'odore del vento del Midwest che spira anche qua. La culla post-rock di Heartheaven è dolcezza e lucore, sospinge come il mare. Anche questo è “Yes”, qualcosa che si muove negli interstizi di un mondo che pare non esistere più.

Ma quel mondo è qua, spero per restare. Perché c'è ancora bisogno dei Vanessa Van Basten. Ora più che mai.

  di Fabio Marco Ferragatta per Impatto Sonoro

 

 

Yumeia & Tre Flip – Lume

 



"Lume" è il primo album ufficiale del progetto musicale Yumeia, realizzato in collaborazione con il collettivo Tre Flip.

La musica di Yumeia e Tre Flip è espansa, gelida, rarefatta: si allunga sui silenzi come un eco che rimbalza su un precipizio e poi incendia l’aria quando l’impeto prende il sopravvento sull’attesa. È shoegaze dal respiro pieno e dalle distorsioni che vanno e vengono, con una malinconia totale che è condizione esistenziale prima che requisito artistico. «È così strano che a giugno piova», cantano loro. La bella stagione non ci è mai appartenuta.

   di Manfredi Lamartina per ShoegazeBlog


Cinque dischi dal respiro internazionale: i non addetti ai lavori, ascoltando questi dischi penserebbero ad artisti inglesi o statunitensi, sia per il linguaggio che per lo stile musicale; niente di più sbagliato, se andiamo a controllare le loro carte d'identità troviamo scritto Abbiategrasso, Schio, Piacenza, Genova, Roma e Bolzano. Valorizzare la musica indipendente italiana porta indubbiamente un valore aggiunto a questa selezione di Giorgio.
Cinque dischi diversi, cinque traiettorie sonore che raccontano un’estate meno urlata e più introspettiva. Una stagione che, almeno musicalmente, sembra preferire la profondità alla superficie.

 

a cura di Stefano Superchi 

 

 

17 luglio 2026

Osvaldo Bagnoli, il Mago della Bovisa che non volle mai diventare leggenda

 Osvaldo Bagnoli, il Mago della Bovisa che non volle mai diventare leggenda

 


 C’è una Milano che non fa rumore, che non si racconta nei salotti televisivi. È la Milano della Bovisa, delle fabbriche e dei cortili, delle mani sporche di lavoro e delle parole pesate con cura. È da lì che veniva Osvaldo Bagnoli. E forse è da lì che bisogna partire per ricordarlo.

Non è mai stato un personaggio, Bagnoli. Non lo voleva essere. In un calcio che già allora cominciava a costruire le sue fragili icone, lui restava defilato, schivo, con quella sua aria da uomo comune che sembrava capitato lì per caso. Ma non c’era niente di casuale, c’era una coerenza profonda che affondava le radici nella sua origine operaia.

 


Bagnoli parlava poco, e quando lo faceva non cercava mai la frase a effetto. Non aveva bisogno di convincere nessuno, bastava guardare le sue squadre. Organizzate, solidali, concrete. Squadre che lavoravano, più che brillare. Come lui.

E poi c’è Verona. O meglio, quella stagione che ancora oggi sembra uscita da un romanzo più che da un archivio sportivo. Lo scudetto del 1985 non è stato solo una vittoria, è stata 
un’anomalia nella logica del potere calcistico, una crepa nel sistema delle gerarchie previste. Il Verona non doveva vincere, non aveva nomi altisonanti, non aveva abbastanza tradizione, non aveva il peso. Aveva però un’idea, e aveva Osvaldo Bagnoli.


 

Una squadra costruita con intelligenza e misura, capace di battere le grandi senza mai perdere la propria identità. Non giocava un calcio spettacolare, nel senso più superficiale del termine, ma un calcio essenziale, oserei dire quasi etico. E in questo c’era tutto Bagnoli: il rifiuto del superfluo, la fiducia nel collettivo, la centralità del lavoro.

Quello scudetto resta ancora oggi un’anomalia luminosa e forse è giusto così perchè i miracoli non si ripetono.

 


Ma ridurre Bagnoli a quell’impresa sarebbe ingiusto. Ci sono stati anche i percorsi europei, la capacità di portare una provincia calcistica (Verona e Genoa) a confrontarsi senza timori con il resto del continente. Anche lì, senza proclami, senza retorica, solo con il lavoro e con una lucidità rara.

Dietro quell’apparente distanza c’era una vita che non sempre concedeva tregua. I problemi di salute della figlia lo segnarono, lasciando intuire una fragilità che lui non dava a vedere, ma che inevitabilmente attraversava le sue scelte e i suoi silenzi. In un mondo che pretendeva sempre presenza e dichiarazioni, Bagnoli sceglieva il passo indietro. Non certo per mancanza di argomenti, ma per misura.

 


E poi c’erano le sue idee. Mai ostentate, mai gridate. Ma chiare. Un pensiero vicino al mondo operaio da cui proveniva, una visione sociale che metteva al centro il lavoro, la dignità, la solidarietà. Anche nel calcio, che per lui non era mai solo spettacolo, ma senso di comunità, di responsabilità, di appartenenza.

Forse è per questo che oggi la sua figura appare ancora più distante dal mondo del calcio ipertrofico ed urlato di oggi. Non perché fosse fuori dal tempo, ma perché il tempo ha smesso di riconoscere uomini così. Uomini che non cercano di essere ricordati, e proprio per questo restano nella profondità, nella memoria di chi fatica a riconoscersi nel calcio odierno.

 


Osvaldo Bagnoli se n’è andato in silenzio, senza cambiare stile. Senza diventare altro da sé. E in fondo è questa la sua eredità più grande: aver dimostrato che si può vincere, anche molto, senza mai smettere di essere quello che si è.

Come nella Bovisa, da dove tutto è cominciato, e niente ha bisogno di essere spiegato.

Stefano Superchi 

 

 

12 luglio 2026

Feiez, il suono irrinunciabile di un’eresia musicale italiana

 Feiez, il suono irrinunciabile di un’eresia musicale italiana

 



Nel mosaico sonoro di Elio e le Storie Tese, fatto di virtuosismo, ironia e continue deviazioni dalla norma, la figura di Feiez ha occupato un posto non solo importante, ma fondativo. Paolo Panigada, per tutti Feiez, non è stato semplicemente un membro della band, ma uno degli elementi che ne hanno plasmato l’identità più profonda, contribuendo a quell’equilibrio unico tra rigore musicale e dissacrazione che ancora oggi rende il gruppo un caso irripetibile nella storia della musica italiana.


 

Nato il 12 luglio 1962 a Crema, Feiez cresce in un contesto musicale tutt’altro che banale. Polistrumentista raffinato, capace di passare con naturalezza dal sassofono al flauto traverso, fino alla chitarra e alla voce, porta dentro Elio e le Storie Tese una formazione solida, nutrita di jazz, rock e contaminazioni colte. È proprio questa sua versatilità a diventare uno degli assi portanti del suono del gruppo, non semplice accompagnamento, ma presenza capace di arricchire, spiazzare, elevare ogni brano.




 

Chi ascolta con attenzione dischi come Italyan, Rum Casusu Çikti o Eat the Phikis riconosce immediatamente il contributo di Feiez, gli interventi strumentali che non si limitano a sostenere la struttura, ma dialogano con essa, la trasformano. Il suo sassofono, in particolare, è diventato una firma riconoscibile, capace di muoversi tra parodia e autentica raffinatezza jazzistica senza mai risultare caricaturale. È in questo equilibrio sottile che si gioca gran parte della forza espressiva del gruppo.

 


Ma Feiez era anche presenza scenica, spirito collettivo, energia condivisa. Nei live, dimensione fondamentale per Elio e le Storie Tese, incarnava quella libertà creativa che rendeva ogni concerto diverso dall’altro. La sua ironia non era mai fine a sé stessa, smontava i codici per mostrare quanto la musica potesse essere insieme gioco e disciplina, leggerezza e competenza.

 


La sua scomparsa improvvisa, nel dicembre 1998, dopo un concerto a Milano, ha rappresentato uno spartiacque non solo per la band, ma per un’intera generazione di ascoltatori. Feiez ha una emorragia cerebrale sul palco, nel luogo che più gli apparteneva, morendo poche ore dopo e lasciando un vuoto che nessuna sostituzione avrebbe potuto colmare davvero. Da quel momento, Elio e le Storie Tese continuano il loro percorso portando con sé una consapevolezza nuova, in cui l’ironia convive con una memoria viva e mai retorica.


 

Negli anni, il ricordo di Feiez si è trasformato in iniziative concrete e momenti di condivisione, tra cui il “Feiez Memorial Day”, evento che per lungo tempo ha riunito musicisti, amici e pubblico in serate dedicate non solo alla commemorazione, ma anche alla celebrazione della musica come spazio collettivo. Non semplici tributi, ma occasioni in cui lo spirito di Feiez, fatto di libertà, sperimentazione e rigore, ha continuato a manifestarsi attraverso nuove esecuzioni, improvvisazioni e incontri.


 

Accanto agli eventi, anche la dimensione discografica e narrativa ha contribuito a mantenerne viva la memoria. Testimonianze, racconti, registrazioni e ricordi condivisi dai membri della band e da chi lo ha conosciuto restituiscono un ritratto umano oltre che artistico: quello di un musicista generoso, curioso, profondamente immerso nella pratica musicale come forma di relazione.

 


Parlare oggi di Feiez significa interrogarsi su cosa renda davvero “necessario” un artista all’interno di un progetto collettivo. Nel caso di Elio e le Storie Tese, la risposta è evidente: senza il suo contributo, quel suono, così riconoscibile e insieme inafferrabile, non sarebbe stato lo stesso. Feiez non era solo parte dell’ensemble, era uno dei suoi motori creativi, una delle voci più autentiche di un linguaggio che ha saputo sfidare ogni classificazione.


 

A distanza di anni, la sua eredità non si misura soltanto nei dischi o nei ricordi, ma nella capacità di continuare a ispirare un’idea di musica colta e popolare allo stesso tempo. Un’idea che, proprio come lui, sfugge alle definizioni facili e continua a sorprendere.

Forza Panino! 

Stefano Superchi 

 

 

11 luglio 2026

Ma quanto ci mancano Alan Ford e il gruppo TNT?

 

 Ma quanto ci mancano Alan Ford e il gruppo TNT?

 


 Negli anni 60/70 era difficile trovare un giovane che non leggesse i fumetti. Entrare nel mondo di eroi e antieroi era un modo per immaginare, sognare, sentirsi protagonisti, la fantasia esplodeva e si volava!

Nel maggio 1969 appare per la prima volta nelle edicole Alan Ford e il Gruppo T.N.T. e inizialmente è pressoché un flop; l’editore però persevera e col 15esimo numero inizia a tirare. La serie rivoluzionerà il fumetto italiano grazie a un gruppo di personaggi non del tutto ortodossi che gestiscono un’agenzia di spionaggio, personaggi tutti da scoprire le cui avventure diedero vita alla celebre serie italiana a fumetti creata dallo sceneggiatore Max Bunker (Luciano Secchi) e dal disegnatore Magnus (Roberto Raviola).

 

Magnus e Max Bunker



 Il primo numero costa 150 lire ed è composto da 128 pagine 12x17 cm. Sino al numero 75 l'albo è stato disegnato da Magnus e in seguito si sono avvicendati vari disegnatori tra cui Paolo Piffarerio, Raffaele della Monica e Dario Perucca
La copertina del primo numero di Alan Ford, intitolato proprio "Il Gruppo T.N.T." mostra in primo piano il volto del protagonista Alan Ford con un'espressione accattivante mentre accenna un sorriso. Il disegno originale, realizzato da Magnus, è caratterizzato da elementi visivi ben precisi:

 



•    Il volto di Alan Ford è racchiuso all'interno di una spirale ipnotica gialla, che conferisce alla copertina un forte impatto grafico e un richiamo alle atmosfere pop e di spionaggio della fine degli anni '60.
•    Nella parte superiore della prima edizione compare la testata rossa con scritto in nero e in grande ALAN FORD che resterà il logo ufficiale della serie. Subito sotto la dicitura "Presentazione di Carlo Della Corte" e il prezzo dell'epoca, L. 150.
•    In basso, sotto il collo alto della caratteristica maglia nera di Alan Ford, campeggia il titolo del volume, IL GRUPPO TNT.

TNT è una scalcinata organizzazione che si occupa di spionaggio e investigazione, dedita a risolvere casi e sventare crimini, muovendosi spesso in un'atmosfera di satira sociale e umorismo grottesco. Il gruppo è famoso per essere composto da personaggi sgangherati, squattrinati e con forti difetti fisici o caratteriali, che si scontrano continuamente con la povertà e con nemici bizzarri. Non è una squadra efficiente e non assomiglia affatto alle organizzazioni di spionaggio classiche: i suoi membri vivono alla bell'e meglio, litigano spesso, hanno difetti enormi e affrontano missioni che iniziano già storte o diventano ingestibili quasi subito. Il gruppo si regge su una combinazione molto precisa:

 



•    Numero Uno comanda e accentra tutto su di sé; è l'anziano del team è l’avido e geniale capo del gruppo. Costretto su una sedia a rotelle, è in realtà un potentissimo burattinaio a conoscenza dei segreti di tutti i potenti del mondo. Ha una barba lunghissima e un corpo ormai consumato ma una presenza che domina l’intero gruppo con modi bruschi, voce tagliente e un’autorità che nessuno mette mai in discussione. Gli incarichi passano da lui, i soldi restano nelle sue mani e anche le decisioni più piccole dipendono dal suo umore. Non parte quasi mai per le missioni, ma decide chi mandare, con quali mezzi e per fare cosa. Più che guidare una squadra, amministra una piccola corte miserabile in cui tutti dipendono dalla sua avarizia.

 


 
•    Alan Ford è il protagonista nominale, giovane, biondo, ben vestito, ingenuo e idealista. Entrato per errore nell'agenzia, si ritrova spesso a fare da bussola morale al gruppo, viene mandato all’esterno quando serve un volto presentabile. In mezzo a facce stralunate, nasi enormi e vecchi decrepiti, è quello che può ancora sembrare una persona normale.

 



•    Bob Rock porta tensione in ogni situazione; è basso, tozzo e porta un naso enorme. E’ perennemente arrabbiato e riconoscibile per il suo grande naso, è il membro più cinico e pessimista della squadra. Ha un’aria sempre irritata, scatta per poco e vive qualunque cosa come un affronto personale, discute con tutti, protesta, peggiora i rapporti interni e finisce spesso al centro dei momenti più caotici.

 



•    Grunf è un vecchio tedesco con i baffoni, la coppola da aviatore e un entusiasmo tecnico del tutto sproporzionato rispetto all’affidabilità dei mezzi da lui ideati. Eccentrico inventore e meccanico non abilissimo, prepara marchingegni e trovate tecniche improbabili. È l'addetto agli armamenti e ai bizzarri veicoli del gruppo che costruisce assemblando pezzi di fortuna o rottami. È l’uomo degli attrezzi, dei veicoli e delle soluzioni tecniche. Costruisce macchine, mezzi di trasporto, mette insieme tutto quello che serve sul piano pratico. Quasi sempre, però, il risultato resta incerto. Se il TNT deve spostarsi, Grunf prepara il mezzo, il fatto che poi quel mezzo regga davvero è un’altra questione. Anche il suo modo di parlare fa parte del personaggio quanto le sue invenzioni.

 


 
•    Conte Oliver si rende utile nei furti e nelle operazioni più ambigue; è un nobile decaduto magro, elegante, dai modi raffinati, mantiene il fare da nobile anche in mezzo alla miseria del gruppo. È un cleptomane incallito, dotato di una classe innata e capace di sfilare qualsiasi oggetto di valore dalle tasche dei malcapitati. È l’uomo giusto quando serve rubare, infilarsi da qualche parte o recuperare un oggetto con mezzi poco ortodossi. La sua cleptomania e la sua esperienza nei furti lo rendono utile soprattutto quando il piano richiede destrezza più che forza.

 



•    Geremia Lettiga è un uomo lamentoso e ipocondriaco. Ha l’aria di chi vive tutto come una fatica e infatti viene sempre associato ai suoi malanni. Nel gruppo occupa una posizione più defilata, più legata alla sopravvivenza quotidiana che all’azione vera e propria. Porta addosso il lato più stanco e più sfatto del TNT. Malaticcio e inconcludente è un ipocondriaco cronico che si lamenta continuamente di ogni sorta di malanno immaginario pur di non lavorare.

 

 

La sede del Gruppo TNT: il negozio di fiori

 
Ufficialmente, il quartier generale è un modesto e fatiscente negozio di fiori nella Sesta Strada a New York, che palesemente richiama la Milano in cui lavoravano gli autori. Il negozio in teoria è una copertura ed è il luogo che descrive meglio la condizione di quel gruppo strampalato; il locale ha un aspetto dimesso, davanti c’è la facciata commerciale, dietro il retrobottega, che diventa centro operativo, sala riunioni e rifugio del gruppo. È lì che arrivano gli incarichi, si discutono i piani, si litiga e si cerca di mettere insieme qualche missione con mezzi quasi sempre approssimativi e insufficienti. Gran parte della vita del gruppo TNT scorre in quello spazio stretto e malmesso, lontanissimo dall’immagine classica delle organizzazioni segrete.

 


 

Le rocambolesche missioni del Gruppo TNT 

Le missioni del Gruppo TNT cominciano quasi sempre con un incarico poco chiaro, mal pagato o già compromesso in partenza. Il gruppo riceve l’ordine, prova a organizzarsi e mette insieme un piano, ma raramente ha mezzi adeguati o una strategia davvero solida. A complicare tutto ci pensano i veicoli di Grunf, le tensioni interne, l’affidabilità molto discutibile dei membri e il fatto che ogni operazione può cambiare direzione da un momento all’altro. I piani saltano, si improvvisa, qualcuno sbaglia, qualcuno sparisce. Spesso la situazione va avanti più per casualità che per controllo e logica programmazione. Il gruppo TNT lavora a suo modo, per tentativi, correzioni, cambi di rotta, improvvisazioni, incidenti e rattoppi continui.
 


Personaggi a contorno

Attorno al Gruppo TNT si muovono anche altri personaggi che non hanno la presenza costante del nucleo principale, ma aiutano a dare più corpo allo strano mondo in cui Alan Ford e il gruppo TNT si muovono.

 



La Cariatide è una delle figure più note di questo contorno. Fa parte del gruppo fin dalle prime storie, anche se col tempo si defila sullo sfondo.

 



Cirano e Clodoveo compaiono in modo discontinuo e si legano soprattutto a episodi particolari o a vicende che toccano il passato di Numero Uno. Sono presenze laterali, ma utili a far sentire il TNT come una squadra mai del tutto chiusa, bensì aperta ed accogliente.
 

Gli avversari del Gruppo TNT

Nel mondo di Alan Ford, gli avversari del Gruppo TNT formano una galleria molto varia, ma hanno quasi sempre una cosa in comune: sembrano usciti da una parodia feroce del fumetto d’avventura e del romanzo criminale. Il nemico più celebre è Superciuk comparso per la prima volta nel n. 26 del 1971, personaggio così riuscito da diventare uno dei simboli stessi della serie. Iconico antieroe, il cui vero nome è Ezechiele Bluff, è uno spazzino alcolizzato che possiede un "superpotere" unico: una fiatata talmente micidiale e mefitica da stordire all'istante chiunque si trovi sul suo cammino. Il suo motto satirico è «Rubare ai poveri per dare ai ricchi».

 


Accanto a lui ci sono figure ricorrenti come Margot, l'avvenente spia manipolatrice e doppiogiochista, prima avversaria donna già presente nel primo numero della serie. Ci sono poi: il criminale gentiluomo Arsenico Lupon, lo scienziato folle Aseptik e altri personaggi grotteschi come Baby Kate.

 


A rendere ancora più vario il cast dei nemici ci pensano poi Beppa Giosef, moglie di Superciuk, e tutta una serie di delinquenti, spie, scienziati e megalomani che il Gruppo TNT affronta in storie dove il pericolo vero convive sempre con il ridicolo. Più che antagonisti nel senso classico, sono maschere satiriche che permettono a Max Bunker di prendere in giro supereroi, criminali, fantascienza e romanzo d’azione nello stesso momento.
 


 

Il Gruppo TNT nel periodo classico di Magnus e Bunker

Parlando del Gruppo TNT, il pensiero torna naturalmente alla prima fase della serie, quella scritta da Max Bunker e disegnata da Magnus. È in quei numeri che il gruppo prende forma in modo definitivo: si fissano i rapporti tra i personaggi, si chiarisce il tono del fumetto e si consolida quell’equilibrio tra spionaggio, miseria, satira e assurdo che resta il marchio più forte di Alan Ford. Che dire del disegno di Magnus? Il suo tratto dà al TNT una fisionomia precisa: ambienti poveri, facce scavate, corpi deformati, dettagli grotteschi, tutto concorre a costruire l’immagine del gruppo così come i lettori la ricordano ancora oggi. Quando si parla del TNT “classico”, molto spesso si parla proprio di questa fase.

 
 


Alan Ford mi si presentò in adolescenza e mi conquistò in età più matura, in maniera lenta ma duratura. Fumettara fin da bambina, Alan Ford fu il fumetto delle fasi per eccellenza: iniziale curiosità per i personaggi e le loro imprese alternando stupore e ilarità a momenti di non totale comprensione. Se non sempre coglievo il vero messaggio di queste strisce geniali, l’uscita settimanale di quel “giornalino”, veniva attesa con trepidazione come per Topolino, Diabolik, Tex e tutte le altre meraviglie del tempo e ogni settimana mi ritrovavo a lottare col budget della paghetta che mi imponeva di sceglierne, ahimè, solo due.


 

Furono Beckett, Ionesco e il teatro dell’assurdo, studiati svogliatamente a scuola, a darmi la chiave di lettura definitiva di Alan Ford rendendomi, ancor oggi, un’appassionata fan. È una satira pungente, corrosiva, surreale ed estremamente intelligente della società, del potere, della meschinità umana e della banalità del male, aspetti abilmente vivisezionati attraverso il ribaltone dell'immagine classica dell'agente segreto perfetto alla James Bond.

 


 

Il gruppo TNT apre il sipario e mostra con sottile ironia e feroce condanna le difficoltà dei diseredati e dei reietti. Una banda di scalcinati, dal candido Alan Ford al pessimista Bob Rock, quotidianamente in lotta per sopravvivere. Le loro imprese rocambolesche contro l'ingiustizia e l'esclusione sociale vengono studiate in un retrobottega che è l’esatto contrario degli studi dalle poltrone in velluto rosso dei grandi studi investigativi. Le avventure si muovono nel solco del grottesco e del paradosso, regalando al pubblico espressioni entrate nel linguaggio comune e una comicità cinica e dissacrante Un manipolo di personaggi affascinanti proprio perché privi del classico charme da fighetti, aprono gli occhi al lettore mostrando una realtà molto più distorta di loro: 

 



La denuncia del cinismo del potere. Tramite figure come il Numero Uno, il fumetto demolisce l'idea di un'autorità saggia e benevola, dipingendola spesso come cinica, spietata e interessata solo al proprio tornaconto economico. 

L'arte di arrangiarsi. In un mondo diviso tra ricchi e poveri, i membri del gruppo T.N.T. usano l'ingegno, l'amoralità e l'astuzia per sbarcare il lunario, diventando gli eroi involontari di chi non ha privilegi. 

 


 

Il fumetto rimane un'opera di culto che unisce umorismo nero, critica politica e un'amara profezia sulla disparità sociale. Si può davvero asserire che attraverso uno dei fumetti più goduti di quegli anni, Max Bunker e Magnus hanno sbeffeggiato il potere, la burocrazia e l'ipocrisia, trasformando un gruppo di improbabili e squattrinati agenti in momento di culto.

Giovanna Anversa 




05 luglio 2026

Diversi. Torna la rassegna cinematografica estiva curata da Emanuele Piseri

 DIVERSI
Cinque film dove il futuro sarà di tutti


Rassegna cinematografica estiva cura di Emanuele Piseri


8 luglio – 5 agosto 2026
Ogni mercoledì alle 21:30

 


Ritorna la rassegna estiva presso il Museo Diotti di Casalmaggiore (CR).
Il titolo è DIVERSI, cinque film dove il futuro sarà di tutti, ogni mercoledì dall’8 Luglio 2026 al 5 Agosto.
 

Stessa ora, stesso luogo. Da tanti anni ormai ogni estate il cortile del Museo ospita la magia del Cinema sotto le stelle a Casalmaggiore in estate. Rassegna che festeggia i 18 anni! Sono passati tanti, tantissimi film e i più disparati temi dal cortile del Museo!
 

l'edizione del 2008

 

Ricordo ancora la proposta dell’Assessore Francesco Sanfilippo e ricordo con un certo imbarazzo di aver accettato, non senza aver avvertito un certo senso di vertigine. Da allora è cambiato molto, sono cambiato io, si sono alternate le amministrazioni comunali, è cambiato il mondo, il clima e con tutto questo siamo cambiati tutti. Anche il Museo Diotti, mi vanto un po’, ha acquisito una nuova caratteristica. E’ diventato luogo di cinema, che oramai ha un sapore iconico, viste le richieste che sento man mano arrivare sempre più sovente riguardo all’eventuale programmazione. Richieste di anticipazioni, di quali titoli verranno mostrati, di quali temi si parlerà.


 


Insomma: è tempo di sentirsi DIVERSI e quale titolo ed occasione migliore per condividere e riflettere su questa parola ricca di significato. Il termine diverso indica qualcosa che non è uguale o simile a un'altra cosa. Significa che c'è una separazione o un cambiamento rispetto a un modello di riferimento. Come aggettivo significa differente, dissimile. Come aggettivo indefinito al plurale significa molti, parecchi. In generale indica una pluralità di significati che portano ricchezza grazie ad un’unicità che evidenzia una distinzione rispetto ad altro. Che può essere o meno percepita, evidenziata, sminuita, accettata.


Quest’anno lo spunto iniziale di riflessione, non scherzo, viene fornito da una canzone che effettivamente non ha nulla di interessante. A volte è proprio nel becero che si trovano spunti per riflettere:
 

One, two, three, quattro
Esatto, esatto, esatto, esatto
Facciamo tutti dei versi
Siamo una grande tribù
Non siamo tanti DIVERSI
Dai prova a farlo anche tu
 Lo cantavano Francesco Salvi e una banda di pupazzi in una nota canzone di fine anni ’80. E’ proprio lui: il tormentone Esatto! La canzone e il suo iconico balletto, finiti pure sul palco di Sanremo e arrivati al 7°posto, parlavano in modo dissacratorio di una sorta di animatore turistico che chiedeva agli astanti di imitare i veri professionisti del mestiere: gli animali. Ognuno in fondo può cantare, anche cani, galli e porci. Insistendo con il potere della lingua italiana usava il verso intendendolo come verso di una canzone, ma anche del verso degli animali. E non solo: li sfidava a fare del loro meglio in una sorta di caravanserraglio a metà strada tra Gioca Jouer e un vortice scanzonato tragicomico.

 


Esatto! è anche una citazione che porto scritta su una maglietta regalatami tempo fa da mia moglie Michela. I toni surreali del comico di Luino, noto anche per altri programmi cult e per essersi ritirato ormai molti anni fa dalla produzione televisiva hanno dato il LA al programma di quest’anno. Ed è proprio la frase non siamo tanto DIVERSI che mi ha fatto pensare ed ha azionato la trottola nel cervello.
 

DIVERSI è una rassegna che pensa a ciò che bisogna accettare dell’altro, ovvero di capire chi è l’altro per poter convivere. Per questo i cinque film parlano di realtà scomode, di verità e di esistenze provenienti da ogni parte del mondo.
Parlano del fatto che come esseri umani non siamo tanto diversi, che dovremmo essere una grande tribù, ma che al momento in cui occorre facciamo delle nostre differenze un motivo di lotta, di sopravvivenza, di sopraffazione e di odio reciproco.
Dunque in questi film il futuro sarà di tutti. In che modo?

 



Se nel Giappone di Rental Family le persone che hanno bisogno di affetto lo pagano chiedendone la surrogazione da parte di un attore fallito. Attore che si presta ed è pure parte di un’agenzia dove altri svolgono questo servizio. Sembra assurdo o no? Esiste nel mondo reale e non cinematografico questo servizio? Come chiedere se esiste veramente Only Fans. Esiste da fine anni ottanta. Esatto!

 


8 Luglio - RENTAL FAMILY di HIKARI

Rental Family – Nelle vite degli altri di Hikari, pseudonimo di Mitsuyo Miyazaki, è il nuovo film con Brendan Fraser, presentato alla Festa del Cinema di Roma 2025.
Protagonista della storia è un uomo americano che vive in Giappone e lavora per un’agenzia di “rental family”, interpretando di volta in volta il ruolo di padre, marito o parente per persone che ne hanno bisogno.
Il suo lavoro consiste nel diventare ciò che agli altri manca: una presenza rassicurante, un familiare affidabile, qualcuno con cui condividere momenti importanti. In un Paese in cui l’apparenza sociale e il rispetto delle convenzioni hanno un peso rilevante, questo servizio rappresenta per molti una soluzione temporanea alla solitudine.

 


Per La grazia del duo Sorrentino Servillo il tema è più scomodo ancora: il ruolo che deve avere un ipotetico (?) presidente della Repubblica nel promulgare una legge sull’eutanasia. Lo stesso a fine mandato è coinvolto in un secondo interrogativo nel concedere la grazia in un caso spinoso. La realtà è scomoda e il quesito è: l’intervento del lato umano della persona di potere può creare problemi di imparzialità? E cambiare la vita di molti? La grazia sarà corrispondente all’intervento del libero arbitrio? Esatto!

 



15 Luglio - LA GRAZIA di Paolo Sorrentino

Il Presidente della Repubblica Italiana è giunto al suo semestre bianco ed è incerto se chiudere il suo mandato firmando la legge sull’eutanasia. Una cornice ben costruita e ottimi attori per sviluppare una tema così delicato in modo leggero e irresponsabile. In sala Mariano de Santis, Presidente della Repubblica Italiana, è entrato nel semestre bianco. Ha tutto il diritto di rallentare i suoi impegni istituzionali ma ha sul tavolo, pronti per la firma, tre documenti: la legge che introduce l’eutanasia in Italia e due richieste di grazia: un marito che ha ucciso la moglie perché affetta da Alzheimer violento e una donna che ha ucciso a coltellate il marito perché esercitava su di lei continue violenze e soprusi.

 


Il terzo film è davvero importante e sono orgoglioso di proporlo in questa rassegna in voce originale con i sottotitoli in italiano. La voce di Hind Rajab è una ricostruzione di fatti realmente accaduti che sono stati volutamente insabbiati dal governo Israeliano. In mezzo ai migliaia di altri di questa guerra assurda, ma ben pianificata e non raccontata in modo trasparente. Il film, che ha conquistato il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia , si distingue per una scelta stilistica rigorosa: la voce che si ascolta al telefono è quella reale e straziante della bambina. La guerra è libertà, diceva qualcuno, basta essere dalla parte giusta. Esatto!

 



22 Luglio - LA VOCE DI HIND RAJAB di Kaouther Ben Hania

Film in lingua originale con sottotitoli in Italiano
29 gennaio 2024. I volontari della Mezzaluna Rossa ricevono una chiamata d’emergenza: una bambina di sei anni, intrappolata in un’auto sotto il fuoco di una sparatoria a Gaza, implora di essere soccorsa. In costante contatto con lei, aggrappati alla sua voce disperata, faranno tutto il possibile per salvarla. Dalla celebrata regista Kaouther Ben Hania, un film potente e ineludibile, vincitore del Leone d’Argento – Gran
Premio della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia e tratto da una sconcertante storia vera. I protagonisti in scena sono tutti interpretati da attori professionisti. Ma la voce che sentiamo al di là del telefono è la registrazione originale della voce di quella bambina. Il suo nome era Hind Rajab. La regista utilizza un approccio quasi documentaristico, privo di facili drammatizzazioni o musiche melodrammatiche, per denunciare il collasso dei soccorsi umanitari e il male morale legato alla guerra.

 


Un semplice incidente di Jafar Panahi parte da un presupposto che mi piace molto da sempre. Si chiama disobbedienza civile. Tradotto: il regime iraniano punisce con la reclusione il regista. Il regista non ci sta e produce due film senza l’approvazione del governo, affrontando tutti i rischi del caso. È stato il primo film diretto da Panahi dopo la sua incarcerazione nella prigione di Evin durata dal luglio 2022 al febbraio 2023, nonché il suo primo da uomo libero dal 2010, avendo il Tribunale rivoluzionario di Teheran fatto decadere in seguito al suo rilascio sia il bando che gli proibiva di realizzare film sia quello che gli proibiva viaggiare all'estero. Essere DIVERSI significa sapersi distinguere dal passato, nel presente, per il futuro. E nel film lo vedremo distintamente. Esatto!



 29 Luglio - UN SEMPLICE INCIDENTE di Jafar Panahi

Come dice il titolo, è proprio un semplice incidente che dà il via alla storia. Quello che costringe un uomo a fermarsi dal meccanico e permette a Vahid di riconoscere chi l’aveva torturato e umiliato quando era in galera, non per ragioni politiche ma perché aveva manifestato contro il ritardo con cui veniva pagato.
Vahid vorrebbe vendicarsi ma non è sicuro che si tratti della persona giusta e allora chiede aiuto a un’altra ex detenuta, per riconoscere chi ha stordito e chiuso nel baule del suo van. Un’identificazione che poi coinvolge anche una coppia di sposini, anche lei era stata in carcere, e un quinto ex prigioniero, Hamid, ognuno dei quali reagisce in maniera diversa, chi volendo passare subito a menar le mani, chi rifiutandosi di usare la stessa violenza che aveva subito.

 


 

Ultimo film, Il sentiero azzurro, è un road movie, un romantico cambio di vita al tramonto. Un futuro distopico in Brasile, figlio e proiezione del presente all’epoca di Bolsonaro, in cui gli anziani sono reclusi in una sorta di campi di produzione a fine vita. Il film che mi ha fatto dare il sottotitolo alla rassegna. Il futuro sarà di tutti. Un po’ figlio di Ordem e progresso, ripreso dal più articolato e Comtiano "L'amore come principio e l'ordine come base; il progresso come scopo". In questo film le sfumature contano e le decisioni prese per non omologarsi lasciandosi andare ad un triste destino pure.

Cambiano la vita. O forse è tutto frutto di un’allucinazione individuale e collettiva? Esatto!



5 Agosto - IL SENTIERO AZZURRO di Gabriel Mascaro

Tereza, 77 anni, ha trascorso tutta la sua vita in una piccola città industrializzata del Brasile, fino a quando un giorno riceve un ordine ufficiale dal governo che le impone di trasferirsi in una colonia residenziale per anziani. La colonia è un’area isolata dove gli anziani vengono portati a “godersi” gli ultimi anni della loro vita, liberando le giovani generazioni dal loro accudimento per potere concentrarsi completamente su produttività e crescita. Tereza si rifiuta di accettare questo destino imposto e decide di fuggire per intraprendere un viaggio di riscoperta attraverso il Rio delle Amazzoni e i suoi affluenti, per esaudire un ultimo desiderio prima che le venga tolta la libertà: una decisione che cambierà per sempre il suo futuro.

 


Un ringraziamento speciale va all’Amministrazione Comunale, al Sindaco Filippo Bongiovanni con cui ogni anno confrontiamo idee e approcci diversi al cinema per una rassegna ricca e mai banale, all’Assessore alla Cultura Marco Micolo e a Roberta Ronda per la preziosa collaborazione in ogni fase della programmazione, come direttrice di produzione e anima del Museo Diotti.
Vi aspettiamo in tanti, diciamolo pure, DIVERSI!

Emanuele Piseri

 


 

 

 

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