Matrilineare.
Il sapore del ritorno.
Il treno delle 7:42 da Milano Centrale scivolava lento attraverso la pianura padana, e Marta guardava il paesaggio cambiare fuori dal finestrino. I grattacieli cedevano il posto ai capannoni, poi ai campi, poi al nulla piatto e verde della bassa cremonese. Ogni anno lo stesso viaggio. Ogni anno la stessa stretta allo stomaco.
A Milano aveva tutto, un lavoro in uno studio grafico, un appartamento nel quartiere Isola con le piante sul balcone, gli amici del giovedì sera. Ma a Pasqua, Milano diventava una città fantasma. I colleghi sparivano verso le famiglie sparse per l'Italia, i bar del quartiere abbassavano le serrande, e lei restava con quella sensazione strana che conosceva bene. La solitudine delle feste, quella particolare, diversa da tutte le altre. Non la solitudine di un martedì qualunque, che si risolve con una serie tv. Quella delle feste ha un peso specifico diverso, come una coperta bagnata sulle spalle.
Aveva perso la mamma a quarantadue anni, il papà tre anni dopo. Erano andati via in fretta, entrambi, come si va via quando si è persone discrete. E adesso c'era solo la nonna Ines, ottantaquattro anni, il gatto Nerone e il giardino con il melo.
Il treno si fermò a Casalmaggiore alle 9:20.
La nonna l'aspettava sul portone con il grembiule ancora addosso, come se non si fosse mai mossa da lì, come se Marta fosse uscita solo ieri mattina per andare a scuola. L'abbracciò senza dire niente, la nonna Ines era donna di poche parole, e il profumo di pasta fresca e ripieno le avvolse insieme.
«Stai facendo i marubini?» chiese Marta.
«Cosa vuoi che faccia a Pasqua,» disse la nonna, rientrando in cucina.
I marubini in brodo erano il centro gravitazionale dei pranzi delle feste, a Casalmaggiore. Non quelli comprati al supermercato, nemmeno quelli delle gastronomie, buoni per carità, ma la pasta tirata a mano, l’alchimia degli ingredienti del ripieno, il brodo fatto in casa di carne scelta con cura, le carote, il sedano, la cipolla e tutti quei piccoli segreti che ogni famiglia custodiva, erano già il pranzo stesso. La ricetta era di sua madre, che l'aveva imparata dalla sua, in un passaggio di mani femminili lungo un secolo almeno. Marta non aveva mai imparato a farli. Ci aveva provato una volta a Milano, aveva sbagliato le proporzioni, aveva buttato tutto.
Sedette al tavolo della cucina e guardò la nonna lavorare. Le mani di Ines si muovevano con quella sicurezza tranquilla delle cose fatte migliaia di volte — il mattarello che andava e veniva, la sfoglia che si assottigliava, i movimenti del polso precisi come una preghiera ripetuta.
«La Giuseppina viene domani con i figli,» disse la nonna senza alzare lo sguardo. «E il parroco fa la benedizione delle case nel pomeriggio.»
Fuori, le campane del Duomo avevano già iniziato il loro dialogo con quelle delle frazioni più vicine. Marta conosceva quell'intreccio di suoni da quando era bambina, il sabato di Pasqua le campane tornavano a suonare dopo il silenzio del Venerdì Santo, e per lei era sempre stato il segnale che qualcosa di importante stava per ricominciare. Non sapeva bene cosa.
Si prepararono per andare insieme a messa, come sempre. Marta non era credente ma per la nonna avrebbe fatto questo ed altro. La chiesa era piena di gente che Marta riconosceva a metà, facce che associava a nomi dimenticati, ragazze della scuola media diventate madri, compagni di liceo con i capelli grigi. Qualcuno la salutò con un «sei sempre a Milano?» detto con un tono che poteva essere ammirazione o disappunto, impossibile dirlo.
La nonna pregava con gli occhi chiusi, le mani giunte sul libro di canti, il mento leggermente abbassato. Marta la guardava di profilo e pensava a tutte le Pasque che quella donna aveva attraversato, alle guerre lontane sentite per radio, i mariti, i figli, i nipoti che arrivavano e poi partivano. Ines aveva imparato da tempo che le feste non sono mai solo gioia. Sono soprattutto memoria.
Mentre uscivano, sul sagrato, una signora anziana fermò la nonna: «Ines, che bella questa tua nipote. Somiglia tanto alla Carla.»
La Carla era sua madre.
Marta non rispose. Si limitò a sorridere, sentendo quella parola — somiglia — risuonarle dentro come un sasso nell'acqua.
Tornarono a casa a piedi, la nonna era ancora in gamba; mangiarono in due, al tavolo della cucina. I vapori dei marubini fumanti erano trafitti da un raggio di sole che entrava dalla finestra. Fuori, il melo aveva messo i primi fiori bianchi.
«Ti fermi anche lunedì?» chiese la nonna, servendo nei piatti.
«Sì, resto fino a martedì mattina.»
La nonna annuì, soddisfatta. Non chiese altro.
Mangiarono lentamente, con la radio accesa a basso volume su una stazione che trasmetteva musica leggera degli anni Sessanta. A un certo punto passò una canzone che Marta non riconobbe, ma che la nonna canticchiò sottovoce, gli occhi socchiusi, come se stesse guardando qualcosa lontano.
Marta pensò che la solitudine delle feste non scompare mai del tutto. Rimane lì, in un angolo, come un ospite che non si è invitato ma che in qualche modo fa parte della tavolata. Ma accanto a lei c'era la nonna Ines con le sue mani esperte e il grembiule a fiori, c'era il profumo dei marubini, il melo fiorito nel giardino e le campane che segnavano pigramente lo scorrere delle ore. La quiete sicura della vecchia casa di famiglia.
E per adesso bastava.
Stefano Superchi











































