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13 giugno 2026

Buena Vista Social Club, quando la musica non è fatta solo di note e strumenti, ma di cuore e sangue.

 Buena Vista Social Club, quando la musica non è fatta solo di note e strumenti, ma di cuore e sangue.

 



Buena Vista Social Club è uno dei progetti musicali più importanti della storia recente della musica cubana. Non si tratta di un gruppo convenzionale né di una band creata per il successo commerciale, bensì l’incontro di grandi musicisti veterani che recuperano stili tradizionali come il son cubano, il bolero e il danzón, portandoli sui palcoscenici di tutto il mondo.
 

Ry Cooder

Nel 1996 il chitarrista Ry Cooder, assieme al figlio Joachim e al produttore britannico Nick Gould, atterrano a Cuba con un ambizioso obiettivo: portare nel mercato occidentale il meraviglioso sound cubano, che a causa di più di trent’anni di embargo statunitense, da tempo non arrivava oltre oceano. 

 

Egrem Studios - L'Avana

Negli studi Egrem de L’Avana viene radunato il meglio della scena musicale autoctona: vecchie glorie del passato quasi dimenticate come Ibrahim Ferrer, star senza tempo, Compay Segundo e protagonisti dei palcoscenici della Cuba socialista quali Eliades de Ochoa del Cuarteto Patria. Da questa jam-session nacque “Buena Vista Social Club”, disco memorabile, e film omonimo realizzato nel 1998 da, nientepopodimeno che, Wim Wenders

 

Wim Wenders a Cuba


In occasione del trentesimo anniversario andiamo ad indagarne la storia. L’idea iniziale era registrare un album che riportasse alla luce la musica popolare cubana degli anni Quaranta e Cinquanta, un’epoca d’oro che era in parte caduta nell’oblio al di fuori di Cuba. Il nome Buena Vista Social Club viene da uno storico circolo sociale dell’Avana, molto popolare prima della Rivoluzione cubana. In questo club si ballava, si suonava e la comunità si riuniva. Il progetto volle recuperare quello spirito: una musica intima, elegante e profondamente umana. Come già accennato, Ry Cooder, che ha avuto l’intelligenza di riunirli e registrarli e il rispetto lasciare a loro tutto il protagonismo, ne è l’ideatore e il produttore.

 


Facciamo una parentesi: chi è Ray Cooder?
Musicista, chitarrista e produttore statunitense, nato nel 1947, è uno dei massimi esperti mondiali di musica “roots”, blues, folk, country, Tex-Mex, musica cubana e africana. Non è una pop star e non ha mai voluto esserlo. È piuttosto il tipo di musicista che viene chiamato quando si vogliono fare le cose per bene. Chitarrista eccezionale, famoso per la sua padronanza della slide guitar, ha collaborato con leggende come Muddy Waters, Ali Farka Touré e Johnny Cash, tra molti altri. Ha inoltre composto colonne sonore cinematografiche diventate leggendarie, come Paris Texas con “quel suono di chitarra indimenticabile”.
 


Il primo album, Buena Vista Social Club viene registrato nel marzo del 1996 negli studi EGREM all’Avana in soli sei giorni, dato sorprendente se si considera la qualità e l’importanza storica del disco. La registrazione avviene su nastro analogico, non in digitale, Ry Cooder voleva un suono caldo e naturale, senza correzioni artificiali. Molti brani sono registrati almost live: tutti i musicisti suonano contemporaneamente.


 

Joachim Cooder

Il progetto fu artistico e socioculturale, ma diede adito anche ad altro, a qualcosa di umanamente coinvolgente, emozionante, unico. Ripercorriamo alcuni aneddoti: diversi musicisti non si vedevano da decenni prima di entrare in studio, lasciamo immaginare l’eccitazione! Rubén González era rimasto per anni senza possedere un pianoforte, ma registrò con sorprendente naturalezza e maestria, i fuoriclasse si sa, restano tali anche se non praticano da tempo.

 

Rubén González 

Incredibile fu la sorte di Chan Chan, la canzone più famosa dell’album, che esisteva da anni ma nessuno immaginava che sarebbe diventata un successo mondiale. Il progetto originale prevedeva la partecipazione di musicisti africani che non poterono viaggiare a causa di problemi di visto. Questo portò alla registrazione dell’album esclusivamente con musicisti cubani, definendone l’identità per sempre. Al termine delle sessioni, nessuno si aspettava un successo internazionale, infatti il disco, era stato concepito come un omaggio alla musica cubana dimenticata per anni, non come un fenomeno globale.

 

Ibrahim Ferrer


E così Buena Vista Social Club riunì alcune delle autentiche leggende della musica cubana: Compay Segundo, cantante e suonatore di tres, simbolo del son cubano, Ibrahim Ferrer, voce profonda ed emozionante definita da Ry Cooder “rara e preziosa”, Rubén González, pianista brillante, fusione di tradizione cubana e jazz, Omara Portuondo, la grande dama della canzone cubana e l’unica donna del gruppo originale, Eliades Ochoa, chitarrista e cantante, rappresentante della musica rurale cubana, Orlando “Cachaíto” López, contrabbassista e colonna ritmica del gruppo, Barbarito Torres, Pío Leyva, Puntillita, tra gli altri.

 

Orlando “Cachaíto” López

La maggior parte di loro sono musicisti veterani che hanno alle spalle carriere importanti a Cuba, ma con scarsa proiezione internazionale.
Sebbene il progetto non abbia una discografia molto ampia, il suo impatto è stato enorme, nel ’97 esce l’album originale, con classici come Chan Chan, Dos gardenias ed El cuarto de Tula ed è subito successo mondiale, guadagnando pure un Grammy Award. Grazie al marchio Buena Vista Social Club diversi musicisti hanno poi inciso album solisti, tra cui Ibrahim Ferrer, Rubén González e Compay Segundo. Nel 1998 il live al Carnegie Hall di New York è un successo senza precedenti per dei musicisti cubani.

 

Omara Portuondo and Ibrahim Ferrer at 1998 Carnegie Hall performance 

Infine, la ciliegina sulla torta: il documentario di Wim Wenders del 1999 che mostra al pubblico non solo la musica, ma anche la vita e la personalità degli artisti. Wenders, si sa, non è uno qualunque e ovviamente dà un apporto importante alla riuscita del progetto di Cooder, mostrandoci come scorre la musica a Cuba, la sua storia, le sue radici, la sua gente, la sua terra. Wenders racconta questa favola a lieto fine alternando le interviste ai singoli componenti del gruppo con le scene dei concerti e le prove in studio dei diversi brani musicali.

 


Sulle note di Chan Chan, Dos Gardenias, El Carrettero, Chattanooga Choo Choo, Veinte Anos, Candela, Quizas Quizas Quizas, scorrono le immagini delle strade de L’Avana colte in presa diretta, riportando intatto il senso di quei luoghi. L’atmosfera è insieme decadente e gioiosa come di chi affronta il proprio destino con coraggio: vediamo edifici fatiscenti, mercati improvvisati, linee ferroviarie tortuose, bambini che giocano per strada, ragazze che cantano, interni di dignitosa povertà. La musica diventa un’ancora di salvezza, il canto un modo per elaborare le perdite, il ballo un resistente inno alla vita.

 


 

Così veniamo colpiti dai racconti di Ibrahim Ferrer sulla sua infanzia difficile, dalla abilità tecnica di un pianista come Ruben Gonzales attorniato dalle bambine di una scuola di danza, dal rum e dal sigaro che sembrano donare longevità a Compay Segundo. Ry Cooder sorride ammirato e orgoglioso della sua scoperta insieme al figlio percussionista Joachim. Quando la cinepresa ruota attorno al duetto tra Ibrahim Ferrer e Omara Portuondo che cantano Silencio, la loro commozione è inevitabile.

 


L’apice viene raggiunto nel racconto del viaggio a New York di questo gruppo di ultraottuagenari artisti cubani che guardano le vetrine della 7th Avenue e non riconoscono i volti dei presidenti o di altre celebrità come se per loro la storia si fosse fermata all’inizio degli anni ’60. L’esito è pazzesco, Buena Vista Social Club raggiunge e tocca qualcosa di eccezionale: rivaluta la musica tradizionale cubana a livello mondiale, dimostra che i musicisti anziani possono essere protagonisti del successo e influenza nuove generazioni di artisti e ascoltatori. Oggi molti di quei musicisti sono scomparsi, ma la loro eredità è ancora viva. Omara Portuondo ed Eliades Ochoa restano i rappresentanti viventi più importanti del progetto originale.

 



Non fu una moda passeggera né un semplice prodotto commerciale. Fu un incontro irripetibile di talento, memoria e autenticità, un progetto che ha ricordato al mondo che la musica sincera non conosce età né confini.
Il locale Buena Vista Social Club, dove si esibivano artisti afro-cubani che suonavano e cantavano il bolero, il danzòn e il son cubano, attivo dal 1932, nel 1959 comincia a perdere popolarità chiudendo definitivamente nel 1962. I suoi artisti si dispersero inventandosi altri mestieri per sopravvivere, fino a quando due fuoriclasse sognatori e visionari come Ry Cooder e Wim Wenders, decidono di riportare nel mondo l’eternità di una musica ricca di elementi identitari, una musica sanguigna e passionale “una música no solo hecha de notas e instrumentos, sino de corazón y sangre”.


Giovanna Anversa

09 giugno 2026

Rino Gaetano. Ironia e denuncia sociale, un doppio livello di lettura.

 Rino Gaetano. Ironia e denuncia sociale, un doppio livello di lettura.

 



Ironico, geniale e totalmente fuori dagli schemi, Rino Gaetano è uno dei cantautori italiani più originali ed amati.
Salvatore Rino Gaetano, nato a Crotone nel 1950, ci lasciava 45 anni fa, nel giugno 1981 a soli 30 anni, in un incidente stradale. Purtroppo ebbe solo otto anni di carriera, che furono però sufficienti a lasciare un patrimonio unico, un segno profondo nella storia del miglior cantautorato italiano.

 


 

Rino mescola la musica con l’ironia, con la satira sociale e con una rabbia dosata, non aggressiva ma fortemente efficace. Canta di politica, TV, mafie, ipocrisie con leggerezza e doppi sensi, i testi sono pieni di giochi di parole, di nonsense alternati a citazioni erudite che giocano col genere della filastrocca. Musicalmente si muove nel pop, nel rock, nel blues con influenze soul e mediterranee, senza tralasciare brani melodici; la sua voce nasale, ruvida e graffiante lo renderà inconfondibile. Dietro l'apparente leggerezza dei suoi testi si cela una dura e mirata denuncia sociale e politica, che spesso lo porterà a scontrarsi con la censura dell'epoca. 

 


La sua identità artistica si distingue nettamente grazie ad alcuni tratti fondamentali:
Attento cronista sociale: canta l'Italia del boom economico, l'emigrazione dal Sud e le contraddizioni del potere cavalcando lo stile della chanson vérité. Nei suoi brani affronta temi scomodi, arrivando a citare esplicitamente uomini politici e istituzioni.
Innovatore vocale e linguistico: rifiuta lo stile melodico del "bel canto" e predilige un'interpretazione quasi parlata, caratterizzata da un ritmo incalzante, a volte surreale, che lo annovera nello stile del teatro-canzone.
Istrionico: sul palco si presenta con cilindro, frac, ukulele che divengono compagni di esibizioni provocatorie, trasformando ogni concerto in un'esperienza artistica totale e dissacrante.
Attualità senza tempo: la sua produzione, pur profondamente radicata negli anni settanta, mantiene una modernità disarmante che continua a influenzare la musica e il cantautorato contemporaneo continuando ad essere attuale nei temi.

 



Laureato in Scienze Politiche decide di praticare la materia con la musica anziché in un partito, anche se la RCA inizialmente non lo volle perché stonato. Subisce la censura, ma con “Gianna”, portata a Sanremo nel 1978, e l’interpretazione di “A mano a mano” di Cocciante, dove trasforma il brano che racconta il progressivo e inesorabile spegnersi di un amore come qualcosa di naturale, in un potente urlo di dolore, conquista prepotentemente il cuore di un pubblico più ampio. I testi più politici e censurati di Rino Gaetano rappresentano una radiografia spietata dell'Italia degli anni Settanta, nascosti sotto una finta veste di canzonette leggere, non con metafore astratte, anzi, con nomi e cognomi, attaccando la Democrazia Cristiana, la loggia massonica P2, il giornalismo asservito e le ipocrisie della classe dirigente.

 


Entrare nell’anima di Rino è possibile percorrendo i brani più iconici nei quali si nasconde sempre un doppio livello di lettura. Non semplici tormentoni estivi, bensì ritratti taglienti della società italiana, mascherati da ritmi accattivanti.

 



NUNTEREGGAE PIÙ (1978)
È il brano-manifesto della satira di Rino Gaetano, strutturato come un elenco ossessivo di tutto ciò che il cantautore "non regge più". La casa discografica RCA bloccò la prima versione della canzone. Fu eliminato il nome di Aldo Moro (all'epoca nel pieno del dramma del sequestro) ed eliminati o sostituiti i riferimenti a diversi personaggi intoccabili. I versi originali “chi tira la bomba, chi nasconde la mano, chi canta Baglioni, chi rompe i coglioni” vennero edulcorati in “chi è stato multato, chi odia i terroni, chi canta Prévert, chi copia Baglioni”. Nel testo definitivo rimasero comunque i nomi dei leader politici dell'epoca, tra cui Amintore Fanfani, ironizzato per il suo intercalare “mi sia consentito dire”, Giulio Andreotti, Enrico Berlinguer, insieme ad industriali come Gianni Agnelli o conduttori TV come Maurizio Costanzo.

 


 
SPENDI SPANDI EFFENDI (1977)
Una satira feroce sulla crisi petrolifera degli anni '70 e sulla dipendenza economica dell'Occidente dai paesi produttori di petrolio. La mannaia della censura radiofonica si abbatté su una parola ritenuta allora troppo volgare per la Rai. Il verso originale recitava “ti spogli e sei un fesso”, ma Rino Gaetano fu costretto a cantare “ti spogli e sei un pazzo” per permettere il passaggio del brano nelle emittenti pubbliche.

 


 
BERTA FILAVA (1976)
All'apparenza sembra una filastrocca, un non-sense per i giochi dei bambini, ma in realtà è una delle sue canzoni a sfondo politico più criptiche e affilate. Sotto nomi inventati si nasconde il fitto intreccio tra politica, affari e corruzione del dopoguerra italiano. "Berta" rappresenta la Democrazia Cristiana che "filava", ovvero tesseva trame e accordi di potere. Nel testo compaiono “Mario” e “Gino”, storici pseudonimi che la stampa dell'epoca utilizzava per indicare i politici democristiani Mariano Rumor e Luigi Gui, entrambi pesantemente coinvolti nello scandalo delle tangenti sugli aerei militari, il celebre scandalo Lockheed.

 


 
MA IL CIELO È SEMPRE PIÙ BLU (1975)
Ritratto brutale della divisione di classe nell'Italia dell'epoca, è il suo primo grande successo. Il brano venne tagliato e ridotto per la radio a causa di alcuni versi giudicati troppo espliciti per la morale del tempo. I passaggi che crearono problemi riguardano la denuncia sociale diretta: “chi cura i malati, chi uccide nel letto” riferimento ai casi di malasanità o agli aborti clandestini e “chi vive nella fognatura, chi usa il preservativo” all'epoca un vero e proprio tabù linguistico e religioso.

 

 

GIANNA (1978)
Il finto tormentone sulla corruzione. È la canzone che ha consacrato Rino al grande pubblico, arrivando seconda al Festival di Sanremo del 1978. Rino non voleva andare a Sanremo e non voleva cantare Gianna, considerandola una canzone commerciale. La casa discografica lo costringe, e lui sceglie di dissacrare il festival salendo sul palco in frac, cilindro, scarpe da ginnastica, medaglie al petto, suonando un ukulele. E’ la prima volta nella storia del festival in cui venne pronunciata la parola "sesso" in diretta TV. Gianna non è una donna reale, ma la metafora dell'Italia opportunista e corrotta di fine anni Settanta. I versi “Gianna difende il suo salario dall'inflazione” e “Gianna promette a tutti il paradiso” descrivono un Paese che ha perso i propri ideali, dominato dal materialismo, dal compromesso politico e dalle promesse elettorali vuote.
 
 


 

AIDA (1977)
La storia d'Italia in tre minuti. Questo brano prende in prestito il nome della celebre opera di Giuseppe Verdi per trasformarlo nel nome di una donna speciale. Gaetano era affascinato dalla storia italiana e voleva raccontarla evitando la retorica dei libri di scuola. Sceglie così una ballata malinconica e poetica, che diventa uno dei suoi capolavori assoluti. Aida è l'incarnazione stessa dell'Italia. Attraverso gli occhi di questa donna, Rino ripercorre i drammi del Novecento: il fascismo (“i baci a Benito”), la Seconda Guerra Mondiale (“il terrore di Orano”), il dopoguerra, la nascita della Repubblica e i successivi scandali politici. Aida è l'Italia ferita, sfruttata dai potenti, ma che conserva intatta la sua dignità e la sua bellezza.
 
 


 

MIO FRATELLO È FIGLIO UNICO (1976)
L'inno degli emarginati. Diventata un cult assoluto, che ha ispirato anche l'omonimo film del 2007, questa canzone è un manifesto di solitudine e resistenza culturale. Scritta a metà degli anni Settanta, nel pieno degli "anni di piombo", la canzone rifiuta l'obbligo dell'epoca di schierarsi politicamente in fazioni violente e preconfezionate. Il "fratello figlio unico" è chiunque rifiuti di omologarsi al pensiero di massa. È un elogio degli emarginati, degli esclusi e dei sognatori. I versi descrivono chi non è mai salito sul carro dei vincitori, chi vive ai margini ma conserva la propria purezza intellettuale, proprio come si sentiva Rino Gaetano all'interno dell'industria discografica italiana.

 


 

Nel panorama musicale degli anni Settanta, dominato dalle "scuole" romana, (Venditti, De Gregori) genovese, bolognese e dai giganti della canzone d'autore politica (De André, Guccini per citarne alcuni), Rino Gaetano rappresenta un'anomalia assoluta.
Mentre i suoi colleghi godono dello status di "intellettuali impegnati", Gaetano viene spesso liquidato dalla critica dell'epoca come un semplice autore di canzonette eccentriche, un clown musicale. In realtà, il suo stile è un unicum che si distingue nettamente dai contemporanei per scelte linguistiche, musicali e interpretative, abbattendo la solennità del cantautorato tramite la struttura della filastrocca popolare, del calembour e del nonsense apparente. Sotto la superficie di rime infantili o elenchi “alla Salvini” Gaetano ha regalato al pubblico una satira politica molto più diretta ed esplicita di quella dei suoi colleghi, facendo nomi e cognomi senza filtri.




Mentre la musica leggera italiana era fortemente ancorata alla melodia, al pianoforte classico, agli arrangiamenti orchestrali curati o, nel caso del folk-rock, a ballate acustiche lineari, Rino sperimenta generi al tempo insoliti per l'Italia, quali il reggae, il rock graffiante, il blues e il pop “a modo suo” senza ricercare la bellezza estetica della nota, ma l'impatto emotivo e teatrale della performance. La sua voce accompagnata da uno stile che ha saputo entrare nella sensibilità di un pubblico vario per età e per gusti musicali, rimane unica e inconfondibile, la sua vita e una carriera troppo brevi non gli hanno di contro impedito di entrare nella rosa eterna dei giganti.

Giovanna Anversa


07 giugno 2026

Mantova Summer Festival 2026: la grande musica torna in Piazza Sordello.

 Mantova Summer Festival 2026: la grande musica torna in Piazza Sordello.

 


Mantova si prepara a vivere una nuova estate all’insegna della musica dal vivo con il Mantova Summer Festival 2026, in programma dal 4 all’11 luglio in Piazza Sordello, uno degli spazi più suggestivi del centro storico cittadino. La rassegna, organizzata da Mister Wolf in collaborazione con il Comune di Mantova, conferma ancora una volta la vocazione della città a trasformarsi in palcoscenico diffuso, capace di unire spettacolo e patrimonio.



Il festival non è soltanto una sequenza di concerti, ma un modo per leggere Mantova attraverso la sua identità, quella di una città che sa accogliere grandi nomi della scena italiana e internazionale senza perdere il legame con i suoi luoghi simbolo. Piazza Sordello, cuore monumentale della città, torna così a essere il centro simbolico di un’estate che promette di attirare pubblico da tutta la regione e non solo.



La settimana del festival si apre il 4 luglio con il ritorno di Caparezza, atteso in Piazza Sordello alle 21.00. Il 7 luglio sarà la volta dei Pet Shop Boys, mentre il 10 luglio salirà sul palco LP e l’11 luglio chiuderanno questa prima tranche i Jethro Tull.



L’edizione 2026 si annuncia dunque come una proposta capace di attraversare generazioni e linguaggi musicali diversi, dal rap colto e corrosivo di Caparezza alla stagione pop elettronica dei Pet Shop Boys, fino alla scrittura internazionale di LP e alla storia del rock progressivo dei Jethro Tull.


 

Uno degli aspetti più interessanti del Mantova Summer Festival è il rapporto con i luoghi che lo ospitano. Piazza Sordello offre un contesto urbano e monumentale di forte impatto, mentre l’Esedra di Palazzo Te, prevista per la parte di stagione successiva (dal 28 agosto con Coez, Mannarino, Fulminacci, i Wilco e Luca Carboni), lega il festival a uno dei complessi storici più rappresentativi del patrimonio mantovano. Questa doppia dimensione, piazza e residenza rinascimentale, è parte dell’identità stessa della rassegna.


 

Il Mantova Summer Festival funziona anche come racconto della città contemporanea: una Mantova che non si limita a custodire il passato, ma lo mette in relazione con eventi capaci di generare movimento, turismo e partecipazione. In questo senso, la rassegna ha una funzione culturale che va oltre l’intrattenimento, perché contribuisce a rinnovare l’immagine di Mantova come luogo di incontro tra arte, musica e spazio pubblico.


 

Per quanto mi riguarda il senso dell’evento sta proprio nella capacità di trasformare la musica in esperienza urbana e il concerto in occasione di lettura del territorio. Dal 4 all’11 luglio, Piazza Sordello sarà di nuovo un punto d’attrazione per chi cerca non soltanto uno spettacolo, ma anche il piacere di vivere Mantova dentro una cornice storica unica.


Stefano Superchi


30 maggio 2026

Argini Festival: il Po come palcoscenico diffuso

 Argini Festival, il Po diventa un palcoscenico diffuso tra teatro, musica e performance

 


 

Gli argini del Po diventano un grande palcoscenico a cielo aperto. Dal 6 giugno al 1° agosto, con due tappe conclusive a settembre, nasce ARGINI Festival, nuovo progetto culturale diffuso promosso dalla Regione Emilia-Romagna e curato da ATER Fondazione in collaborazione con Teatro Sociale Gualtieri. Il festival attraversa i territori di Boretto, Luzzara, Gualtieri, Sorbolo Mezzani e Guastalla, tra Reggiano e Parmense, per poi approdare il 19 settembre a Goro e il 26 settembre a Mesola, in provincia di Ferrara. 



Grazie agli appuntamenti di questa inedita serie di eventi piazze, sponde, porti, motonavi, musei e borghi diventeranno scenari dell’azione artistica, in un programma che intreccia teatro, musica, danza, installazioni per piccoli gruppi, dj set, performance interattive e animazioni di piazza, coinvolgendo pubblici di età diverse.

 


Si parte a Boretto, sabato 6 e domenica 7 giugno. Al Museo del Po arriva Una tazza di mare in tempesta della Compagnia Abbiati Schlosser, ispirato a Moby Dick: una performance intima per piccoli gruppi, in replica sabato e domenica a partire dalle 16.

 



Sempre sabato, alle 20, a bordo della motonave Padus, si terrà il concerto di Banadisa, progetto di Diego Franchini che unisce elettronica e percussioni, folklore e cantautorato. Alle 22, al Lido Po, il collettivo Sotterraneo proporrà un dj show tra set musicale e performance partecipativa.



La domenica, alle 21.30, ancora al Museo del Po, la Toscanini Big Band sarà insieme a Fabrizio Bosso davanti alla storica Pirodraga Secchia con Omaggio a Miles Davis, concerto pensato in occasione del centenario della nascita del grande jazzista.

 


 

Sabato 20 giugno il festival si sposta a Luzzara. Al River Park, presso il Lido Po, Teatro Necessario presenta La dinamica del controvento, installazione performativa per tutte le età costruita come una giostra musicale, tra un pianoforte sospeso e un tappeto volante.

 


Alle 19.30, presso La Baia, il concerto gratuito di Krano porta sul Po sonorità folk-country e blues in dialetto.

 



La giornata si chiude alle 21.30 in Piazza Adolfo Tedeschi, davanti al Teatro Sociale, con Andrea Pennacchi e Alieni in laguna, ballata eco-narrativa che intreccia musica e racconto per riflettere sul rapporto tra uomo e natura.



Il 4 luglio ARGINI arriva a Gualtieri, in collaborazione con Terreni Fertili Festival a cura di Teatro Sociale Gualtieri. Alle 18.30, al Teatro Sociale, Marco D’Agostin presenta Asteroide, spettacolo di cui è autore e interprete, un omaggio al musical che intreccia paleontologia, danza e racconto, vincitore del Premio Ubu 2025 come miglior spettacolo di danza dell’anno

 


 

Alle 21.30, in Piazza Bentivoglio, debutta in prima nazionale L’Aviatore Errante e il Piccolo Principe, nuova produzione di Teatro dei Venti, anch’essi Premio Ubu 2025, ispirata a Le Petit Prince di Antoine de Saint-Exupéry.

 


Sabato 18 luglio la rassegna fa tappa a Sorbolo Mezzani, in provincia di Parma. Alle 18.30, nel Giardino dell’Acquario Biosfera di Parma, va in scena La battaglia dei cuscini, azione aperta a tutte le età che trasforma la piazza in un gioco collettivo tra musica ska, piume e divertimento.

 


 

Il programma prosegue al porto turistico fluviale: alle 19.30, sulla motonave Padus, il dj set di Godblesscomputers, progetto musicale di Lorenzo Nada che fonde elettronica e sonorità groove black;

 



alle 21.30, Crescere, la guerra, lavoro di parola e musica ideato e interpretato dalla giornalista Francesca Mannocchi con il musicista Rodrigo D’Erasmo, riflette sul significato del crescere in un mondo attraversato dai conflitti.



La prima parte del festival si chiude sabato 1° agosto a Guastalla. Alle 19.30, con imbarco dal Lido Po, la motonave Padus ospita Sonata a Spoon River de Le Belle Bandiere, progetto in collaborazione con Tra un atto e l’altro: un’installazione-spettacolo sonoro ispirata all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, tra parole, musica e memoria.

 


Sempre al Lido Po, alle 21.30, concerto gratuito di Murubutu & Moon Jazz Band, che rilegge in chiave jazz il rap didattico del rapper e insegnante Murubutu. A seguire, dj set di DJ Gruff, pioniere della Old School Hip Hop italiana.

 


 



a cura di Stefano Superchi

  

 




 immagini tratte dal sito di Ater Fondazione

 

 

24 maggio 2026

Tra passato e materia: Giorgio Tentolini espone a Cremona e alla Reggia di Colorno

 Tra passato e materia: Giorgio Tentolini espone a Cremona e alla Reggia di Colorno

 



Un maggio ricco di appuntamenti per l'arte contemporanea porta in primo piano il nome di Giorgio Tentolini, artista casalasco di fama internazionale che in queste settimane è protagonista di due importanti esposizioni nel cuore della Pianura Padana: prima al Museo Archeologico San Lorenzo di Cremona, poi alla splendida Reggia di Colorno.



 

Antico Presente a Cremona
Mesh portrait 

Dal 22 al 31 maggio 2026, le sale del Museo Archeologico San Lorenzo di Cremona ospitano Antico Presente, un'installazione site-specific concepita da Tentolini per dialogare con l'antico contesto museale. L'inaugurazione si è tenuta giovedì 21 maggio alle ore 18:00, aprendo il dialogo tra le opere dell'artista e i reperti storici della collezione permanente. Il progetto porta l'arte contemporanea a confrontarsi con la storia millenaria custodita tra le mura di via San Lorenzo, 4, in un gioco di sovrapposizioni tra memoria e presente che è il marchio distintivo della ricerca di Tentolini.



 

Parnaso alla Reggia di Colorno

A partire dal 30 maggio e fino al 5 luglio 2026, il percorso espositivo si sposta alla Reggia di Colorno, la magnifica residenza ducale in provincia di Parma spesso definita la "Versailles italiana". Qui Tentolini presenta Parnaso, mostra personale che già dal titolo, evocativo del monte sacro alle Muse, propone una riflessione sulla conoscenza, la bellezza e le radici della civiltà. La conferenza stampa di presentazione si è tenuta il 15 maggio al Museo Mupac di Colorno, anticipando l'attesa dell'apertura.


 

Un artista figlio del Po

Giorgio Tentolini nasce il 3 luglio 1978 a Casalmaggiore, in provincia di Cremona, e ancora oggi vive e lavora tra le campagne di Vicobellignano, in una casa colonica con torre-colombaia affacciata sugli argini del Po. Questo radicamento nel paesaggio padano non è un dettaglio biografico secondario: il fiume, la luce diffusa della pianura, la stratificazione silenziosa del tempo in quei luoghi hanno alimentato fin dall'inizio una poetica tutta centrata su memoria, identità e trasparenza. Dopo un tentativo di aprire studio a Milano, l'artista ha scelto di tornare al suo territorio, da cui oggi raggiunge le sedi espositive più prestigiose d'Europa e del mondo.



 

La tecnica: luce attraverso la materia. Face in metallic net 

La cifra stilistica di Tentolini è immediatamente riconoscibile: le sue opere nascono dalla sovrapposizione di strati di rete metallica, tulle, carte e PVC, su cui vengono incise o depositate immagini fotografiche, volti di donne, silhouette di sculture antiche, architetture. Il risultato è un'opera che oscilla tra pittura e scultura, capace di mutare al variare della luce e del punto di osservazione dello spettatore. La levità meditativa di questi materiali crea metafore visive di luoghi, ricordi, sogni e visioni, in un lavoro che fin dagli anni 2000 ha ottenuto riconoscimenti nazionali e internazionali.



Un percorso di riconoscimenti

La carriera di Tentolini è costellata di presenze in sedi di primissimo rango: il Palazzo Reale di Milano, il Teatro Regio di Parma, il MAR di Ravenna, il Museo Etrusco di Roma, l'Istituto Italiano di Cultura ad Atene, fino all'Assemblea legislativa dell'Emilia-Romagna e al Consiglio della Regione Lombardia nel grattacielo Pirelli. Ha esposto anche a Parigi, Amsterdam, Berlino, Londra, Ginevra, negli Stati Uniti e a Taiwan. Tra i premi ricevuti figurano il Rigamonti, il Nocivelli, il Paratissima e l'Arteam Cup. Il riconoscimento più alto è arrivato nel 2024, con la partecipazione alla 60ª Biennale di Venezia nel padiglione del Camerun, ospitato nelle prestigiose sale di Palazzo Donà Dalle Rose.



Il legame con la sua città d'origine è rimasto invece solido e costante: il Museo Diotti di Casalmaggiore lo ha ospitato fin dal 2007 con la personale Animula vagula blandula, e nel corso degli anni Tentolini ha donato alla collezione civica alcune delle sue opere.
Un artista che guarda al mondo intero senza mai dimenticare da dove viene.


a cura di Stefano Superchi



Buena Vista Social Club, quando la musica non è fatta solo di note e strumenti, ma di cuore e sangue.

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