Tommaso Labranca, un intellettuale fuori schema, a dieci anni dalla scomparsa.
Tommaso Labranca è morto la notte del 29 agosto 2016, a 54 anni, nella sua casa di Pantigliate, alle porte di Milano. A dieci anni di distanza, la sua figura resta quella di un intellettuale “laterale”, capace di leggere la cultura di massa con uno sguardo spietato e affettuoso, fuori dalle logiche dell’accademia e del mercato editoriale mainstream.
Nunzio Tommaso Labranca nasce a Milano il 18 febbraio 1962. Scrittore, autore televisivo, conduttore radiofonico, editore e saggista, attraversa diversi ambiti della cultura italiana senza mai lasciarsi ingabbiare in un ruolo fisso. Dopo un esordio narrativo e alcune collaborazioni editoriali, diventa noto al grande pubblico con “Andy Warhol era un coatto. Vivere e capire il trash” (1992), un libro diventato un piccolo classico degli studi popolari sulla cultura di massa.
Accanto all’attività di scrittore, Labranca lavora in televisione (tra gli altri, al programma “Anima Mia”) e alla radio, sperimentando linguaggi ibridi e un tono inconfondibile, fatto di ironia, citazionismo e una sorta di “antropologia del quotidiano”. Negli anni successivi, il suo ruolo pubblico diventa più marginale, collabora a progetti minori, pubblica per piccoli editori, lancia autoproduzioni come la rivista online “Labrancoteque” e porta avanti testi rimasti incompiuti o circolati in modo quasi clandestino.
Il contributo più originale di Labranca riguarda proprio la definizione e l’analisi del trash. In “Andy Warhol era un coatto” elabora una formula divenuta celebre:
{INTENZIONE} - {RISULTATO OTTENUTO} = {TRASH}
Secondo questa visione, il trash nasce quando un tentativo di emulare un modello “alto” fallisce in modo più o meno involontario, trasformandosi nella copia malriuscita, l’aspirazione che cozza contro limiti tecnici, economici o culturali.
Per Labranca, Warhol non è un metafisico dell’arte, ma un “coatto” nel senso più terreno del termine, qualcuno che vuole fare soldi e sceglie i mezzi più rapidi ed efficaci, lasciando poi ai critici il compito di costruire mitologie intorno a opere nate spesso da logiche commerciali e di massa. Il “camp”, invece, è il trash che ha coscienza di sé, che si fa stile e perde la spontaneità originaria: un esempio per lui è “Blob”, il collage televisivo di Rai 3.
Questo approccio gli permette di trattare con serietà fenomeni considerati “minori”, dalla musica leggera alle riviste popolari, dai fotoromanzi alle trasmissioni TV, senza cadere nello snobismo intellettuale o nell’apologia acritica del pop.
Negli ultimi anni della sua vita, Labranca vive in una condizione di progressivo defilamento. Le sue collaborazioni diventano saltuarie, produce instant book su cantanti e personaggi dello spettacolo ed altri progetti iniziati e abbandonati. Parallelamente, porta avanti alcune delle sue cose più personali e lucide, come “Neoproletariato” e “Il piccolo isolazionista”, testi che riflettono sul disagio, sulla solitudine e sulla condizione dell’intellettuale in un sistema culturale sempre più concentrato sul consumo rapido.
La notizia della sua morte, diffusa il 29 agosto 2016, colpisce amici, lettori e addetti ai lavori. Labranca muore d’infarto nella notte. Pochi giorni dopo, Marta Cagnola scrive sul Sole 24 Ore che proprio il giorno della sua morte Labranca diventa “trending topic”, proprio lui che aveva abbandonato i social network per disgusto.
A dieci anni dalla scomparsa, Tommaso Labranca resta una figura di culto per una cerchia ristretta ma fedele di lettori, studiosi di cultura pop, appassionati di televisione e musica, scrittori attratti dal suo stile ibrido e dal suo sguardo disincantato. Una mente geniale e libera, capace di rivoluzionare il modo di parlare di trash, kitsch e cultura di massa in Italia, senza mai cercare consenso né adattarsi alle logiche del sistema.
Alcuni dei suoi testi più significativi, “Andy Warhol era un coatto”, “Chaltron Hescon”, “Neoproletariato”, “Il piccolo isolazionista”, “Haiducii”, “Progetto Elvira”, sono oggi oggetto di riscoperte, ristampe e studi, anche grazie a progetti editoriali indipendenti che ne raccolgono saggi, rubriche e materiali inediti. La sua “Labrancoteque”, egozine in quattordici puntate autoprodotta in PDF, circola ancora come un oggetto quasi clandestino, simbolo di un modo di fare cultura “fuori pista”, lontano dalle logiche di visibilità e di algoritmo.
Ricordare Tommaso Labranca, a dieci anni dalla morte, significa anche riflettere su quanto il suo sguardo sia diventato ancora più attuale in un’epoca dominata dai social, dai contenuti virali, dalle emulazioni continue di modelli estetici e comportamentali, la sua definizione di trash come “emulazione fallita” offre una chiave di lettura potente per interpretare fenomeni che vanno dai meme alle challenge, dalle serie TV di seconda fascia alle infinite variazioni di format già visti.
Allo stesso tempo, la sua traiettoria biografica, dal successo iniziale a un progressivo isolamento, fino alla morte improvvisa e quasi “in sordina”, racconta le difficoltà di un intellettuale che rifiuta di giocare secondo le regole del mercato culturale, preferendo mantenere una coerenza intatta, anche a costo di restare ai margini.
Tommaso Labranca resta, a dieci anni di distanza, un punto di riferimento per chi cerca un’analisi della cultura popolare che non sia né paternalistica né celebrativa, ma capace di riconoscere, dentro il “trash”, aspirazioni, contraddizioni e una forma di genio creativo spesso ignorato.
Stefano Superchi








































