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25 settembre 2026

Intrecci d'Arte e di Vita: il viaggio creativo di Enrica

 Intrecci d'Arte e di Vita: il viaggio creativo di Enrica

 


 L'arte non è solo una tecnica da apprendere, ma un linguaggio universale e uno stimolo per la fantasia. Lo sa bene Enrica Barbiani, maestra d'asilo in pensione, che durante tutta la sua carriera ha fatto della creatività il cuore pulsante del suo metodo educativo. Lungi dal considerare l'arte come un passatempo o un'attività accessoria, la maestra l'ha sempre vissuta come uno strumento fondamentale di crescita cognitiva ed emotiva e la sua classe era un vero e proprio atelier a misura di bambino.

 


Liberata dagli impegni scolastici, ha incanalato la sua energia vitale in un percorso artistico sempre in divenire, sempre in movimento. La sua curiosità l'ha spinta a sperimentare e affinare diverse tecniche e a frequentare svariati corsi: dal delicato acquerello, alla precisione dell'intaglio del legno, fino alla stampa con caratteri mobili attraverso l'intaglio del linoleum.

 


Abile anche nel cucito crea borse e affini con stoffe spesso di recupero, abbinate in maniera elegantemente estrosa.
 

 



Che dire del teatro, esperienza significativa durata un decennio con la Compagnia dei Genitori Instabili e vissuta fuori dagli schemi dei laboratori tradizionali. Una vera e propria avventura collettiva, un percorso di vita in cui la recitazione, per altro imparata strada facendo, fu pretesto di crescita e arricchimento. Un'esperienza che, come ama raccontare, si è trasformata in un autentico corso di vita, fatto di condivisione, divertimento e amicizia.

 




Oggi, questa ex maestra continua a dimostrare che la passione per l'arte e l'amore per la scoperta non vanno mai in pensione, ma continuano a ispirare chi ne sente il bisogno. Da qualche tempo fa parte del “Collettivo d’Espressione Femminile” un gruppo di sole donne artiste e/o appassionate d’arte. Il Collettivo lavora su progetti: viene scelto un argomento da cui ogni partecipante fa nascere un’opera e la realizza con la tecnica che desidera, che le è più confacente, pittura, ceramica, scultura, fotografia, purché sia inerente al tema scelto.

 


L'intento del Collettivo si sviluppa su più fronti: incontrarsi per il piacere di stare insieme, scegliere un tema, parlarne, confrontarsi e poi mettersi al lavoro, ognuna col proprio talento, ognuna con la propria creatività. L’esito, una esposizione pluripersonale dove, dopo l’isolamento dedicato alla creazione dell’opera, il gruppo si ricompatta e diviene autore unico di vernissages rivelatisi di gran classe.

 

 



Enrica, insieme alle artiste del Collettivo, ha esposto le sue opere in due occasioni a Sabbioneta. La prima a Palazzo Forti con il lavoro “Trame”, presentato all'interno della mostra “Interferenze naturali di Mater AI”; qui l'artista ha rappresentato la propria visione sul rapporto tra natura e intelligenza artificiale, cogliendone l’inevitabile aggrovigliamento di trame.



 

La seconda a Palazzo del Cavalleggero in occasione della collettiva “La torre di Babele - sguardo femminile sulle macerie dell’umanità”. In questa circostanza ha proposto il quadro “Cecità”, che esprime magnificamente l’essenza del denaro e del suo valore in una società in cui quest'ultimo, ormai solo al comando, appare antropomorfo. L'opera si fa così voce di una sensibilità che rifiuta l’indifferenza e che, attraverso l’arte, tenta di ricomporre i frammenti dispersi di un’umanità ferita.

 



Il modo che ha Enrica di vivere la creatività è un bottone sempre in modalità ON, si lascia attraversare dalle curiosità: vede un corso, lo prova e lo unisce ad altre idee. Lei dipinge, cuce, intaglia, recita, vive, partecipa! L’intreccio di queste esperienze artistiche e la sua voracità espressiva danno vita a visioni profonde, capaci di tradurre i suoi moti dell'anima in una partecipazione attiva ed empatica, specchio fedele del suo sentire e del suo modo di abitare la realtà.

 

Giovanna Anversa 

 

 


24 settembre 2026

"This Mirror Weighs a Ton", la recensione del nuovo disco degli Interpol

 "This Mirror Weighs a Ton", la recensione del nuovo disco degli Interpol

 


 A dieci anni dall’ultima volta, gli Interpol sono tornati a registrare nella loro New York. C'è un'ibridazione esistenziale, in questo ritorno: da un lato, per questi cantori post-punk della Grande Mela, rimane immutata la voglia di raccontare ancora la vita vissuta nella città che non dorme mai, dall'altro resta la volontà di riversare tra i solchi del disco (magistralmente prodotto da Andrew Wyatt) la loro sensibilità, un vissuto comune a livello artistico e professionale. Quel vissuto condiviso tra studio di registrazione e palchi onorati, sempre, con impeccabili abiti sartoriali (è pur sempre lavoro!).

 



C’è la divagazione sul tema di Iron City, tentativo (naufragato) di alleggerire la tensione tra una registrazione e l’altra. Ecco che una passeggiata in Central Park è mappa su cui disegnare il percorso comune di infinite solitudini. Un break che diventa dissolvenza, schiacciata dal beat sintetico di una città fatta di pixel e acciaio. Macchina e cervello: non il cuore che campeggia sulle t-shirt dei negozi di souvenir, accanto al brand metropolitano per eccellenza: NY. Il riverbero dei temi trattati riconduce al profilo di un brano che si regge su dicotomie.

 


La voce di Paul Banks si fa sottile (come farà nella successiva Enemy), lo sguardo (forse) è spaventato, dentro un labirinto cibernetico dove affiorano ancora frequenze e battiti analogici. Resta (e resiste) un cuore stanco che pompa sangue e vede la città farsi sempre più fredda. L'arrivismo più disperato degli anni Ottanta viene proiettato su un presente –  e un futuro –  pieno di incognite, ancora più algido, fatto di calcoli, margini di profitto e nient’altro. Una distopia in cui chiunque è sostituibile. No mercy.

 



L’album si apre come in sospeso, con il brano meno à la Interpol del lotto: trame liquide, quasi una resa, potrebbe essere quasi un side project di Chino Moreno. Nella title track Banks canta da reduce, come la band del resto. Una band che ha saputo reinventarsi a partire dall'addio di Carlos Dengler. Ora a bordo ci sono, ufficialmente, due nuovi Interpol: il bassista Brad Truax e il tastierista Brandon Curtis. Forze fresche che contribuiscono, con le loro idee, a rimescolare le carte. Piccole correzioni a una ricetta rodata nel contesto di un disco fortemente riconducibile all'estetica del gruppo. I nostri si premurano di assicurarci il consueto posto in prima fila per ammirare i crepacci tratteggiati tra i solchi del disco dalla Les Paul di Daniel Kessler in Ever The Actor.  Metronomo perfetto di quest’eleganza marziale è Sam Fogarino sugli scudi così come il frontman, un Banks mai così disarmato nel raccontarsi.

 



Distribuiti da Partisan, dopo la fine del contratto ventennale con Matador, i newyorkesi confezionano una prova di struggente, malinconica, bellezza. Resa e speranza, riscatto e paura. Un ibrido ragionato a livello sonoro, frutto di una coerenza stilistica più unica che rara ma che deraglia, volutamente, nei temi, nell’impossibilità di fare coerentemente i conti e scendere a patti con il presente. Sudden è l’eco di Antics, differita di quel ‘going to the city’ che era declamato con tutt’altra forza, con altre certezze in quel capolavoro che è il loro secondo Lp. Dov’è la Next Exit ora?

 




Il secondo brano in scaletta vede, per la prima volta, Kessler dietro al microfono: prova convincente e inattesa. Quel che ci si aspettava (e che puntualmente è arrivato) non manca: le sue chitarre taglienti, affilate rasoiate post-punk che si innervano nella testa e squarciano le ultime sicurezze di un presente algido e sempre più sbrindellato. Dove più che prendere si lascia. L’architettura di See Out Loud è netta, decisa, ode – o cronaca – di confini, limiti. Brutalismo estetico e sonico. A distanza siderale troviamo la pausa indotta di So Rides the Reindeer, un tappeto elettronico per spostare lo sguardo un po’ più in là. 

 



Nell’A.D. 2026 non c’è solo il palco di If You Really Love Nothing, con protagonisti manieristicamente  decadenti, figli di un presente nervoso, teso, sfibrato. Consumatori stanchi, divi capricciosi e tossici che prendono a calci ed estremizzano estetica e atmosfere da Grande Gatsby. Sigarette accese, baci rubati, fuori dal locale Le Mille Luci di New York. Language, sex, violence, other?  

 


 

È uno sguardo su un luogo inevitabilmente diverso rispetto a quella di Turn On the Bright Lights: una città, capitale di un mondo iperconnesso, dove la dimensione più intima e personale è ridotta al lumicino. La copertina del loro nuovo Lp, in questo senso, è indicativa: un lampadario "importante",  di un salone da ricevimento, che è in realtà appendice di un'epoca totalmente e irreversibilmente orwelliana.

 


Al posto di cristalli e luci, occhi e telecamere, pronti a inseguire i protagonisti così come accadeva ai personaggi descritti, con insuperata maestria, tra le pagine della Trilogia di New York del compianto Paul Auster: Città di vetro, Fantasmi, La Stanza Chiusa. Chissà quante volte, Banks si è immerso in quella New York fantastica, un ‘nessun luogo’ in cui ciascuno può ritrovarsi e perdersi all’infinito.


“Intorno a lui l’aria era leggera, quasi dolce, come se non appartenesse più alla città”

 

Lorenzo Costa 

 


20 settembre 2026

Musica, parole e osteria: a Casalmaggiore il grande omaggio a Francesco Guccini

  Musica, parole e osteria: a Casalmaggiore il grande omaggio a Francesco Guccini 

 

 


 

Le note intramontabili di Francesco Guccini hanno risuonato lungo le sponde del Grande Fiume, regalando una serata di pura poesia e nostalgia. Venerdì 18 settembre 2026, la Polisportiva Amici del Po si è trasformata nella cornice bucolica ideale per ospitare “ARRIVEDERCI MAESTRO! - D'amore, di morte e di altre sciocchezze”, un sentito tributo  al "Maestrone" della canzone d'autore italiana.
 


 

Con il grande fiume, come sempre silenzioso e suggestivo, che lo avverti anche di notte quando è nero, l'atmosfera ha richiamato lo spirito delle vecchie osterie care a Guccini: un clima amichevole, semplice e allegro, capace di accorciare ogni distanza tra il palco e la platea. A dare vita ai capolavori del cantautore modenese sono state quattro chitarre e altrettante voci, capaci di emozionare il folto pubblico presente.
 



Giancarlo Roseghini ha guidato la narrazione musicale interpretando i brani con una timbrica profonda, che a molti ha ricordato la storica voce di Augusto Daolio, arricchendo l'esibizione con preziosi momenti di approfondimento per spiegarne la complessa poetica. La scaletta ha toccato le corde più profonde dell'anima: tra "Bologna" e "Auschwitz", tra "Incontro" e "Il Vecchio e il Bambino", la poesia di Francesco è tornata ad alzare il pelo e ad inumidire gli occhi, mentre la sua grandezza volava nell'aria accarezzando tutti.
 


 

Al fianco di Roseghini, una formazione di grande livello ha sorretto la struttura acustica del concerto: Guido Fiammeni ha intrecciato chitarra e armonica a bocca, mentre Pierluigi Pasotto e Stefano Savazzi hanno sostenuto l'impalcatura melodica con le loro chitarre e voci.


 


La vera sorpresa della serata è stata però il giovanissimo Leon Savazzi. A soli sedici anni, il ragazzo ha letteralmente incantato il pubblico sfoggiando virtuosismi alla chitarra da vero fuoriclasse, dimostrando un talento raro e maturo che ha strappato applausi a scena aperta.


 


Il pubblico, caldo e numeroso, ha risposto con immenso entusiasmo, cantando e condividendo una serata che ha celebrato non solo la musica, ma il modo di intendere la vita con le sue emozioni attraverso lo sguardo di Guccini, scoprendo che in fondo è anche il nostro.

 

 


 

Ogni tanto la vita regala al mondo un gigante per salvarci dall'amore, dalla morte e da altre sciocchezze, diversamente saremmo dei replicanti. Queste creature ultraterrene hanno il potere straordinario di superare il tempo, rendendo immortali le loro parole, la loro arte.

 






C'era tanta commozione tra i presenti, la stessa che si respira nelle tante piazze ancora piene di persone pronte a cantarlo e a ringraziarlo. Un groviglio di emozioni vere: tristezza, lacrime, malinconia, incredulità, ma sopra ogni cosa la felicità profonda di averlo avuto nella propria vita.

Gli eroi son tutti giovani e belli !!  

 

Giovanna Anversa 

 

 

 











 

08 settembre 2026

Piccolo Cinema San Rocco: tre classici per riscoprire l’Italia

Piccolo Cinema San Rocco: tre classici per riscoprire l’Italia

 



La chiesa di San Rocco a Casalmaggiore si apre al cinema con una piccola rassegna di fine estate, Cittadini Imperfetti: tre serate ad ingresso gratuito, tre titoli che hanno fatto la storia del cinema italiano. Un’iniziativa di Inventio MovieMente, sostenuta da Comune e Unità pastorale Città di Casalmaggiore, che conferma come lo storico edificio sull’argine maestro sia diventato un nuovo presidio culturale cittadino. 

 


 Il programma


Tutti gli appuntamenti sono alle 21:00, con ingresso libero:
 

Mercoledì 9 settembre: La grande guerra, di Mario Monicelli (1959, 135′)  
Mercoledì 16 settembre: Il sorpasso, di Dino Risi (1962, 108′)  
Mercoledì 23 settembre: Io la conoscevo bene, di Antonio Pietrangeli (1965, 115′)  


Dopo le proiezioni estive al Museo Diotti, la scelta di San Rocco sottolinea il desiderio di continuare a “fare cinema insieme”, trasformando la visione in momento condiviso di cultura e socialità. 

 

La grande guerra (1959) – Mario Monicelli

 



Primo grande affresco italiano sulla Prima guerra mondiale non retorico, La grande guerra racconta la vicenda di due soldati “comuni”, il romano Oreste Jacovacci (Alberto Sordi) e il milanese Giovanni Busacca (Vittorio Gassman), che cercano in tutti i modi di sopravvivere e di “portare a casa la pelle”.

 



Tra trincee, retrovie e piccoli paesi, il film alterna toni comici e drammatici per denunciare l’assurdità del conflitto, le condizioni miserevoli dei soldati e al tempo stesso la nascita di legami d’amicizia oltre le differenze geografiche e sociali. Il finale, tragico e antieroico, chiude un percorso che da scansafatiche li trasforma, quasi senza volerlo, in figure di dignità morale. 

 

 

Il sorpasso (1962) – Dino Risi

 



Considerato uno dei capolavori della commedia all’italiana, Il sorpasso mette in scena un viaggio senza meta lungo la via Aurelia, durante un Ferragosto romano, tra Bruno Cortona (Vittorio Gassman), esuberante e cinico, e Roberto Mariani (Jean-Louis Trintignant), giovane studente timido e riflessivo. 

 


Attraverso tappe occasionali, incontri e sorpassi sempre più spericolati, il film fotografa l’Italia del boom economico: il nuovo benessere, le vacanze di massa, la motorizzazione, ma anche il vuoto esistenziale e la violenza latente sotto l’apparente leggerezza. La celebre conclusione, fredda e improvvisa, trasforma la gita in una metafora amara di un’epoca e di due generazioni a confronto. 


 

Io la conoscevo bene (1965) – Antonio Pietrangeli

 



Con Io la conoscevo bene, Pietrangeli costruisce un ritratto lucido e doloroso dell’emancipazione femminile negli anni Sessanta. Adriana (Stefania Sandrelli), giovane di umili origini della provincia di Pistoia, arriva a Roma con il sogno di entrare nel mondo dello spettacolo. 

 


Tra provini, compromessi, promesse non mantenute e sfruttamento sessuale, la sua ricerca di autonomia si trasforma in una sequenza di umiliazioni che la conducono a un esito tragico. Il film, privo di moralismi, mostra la solitudine di una donna “libera” in un sistema che la usa e la scarta, diventando uno dei titoli più crudi e moderni del cinema italiano dell’epoca. 

 





Portare tre classici del cinema italiano in un luogo come San Rocco significa restituire alla comunità non solo film, ma "memoria collettiva", storie di guerra, di boom economico, di trasformazioni sociali che hanno plasmato il Paese e che ancora parlano al presente. In questo senso, San Rocco diventa un piccolo teatro di cittadinanza, dove la settima arte si incontra con la vita del territorio. 

 

a cura di Stefano Superchi



06 settembre 2026

Un Maestro di Vita: Guido e il suo viaggio oltre la cattedra

 Un Maestro di Vita: Guido e il suo viaggio oltre la cattedra

 

Guido Rubini (autoritratto)

C'è chi insegna solo con i libri e chi insegna con la vita, la passione e una valigia piena di sogni da far volare. Dopo anni trascorsi a trasformare l'aula in un laboratorio di meraviglie, quest’anno, nella scuola primaria di Vicomoscano, non ci sarà il Maestro Guido ad accogliere i bambini con la chitarra: dopo anni dedicati allo sviluppo e alla formazione di piccole donne e piccoli uomini Guido Rubini va in pensione.

Artista poliedrico oltre che maestro, sognatore a cui non è mai mancata la concretezza, con lo sguardo al cielo e i piedi in terra, è stato per tanti bimbi un punto di riferimento capace di guardare lontano.
 

 


Una scuola che profuma di terra e libertà, è sempre stato il suo modo di viverla e proporla, una scuola dove i banchi non sono confini, ma tavoli rotondi attorno ai quali sedersi tutti insieme come un’unica comunità. Nello stile dei grandi educatori, Guido ha sempre creduto che per far crescere i bambini servisse spazio, movimento, fantasia, pazienza, ascolto, qualche regola, buoni esempi e concretezza. Oltre alle materie curriculari, per le quali esigeva attenzione e impegno, ha saputo organizzare attività a latere che hanno dato ai bambini emozioni molto più potenti di una pay TV dai programmi preconfezionati o degli scroll di uno smartphone.

 



L’importanza di infilare le mani nella terra: con il progetto dell'orto scolastico i bambini hanno imparato la pazienza, il rispetto per la natura e la magia del ciclo delle stagioni, scoprendo che ogni seme ha bisogno di cura per germogliare, proprio come un bambino. E così, una piccola serra nel cortile della scuola, dove fragole, zucchine, insalata e barbabietole da semi diventavano piante, fiori e frutti, diventava luogo di cura, di stupore e di emozioni.

 


Non ha fatto mancare laboratori all’aperto, gite in paesi e cittadine e visite nelle aziende agricole, in golena, da cui tornare bagnati di pioggia o sporchi di fango e terra, a dispetto delle odierne teorie per le quali i bambini non si devono sporcare. Una didattica quella di Guido col fascino dell’avventura per toccare con mano la realtà unendo la teoria alla vita vissuta.

 



Le classi di Guido non risuonavano del baccano di monelli turbolenti ma di note, musica e canto, di ritmi e parole importanti. Chitarrista e cantautore ha fatto della musica uno strumento quotidiano per apprendere il valore dell’amore e del rispetto, della bruttura delle guerre, della bellezza della natura. Attraverso testi di De André e Bob Dylan, dei canti popolari e rurali le emozioni scorrevano come elettricità lungo i cavi quando si accende l’interruttore. Dalle canzoni popolari che raccontano le radici del territorio ai grandi brani cantautorali capaci di far riflettere anche i più piccoli, dalla Guerra di Piero, Blowin' in the Wind, Imagine, l’Uva Fogarina e Vitti 'Na Crozza, la “Vico Band”, composta da piccoli artisti, ha calcato anche qualche palcoscenico fuori porta.

 


E se la musica e l'arte sono la voce della comunità, non poteva mancare il teatro, altro potente mezzo educativo: a fine anno i bambini hanno indossato i panni di altri, si sono calati in altre vite, vincendo la timidezza sul palcoscenico del nostro splendido teatro, che ha fatto la sua parte nel far vibrare la loro sensibilità
Ciò che ha reso prezioso e unico il percorso del Maestro Guido è l'attenzione profonda verso ciascuno e il rispetto del carattere e delle inclinazioni di ogni bimbo. Nella sua classe non esistevano gli ultimi, gli stranieri, i ribelli, ma solo bambini, ognuno con le sue fragilità, le sue esigenze, il suo talento, la sua forza. Le differenze, le diversità erano visti come elementi di arricchimento e di scambio da coltivare, accettare e capire affinché la classe fosse colorata ed unita negli intenti. 

 


 

L'inclusione non è mai stata una parola scritta o pronunciata perché si deve, ma un abbraccio quotidiano fatto di ascolto, rispetto, aiuto, solidarietà, affinché ogni bimbo entrasse a scuola come in un rifugio sicuro, come piccoli apprendisti nell’officina della vita.

Guido ha davvero insegnato ai bambini che la diversità è una ricchezza, che la pace è un valore per il quale non ci si deve stancare di combattere, che l’altro è solo l’immagine riflessa di sé stessi, che l’altro ha le tue stesse paure, i tuoi stessi sogni, il tuo stesso bisogno d’amore.
Sviluppare un approccio autorevole e non autoritario è stata sempre la ricetta che lo ha reso un punto di riferimento di cui fidarsi e non da temere in quanto autorità, che ha saputo guidare con fermezza e rispetto, creando un ambiente sicuro, non giudicante, in cui i bambini potessero sentirsi liberi di esprimersi, sognare ed essere sé stessi.




La didattica del Maestro Guido, e di tutto il corpo docenti della splendida scuola quale è la primaria di Vicomoscano, è composta da ricette semplici:
Ascolto: ascoltare le idee e i punti di vista dei bambini affinché sentano che il loro pensiero ha valore e che la loro partecipazione è importante.
Regole condivise e trasparenti: poche regole chiare e uguali per tutti, spiegate con chiarezza in modo che vengano percepite come tutela e non come imposizioni arbitrarie.
Fermezza unita a calore umano: una delle carte vincenti del Maestro Guido e della scuola tutta di Vicomoscano, è la coerenza nello stabilire paletti oltre i quali è meglio non andare senza ricorrere a punizioni, ma offrendo una guida stabile e rassicurante davanti ai loro errori, gli sbagli non sono fallimenti da punire ma occasioni preziose di apprendimento e crescita collettiva.
Spazi per la creatività: non solo un’aula ma anche il cortile, le gite nella natura, non solo grammatica, storia e matematica ma musica, poesia e teatro attività che incoraggiano il pensiero laterale, l'espressione artistica ed emotiva e l’apprendimento libero grazie all’incontro con ciò che è vero e non virtuale, per scoprire che il confine tra immaginazione e realtà è molto sottile.


E mentre la campanella suona l'inizio di un nuovo anno scolastico, i semi piantati dal Maestro Guido continueranno a crescere grazie a colleghe e colleghi che con lui hanno sempre condiviso il rispetto, l’inclusione l’apprendimento e la cultura come frutto della libertà di espressione.


Giovanna Anversa


03 settembre 2026

Barezzi Festival 2026: vent’anni di “ebbrezza musicale”

Barezzi Festival 2026: vent’anni di “ebbrezza musicale” tra teatri storici e nomi internazionali




Il Barezzi Festival compie vent’anni e per la 20ª edizione ha già svelato un primo nucleo di concerti che conferma la sua vocazione per la musica d’autore scelta con cura e l'attenzione alla relazione intima tra artisti, luoghi e pubblico.  La stagione 2026 si apre con il motto “20 anni di ebbrezza musicale”, invitando a vivere la musica come esperienza sensoriale e culturale più che come semplice spettacolo.

 

Una filosofia che attraversa i teatri dell’Emilia

Nato ispirandosi alla figura di Antonio Barezzi, mecenate e sostenitore di Giuseppe Verdi, il festival ha fatto dei teatri storici dell’Emilia (Parma, Busseto, Fidenza, Reggio Emilia) la sua casa ideale, trasformando ogni appuntamento in un momento di ascolto concentrato e di dialogo tra tradizione e ricerca contemporanea.  In questa edizione la direzione artistica mantiene la linea di una programmazione “a misura d’ascolto”, dove la qualità della scrittura e l’identità degli artisti contano più della logica del grande evento. 

 

I primi nomi annunciati per il 2026

Sul sito del festival sono già online le date e le sedi dei primi concerti, divisi tra il circuito “BAREZZI WAY” (anteprime e appuntamenti speciali) e il cuore “BAREZZI FESTIVAL” di dicembre.  Ecco il quadro finora preannunciato. 

 

BAREZZI WAY – le anteprime

 

Einstürzende Neubauten 

 


 

Teatro Valli, Reggio Emilia – sabato 12 settembre 2026, ore 21.00.

 


Pionieri tedeschi della musica industriale e sperimentale, gli Einstürzende Neubauten portano al Valli un concerto che è anche un viaggio nel suono come materia, con percussioni non convenzionali, oggetti metallici, elettronica e una poetica che ha influenzato generazioni di artisti. 


Almamegretta  

 


 


  Earth Hall, Londra – domenica 1 novembre 2026, ore 19.00.

 


Band napoletana storica, Almamegretta ha attraversato rock, dub, world music e cantautorato con la voce inconfondibile di Tonino Simiello e con testi che mescolano dialetto, impegno e immaginario mediterraneo. La data londinese inserita nel cartellone Barezzi WAY segnala la proiezione internazionale del festival e la sua capacità di seguire gli artisti oltre i confini nazionali. 


 

BAREZZI FESTIVAL – il cuore di dicembre


Il nucleo principale della stagione si concentra tra il 10 e il 13 dicembre 2026, con concerti a Busseto, Parma e Fidenza. 

 

John Grant

 


  Teatro Verdi, Busseto – giovedì 10 dicembre 2026, ore 20.30.

 



Ex componente dei Czars, John Grant è uno dei cantautori più originali della scena internazionale: voce profonda, testi ironici e taglienti, un incrocio tra piano-ballad, synth-pop e rock. Il suo arrivo a Busseto, in una delle due sole date italiane previste, è uno degli eventi più attesi della stagione. 

 

Sleaford Mods 

 

 

  Teatro Regio, Parma – venerdì 11 dicembre 2026, ore 21.30.

 



Duo britannico nato dal post-punk e dalla spoken-word, i Sleaford Mods uniscono ritmi essenziali, bassi pulsanti e i testi sarcastici e socialmente acuti di Jason Williamson. Il loro live è noto per l’energia diretta e per una poetica “anti-star” che ben si sposa con lo spirito del festival. 


Beyond All Return

“A Tribute to Glen Hansard”

 


Teatro Regio, Parma – venerdì 11 dicembre 2026, ore 18.00.

 



Progetto dedicato al cantautore irlandese Glen Hansard (The Frames, The Swell Season), Beyond All Return ne rilegge i brani più celebri in chiave di tributo, mantenendo intatta l’intensità emotiva e la forza narrativa delle sue canzoni. Un appuntamento che si inserisce perfettamente nella vocazione del festival per la musica d’autore e il songwriting.


Sébastien Tellier  

  


Teatro Regio, Parma – sabato 12 dicembre 2026, ore 18.00. 

 



Musicista francese poliedrico, Tellier è passato dalla elettronica sofisticata a un songwriting più intimo, tra influenze francesi, soul e pop minimale. La sua presenza arricchisce il fine settimana barezziano con una cifra stilistica elegante e raffinata. 

 

Peter Hook and The Light 

(unica data italiana)  


 


  Teatro Regio, Parma – sabato 12 dicembre 2026, ore 21.30. 

 



Fondatore e bassista dei Joy Division e poi dei New Order, Peter Hook porta sul palco The Light per un viaggio nei classici delle due band, con un suono che rispetta gli originali ma li rende vivi per il pubblico di oggi. L’etichetta “unica data italiana” sottolinea il ruolo del Barezzi Festival come approdo privilegiato per progetti speciali. 

 

Arab Strap 

(unica data italiana)  

  


Teatro Magnani, Fidenza – domenica 13 dicembre 2026, ore 18.00. 

 


Duo scozzese formato da Aidan Moffat e Malcolm Middleton, gli Arab Strap hanno ridefinito l’indie rock degli anni ’90 e 2000 con testi crudi, autobiografici e ironici, sospesi tra spoken-word e canzoni. Anche per loro il festival offre una tappa esclusiva in Italia. 

 

Gaia Banfi  

  


Borgo Santa Brigida – domenica 13 dicembre 2026, ore 21.00.   


 

Cantautrice italiana emergente, Gaia Banfi rappresenta la nuova generazione del cantautorato con melodie essenziali e un’attitudine intima che ben si adatta a location raccolte come Borgo Santa Brigida, chiuderà in chiave contemporanea il weekend barezziano. 



Già da questi primi annunci emergono alcune linee chiare della 20ª edizione: "Internazionalità e unicità", due “uniche date italiane” (Peter Hook and The Light, Arab Strap) e una presenza come John Grant, in una delle sue due sole tappe nel Paese, collocano il Barezzi Festival in primo piano sulla mappa europea. Dalla sperimentazione industriale degli Einstürzende Neubauten al post-punk parlato dei Sleaford Mods, dal songwriting colto di Grant e Tellier alla lezione storica di Hook, fino alla freschezza di Gaia Banfi, il festival tiene insieme ricerca, scrittura e identità forti.

 


 

Teatri come parte del racconto: ogni concerto è pensato per un teatro o uno spazio storico, da Reggio Emilia a Busseto, da Parma a Fidenza, confermando l’idea che il luogo non sia solo contenitore, ma elemento attivo dell’esperienza d’ascolto. 

Il programma, come anticipato dalla direzione, è destinato ad ampliarsi nelle prossime settimane, ma questo primo blocco basta a tracciare la rotta di un anniversario che punta su qualità, intensità e quella “ebbrezza musicale” che ha accompagnato il festival fin dalle sue origini. 

 

a cura di Stefano Superchi 



Intrecci d'Arte e di Vita: il viaggio creativo di Enrica

 Intrecci d'Arte e di Vita: il viaggio creativo di Enrica    L'arte non è solo una tecnica da apprendere, ma un linguaggio universal...