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02 settembre 2026

Il concerto dei CSI a Villafranca raccontato da Lorenzo Costa

 CSI LIVE @ Castello Scaligero di Villafranca - 31 Agosto 2026

 

La recensione di Lorenzo Costa 

 

 



Al tempo non incrociai i CSI per poco: quando mossero i primi passi ero troppo piccolo e, quando iniziai a fiutarli, era già tardi.

Sulle stesse frequenze che, anni prima, trasmisero In Quiete, mi imbattei per caso nel video di Noi Non Ci Saremo. Fu una folgorazione. Trovarsi a cospetto di un brano, scritto da Guccini, reso così denso in quella versione. Un congedo in musica, con cui una delle band italiane (e non solo) più importanti di sempre prese coscienza (o comunque comunicò) di essere arrivata al capolinea.

 


 

Un congedo in musica trasposto e servito su atmosfere oniriche, sospese. Una canzone che, almeno per me, era un saliscendi emozionale con abissi, vette, tumulti interiori assortiti. Imperi che si disgregavano, il definitivo rompete le righe dopo altre dissoluzioni, collettive, di comunità e singole. Ragioni sociali che cambiavano. Coordinate politiche, geografiche, economiche e – per Zamboni, Ferretti e soci – artistiche e musicali in continuo divenire. Parabole che finivano e altri percorsi che si aprivano, come quella dei PGR, quando si consumò la rottura del duo Zamboni/Ferretti.

Villafranca arriva dopo le due ‘prove’ di Montesole, luogo simbolo scelto per ripartire. Per loro, per noi. Per grazia ricevuta. Riprendere la loro storia e addentrarsi con loro, nella Storia. Quella di Montesole, dove scelsero di ripartire, nelle due serate di un rito laico collettivo, nel luogo che mise in standby il loro primo tempo e dove si compì una delle stragi più efferate della seconda guerra mondiale.

 


 

La terza data, a Villafranca, ha vissuto della forza propulsiva dei concerti iniziali di questo tour. In apertura la sopracitata Noi Non Ci Saremo, a scardinare il tempo. Un’evocazione.

Poi arrivano sul palco Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo, Ginevra Di Marco, Giorgio Canali, Francesco Magnelli e Simone Filippi, già batterista dei Post CSI e degli Üstmamò.

 


 

In Viaggio è una cartolina spedita da Ko De Mondo e da Finistère: increspata dall’umidità del mare bretone e custodita senza troppa cura, ma ancora maledettamente bella, talmente bella da risultare spietata: Cani alla Catena, consumano la terra in percorsi obbligati. Lo dicono le voci di Giovanni e Ginevra, lo scandiscono, increduli, i seimila stipati nel Castello di Villafranca.

 


Dopo i primi momenti, archiviati alcuni problemi nel mix con una virata necessaria per dare energia alle voci e abbassare la chitarra di Canali, inizialmente troppo alta, il concerto decolla. È perfetto. Ferretti immobile, concentrato, Ginevra sembra averlo scardinato davvero il tempo. Tiene il palco con una naturalezza e un’eleganza uniche. La sua voce, stupenda, arriva comunque. In Del Mondo il suo respiro chiude una poesia incredibile.

 


Vedere in azione Marok, diviso tra Litfiba e CSI nelle ultime settimane, è qualcosa di mistico. Viene da pensare che parte del merito di quest’avventura – e di questi inaspettati tour – sia di Locomotiv, così lo chiamavano altri amici nei pressi di Via De Bardi, in quel di Firenze, nei primi Ottanta. I CSI però sono Novanta. In tutto e per tutto.

Nella forza, nella vita di Matrilineare, nelle trame acustiche di Fuochi Nella Notte di San Giovanni, nella forza pre-dissoluzione di Forma e Sostanza, con il basso di Maroccolo che frulla e dopo poco diventa parte del respiro, del movimento del pubblico. Il Consorzio è stato – è, e auspico sarà – testimone di Storia.

 


In passato ha raccontato anche quella più dolorosa, evocata in una versione di Cupe Vampe ad alto tasso emozionale, con Magnelli che disegna e ridisegna i confini del capolavoro di Linea Gotica. Unità di Produzione ridà corrente a quella Tabula Rasa Elettrificata che chiuse, ahinoi anzitempo, la prima fase della band.

Il dialogo tra la chitarra di Zamboni e quella del sodale Canali è perfetto, quello scontro funziona ancora maledettamente bene. A proposito di incontri, ci sono quelli sul palco, gli sguardi, c’è Marok in estasi al termine dello show. C’è Ferretti che si avvicina lentamente a Zamboni prima di un gesto d’intesa e poco dopo abbraccia Ginevra.

 


Due voci che ora sono la stessa e ora diventano mondi opposti. Inquieto – altro zenith del live, al pari di una versione da Blu magistrale – è sensazione condivisa e necessaria. E Ti Vengo a Cercare e Depressione Caspica chiudono il capitolo cover.

 


 

Irata, dopo tutti questi anni, conferma di essere ancora lì, come del resto tutta la loro produzione, come loro. Su un palco, insieme. Buon Anno ragazzi, aggiornata all’A.D. 2026, è l’ultimo sussulto che segue i precedenti Matrilineare e M’importa ’nasega perché «oggi è domenica (…), oggi mi vesto di rosso e d’amore».

 

Lorenzo Costa 

 

 

 

credits

foto: Lorenzo Costa

video: dal canale YouTube  https://www.youtube.com/@PaoloGiorgio

 

 



01 settembre 2026

MTV Italia, 1997–2026: anniversario di un’epoca che non tornerà

 MTV Italia, 1997–2026: anniversario di un’epoca che non tornerà

 


 La mezzanotte del 1° settembre 1997, nel calendario di una generazione, suona ancora come un inizio. MTV Italia accese le sue trasmissioni e, con il video About a girl dei Nirvana, ci disse che qualcosa era cambiato per sempre, non era solo un altro canale, era la stanza piena di poster, cassette e videocassette che entrava dentro in una televisione.

 



Prima di MTV Italia c’era MTV Europe, un segnale lontano, in inglese, trasmesso a orari sparsi su emittenti locali e poi su Telepiù.  Parlava di noi, ma non direttamente. Quando arrivò la versione italiana, tutto divenne più vicino, i conduttori parlavano la nostra lingua, le classifiche rispondevano alle nostre richieste, i volti sullo schermo sembravano usciti dalle nostre serate.

 



Quella prima notte, il canale trasmise soprattutto videoclip, come a voler riempire il vuoto con musica, in attesa del primo vero rito collettivo: l’MTV Day del 20 settembre 1997, il concerto che trasformò una frequenza in una piazza.  Da lì in poi, MTV non fu più solo un jukebox, ma un luogo dove si formavano gusti, tribù, mode, linguaggi.

 



Negli anni a venire, MTV Italia divenne un laboratorio di linguaggi nuovi; VJ’s, rubriche e classifiche si muovevano in tempo reale con le telefonate e gli SMS dei telespettatori/ascoltatori.  Gli MTV Days portarono la rete nelle piazze, con concerti gratuiti che trasformavano il canale in un protagonista anche della scena live.  Gli speciali “Unplugged” e i focus su album e artisti ci insegnavano ad ascoltare la musica come un racconto, non solo come un singolo da mandare in loop. 
 


 

E poi, in questo panorama, arrivò come una bomba Brand:New, nato nel 1999 come un’ora di musica senza interruzioni ed esploso in tutto il suo fragore nella primavera del 2000, quando Massimo Coppola prese in mano le redini del programma.  Da quel momento, la mezzanotte e mezza di MTV non fu più solo un orario: divenne un rito.

 



Brand:New andava in onda dal lunedì al venerdì, in quella fascia notturna in cui la televisione di solito abbassa la voce e spegne le luci.  Coppola fece l’opposto, accendendo una luce diversa. Tra un video e l’altro, inseriva aneddoti musicali, pillole di cultura pop, riferimenti a libri, film, fumetti, interviste agli artisti.  Il suo tono era volutamente anti-televisivo, niente sorrisi di circostanza, niente sigle urlate, nessun clamore, solo una voce che sembrava parlare da un bancone del tuo bar, dopo la chiusura del locale. 


 


 

In un palinsesto sempre più orientato al commerciale, Brand:New si distinse per la capacità di trattare la musica come parte di un ecosistema culturale più ampio.  Non si limitava a mostrare videoclip, ne raccontava i mondi. E in quei mondi c’era posto per la musica alternativa, per il cinema di culto, per la letteratura, per le piccole storie che di solito la televisione ignora. Per una generazione di spettatori, Brand:New divenne un punto di riferimento, non solo per scoprire nuova musica, ma per capire che la musica poteva essere un modo di pensare, di guardare il mondo, di costruirsi un’identità.  La chiusura del programma, il 10 gennaio 2011, segnò simbolicamente la fine di un’epoca, come se qualcuno avesse spento quella luce notturna, lasciando di nuovo il buio. 
A metà degli anni Duemila, qualcosa iniziò a cambiare, la musica, piano piano, lasciò spazio a reality, intrattenimento, format internazionali.  Non succedeva solo in Italia, tutte le versioni nazionali di MTV seguirono la stessa strada, spinte da logiche di palinsesto più commerciali e dalla crescente concorrenza del web, che aveva reso i videoclip disponibili ovunque, in ogni momento. Il passaggio più simbolico arrivò nel 2015, quando il canale 8 del digitale terrestre fu ceduto da Viacom a Sky Italia per 19 milioni di euro.  Da quel momento, MTV entrò nel pacchetto satellitare, allontanandosi definitivamente dal modello originario di televisione musicale gratuita e generalista. 
 


 

Con il tempo, l’identità di MTV si uniformò sempre più a quella degli altri canali musicali europei e americani del gruppo: meno musica “curata” e contestualizzata, più format standardizzati, reality e contenuti pensati per un pubblico trasversale.  Canali tematici come MTV Rock e MTV Hits furono progressivamente ridimensionati o spenti su Sky, a vantaggio di piattaforme on demand e di una strategia di contenuti più frammentata. 
Oggi, MTV Italia non esiste praticamente più, o perlomeno non come era stata pensata. Ma resta la sua eredità, che ha contribuito a formare una generazione di spettatori, ha introdotto nuovi linguaggi televisivi, ha reso la musica un fenomeno visivo e narrativo, non solo sonoro. Programmi come Brand:New hanno dimostrato che la televisione musicale poteva essere anche un luogo di approfondimento culturale, anticipando in parte la funzione che oggi svolgono podcast, newsletter e canali YouTube specializzati. 
 

 


Il ritorno di Massimo Coppola con una versione teatrale di Brand:New, a 25 anni dalla prima puntata, conferma quanto quel formato sia rimasto impresso nell’immaginario collettivo, non come semplice nostalgia, ma come testimonianza di un modo diverso di raccontare la musica e la cultura giovanile
C’è ancora chi, a distanza di anni, sente quella mezzanotte del 1997 come un inizio. E c’è chi, ripensando a Brand:New, ricorda non solo le canzoni, ma la sensazione che qualcuno, finalmente, stesse parlando la sua stessa lingua

Stefano Superchi

 

31 agosto 2026

Tommaso Labranca, un intellettuale fuori schema, a dieci anni dalla scomparsa.

 Tommaso Labranca, un intellettuale fuori schema, a dieci anni dalla scomparsa.



Tommaso Labranca è morto la notte del 29 agosto 2016, a 54 anni, nella sua casa di Pantigliate, alle porte di Milano.  A dieci anni di distanza, la sua figura resta quella di un intellettuale “laterale”, capace di leggere la cultura di massa con uno sguardo spietato e affettuoso, fuori dalle logiche dell’accademia e del mercato editoriale mainstream.



Nunzio Tommaso Labranca nasce a Milano il 18 febbraio 1962.  Scrittore, autore televisivo, conduttore radiofonico, editore e saggista, attraversa diversi ambiti della cultura italiana senza mai lasciarsi ingabbiare in un ruolo fisso.  Dopo un esordio narrativo e alcune collaborazioni editoriali, diventa noto al grande pubblico con “Andy Warhol era un coatto. Vivere e capire il trash” (1992), un libro diventato un piccolo classico degli studi popolari sulla cultura di massa. 



Accanto all’attività di scrittore, Labranca lavora in televisione (tra gli altri, al programma “Anima Mia”) e alla radio, sperimentando linguaggi ibridi e un tono inconfondibile, fatto di ironia, citazionismo e una sorta di “antropologia del quotidiano”.  Negli anni successivi, il suo ruolo pubblico diventa più marginale, collabora a progetti minori, pubblica per piccoli editori, lancia autoproduzioni come la rivista online “Labrancoteque” e porta avanti testi rimasti incompiuti o circolati in modo quasi clandestino. 



Il contributo più originale di Labranca riguarda proprio la definizione e l’analisi del trash. In “Andy Warhol era un coatto” elabora una formula divenuta celebre:  


{INTENZIONE} - {RISULTATO OTTENUTO} = {TRASH}


Secondo questa visione, il trash nasce quando un tentativo di emulare un modello “alto” fallisce in modo più o meno involontario, trasformandosi nella copia malriuscita, l’aspirazione che cozza contro limiti tecnici, economici o culturali. 



Per Labranca, Warhol non è un metafisico dell’arte, ma un “coatto” nel senso più terreno del termine, qualcuno che vuole fare soldi e sceglie i mezzi più rapidi ed efficaci, lasciando poi ai critici il compito di costruire mitologie intorno a opere nate spesso da logiche commerciali e di massa.  Il “camp”, invece, è il trash che ha coscienza di sé, che si fa stile e perde la spontaneità originaria: un esempio per lui è “Blob”, il collage televisivo di Rai 3.


Questo approccio gli permette di trattare con serietà fenomeni considerati “minori”, dalla musica leggera alle riviste popolari, dai fotoromanzi alle trasmissioni TV, senza cadere nello snobismo intellettuale o nell’apologia acritica del pop.



Negli ultimi anni della sua vita, Labranca vive in una condizione di progressivo defilamento. Le sue collaborazioni diventano saltuarie, produce instant book su cantanti e personaggi dello spettacolo ed altri progetti iniziati e abbandonati. Parallelamente, porta avanti alcune delle sue cose più personali e lucide, come “Neoproletariato” e “Il piccolo isolazionista”, testi che riflettono sul disagio, sulla solitudine e sulla condizione dell’intellettuale in un sistema culturale sempre più concentrato sul consumo rapido.



La notizia della sua morte, diffusa il 29 agosto 2016, colpisce amici, lettori e addetti ai lavori.  Labranca muore d’infarto nella notte.  Pochi giorni dopo, Marta Cagnola scrive sul Sole 24 Ore che proprio il giorno della sua morte Labranca diventa “trending topic”, proprio lui che aveva abbandonato i social network per disgusto. 



A dieci anni dalla scomparsa, Tommaso Labranca resta una figura di culto per una cerchia ristretta ma fedele di lettori, studiosi di cultura pop, appassionati di televisione e musica, scrittori attratti dal suo stile ibrido e dal suo sguardo disincantato. Una mente geniale e libera, capace di rivoluzionare il modo di parlare di trash, kitsch e cultura di massa in Italia, senza mai cercare consenso né adattarsi alle logiche del sistema. 



Alcuni dei suoi testi più significativi, “Andy Warhol era un coatto”, “Chaltron Hescon”, “Neoproletariato”, “Il piccolo isolazionista”, “Haiducii”, “Progetto Elvira”, sono oggi oggetto di riscoperte, ristampe e studi, anche grazie a progetti editoriali indipendenti che ne raccolgono saggi, rubriche e materiali inediti. La sua “Labrancoteque”, egozine in quattordici puntate autoprodotta in PDF, circola ancora come un oggetto quasi clandestino, simbolo di un modo di fare cultura “fuori pista”, lontano dalle logiche di visibilità e di algoritmo. 



Ricordare Tommaso Labranca, a dieci anni dalla morte, significa anche riflettere su quanto il suo sguardo sia diventato ancora più attuale in un’epoca dominata dai social, dai contenuti virali, dalle emulazioni continue di modelli estetici e comportamentali, la sua definizione di trash come “emulazione fallita” offre una chiave di lettura potente per interpretare fenomeni che vanno dai meme alle challenge, dalle serie TV di seconda fascia alle infinite variazioni di format già visti. 
Allo stesso tempo, la sua traiettoria biografica, dal successo iniziale a un progressivo isolamento, fino alla morte improvvisa e quasi “in sordina”, racconta le difficoltà di un intellettuale che rifiuta di giocare secondo le regole del mercato culturale, preferendo mantenere una coerenza intatta, anche a costo di restare ai margini.



Tommaso Labranca resta, a dieci anni di distanza, un punto di riferimento per chi cerca un’analisi della cultura popolare che non sia né paternalistica né celebrativa, ma capace di riconoscere, dentro il “trash”, aspirazioni, contraddizioni e una forma di genio creativo spesso ignorato


Stefano Superchi

 

 

 

 


24 agosto 2026

La cultura lungo il fiume: a Casalmaggiore torna il Caffè Letterario della Canottieri Eridanea

La cultura lungo il fiume: a Casalmaggiore torna il Caffè Letterario della Canottieri Eridanea



 

Con l’arrivo di settembre si rinnova un appuntamento ormai atteso ed essenziale per il panorama culturale del territorio: il Caffè Letterario della Canottieri Eridanea di Casalmaggiore.


Voluta dalla Società Canottieri Eridanea e sostenuta  da AFM Casalmaggiore, la rassegna si conferma una felice intuizione capace di coniugare la qualità delle proposte con il calore della convivialità. A curare la rassegna è Giuseppe Romanetti, che ha intessuto per l'edizione 2026 un percorso trasversale e stimolante, capace di intrecciare la grande poesia contemporanea, la narrazione del paesaggio, la suspense del romanzo giallo e la memoria affettiva della cultura pop cinematografica e televisiva.




Ciò che rende unico il Caffè Letterario è soprattutto la sua veste informale e aperta. Il fatto che uno storico sodalizio sportivo e golenale come la Canottieri Eridanea decida di spalancare le proprie porte all'intero territorio significa restituire alla cultura la sua dimensione più autentica, quella dell'incontro, dello scambio e della relazione.


Gli appuntamenti si terranno tutti alle ore 21.00 nella pagoda immersa nei giardini della Canottieri (o, in caso di maltempo, nella sala conferenze). Ma la vera magia dell'iniziativa sta in quello che accade dopo l'ultima domanda: al termine di ogni incontro, pubblico e autori sono invitati a continuare la conversazione davanti a un caffè e a una fetta di torta. È l'antica e preziosa dimensione della “chiacchiera”, capace di azzerare le distanze tra chi scrive e chi legge.

L'ingresso, naturalmente, è libero e aperto a tutta la cittadinanza.





Il Programma degli Incontri


**Giovedì 03 settembre (ore 21:00)**

 


Diego Crivellari – Scrittori e mito nel delta del Po (Apogeo)

L'apertura della rassegna non poteva che guardare al grande fiume. Diego Crivellari presenta un vero e proprio "dizionario letterario e sentimentale". Dalla A di Aironi alla Z di Zanzare, il volume ripercorre le tracce di autori, diari di viaggio, cronache e capolavori (talvolta dimenticati) della letteratura che si sono misurati con il Delta. Un'esplorazione affascinante su quella storica terra di confine e di scambio tra culture diverse e complementari.

 

 **Giovedì 10 settembre (ore 21:00)**



Stefano Ventura – Un vago profumo di gelsomino (Armando Curcio Editore)

Spazio alla narrativa di genere con un noir a tinte forti e complesse. Il commissario Greco si trova alle prese con un nuovo rompicapo che parte da un'accusa scioccante: il suo vice è indiziato dell'omicidio della moglie. Tra gli interessi di una multinazionale del riscaldamento globale, misteriose iscrizioni egizie, pittori enigmatici e il ruolo decisivo dei clochard di Roma, la chiave del mistero risiederà nel decifrare il significato di cinque fiori di gelsomino lasciati sul corpo delle vittime.

 

 **Giovedì 17 settembre (ore 21:00)**

 


Emilio Rentocchini – Lingua Madre (Quodlibet)

Un appuntamento imperdibile con quella che Patrizia Valduga ha definito una delle voci più alte della poesia contemporanea. Con la prefazione di Giorgio Agamben, Rentocchini compie un'operazione stilistica straordinaria, prende la forma classica dell'ottava, storicamente legata all'epica di Boiardo e Ariosto, e la trasforma in una gemma lirica e autonoma. Scritto sul confine vibrante tra il dialetto di Sassuolo e l'italiano, Lingua Madre mostra come le due lingue possano interagire, scontrarsi e armonizzarsi.

 

 **Sabato 26 settembre (ore 21:00)**

 


Emilio Targia e Giuseppe Ganelli – La nostra storia. Tutto il mondo di Happy Days

Grande chiusura dedicata ad una pietra miliare dell'immaginario collettivo. Il libro, arricchito dalla prefazione di Henry Winkler (che impersonava Fonzie nel telefilm) e dalla postfazione di Max Pezzali, rappresenta la prima opera mondiale ad analizzare nel dettaglio la storia del celebre serial televisivo a partire dalla prima puntata del 15 gennaio 1974. Dalla gestazione della serie ai retroscena di scrittura, dai casting alle curiosità sul set.
Per celebrare degnamente l'evento la serata sarà impreziosita dalla proiezione di scene storiche e da video-messaggi esclusivi inviati dagli stessi attori del cast originale.

 

 

Emilio Targia e Giuseppe Ganelli


Emilio Rentocchini


Stefano Ventura


Diego Crivellari



**Informazioni utili:**


Dove: Società Canottieri Eridanea, Casalmaggiore (CR)

Quando: Giovedì 3, 10, 17 e Sabato 26 settembre 2026, ore 21:00

Ingresso: Libero e aperto a tutti

 

a cura di Stefano Superchi 

 

20 agosto 2026

Il bullismo visto con gli occhi dei ragazzi: ironia, sguardi e tanta verità. Intervista al regista Alessandro Zaffanella.

 Il bullismo visto con gli occhi dei ragazzi:

ironia, sguardi e tanta verità

 



Intervista al regista Alessandro Zaffanella sul cortometraggio realizzato con gli studenti della IAL di Viadana e premiato a Montecatini, in attesa della vetrina di Venezia.

 

Alessandro Zaffanella

In molti hanno avuto modo di conoscere e di apprezzare le doti da istrione e le qualità artistiche di Alessandro Zaffanella, sia nel territorio che in lande remote. Forse non tutti conoscono anche l’empatia, la sensibilità e l’intelligenza che si celano dietro ai suoi lavori. Vi raccontiamo come un artista diventa educatore facendo vivere ai ragazzi momenti di riflessione, di introspezione e di crescita attraverso l’arte. Basta aggiungere al cinema e al teatro quel pizzico di sensibilità buona a separare le emozioni e i pensieri dalla confusione e dall’ansia tipiche dell’adolescenza, dando gli strumenti per riconoscere e affrontare i propri tormenti.

 



Alessandro, da dove nasce l'idea di questo progetto audiovisivo e qual è stato il punto di partenza? L’operazione è nata da un’idea della dirigente scolastica Elisabetta Larini. Il suo obiettivo iniziale era duplice: da un lato creare un laboratorio espressivo per far emergere le emozioni degli studenti, dall’altro realizzare un cortometraggio focalizzato sul tema del bullismo, una tematica proposta proprio da lei. 

 




Come avete impostato il percorso laboratoriale insieme ai ragazzi? Siamo partiti da un lavoro approfondito sulle emozioni. Abbiamo visionato e analizzato moltissimi estratti cinematografici, anche con un impatto visivo e narrativo forte, da Kubrick a Tarantino fino a Sergio Leone, per sviscerare la tematica del bullismo. Per intercettare i loro interessi abbiamo spaziato molto: laboratori di recitazione, canto e persino danza. Poi li ho fatti scrivere molto: idee, soggetti, bozze di scene. Abbiamo lavorato a fondo sullo sviluppo e la biografia dei personaggi, prima di selezionare il soggetto definitivo, stilare la scaletta, scrivere la sceneggiatura e passare infine alle riprese e al montaggio. 

 




All’inizio come hanno reagito gli studenti di fronte a un tema così complesso e spesso abusato? Inizialmente c’era uno spunto di scetticismo. I ragazzi non avevano gradito subito l’idea di lavorare sul bullismo. È una reazione comprensibile: ne sentono parlare continuamente e spesso percepiscono queste iniziative come delle "prediche" con un approccio istituzionale che rischia di stancarli. Mi hanno raccontato le loro esperienze, dirette e indirette. Quando ho proposto loro di ribaltare il punto di vista e affrontarlo in chiave ironica e più leggera, sono rimasti sorpresi. Non erano subito entusiasti, dovevano capire dove saremmo andati a parare, cosa che all'inizio era una sfida anche per me. Ma l'obiettivo era proprio quello: usare il registro dell'ironia per toccare corde profonde senza essere pedanti, arrivando sia a chi vive queste dinamiche sulla propria pelle, sia al pubblico che avrebbe guardato il film. 

 




Quali sono state le principali sfide tecniche ed espressive sul set? Lavorare con ragazzi delle superiori, specialmente per me che ero alle prime esperienze con un istituto tecnico, ha richiesto un’impegno particolare. I tempi lunghi del cinema mal si conciliano con i tempi della scuola; io di solito chiedo di rifare una scena anche una ventina di volte! A scuola, in quattro ore alla settimana, questo diventava impossibile Per ovviare a questo e valorizzare il materiale, il film è girato quasi interamente in slow motion. Era difficile trovare fotogrammi in cui non ridessero o non guardassero dritti in macchina. Tuttavia, questi ragazzi hanno dei volti e un'espressività pazzesca: mi sono concentrato moltissimo sui loro sguardi e sui dettagli dei loro occhi, ottenendo un contrasto visivo molto potente. 




Nel corto si intreccia anche il tema dell'inclusione e dell'integrazione. Come viene raccontato? Sì, è un tema fondamentale che sfiora tutta la storia. La voce narrante è quella di una ragazza che, nella finzione scenica, è appena arrivata a scuola da un altro Paese e non padroneggia ancora bene la lingua. Questo le permette di interpretare l'intera vicenda a modo suo, con uno sguardo originale, bizzarro e differente rispetto agli altri. Un punto di vista estraneo che diventa la chiave di lettura di tutta la narrazione. 
 



 
Come si è evoluto il vostro rapporto durante le riprese e che impatto ha avuto su di loro la visione dell'opera finita? L'evoluzione è stata notevole. C'è stato un crescendo di fiducia e di complicità, soprattutto con i ragazzi che all’inizio si mostravano più ostili o distaccati e che poi si sono rivelati tra i più coinvolti e appassionati. Vedersi sul grande schermo è stato uno shock emotivo bellissimo per loro.



 
Il progetto ha travalicato le mura scolastiche, arrivando ai riconoscimenti di Montecatini e ora alla vetrina di Venezia... Inizialmente doveva essere un’esperienza interna, destinata alla scuola o al territorio locale. Poi ci siamo resi conto che il materiale aveva un potenziale più ampio e abbiamo alzato l'asticella. Portare alcuni ragazzi a Montecatini a ritirare il premio è stato gratificante: venivano riconosciuti, hanno respirato l'atmosfera di un festival. Ora la prospettiva di Venezia è un'emozione ancora più grande. Mi auguro davvero che dentro di loro rimanga un segno indelebile di questo percorso. 
 




Chi sono stati i compagni di viaggio fondamentali in questa avventura? Ci tengo a ringraziare in modo particolare la dirigente Elisabetta Larini per la visione e l'opportunità. Un grazie speciale va a Marco Visioli, mio prezioso braccio destro durante tutta la realizzazione del film, e alla professoressa Alessandra Corani per il supporto. Un ringraziamento va anche al Cineclub I Genitori Instabili, grazie al quale è stato possibile presentare il cortometraggio a Montecatini. Con la scuola si sta già parlando di dare un seguito a questa collaborazione, e spero davvero che sia solo l'inizio.


intervista a cura di Giovanna Anversa

adattamento: Stefano Superchi

 

14 agosto 2026

Il giorno di dolore che uno ha: in memoria di Stefano Ronzani

 Il giorno di dolore che uno ha: in memoria di Stefano Ronzani

 

 


Stefano Ronzani (18 marzo 1955 – 14 agosto 1996) non è stato solo un giornalista musicale, è stato un narratore, un amico, un "primo fan" delle band che seguiva con passione viscerale, una figura capace di lasciare un segno indelebile nella cultura rock italiana degli anni Ottanta e Novanta. La sua scomparsa prematura, a causa di una leucemia che lo ha consumato in pochi mesi, ha scosso la scena musicale nazionale, lasciando un vuoto che ancora oggi si percepisce nelle parole di chi lo ha conosciuto e nelle canzoni che gli sono state dedicate.
 

Ronzanipenna libera e appassionata, è stato una delle voci più autorevoli e rispettate del giornalismo musicale italiano. Ha collaborato con testate storiche come Il Mucchio Selvaggio, dov'era "penna di punta" e braccio destro del direttore Max Stèfani. La sua intelligenza, la preparazione e l'ironia lo rendevano un interlocutore privilegiato per artisti e addetti ai lavori, capace di trattare la musica con profondità culturale.

Insieme a Fausto Pirito, fu direttore artistico di Rock Targato Italia, il concorso che negli anni Novanta lanciò nomi destinati a diventare pilastri del rock italiano: Litfiba, Marlene Kuntz, C.S.I., Carmen Consoli, Luciano Ligabue. Con loro promosse anche il Tributo ad Augusto Daolio, dimostrando una visione ampia e inclusiva della scena musicale emergente.

 

 

La grandezza di Stefano Ronzani la si può misurare nell'amore che ha ricevuto dagli artisti che ha seguito e sostenuto. 

Il giorno di dolore che uno ha – Luciano Ligabue
Scritta da Ligabue durante la malattia di Ronzani, è nata come tentativo di stargli accanto quando le parole non bastavano più. Ligabue ha raccontato di averla registrata in una giornata con i suoi musicisti per farla arrivare a Stefano in tempo per il suo compleanno, su un nastro che gli raccomandò di aprire per ultimo. Ronzani, pur gravemente malato, riconobbe il valore del brano e insistette perché venisse pubblicato: "Questa canzone è troppo bella perché resti dentro un nastrino". Il brano fu inserito nell'album live Su e giù da un palco (1997), con una dedica nel booklet. Ronzani purtroppo non fece in tempo a vedere quella pubblicazione.


 


Vola piano – Timoria
L'album Eta Beta dei Timoria (1997) è interamente dedicato alla memoria di Stefano Ronzani. La title track, Vola piano, scritta da Omar Pedrini, è una delle ballate più intense della band bresciana, resa immortale dall'interpretazione di Francesco Renga. Pedrini aveva composto la musica nei mesi precedenti la morte di Ronzani e avrebbe voluto fargliela ascoltare, ma non fece in tempo: Stefano era già in stato di quasi totale incoscienza quando Pedrini passò a trovarlo in ospedale. La canzone si apre con un haiku di Fausto Pirito: "Vola farfalla / senza fatica alcuna / sciogli i ghiacciai".

 


Piero Pelù ha ricordato Ronzani con affetto nelle sue memorie (Perfetto Difettoso), raccontando l'ultima volta che lo vide al Policlinico, poco prima della morte. Ronzani, segnato dalle terapie, lo accolse con il suo sorriso sornione: "Aò, t'ho visto ieri sera con Pavarotti. Sembravate Stanlio e Ollio in un circo equestre". Era l'ultima volta che Pelù lo vide. Ronzani era anche autore di "Proibito", il primo libro sui Litfiba, testimonianza del suo legame con la band fiorentina.


 

 

Fausto Pirito, che con Ronzani condivise quasi dieci anni di vita e lavoro, lo ha ricordato così: "Stefano, all'epoca stava al settimanale 'Mucchio Selvaggio', accettò di collaborare con me... Io considero ancora oggi il più intelligente, preparato e ironico giornalista di musica rock (e non solo) degli ultimi tre decenni".

Pirito ha anche raccontato l'ultimo incontro con Stefano, la notte prima della sua morte: "Arrivai in ospedale nel tardo pomeriggio. Ronzani era in stato di quasi totale incoscienza. Gli feci compagnia, in silenzio, per qualche ore, fino alla mezzanotte... La mattina del 14, alle 9, con una telefonata mi comunicarono che Stefano non c'era più".

 

Fausto Pirito

Perché è necessario ricordare Stefano Ronzani?
A trent'anni dalla sua scomparsa, Stefano Ronzani rimane un esempio di come il giornalismo musicale possa elevarsi a cultura, trattando la musica con rispetto, passione e profondità. In un'epoca in cui le canzoni si consumano come fast food, senza sentirne il sapore, la sua figura ci ricorda che dietro ogni brano c'è una storia, un'emozione, a volte un dolore che diventa arte.

Come ha scritto Ligabue: "Quando tutte le parole sai che non ti servon più, quando sudi il tuo coraggio per non startene laggiù..." — quelle parole, nate per un amico morente, sono diventate un inno per chiunque abbia mai dovuto affrontare il "giorno di dolore che uno ha".

Stefano Ronzani non c'è più, ma vola piano, come una farfalla, nelle canzoni che gli hanno dedicato i suoi amici e nei ricordi di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo.


a cura di Stefano Superchi

 

 

 

 

Fonti:

articoli da Rockol, Mexicotears Blog, L'Ultima Thule, testimonianze di Fausto Pirito, Luciano Ligabue, Omar Pedrini, Piero Pelù.


Il concerto dei CSI a Villafranca raccontato da Lorenzo Costa

  CSI LIVE @ Castello Scaligero di Villafranca - 31 Agosto 2026   La recensione di Lorenzo Costa       Al tempo non incrociai i CSI per po...