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29 giugno 2026

LA DIVINA TRUFFA: L’INFERNO DI DANTE OGGI di Leandro Zanni (parte seconda)

 

 LA DIVINA TRUFFA: 

L’INFERNO DI DANTE OGGI

Leandro Zanni

(parte seconda)

 



«Quest'opera è un testo di pura finzione satirica e letteraria ispirato alla struttura della Divina Commedia. I personaggi, i dialoghi e le collocazioni ultraterrene sono frutto di una rielaborazione iperbolica e umoristica dell'autore e non intendono in alcun modo offendere l'onore delle persone citate, ma ridefinirne i tratti culturali e antropologici nello spirito della satira popolare.»


Personaggi:

Dario Fo (Dante)
Pier Paolo Pasolini (Virgilio)
Franca Rame (Beatrice)


Trama:

Dante sta passeggiando a Milano in Piazza Affari verso le 23:55 e improvvisamente, allo scoccare della mezzanotte, smarrisce la strada a causa di un blackout e finisce per incontrare Virgilio mandato a salvarlo da Beatrice.
Il posto non è casuale perché si tratta del regno di quel capitale attorno al quale girano tutti i personaggi che Dante incontrerà.
Da li inizia una notte particolare che finirà con la nuova apertura di Borsa.



 


 

CANTO 6: Ottavo Cerchio (Bolgia 3)

I Simoniaci dello Sport

Le schede svizzere nel tombino e la salita senza fine (Ore 04:30)

 Scendemmo ancora più a fondo, finché la roccia spaccata non lasciò il posto a una bolgia piena di fori circolari che bucavano il pavimento di pietra, simili ai tombini delle strade cittadine. Da ogni buco sbucavano le gambe dei dannati, con le piante dei piedi incendiate da una fiamma rossa e viva che le faceva scalciare furiosamente nel vuoto.

«Caspiterina, Pier Paolo!», esclamai saltellando tra un foro e l’altro per non bruciarmi le suole. «Qui c’è aria di spogliatoio e di furbizia! Sento puzza di cuoio bruciato e di moviola! Chi sono 'sti ginnasti capovolti che scalciano come muli? Spiegami er meccanismo, per cortesia!».
Pasolini guardò quei fori con disprezzo, si sistemò gli occhiali e intonò lo stornello alla Ninetto Davoli col suo passo romano:

Fiore de ciclamino, ci sta Moggi coi telefoni di sbieco, messo a testa in giù dentro a un tombino, che parla da solo e gli risponde l'eco. Le schede svizzere non valgono un quattrino, e le fiamme gli bruciano le piante dei piedi mentre un diavolo fischia un rigore assassino. E accanto a lui, tra i corrotti e i furbi, ci sta Lance Armstrong sulla bici senza sella, inseguito da droni che gli tolgono i turbi.

 

Dallo spessore della roccia sbucavano i polpacci di Luciano Moggi, che muoveva le dita dei piedi cercando di afferrare una vecchia ricarica telefonica internazionale, mentre un demone nero lo colpiva sulla pianta col fischietto rovente di un arbitro. Poco più in là, Lance Armstrong pedalava disperatamente su un rullo d'acciaio incandescente, senza sellino, mentre una telecamera volante gli proiettava davanti agli occhi le analisi del sangue truccate di tutti i suoi Tour de France revocati. 

Franca Rame fece squillare un avviso di espulsione definitiva dal suo Cloud sui maxischermi della bolgia: «Avete inquinato la purezza della competizione, barattando i risultati, truccando i campionati e comprando la fedeltà dei giudici per il vostro sporco potere. Mo' rimanete capovolti nel fango della vostra stessa frode».

Io allora feci una giravolta sul bordo del tombino, lanciando il mio Grammelot del direttore sportivo per seppellire i re di Calciopoli: «Sberlecchian de lo sorteggio! Taca via col designatore e lo guardalinee sbilenco! Uuuh, sgnau de la moviola, taca-taca-taca lo rigore taroccato! Caspiterina, avete chiuso gli arbitri nello spogliatoio per fare i padroni del pallone, mo' scalciate nel buio della pietra, falsari del rettangolo e ciclisti col sangue di farmacia!»

Pasolini mi prese per la giacca, tirandomi via: «Andiamo avanti, Dario, che la prossima bolgia è un troiaio di fango e pece, dove ci stanno i re del giornalismo spazzatura, quelli che campavano sullo share del dolore».





CANTO 7: Ottavo Cerchio (Bolgia 5)

I Barattieri del Talk-Show e dello Stato

La pece dello share e i plastici del delitto (Ore 05:15)

Il sentiero si affacciò su un fossato immenso, riempito fino all'orlo di una pece nera, vischiosa e bollente, che emetteva bolle giganti col rumore sordo dei vecchi televisori a tubo catodico. Da quella melma nera emergevano a tratti i volti distorti dei mercanti del dolore televisivo e dei ladri di appalti pubblici.

«Caspiterina, Pier Paolo!», gridai riparandomi la faccia dai fumi tossici del catrame. «Ma qui c’è l'asfalto delle Grandi Opere mescolato allo squallore del prime-time! Chi sono 'sti registi del fango che affogano nella melma mediatica? Spiegami er meccanismo, per cortesia!».
Pasolini sputò nella pozza bollente e intonò lo stornello col suo tono tagliente ed implacabile:

Fiore de zucca, la d’Urso co' le luci sbrilluccicanti mo' sta immersa nella pece che la trucca. Sta nella bolgia dei peggiori mercanti, collezionando sguardi contriti e finti pianti, mentre er pubblico le urla contro. E accanto a lei, tra i peggiori attori, ci sta Bruno Vespa col plastico de Cogne in mano, condannato a ricostruì er delitto tra li vapori. Ci sta pure Galan e la cricca del MOSE sul pontile, che nuotano nella pece a passo di tango.

In mezzo al catrame bollente, Barbara d'Urso sbatteva le ciglia cercando di fare la sua tipica espressione contrita a favore di telecamera, ma ogni volta che provava a parlare, la pece le riempiva la bocca cancellandole il trucco. Poco distante, Bruno Vespa galleggiava disperatamente aggrappato a una villetta di plastica in scala 1:20, inseguito da diavoli alati che gli strappavano le esclusive dalle mani, mentre Giancarlo Galan provava a sollevare le paratie del MOSE affogando nei rimborsi offshore.

Franca Rame fece lampeggiare lo schermo del tablet direttamente dal suo Cloud protetto: «Avete speculato sulle tragedie umane per fare audience e avete svuotato le casse dello Stato con le mazzette degli appalti. Mo' rimanete a bollire nello share del vostro stesso fango».

Io allora mi lanciai in un salto acrobatico sul ponte di pietra, scatenando il mio Grammelot del conduttore TV e del faccendiere di cantiere: «Sberlecchian de lo plastico! Taca via col delitto in diretta e lo subappalto sbilenco! Uuuh, sgnau de l'esclusiva, taca-taca-taca la mazzetta del MOSE! Caspiterina, avete fatto il picco d'ascolti sulle disgrazie dei poveri cristi e cementificato le lagune, mo' affogate nel catrame bollente, re della spazzatura e ladri dello Stato!»

Pasolini mi spinse oltre, stringendo i pugni: «Forza, Dario, non guardarli più. Scendiamo verso la settima bolgia, dove ci stanno i ladri della salute, quelli che tagliavano le carni sane per gonfiare i rimborsi delle cliniche».





CANTO 8: Ottavo Cerchio (Bolgia 7) - Li Ladri de la Salute

Le siringhe-serpente e i rimborsi della carne (Ore 06:00)

 

Scendemmo lungo una gola di roccia scura e ci ritrovammo in un fossato profondo, dove il terreno non era fatto di terra ma di un tappeto brulicante di rettili viscidi e striduli, dalle forme geometriche e traslucide che ricordavano siringhe di plastica e tubi da flebo. Le anime dei ladri della sanità correvano disperate, nude, con le mani legate dietro la schiena da cateteri incandescenti, azzannate continuamente da questi mostri che inoculavano febbri e infezioni perenni.

«Caspiterina, Pier Paolo!», gridai balzando su un masso isolato per non farmi addentare le caviglie da quei rettili di silicone. «Ma qui c’è l'odore dell'ospedale mescolato alla bramosia del denaro! Chi sono 'sti macellai in camice bianco che strisciano nella melma dei rimborsi d'oro? Spiegami er meccanismo, per cortesia!».
Pasolini guardò quel nido di rettili con un disgusto profondo e viscerale, sputò nella bolgia e intonò lo stornello alla Ninetto Davoli per metterli alla gogna:

Fiore de lino, ci sta Brega Massone del Santa Rita mo' si ritrova a striscià nel tombino. Er "chirurgo degli orrori" della clinica milanese, che tagliava i polmoni sani solo per fare cassa, mo' paga er fio col diavolo che si fa cortese. Le forbici bollenti gli aprono la carcassa, mentre un demone gli fa l'ispezione corporale e gli urla: «Questo è il rimborso della tassa!». E poco più in là, in mezzo a ’sto male, ci sta Daccò che gestiva le mazzette della sanità, affogato nella pece del bilancio aziendale.
 

In mezzo alla fossa, il primario Pier Paolo Brega Massone strisciava nel fango tentando inutilmente di pararsi il petto dai morsi di un serpente-bisturi che gli incideva la pelle a ogni capoverso, mentre poco più in là il faccendiere Piero Daccò affogava sotto una pioggia di cartelle cliniche falsificate e fatture gonfiate per la fondazione Maugeri.
 
Franca Rame fece lampeggiare un avviso di confisca immediata direttamente dal suo Cloud sui maxischermi della bolgia: «Avete violato il giuramento medico e tagliato la carne di pazienti indifesi solo per incassare i rimborsi della sanità regionale. Mo' subite sul vostro stesso corpo la tortura della vostra avidità senza scrupoli».
 
Io allora mi lanciai in un salto acrobatico sulla roccia, scatenando il mio Grammelot del primario della truffa per sotterrare i ladri della salute: «Sberlecchian de lo bisturi! Taca via col polmone sano e lo rimborso sbilenco! Uuuh, sgnau de la clinica privata, taca-taca-taca la mazzetta de la sanità! Caspiterina, avete operato la povera gente per fare i milioni sui bilanci della regione, mo' strisciate in mezzo alle siringhe, medici farlocchi e manager del sangue altrui!»
 
Pasolini mi prese per la mano, tirandomi verso il ponte successivo: «Muoviti, Dario, che l'odore di bachelite bruciata aumenta e la nonna bolgia è un vivaio di odio e veleno, dove ci stanno i seminatori di discordia, i populisti e i nostalgici delle camicie nere».



 

CANTO 9: Ottavo Cerchio (Bolgia 9)

I Seminatori di Discordia, Pregiudizio e Nostalgia

Le lingue scisse e le marce al contrario (Ore 06:45)
 

Il fossato successivo era una ferita profonda nella roccia, dove un diavolo immenso, armato di una spada affilata come un rasoio industriale, faceva a pezzi le anime a ogni giro di bolgia, spaccando loro le lingue, le labbra e il petto. Qui la fauna dei manipolatori politici, dei generali del pregiudizio e dei nostalgici del passato veniva smontata riga per riga.

«Caspiterina, Pier Paolo!», esclamai guardando quel massacro a reti unificate, col rumore dei megafoni distorti che riempiva l'aria. «Ma qui c’è la piazza della propaganda mescolata al fango delle caserme! Chi sono 'sti generali del nulla e 'sti oratori del rancore? Spiegami er meccanismo, per cortesia!».
 

Pasolini incrociò le braccia, guardando lo scempio con la fermezza di chi ha denunciato il fascismo dei consumi per tutta la vita, e scaricò lo stornello viscerale:

Fiore de zucca, ci sta Vannacci col libro al contrario mo' sta immerso nella pece che lo trucca. Er generale del mondo alla rovescia, che scriveva fesserie sulle minoranze, mo' paga er fio con la lingua che gli si scoscia. La condanna sua? Un inferno di stanze: è costretto a marciare con un battaglione, ma guidato da un coro di drag-queen e danze. E accanto a lui, tra i peggiori oratori, ci sta Salvini col citofono in mano e Renzi che urla scioook nel deserto sovrano. E i nostalgici neri col saluto e l'orbace, condannati ad ascoltar Bella Ciao senza pace.

In mezzo alla bolgia, il generale Roberto Vannacci marciava goffamente sui tacchi a spillo alti dieci centimetri, costretto a reggere il suo best-seller capovolto mentre un demone lo costringeva a sfilare davanti a una giuria di minoranze che ridevano a crepapelle. Poco lontano, Matteo Salvini tentava di suonare un citofono arrugginito che gli scaricava addosso scosse elettriche, mentre Matteo Renzi cercava una provvigione in dollari arabi in un deserto di sabbia infuocata. Ai loro piedi, la massa dei nostalgici del ventennio, bloccati nel saluto romano con le braccia congelate da una resina nera, subiva la tortura di ascoltare Bella Ciao amplificata a diecimila watt senza potersi tappare le orecchie.
 
Franca Rame dal Cloud oscurò i loro profili e mandò la saetta definitiva: «Avete cavalcato l'odio, il razzismo e la nostalgia per fare tre voti e vendere copie, seminando il veleno tra i cittadini. Mo' marciate al contrario nel fango della vostra stessa miseria culturale».
 
Io allora saltai sul bordo del fossato, scatenando il mio Grammelot del generale della parata e del politico da talk-show: «Sberlecchian de lo camerata! Taca via col mondo al contrario e lo citofono sbilenco! Uuuh, sgnau de la Decima, taca-taca-taca lo Tweet del pregiudizio! Caspiterina, facevate i fieri in divisa e sulle ruspe parlando alla pancia dei creduloni, mo' sfilate in mezzo al coro, soubrette della propaganda e guerrieri di cartone!»
 
Pasolini mi spinse verso l'uscita delle malebolge: «Forza, Dario, la sfilata dei buffoni è finita. Ora si scende nel ghiaccio profondo, dove ci attendono i traditori del lavoro e i guru delle cryptotruffe nel Cocito».


 

 

 

CANTO 10: Nono Cerchio (Zona 3 e 4: Tolomea e Giudecca)

I Traditori del Lavoro e del Risparmio Digitale

Il lago gelato del Cocito e il fallimento globale (Ore 07:30)

 
La discesa si fece verticale, finché la roccia delle malebolge non franò bruscamente in un immenso specchio d'acqua completamente solidificato, una distesa di ghiaccio lucido, trasparente e privo di crepe che sembrava il pavimento di una sala server refrigerata a livello industriale. Il freddo del Cocito non era quello naturale delle montagne, ma un gelo artificiale, asettico, che bloccava il respiro nei polmoni e anestetizzava i muscoli, mentre le anime dei peggiori traditori del millennio vi stavano conficcate dentro, immobili come pesci surgelati, con le lacrime che si congelavano sugli occhi diventando aspre barriere di vetro.


«Caspiterina, Pier Paolo!», battei i denti stringendomi le braccia al petto e saltellando sul ghiaccio per non farmi congelare le suole delle scarpe. «Ma qui siamo finiti nel freezer della finanza globale! Sento odore di silicio bruciato mescolato al gelo delle multinazionali! Chi sono 'sti colossi dell'algoritmo e del profitto che stanno bloccati in questo frigorifero senza fine? Spiegami er meccanismo, per cortesia!».
Pasolini non rispose subito: guardò quella distesa gelata con gli occhi lucidi di chi ha visto morire la dignità del lavoro sotto i colpi dei mercati, si strinse nel suo cappotto scuro e intonò l'ultimo, spietato stornello con la cadenza di Ninetto Davoli:

Fiore de gelo, Sam Bankman-Fried del bitcoin farlocco mo' sta bloccato nell'ultimo cielo. Nel ghiaccio del Cocito, dove l'aria ti spezza, er re di FTX piange con le lacrime di vetro, ricordando i miliardi della sua giovinezza. Il tablet suo ha lo schermo rotto e all'indietro, e sul display appare un grande Error 404, mentre un diavolo gli dà ’n calcio nel di dietro. E poco più in là, col maglione d'ordinanza, ci sta Marchionne bloccato nella stanza. Il liquidatore delle fabbriche e dello Stato, mo' sta nel ghiaccio del tutto congelato.

Immerso fino al collo nella morsa gelata, il guru delle criptovalute Sam Bankman-Fried fissava disperatamente lo schermo di un tablet bloccato, sul quale rimbalzava in loop la scritta Error 404: Fondi Inesistenti, mentre le sue lacrime si trasformavano in cristalli di ghiaccio che gli sigillavano le palpebre. Poco più in là, nella zona della Giudecca riservata ai traditori dei benefattori e del lavoro, il manager Sergio Marchionne era bloccato nel ghiaccio fino al mento, avvolto nel suo eterno maglione nero di cachemire, costretto a subire lo sberleffo perenne delle anime degli operai di Pomigliano e di Termini Imerese che lo guardavano dall'alto gridandogli contro i loro contratti strappati.
 
Franca Rame dal Cloud aprì una finestra di sistema direttamente sui maxischermi della borsa valori, inviando la notifica della resa dei conti: «Avete tradito la fiducia di chi cercava un riscatto nel futuro digitale e avete smantellato lo statuto dei lavoratori in nome del profitto transatlantico. Mo' rimanete bloccati nel freddo della vostra stessa speculazione, senza borsa e senza operai da comandare».
 
Io allora feci un salto acrobatico sul ghiaccio liscio, scatenando il mio Grammelot del liquidatore aziendale e del mago dei bitcoin per chiudere lo spettacolo: «Sberlecchian de lo bitcoin! Taca via col wallet vuoto e lo maglione sbilenco! Uuuh, sgnau de la FIAT, taca-taca-taca lo profitto della delocalizzazione! Caspiterina, facevate i geni dei mercati finanziari e i padroni delle catene di montaggio parlando di futuro ai disgraziati, mo' rimanete al freddo del Cocito, falliti elettronici e manager senza più una fabbrica!»
 
Pasolini mi prese per il braccio, indicando una scala di pietra che risaliva verso un debole chiarore oltre la cresta del ghiaccio:


 «Andiamo via, Dario. Lo spettacolo dei mascalzoni è finito. La risata del popolo li ha sotterrati tutti. Mo' usciam a rimirar le stelle»

 

 Piazza Affari – La Borsa riapre (Ore 09:00)

 

Leandro Zanni






28 giugno 2026

Are you ready for the Rock and Roll? Esce il 29 Giugno il nuovo singolo di Stefano Savazzi

 Are you ready for the Rock and Roll? Esce il 29 Giugno il nuovo singolo di Stefano Savazzi

 


 Non poteva che uscire in questi giorni caldissimi, il nuovo singolo di Stefano Savazzi, "Are you ready for the Rock and Roll?"

Ad accompagnarlo in questa nuova avventura musicale sono stati Ken Ciro, Enrico Torreggiani e Leonardo Serafini Pap.

Dal breve spezzone che abbiamo intravisto nel trailer, ci sono tutti gli ingredienti per una ambientazione padano texana: bikers, pianure sconfinate, officine meccaniche e la nostra tangenziale che per magia diventa la Route 66.

 


 

Da Valle alla Desert Valley il passo è breve, ognuno provi ad immaginarsi come sarà il pezzo che si intuisce dalle poche note dell'anticipazione. Assomiglierà a "Born to run" del Boss, a "Born to be wild" degli Steppenwolf o all'attacco di "Rock and Roll" degli Zeppelin?

Mettetevi comodi e preparatevi a gustare il video uscito dalle sapienti mani di Marco Goi. Dove, oltre ai protagonisti, troverete qualche sorpresa. Dallo spezzone lasciato filtrare dalle maglie della produzione si intravede "il Sindaco", non un sindaco qualsiasi, il sindaco di tutti, il più amato e benvoluto, primo cittadino di tutti i paesi che hanno visto sfrecciare la sua Vespa rosa. Ma non sarà l'unico cameo del video, ci dicono.

Non ci resta che aspettare il 29 giugno, popcorn, birra o anguria, scegliete voi.

Are you ready for the Rock and Roll?

 

Stefano Superchi 

 

 


 Lunedì 29 giugno, su tutte le piattaforme, uscirà il nuovo singolo del rocker, nonché musicista virtuoso, Stefano Savazzi, da tutti conosciuto per la sua chitarra potente, i suoi testi un po' romantici, un po' introspettivi e un po’ ruvidi, la sua voce ora rock ora melodica. Nelle giornate grigie e buie dello scorso inverno Stefano inizia una collaborazione col musicista Mirko Ken Ciro Sereni col quale, nell’home studio di registrazione di Stefano, mette a punto un po' di canzoni. Dopo aver registrato le prime due esce, come un oggetto dimenticato per anni in un cassetto, una canzone scritta 25 anni prima, e come qualcosa di prezioso ritrovato inaspettatamente, la spolverano con cura e decidono di farla rinascere. 
Ancora su nastro viene digitalizzata partendo praticamente da zero, viene inseritia la batteria di Enrico Torreggiani, l'attuale batterista dei Modena City Rambles (mica pizza e fichi) che se la suona come fosse una neonata, il basso di Mirko Ken Ciro e il saxofono di Leonardo Serafini Pap, un giovane venticinquenne studente al Conservatorio di Mantova.

Ciro ha poi lavorato sulla programmazione dei fiati per creare quel suono che fa un po' rockabilly abbinato a un testo stranamente ironico. La canzone Stefano la scrive 25 anni fa, quando ancora il feeling vagamente crepuscolare che troviamo nelle ultime canzoni non gli aveva ancora toccato le corde dell’anima.

 


 

Il brano, che uscirà su tutte le piattaforme, Spotify, Itunes, Amazon Music, Youtube Music lunedì 29 giugno alle ore 12, è accompagnato da un video, opera di Marco Goi, a cui hanno collaborato alcuni personaggi del luogo, giovani e meno giovani, piuttosto carismatici: Ken Ciro, Giuseppe Cantini alias al Sìndac, il capo dei bikers Yurj Gagiumi e tanti altri amici, senza contare i cameo, tra cui suo figlio Leon, che hanno contribuito alla realizzazione di questa nuova opera di Stefano.

Per stare in linea con l’ironia che accompagna il brano anche il video, piccolo cortometraggio con tanto di titoli di coda, contiene note divertenti; è ambientato nella nostra bassa e percorre le strade che vanno dall’Osteria di Valle, all’Officina meccanica di Lorenzo Asinari a Rivarolo del Re, fino al pub Babilonia di Vicomoscano.

 



Siamo abituati alle scorribande musicali di Stefano, che non smette di regalarci progetti artistici che contengono molto di più di una semplice canzone: la cura dei dettagli, dalla musica, agli arrangiamenti, ai testi, creando veri e propri momenti d’arte.
In tempi in cui tutto deve scorrere veloce, anche le canzoni e i video hanno una durata breve, legate come sono a standard odierni a cui Stefano non si assoggetta: “Are you ready for the Rock and roll” supera i tre minuti e il suo video più che un clip è un pezzo di cinema.

Anacronismo o arte pura? Serve ascoltare la canzone e vedere il corto per dirlo anche se…. già lo sappiamo!!

Giovanna Anversa




Musica e testo: Stefano "Il Corsaro" Savazzi

Produzione e Registrazione: Mirco "Ken Ciro" Sereni

Registrato presso Savazzi Home Studio

Voce e Chitarre: Stefano Savazzi 

Basso e programmazione fiati: Mirco Sereni

Batteria: Enrico Torreggiani

Sax contralto: Leonardo Serafini Pap

 

Video maker: Marco Goi

Pilota drone: Massimo Storti 

Sceneggiatura: Stefano Savazzi e Nicola Barili

Attori:

La banda: Sax: Mirco "Ken Ciro" Sereni, Tromba: "Il Sindaco" Giuseppe Cantini, Basso: Leon Savazzi, Batteria: Lorenzo Asinari

Capo Biker: Yurj Gagiumi 

Bikers: Nicola "Vicio" Vicini, Fabio "Tanner" Fontanesi, Franco "Il Conte" Bassi, Debora Visioli, Paolo Paolini, Mirko Attolini, Elena Maia, Mirko Buttarelli, Stefano Ballottari, Lorenzo Lasagna, Petra Cudova

La barista: Simona Cervi

Locations: Babilonia Pub (Vicomoscano), Osteria Valle (Valle di Casalmaggiore), Officina Asinari (Rivarolo del Re)


23 giugno 2026

LA DIVINA TRUFFA: L’INFERNO DI DANTE OGGI di Leandro Zanni (parte prima)

 LA DIVINA TRUFFA: 

L’INFERNO DI DANTE OGGI

Leandro Zanni

(parte prima)

 



«Quest'opera è un testo di pura finzione satirica e letteraria ispirato alla struttura della Divina Commedia. I personaggi, i dialoghi e le collocazioni ultraterrene sono frutto di una rielaborazione iperbolica e umoristica dell'autore e non intendono in alcun modo offendere l'onore delle persone citate, ma ridefinirne i tratti culturali e antropologici nello spirito della satira popolare.»


Personaggi:

Dario Fo (Dante)
Pier Paolo Pasolini (Virgilio)
Franca Rame (Beatrice)


Trama:

Dante sta passeggiando a Milano in Piazza Affari verso le 23:55 e improvvisamente, allo scoccare della mezzanotte, smarrisce la strada a causa di un blackout e finisce per incontrare Virgilio mandato a salvarlo da Beatrice.
Il posto non è casuale perché si tratta del regno di quel capitale attorno al quale girano tutti i personaggi che Dante incontrerà.
Da li inizia una notte particolare che finirà con la nuova apertura di Borsa.



Prologo:

Un dì, nel mezzo del cammin di vita,
mi ritrovai della strada tre piani sotto
che all’improvviso la via era smarita;
in quel distretto di Milano tutto rotto
della farm dei server di Piazza Affari,
immagine del capitale che ha tutto indotto.
Senza segnale e senza codici chiari.

Davanti alla porta d'acciaio d'emergenza mi vidi sbarrare la strada da tre algoritmi impazziti che avevano preso la forma di tre bestie spaventose: una Lonza cangiante fatta di like e vanità da influencer, un Leone borioso fatto di boria aziendale e cemento, e una Lupa magra, famelica, che calcolava speculazioni ribassiste per conto della finanza offshore.
Mentre arretravo terrorizzato col mio passo oscillante da giullare, vidi un'ombra spuntare dal buio delle turbine dismesse.
 

Indossava un vecchio abito scuro e aveva gli occhi lucidi di chi ha capito la fine del mondo prima degli altri.
«Chi sei, oh anima in pena?», gli ho gridato agitando le braccia col mio fare da giullare. «Sei forse un fantasma della mala borsa o il capo della manutenzione?».
L'uomo si girò con mossa accorta, guardandomi dritto negli occhi:
«Ahò, ma che non m'hai riconosciuto? So’ Pier Paolo... il tuo Virgilio.
E de ’sto benessere de plastica vostro io ne scrissi la condanna sui giornali prima ancora che la realtà morisse per davvero. Er consumismo ha trasformato l’italiani in consumatori senza cervello, tutti schiavi de la televisione e de la boria, de l'apparenza.
Ma se voi salvatte l'anima e ritrova' la Franca tua, te conviene veni' co' me. Scendiamo giù ner fango de ’sti gironi a visità ’sti quattro mascalzoni che hanno ridotto er mondo a un mercato de colletti bianchi».
 

Mentre ci dirigevamo verso la prima botola idraulica che si apriva nella roccia sotto i server fusi, mi voltai verso di lui ancor confuso…
«Ma insomma, Pier Paolo! Come fai a conoscermi? Chi t'ha mandato in questo sotterraneo informatico a farmi da cicerone?».
Pasolini si fermò, appoggiando la mano sulla conduttura arrugginita dell'aria condizionata, e mi disse:
“Ahò a’bbello, nun inizià col tuo mistero buffo.
Io stavo fermo a via del Mandrione, quando m'è arrivata ’na notifica strana. S'è acceso er terminale nello stanzone, ed è comparsa Franca, la tua amata, che ha inviato la tua posizione.
M’ha parlato in chatte tera tera, con la voce che sembrava ’na ballata":

"O Pier Paolo mio, che sulla terra lasciasti la parola che ancor dura
contro la casta che ci fa la guerra, l'amor mio, Dario, s'è perso dentro a un server della Rete, e sta a tremà come sotto la censura.
Muovi le gambe tue, usa la tua dialettica affilata,
salvamelo, che io c'ho l'anima in pena.
Io sono nel Cloud dell'alta connessione, ma m'han crittografata".


«Per questo sto qua, Dario», concluse Pier Paolo, spingendomi verso la botola d'acciaio. «Franca tua ha violato il firewall dell'oltretomba per darti una seconda possibilità. Mo' vedi de darte na mossa, che i lupi de lo mercato stanno pè aprì le gabbie».

 


CANTO 1: L'Antinferno e li furbetti del Web

L'ingresso nell'Antinferno e il gommone col POS (Ore 00:30)

 
Varcammo la soglia dopo una paratia d'acciaio che recitava Lasciate ogne speranza o voi ch'entrate, ritrovandoci in un immenso open-space sotterraneo che puzzava di ozono e sigarette elettroniche. Era l'Antinferno, il girone degli Ignavi del Millennio.

«Caspiterina, Pier Paolo!», dissi sentendo i lamenti. «Ma chi sono 'sti disgraziati affogati nella bava aziendale?». Pasolini guardò la massa di dannati e riprese lo stornello:

Fiore de fango, guarda li manager delle risorse umane che licenziavano la gente sul divano. Ci stanno i consulenti e le puttane delle multinazionali del profitto, che si vendevano le vite dei cristiani. Senza mai sceglie, tra il torto e il dritto, vissero speculando sulla sedia, e mo' le vespe le riducono a fritto. Sono condannati a correre nudi dietro a una bandiera col logo di un social network che cambia continuamente algoritmo, mentre le vespe-spam li pungono. E in mezzo a loro, affogati nei "like" di cartone, ci stanno gli influencer che campavano di truffe. 

Franca Rame fece lampeggiare il maxischermo dal suo Cloud protetto: «Avete monetizzato sulla credulità dei poveri cristi, vendendo beneficenza farlocca e pandori truccati. Mo' vi beccate il blocco eterno del profilo».

Sulla sponda del fiume di petrolio c'era Caronte, che non usava un remo ma batteva le dita su un terminale POS portatile, azzerando i conti delle anime prima di farle salire sul gommone a idromassaggio.

Io allora feci un salto davanti alla folla dei manager, sbeffeggiandoli col mio Grammelot dei licenziamenti: «Sberlecchian de lo fatturato! Taca via col bonus aziendale sbilenco! Uuuh, sgnau de la risorsa umana, taca-taca-taca lo licenziamento! Caspiterina, avete campato sul fango dei lavoratori indifesi! Mo' correte nudi in mezzo alle vespe, influencer e manager falliti!».

Pasolini mi spinse sul gommone: «Sali e andiamo avanti, Dario, che la prossima fermata è er Limbo de li ricchi».





CANTO 2: Il Limbo de li Grandi Arricchiti

Il salone di platino e il mercato delle illusioni (Ore 01:15)
 

Superato il cerchio degli Ignavi ed evitato il blocco del conto di Caronte, il gommone attraccò direttamente davanti a un'immensa porta girevole in cristallo temperato che sembrava l'ingresso di un hotel a sette stelle di Dubai. Oltre il vetro, la nebbia acida dell'Inferno spariva, sostituita da un'aria condizionata che profumava di tabacco pregiato e banconote fresche di stampa. Era un salone monumentale, pavimentato in platino lucido, dove centinaia di monitor al plasma trasmettevano in loop finti applausi e sigle televisive degli anni novanta.

«Caspiterina, Pier Paolo!», esclamai agitando le braccia e saltellando sul pavimento a specchio, usando la mia parlata da giullare della piazza. «Ma dove siamo sbarcati? Questo non sembra un girone di sofferenza, sembra il gran gala di Capodanno a reti unificate! Chi ci sta là in mezzo a tutto 'st'oro farlocco? Spiegami er meccanismo, per cortesia!».
Pasolini si tolse gli occhiali scuri, guardando la sala col suo solito sorriso amaro, e intonò lo stornello col tono verace di Ninetto Davoli:

Seduto sur divano de platino, cor cerone sul viso e er gessato, ci sta er Cavaliere, er re del mattino. Pure all'Inferno er business ha voluto: sta a rinegozià er contratto con Satana, «Ti compro tre bolge e mi prendo lo Stato!». La pena sua? ’Na tortura che scanna: parla in eterno a uno schermo che è spento, senza nessuno che applaude o lo sbava. Gridava forte: «Venite nel vento! Vi do ’na poltrona alla mia tv d’oro, se mi firmate ’sto subappalto d’argento!». Ma Pier Paolo lo guarda e gli sputa er ristoro: «Questo ha convinto l’Italia intera che l'apparenza vale più del decoro».

Al centro della sala, seduto su una poltrona imperiale in radica e oro, c'era proprio Silvio, col suo gessato presidenziale d'ordinanza e il viso coperto da uno strato di cerone così fitto da farlo sembrare una statua di cera. Non appena ci vide, si alzò allargando le braccia: «Ma bentornati! Dario! Pier Paolo! Sapevo che sareste venuti a firmare con la mia emittente! Vi ho preparato un contratto in esclusiva per il prime-time dell'oltretomba! Ho promesso a Lucifero il ponte sullo Stretto in cambio del monopolio delle anime! Qui facciamo il sessanta percento di share!».

Franca Rame fece lampeggiare lo schermo del tablet di Silvio direttamente dal suo Cloud protetto: «Hai trasformato le piazze in studi televisivi e i cittadini in telespettatori. Mo' rimani a vendere le tue illusioni a un pubblico di monitor spenti, senza che nessuno ti batta mai le mani».

Silvio guardò il display, il sorriso di cera gli si contrasse per un millisecondo, ma riprese subito a urlare verso la sala: «Un applauso per Franca! Più luce sul secondo settore!».

Io allora feci un salto all'indietro, lanciando il mio Grammelot del venditore di fumo per chiudere il sipario su quel salone di plastica: «Sberlecchian de lo palinsesto! Taca via col contratto farlocco! Uuuh, sgnau de la televisione, taca-taca-taca lo spot della bacheca! Caspiterina, hai venduto l'asfalto per oro colato a li poveri cristi, mo' rimani a fa' er monologo nel vuoto, re dei populisti!» 

Pasolini mi prese per la spalla scuotendo la testa: «Andiamo avanti, Dario. Questo crede d'essere ancora vivo, ma la sua borsa ha già fatto crac». E ci avviammo verso la porta di ferro del cerchio successivo.





CANTO 3: Sesto Cerchio - Gli Eretici della Democrazia

Gli avelli di fuoco della geopolitica (Ore 02:00)

 

Ci lasciammo alle spalle il salone di platino del Cavaliere e ci ritrovammo a camminare su una pianura di asfalto spaccato, dove la nebbia puzzava di cherosene e zolfo. Il terreno era disseminato di enormi casseforti di ferro scoperte, dalle quali levavano fiamme altissime e fumi neri, come se sotto terra stesse bruciando un oleodotto. Sentendo dei colpi sordi e delle urla in lingua straniera che provenivano da quei sepolcri infuocati, feci un salto di lato, agitando le braccia col mio fare da giullare.

«Caspiterina, Pier Paolo!», esclamai guardando dentro a una di quelle botole che mandava bagliori atomici. «Qui la situazione si fa marziale! Chi ci sta chiuso dentro a 'sti forzieri di fuoco che sembrano bunker della guerra fredda? Spiegami er meccanismo, per cortesia!».

Pasolini si strinse nel cappotto, guardando quei sepolcri militari col suo solito sguardo fiero e consumato, e attaccò lo stornello alla Ninetto Davoli per aprirmi gli occhi:

Fiore de zucca, ci sta lo Zar Vladimir nella buca, immerso ner gasolio che lo trucca. Sta dentro un avello di fuoco e paura, la sedia atomica s'è arrugginita e la parata militare gli fa paura. Accanto a lui, col ciuffo scolorito, ci sta Donald che urla da la tomba: «Ho vinto io! Il voto è fallito!».
 

Lo spingono dentro a un immenso Tweet, condannato a ripetere scemenze mentre Lucifero gli smonta la suite. E la Giorgia nazionale, tra le eccedenze, sta appesa a un filo sopra la finanza, strillando: «Io so' madre delle competenze!». Ma lo spread sale e le incendia la stanza, e i banchieri le ridono sul muso mentre i decreti le sgonfiano la danza.

Da una delle casseforti infuocate sbucò la testa dello Zar Vladimir Putin, col viso coperto di petrolio e lo sguardo fisso, che urlava ordinando un attacco missilistico a dei demoni che gli rispondevano ridendo. Accanto a lui, Donald Trump tentava disperatamente di digitare sul display di un telefono che prendeva fuoco ogni volta che premeva un tasto, mentre la Giorgia nazionale invocava decreti e tetti al contante tra le fiamme dello spread.

Franca Rame fece comparire un avviso sui monitor militari dei loro bunker direttamente dal Cloud: «Avete scambiato la democrazia con un reality show e la vita dei popoli con una partita a scacchi geopolitica. Mo' rimanete a marcire nelle vostre stesse trincee di fuoco».

Io allora mi misi a saltellare sul bordo dell'avello, lanciando il mio Grammelot del soldato di ventura per sbeffeggiare i tiranni del secolo: «Sberlecchian de lo dittatore! Taca via col carrarmato sbilenco! Uuuh, sgnau de la propaganda, taca-taca-taca lo Tweet della parata! Caspiterina, avete giocato con la pelle della povera gente per fare i fieri, mo' bruciate nei vostri stessi bunker, generali di cartone e finti guerrieri!» 

Pasolini mi fece cenno di accelerare il passo: «Andiamo avanti, Dario, che qui l'aria è tossica e sotto al prossimo scaglione ci stanno i violenti contro il risparmio, quelli che hanno affamato l'Italia coi bilanci truccati».







CANTO 4: Settimo Cerchio (Scaglione 1) - I Violenti contro il Risparmio

Il fiume di latte bollente e i bond di cartone (Ore 02:45)
 

Scendemmo lungo una frana di pietre taglienti e ci ritrovammo davanti a un panorama surreale e nauseabondo: un immenso canale dove non scorreva acqua, ma un fiume denso di latte bollente, cagliato, dal quale si levavano vapori acidi che facevano lacrimare gli occhi. Il letto del fiume era disseminato di scatoloni galleggianti, finti titoli di stato e fogli di bilancio stracciati, che venivano trascinati dalla corrente insieme alle anime dei grandi truffatori aziendali del millennio.

«Caspiterina, Pier Paolo!», esclamai turandomi il naso con due dita e facendo un salto all'indietro per evitare uno schizzo di siero bollente. «Ma che è 'sto squallore caseario che puzza di truffa lontano un chilometro? Chi sono 'sti colletti bianchi affogati nella finanza liquida? Spiegami er meccanismo, per cortesia!».

Pasolini guardò la melma bollente, sputò nel siero e intonò lo stornello alla Ninetto Davoli per metterli alla gogna:

Fiore de grano, ci stanno i boss di Lehman e di borsa, che ner Duemilaeotto, col sorriso scaltro, hanno affamato il mondo nella corsa. La pena loro? Un incubo d'un altro: stanno immersi nel cemento liquido bollente, mentre un diavolo gli pignora pure l'atto. C'è pure Madoff, er re del niente, che gira con un sacco pieno de cambiali ma nessuno gli dà credito, nemmeno un parente.
Ci sta Tanzi col latte della Parmalat che corre nudo sotto ’na pioggia che lo riga. Ha prosciugato i risparmi di mezza nazione, co' i bond falsi e i bilanci truccati, e mo' affoga nel fango della sua stessa frodone. Accanto a lui, tra i bancari più rinomati, ci sta Fazio della Banca d'Italia di un tempo, inseguito da droni coi conti correnti bloccati. E Ricucci che gridava: «Siamo i furbi del tempo!», mentre tentava la scalata al Corriere, mo' pulisce le bolge col secchio e la vanga d'argento.

In mezzo a quel flusso biancastro e ribollente sbucò la testa di Calisto Tanzi, con la bocca piena di latte cagliato, che cercava disperatamente di aggrapparsi a un faldone di titoli tossici, mentre poco più in là Stefano Ricucci provava a scalare l'argine di cemento scivolando rovinosamente sui ciottoli bagnati. L'ex governatore Antonio Fazio volgeva lo sguardo al cielo, inseguito da piccoli droni a forma di gazzette ufficiali che gli notificavano sequestri preventivi a reti unificate.

Franca Rame fece comparire un messaggio di condanna direttamente sui maxischermi dei mercati azionari dal suo Cloud protetto: «Avete prosciugato i risparmi di una vita a migliaia di famiglie oneste, truccando i libri contabili per finanziare i vostri sfarzi privati. Mo' rimanete ad affogare nella vostra stessa liquidità farlocca».

Io allora mi misi a saltellare sulla riva, lanciando il mio Grammelot del contabile fallito per chiudere la partita con i furbetti del quartierino: «Sberlecchian de lo fallimento! Taca via col bilancio truccato e lo bond sbilenco! Uuuh, sgnau de la Parmalat, taca-taca-taca lo crack de la finanza! Caspiterina, avete ridotto sul lastrico i vecchietti per fare i furbi in borsa, mo' ripulite il fondo del barile, banchieri di cartone e speculatori senza pancia!»

Pasolini mi strinse la spalla spingendomi in avanti: «Andiamo via, Dario, che la pioggia di fuoco si fa pesante e lo scaglione successivo è per i campioni dello sport che scappavano nei paradisi artificiali per evadere il fisco».

 

 

 

CANTO 5: Settimo Cerchio (Scaglione 2) - I Violenti contro se stessi ed il Fisco

La pista di cenere e il Billionaire in fiamme (Ore 03:30)

 
Il terreno mutò ancora, trasformandosi in una landa desolata di sabbia infuocata dove cadeva una pioggia lenta di fiocchi di fuoco, simile a neve che brucia. Al centro di questo deserto arido, circondata da altoparlanti che gracchiavano musica da discoteca a volume distorto, si stagliava la sagoma di una finta villa extralusso in fiamme, che ricordava i locali della Costa Smeralda.
«Caspiterina, Pier Paolo!», gridai riparandomi la testa con le mani, mentre camminavo a grandi falcate sollevando i piedi dal sabbione rovente. «Ma questo è un autodromo all'inferno! Sento puzza di gomme bruciate e benzina super! Chi sono 'sti velocisti del fisco che corrono nudi sotto la grandine incendiaria? Spiegami il meccanismo, per cortesia!».
Pasolini si passò una mano sulla fronte, guardando le sagome dei VIP che correvano nella polvere, e sparò lo stornello in puro volgare romanesco:

Fiore de gramigna, ci sta Valentino Rossi col fisco di un tempo, che scappa sulla moto nella puzza. I campioni che scappavano a Montecarlo, per non pagà le tasse sul proprio Stato, mo' corrono nudi e non sanno dove farlo. La condanna è un inferno certificato: vengono inseguiti da droni dell'Agenzia delle Entrate, che gli pignorano pure il fiato del passato. C'è pure Flavio Briatore tra le banchine private, col Billionaire che brucia nel sabbione, mentre le fiamme gli friggono le parate.

Sulla sabbia infuocata, Valentino Rossi spingeva a mano una moto da corsa senza ruote, col motore fuso che sputava scintille, tentando inutilmente di superare i droni del fisco che gli proiettavano cartelle esattoriali sul parabrezza. Poco lontano, Flavio Briatore, con la camicia aperta e i mocassini di camoscio che prendevano fuoco, urlava contro i demoni sventolando finti contratti di residenza a Montecarlo.

Franca Rame fece apparire una notifica di blocco patrimoniale direttamente dal suo Cloud sui maxischermi della landa: «Avete incassato i milioni e l'applauso del popolo italiano, ma avete nascosto i capitali nei paradisi artificiali per non dare un centesimo alla comunità. Mo' pagate l'imposta fissa sul fuoco eterno».

Io allora feci un salto davanti alla villa che crollava, lanciando il mio Grammelot del fisco goliardico per ridicolizzare i re dell'evasione dorata: «Sberlecchian de lo paradiso fiscale! Taca via col contratto finto e lo yacht sbilenco! Uuuh, sgnau de l'esilio dorato, taca-taca-taca la fattura de lo sfarzo! Caspiterina, eravate i re delle cronache mondane coi soldi evasi ai cittadini onesti, mo' fate la marcia sulla sabbia bollente, evasori di lusso e piloti senza freni!» 

Pasolini mi fece cenno di affrettare il passo verso la bolgia successiva: «Sbrigati, Dario, che stiamo entrando nelle malebolge, dove ci aspettano i simoniaci del pallone e i truccatori del calciomercato».


Leandro Zanni

(continua)



19 giugno 2026

John Heartfield, l’uomo che trasformò il fotomontaggio in un’arma contro il potere


 John Heartfield, l’uomo che trasformò il fotomontaggio in un’arma contro il potere

 


 Il 19 giugno 1891 nasceva a Berlino John Heartfield, uno degli artisti più radicali e politicamente incisivi del Novecento, considerato il fondatore del fotomontaggio moderno a fini satirici e di denuncia sociale. La sua scelta di cambiare nome da Helmut Herzfeld a John Heartfield, in piena Prima guerra mondiale, fu già un gesto di rottura simbolica contro il nazionalismo tedesco e un’anticipazione del ruolo che l’arte avrebbe avuto nella sua vita: non semplice espressione individuale, ma campo di battaglia.




Heartfield trasforma presto il fotomontaggio in una vera e propria arma visiva contro il potere. Nelle pagine dell’“Arbeiter-Illustrierte-Zeitung” (AIZ), rivista vicina al Partito Comunista tedesco, pubblica immagini che smontano la retorica del nazismo, della borghesia e del capitalismo, ricomponendo fotografie, slogan e simboli in composizioni spietatamente chiare.



Celebre è il fotomontaggio che mostra Adolf Hitler nell’atto di ricevere denaro dai grandi industriali, una sintesi brutale del legame tra potere economico e regime che la propaganda ufficiale occultava. In un’epoca dominata dalla stampa illustrata, Heartfield usa lo stesso linguaggio delle riviste per ribaltarne il senso: dove la propaganda costruisce consenso, lui insinua il dubbio, la risata corrosiva, la consapevolezza politica.

 


 

Questa radicalità ha un costo altissimo. Con l’ascesa del nazismo, i suoi lavori vengono bollati come “arte degenerata”, censurati, rimossi dagli spazi espositivi e dalla sfera pubblica. Heartfield è costretto a fuggire dalla Germania nel 1933, trovando riparo prima in Cecoslovacchia, dove continua a lavorare contro il fascismo, poi in Inghilterra, sempre sorvegliato e considerato figura scomoda.



Nemmeno il dopoguerra gli garantisce una piena pacificazione: rientrato nella Germania dell’Est nel 1950, ottiene riconoscimenti ma vive anche momenti di sospetto e marginalità, perché il suo linguaggio rimane troppo diretto, poco addomesticabile, difficile da incasellare anche dentro i canonici confini del realismo socialista. La sua carriera appare così come una lunga linea di resistenza: contro il nazismo, contro ogni forma di propaganda, e perfino contro certi irrigidimenti ideologici dei contesti in cui si trova a operare.




Se guardiamo alla scena italiana, non troviamo artisti simili ad Heartfield, ma piuttosto eredi lontani della sua capacità di usare l’immagine come strumento di critica o di messa in crisi della realtà. Mimmo Rotella, ad esempio, ribalta il manifesto pubblicitario con il suo décollage: strappa, sovrappone, lacera le icone della società dei consumi, trasformando la pelle urbana della città in un commento implicito sul bombardamento visivo del Dopoguerra. Le sue superfici lacerate, fatte di brand, volti di star del cinema e slogan, sono un modo diverso, ma ugualmente radicale, di rivelare le contraddizioni di un’epoca.


Mimmo Rotella - Dio, Patria, Re

Tano Festa, tra i protagonisti della Pop Art italiana e della Scuola di Piazza del Popolo, prende a prestito i frammenti della grande tradizione – Michelangelo, in particolare – per ricodificarli dentro un immaginario pop, malinconico e critico insieme. Nel suo lavoro la citazione colta e l’iconografia di massa si toccano, come se l’artista volesse ricordarci che anche il patrimonio più “sacro” è esposto alle logiche dello sguardo contemporaneo, della riproducibilità, del consumo visivo.


Tano Festa - La creazione dell'Uomo

Ugo Nespolo, con la sua poliedricità e l’impronta ironica, attraversa pop art, concettuale e sperimentazioni grafiche, spesso con un gusto per la narrazione visiva che flirta con la pubblicità, il cinema, la grafica applicata. Nelle sue opere più vicine alla grafica militante e alla comunicazione visiva, l’immagine diventa racconto, slogan, gioco serio: un modo per far scivolare il commento sociale dentro una superficie colorata, apparentemente leggera, ma tutt’altro che innocente.


Ugo Nespolo - Constructor ad arte

In tutti questi casi lo spirito heartfieldiano non è una citazione diretta, ma un’eco: l’idea che l’arte possa intervenire sul modo in cui guardiamo il mondo, sul bombardamento di segni, sulla retorica del potere e del consumo, piegando le stesse immagini che ci circondano fino a farne strumenti di interrogazione, se non di aperta critica.




La forza di Heartfield sta anche nella sua straordinaria attualità. In un mondo in cui la comunicazione politica passa attraverso immagini sintetiche, meme, grafiche virali, i suoi fotomontaggi sembrano anticipare il nostro presente: una frase breve, una composizione visiva netta, un rovesciamento ironico che chiede allo spettatore di schierarsi. Le sue tavole per l’AIZ funzionavano come post in grado di circolare, sorprendere, fissarsi nella memoria, molto prima che esistessero i social network.



Ricordarlo il 19 giugno significa allora non solo celebrare un innovatore del linguaggio visivo, ma interrogare il nostro uso quotidiano delle immagini. Heartfield ci invita a non essere spettatori passivi di ciò che scorre davanti agli occhi: a leggere, decostruire, sospettare, correggere, rispondere. È una lezione che riguarda chiunque si occupi oggi di cultura, comunicazione e narrazione del reale, dal fotogiornalismo alla grafica, fino ai progetti di memoria dei territori.

 



Per chi si occupa di cultura, la storia di John Heartfield è un promemoria potente: ogni immagine porta con sé una responsabilità. Chi la crea, chi la seleziona, chi la pubblica partecipa a una partita che non è mai neutra, perché tocca la percezione pubblica di ciò che è giusto, accettabile, desiderabile. Nell’opera di Heartfield, come in quella di Rotella, Festa o Nespolo, c’è l’idea che l’arte non si limiti a decorare il mondo, ma lo interroghi, lo scomponga, lo metta in tensione.

 

John Heartfield - La colomba della pace muore


In tempi di disinformazione, revisionismi e slogan che si consumano in poche ore, tornare a Heartfield significa chiedersi che cosa possa ancora fare un’immagine quando smette di essere pura superficie e torna a essere gesto politico. È forse qui che i suoi eredi continuano a lavorare, nella sottile ma determinante distanza tra vedere e capire.

 

Stefano Superchi 

 




 




LA DIVINA TRUFFA: L’INFERNO DI DANTE OGGI di Leandro Zanni (parte seconda)

    LA DIVINA TRUFFA:   L’INFERNO DI DANTE OGGI Leandro Zanni (parte seconda)   «Quest'opera è un testo di pura finzione satirica e let...