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23 giugno 2026

LA DIVINA TRUFFA: L’INFERNO DI DANTE OGGI di Leandro Zanni (parte prima)

 LA DIVINA TRUFFA: 

L’INFERNO DI DANTE OGGI

Leandro Zanni

(parte prima)

 



«Quest'opera è un testo di pura finzione satirica e letteraria ispirato alla struttura della Divina Commedia. I personaggi, i dialoghi e le collocazioni ultraterrene sono frutto di una rielaborazione iperbolica e umoristica dell'autore e non intendono in alcun modo offendere l'onore delle persone citate, ma ridefinirne i tratti culturali e antropologici nello spirito della satira popolare.»


Personaggi:

Dario Fo (Dante)
Pier Paolo Pasolini (Virgilio)
Franca Rame (Beatrice)


Trama:

Dante sta passeggiando a Milano in Piazza Affari verso le 23:55 e improvvisamente, allo scoccare della mezzanotte, smarrisce la strada a causa di un blackout e finisce per incontrare Virgilio mandato a salvarlo da Beatrice.
Il posto non è casuale perché si tratta del regno di quel capitale attorno al quale girano tutti i personaggi che Dante incontrerà.
Da li inizia una notte particolare che finirà con la nuova apertura di Borsa.



Prologo:

Un dì, nel mezzo del cammin di vita,
mi ritrovai della strada tre piani sotto
che all’improvviso la via era smarita;
in quel distretto di Milano tutto rotto
della farm dei server di Piazza Affari,
immagine del capitale che ha tutto indotto.
Senza segnale e senza codici chiari.

Davanti alla porta d'acciaio d'emergenza mi vidi sbarrare la strada da tre algoritmi impazziti che avevano preso la forma di tre bestie spaventose: una Lonza cangiante fatta di like e vanità da influencer, un Leone borioso fatto di boria aziendale e cemento, e una Lupa magra, famelica, che calcolava speculazioni ribassiste per conto della finanza offshore.
Mentre arretravo terrorizzato col mio passo oscillante da giullare, vidi un'ombra spuntare dal buio delle turbine dismesse.
 

Indossava un vecchio abito scuro e aveva gli occhi lucidi di chi ha capito la fine del mondo prima degli altri.
«Chi sei, oh anima in pena?», gli ho gridato agitando le braccia col mio fare da giullare. «Sei forse un fantasma della mala borsa o il capo della manutenzione?».
L'uomo si girò con mossa accorta, guardandomi dritto negli occhi:
«Ahò, ma che non m'hai riconosciuto? So’ Pier Paolo... il tuo Virgilio.
E de ’sto benessere de plastica vostro io ne scrissi la condanna sui giornali prima ancora che la realtà morisse per davvero. Er consumismo ha trasformato l’italiani in consumatori senza cervello, tutti schiavi de la televisione e de la boria, de l'apparenza.
Ma se voi salvatte l'anima e ritrova' la Franca tua, te conviene veni' co' me. Scendiamo giù ner fango de ’sti gironi a visità ’sti quattro mascalzoni che hanno ridotto er mondo a un mercato de colletti bianchi».
 

Mentre ci dirigevamo verso la prima botola idraulica che si apriva nella roccia sotto i server fusi, mi voltai verso di lui ancor confuso…
«Ma insomma, Pier Paolo! Come fai a conoscermi? Chi t'ha mandato in questo sotterraneo informatico a farmi da cicerone?».
Pasolini si fermò, appoggiando la mano sulla conduttura arrugginita dell'aria condizionata, e mi disse:
“Ahò a’bbello, nun inizià col tuo mistero buffo.
Io stavo fermo a via del Mandrione, quando m'è arrivata ’na notifica strana. S'è acceso er terminale nello stanzone, ed è comparsa Franca, la tua amata, che ha inviato la tua posizione.
M’ha parlato in chatte tera tera, con la voce che sembrava ’na ballata":

"O Pier Paolo mio, che sulla terra lasciasti la parola che ancor dura
contro la casta che ci fa la guerra, l'amor mio, Dario, s'è perso dentro a un server della Rete, e sta a tremà come sotto la censura.
Muovi le gambe tue, usa la tua dialettica affilata,
salvamelo, che io c'ho l'anima in pena.
Io sono nel Cloud dell'alta connessione, ma m'han crittografata".


«Per questo sto qua, Dario», concluse Pier Paolo, spingendomi verso la botola d'acciaio. «Franca tua ha violato il firewall dell'oltretomba per darti una seconda possibilità. Mo' vedi de darte na mossa, che i lupi de lo mercato stanno pè aprì le gabbie».

 


CANTO 1: L'Antinferno e li furbetti del Web

L'ingresso nell'Antinferno e il gommone col POS (Ore 00:30)

 
Varcammo la soglia dopo una paratia d'acciaio che recitava Lasciate ogne speranza o voi ch'entrate, ritrovandoci in un immenso open-space sotterraneo che puzzava di ozono e sigarette elettroniche. Era l'Antinferno, il girone degli Ignavi del Millennio.

«Caspiterina, Pier Paolo!», dissi sentendo i lamenti. «Ma chi sono 'sti disgraziati affogati nella bava aziendale?». Pasolini guardò la massa di dannati e riprese lo stornello:

Fiore de fango, guarda li manager delle risorse umane che licenziavano la gente sul divano. Ci stanno i consulenti e le puttane delle multinazionali del profitto, che si vendevano le vite dei cristiani. Senza mai sceglie, tra il torto e il dritto, vissero speculando sulla sedia, e mo' le vespe le riducono a fritto. Sono condannati a correre nudi dietro a una bandiera col logo di un social network che cambia continuamente algoritmo, mentre le vespe-spam li pungono. E in mezzo a loro, affogati nei "like" di cartone, ci stanno gli influencer che campavano di truffe. 

Franca Rame fece lampeggiare il maxischermo dal suo Cloud protetto: «Avete monetizzato sulla credulità dei poveri cristi, vendendo beneficenza farlocca e pandori truccati. Mo' vi beccate il blocco eterno del profilo».

Sulla sponda del fiume di petrolio c'era Caronte, che non usava un remo ma batteva le dita su un terminale POS portatile, azzerando i conti delle anime prima di farle salire sul gommone a idromassaggio.

Io allora feci un salto davanti alla folla dei manager, sbeffeggiandoli col mio Grammelot dei licenziamenti: «Sberlecchian de lo fatturato! Taca via col bonus aziendale sbilenco! Uuuh, sgnau de la risorsa umana, taca-taca-taca lo licenziamento! Caspiterina, avete campato sul fango dei lavoratori indifesi! Mo' correte nudi in mezzo alle vespe, influencer e manager falliti!».

Pasolini mi spinse sul gommone: «Sali e andiamo avanti, Dario, che la prossima fermata è er Limbo de li ricchi».





CANTO 2: Il Limbo de li Grandi Arricchiti

Il salone di platino e il mercato delle illusioni (Ore 01:15)
 

Superato il cerchio degli Ignavi ed evitato il blocco del conto di Caronte, il gommone attraccò direttamente davanti a un'immensa porta girevole in cristallo temperato che sembrava l'ingresso di un hotel a sette stelle di Dubai. Oltre il vetro, la nebbia acida dell'Inferno spariva, sostituita da un'aria condizionata che profumava di tabacco pregiato e banconote fresche di stampa. Era un salone monumentale, pavimentato in platino lucido, dove centinaia di monitor al plasma trasmettevano in loop finti applausi e sigle televisive degli anni novanta.

«Caspiterina, Pier Paolo!», esclamai agitando le braccia e saltellando sul pavimento a specchio, usando la mia parlata da giullare della piazza. «Ma dove siamo sbarcati? Questo non sembra un girone di sofferenza, sembra il gran gala di Capodanno a reti unificate! Chi ci sta là in mezzo a tutto 'st'oro farlocco? Spiegami er meccanismo, per cortesia!».
Pasolini si tolse gli occhiali scuri, guardando la sala col suo solito sorriso amaro, e intonò lo stornello col tono verace di Ninetto Davoli:

Seduto sur divano de platino, cor cerone sul viso e er gessato, ci sta er Cavaliere, er re del mattino. Pure all'Inferno er business ha voluto: sta a rinegozià er contratto con Satana, «Ti compro tre bolge e mi prendo lo Stato!». La pena sua? ’Na tortura che scanna: parla in eterno a uno schermo che è spento, senza nessuno che applaude o lo sbava. Gridava forte: «Venite nel vento! Vi do ’na poltrona alla mia tv d’oro, se mi firmate ’sto subappalto d’argento!». Ma Pier Paolo lo guarda e gli sputa er ristoro: «Questo ha convinto l’Italia intera che l'apparenza vale più del decoro».

Al centro della sala, seduto su una poltrona imperiale in radica e oro, c'era proprio Silvio, col suo gessato presidenziale d'ordinanza e il viso coperto da uno strato di cerone così fitto da farlo sembrare una statua di cera. Non appena ci vide, si alzò allargando le braccia: «Ma bentornati! Dario! Pier Paolo! Sapevo che sareste venuti a firmare con la mia emittente! Vi ho preparato un contratto in esclusiva per il prime-time dell'oltretomba! Ho promesso a Lucifero il ponte sullo Stretto in cambio del monopolio delle anime! Qui facciamo il sessanta percento di share!».

Franca Rame fece lampeggiare lo schermo del tablet di Silvio direttamente dal suo Cloud protetto: «Hai trasformato le piazze in studi televisivi e i cittadini in telespettatori. Mo' rimani a vendere le tue illusioni a un pubblico di monitor spenti, senza che nessuno ti batta mai le mani».

Silvio guardò il display, il sorriso di cera gli si contrasse per un millisecondo, ma riprese subito a urlare verso la sala: «Un applauso per Franca! Più luce sul secondo settore!».

Io allora feci un salto all'indietro, lanciando il mio Grammelot del venditore di fumo per chiudere il sipario su quel salone di plastica: «Sberlecchian de lo palinsesto! Taca via col contratto farlocco! Uuuh, sgnau de la televisione, taca-taca-taca lo spot della bacheca! Caspiterina, hai venduto l'asfalto per oro colato a li poveri cristi, mo' rimani a fa' er monologo nel vuoto, re dei populisti!» 

Pasolini mi prese per la spalla scuotendo la testa: «Andiamo avanti, Dario. Questo crede d'essere ancora vivo, ma la sua borsa ha già fatto crac». E ci avviammo verso la porta di ferro del cerchio successivo.





CANTO 3: Sesto Cerchio - Gli Eretici della Democrazia

Gli avelli di fuoco della geopolitica (Ore 02:00)

 

Ci lasciammo alle spalle il salone di platino del Cavaliere e ci ritrovammo a camminare su una pianura di asfalto spaccato, dove la nebbia puzzava di cherosene e zolfo. Il terreno era disseminato di enormi casseforti di ferro scoperte, dalle quali levavano fiamme altissime e fumi neri, come se sotto terra stesse bruciando un oleodotto. Sentendo dei colpi sordi e delle urla in lingua straniera che provenivano da quei sepolcri infuocati, feci un salto di lato, agitando le braccia col mio fare da giullare.

«Caspiterina, Pier Paolo!», esclamai guardando dentro a una di quelle botole che mandava bagliori atomici. «Qui la situazione si fa marziale! Chi ci sta chiuso dentro a 'sti forzieri di fuoco che sembrano bunker della guerra fredda? Spiegami er meccanismo, per cortesia!».

Pasolini si strinse nel cappotto, guardando quei sepolcri militari col suo solito sguardo fiero e consumato, e attaccò lo stornello alla Ninetto Davoli per aprirmi gli occhi:

Fiore de zucca, ci sta lo Zar Vladimir nella buca, immerso ner gasolio che lo trucca. Sta dentro un avello di fuoco e paura, la sedia atomica s'è arrugginita e la parata militare gli fa paura. Accanto a lui, col ciuffo scolorito, ci sta Donald che urla da la tomba: «Ho vinto io! Il voto è fallito!».
 

Lo spingono dentro a un immenso Tweet, condannato a ripetere scemenze mentre Lucifero gli smonta la suite. E la Giorgia nazionale, tra le eccedenze, sta appesa a un filo sopra la finanza, strillando: «Io so' madre delle competenze!». Ma lo spread sale e le incendia la stanza, e i banchieri le ridono sul muso mentre i decreti le sgonfiano la danza.

Da una delle casseforti infuocate sbucò la testa dello Zar Vladimir Putin, col viso coperto di petrolio e lo sguardo fisso, che urlava ordinando un attacco missilistico a dei demoni che gli rispondevano ridendo. Accanto a lui, Donald Trump tentava disperatamente di digitare sul display di un telefono che prendeva fuoco ogni volta che premeva un tasto, mentre la Giorgia nazionale invocava decreti e tetti al contante tra le fiamme dello spread.

Franca Rame fece comparire un avviso sui monitor militari dei loro bunker direttamente dal Cloud: «Avete scambiato la democrazia con un reality show e la vita dei popoli con una partita a scacchi geopolitica. Mo' rimanete a marcire nelle vostre stesse trincee di fuoco».

Io allora mi misi a saltellare sul bordo dell'avello, lanciando il mio Grammelot del soldato di ventura per sbeffeggiare i tiranni del secolo: «Sberlecchian de lo dittatore! Taca via col carrarmato sbilenco! Uuuh, sgnau de la propaganda, taca-taca-taca lo Tweet della parata! Caspiterina, avete giocato con la pelle della povera gente per fare i fieri, mo' bruciate nei vostri stessi bunker, generali di cartone e finti guerrieri!» 

Pasolini mi fece cenno di accelerare il passo: «Andiamo avanti, Dario, che qui l'aria è tossica e sotto al prossimo scaglione ci stanno i violenti contro il risparmio, quelli che hanno affamato l'Italia coi bilanci truccati».







CANTO 4: Settimo Cerchio (Scaglione 1) - I Violenti contro il Risparmio

Il fiume di latte bollente e i bond di cartone (Ore 02:45)
 

Scendemmo lungo una frana di pietre taglienti e ci ritrovammo davanti a un panorama surreale e nauseabondo: un immenso canale dove non scorreva acqua, ma un fiume denso di latte bollente, cagliato, dal quale si levavano vapori acidi che facevano lacrimare gli occhi. Il letto del fiume era disseminato di scatoloni galleggianti, finti titoli di stato e fogli di bilancio stracciati, che venivano trascinati dalla corrente insieme alle anime dei grandi truffatori aziendali del millennio.

«Caspiterina, Pier Paolo!», esclamai turandomi il naso con due dita e facendo un salto all'indietro per evitare uno schizzo di siero bollente. «Ma che è 'sto squallore caseario che puzza di truffa lontano un chilometro? Chi sono 'sti colletti bianchi affogati nella finanza liquida? Spiegami er meccanismo, per cortesia!».

Pasolini guardò la melma bollente, sputò nel siero e intonò lo stornello alla Ninetto Davoli per metterli alla gogna:

Fiore de grano, ci stanno i boss di Lehman e di borsa, che ner Duemilaeotto, col sorriso scaltro, hanno affamato il mondo nella corsa. La pena loro? Un incubo d'un altro: stanno immersi nel cemento liquido bollente, mentre un diavolo gli pignora pure l'atto. C'è pure Madoff, er re del niente, che gira con un sacco pieno de cambiali ma nessuno gli dà credito, nemmeno un parente.
Ci sta Tanzi col latte della Parmalat che corre nudo sotto ’na pioggia che lo riga. Ha prosciugato i risparmi di mezza nazione, co' i bond falsi e i bilanci truccati, e mo' affoga nel fango della sua stessa frodone. Accanto a lui, tra i bancari più rinomati, ci sta Fazio della Banca d'Italia di un tempo, inseguito da droni coi conti correnti bloccati. E Ricucci che gridava: «Siamo i furbi del tempo!», mentre tentava la scalata al Corriere, mo' pulisce le bolge col secchio e la vanga d'argento.

In mezzo a quel flusso biancastro e ribollente sbucò la testa di Calisto Tanzi, con la bocca piena di latte cagliato, che cercava disperatamente di aggrapparsi a un faldone di titoli tossici, mentre poco più in là Stefano Ricucci provava a scalare l'argine di cemento scivolando rovinosamente sui ciottoli bagnati. L'ex governatore Antonio Fazio volgeva lo sguardo al cielo, inseguito da piccoli droni a forma di gazzette ufficiali che gli notificavano sequestri preventivi a reti unificate.

Franca Rame fece comparire un messaggio di condanna direttamente sui maxischermi dei mercati azionari dal suo Cloud protetto: «Avete prosciugato i risparmi di una vita a migliaia di famiglie oneste, truccando i libri contabili per finanziare i vostri sfarzi privati. Mo' rimanete ad affogare nella vostra stessa liquidità farlocca».

Io allora mi misi a saltellare sulla riva, lanciando il mio Grammelot del contabile fallito per chiudere la partita con i furbetti del quartierino: «Sberlecchian de lo fallimento! Taca via col bilancio truccato e lo bond sbilenco! Uuuh, sgnau de la Parmalat, taca-taca-taca lo crack de la finanza! Caspiterina, avete ridotto sul lastrico i vecchietti per fare i furbi in borsa, mo' ripulite il fondo del barile, banchieri di cartone e speculatori senza pancia!»

Pasolini mi strinse la spalla spingendomi in avanti: «Andiamo via, Dario, che la pioggia di fuoco si fa pesante e lo scaglione successivo è per i campioni dello sport che scappavano nei paradisi artificiali per evadere il fisco».

 

 

 

CANTO 5: Settimo Cerchio (Scaglione 2) - I Violenti contro se stessi ed il Fisco

La pista di cenere e il Billionaire in fiamme (Ore 03:30)

 
Il terreno mutò ancora, trasformandosi in una landa desolata di sabbia infuocata dove cadeva una pioggia lenta di fiocchi di fuoco, simile a neve che brucia. Al centro di questo deserto arido, circondata da altoparlanti che gracchiavano musica da discoteca a volume distorto, si stagliava la sagoma di una finta villa extralusso in fiamme, che ricordava i locali della Costa Smeralda.
«Caspiterina, Pier Paolo!», gridai riparandomi la testa con le mani, mentre camminavo a grandi falcate sollevando i piedi dal sabbione rovente. «Ma questo è un autodromo all'inferno! Sento puzza di gomme bruciate e benzina super! Chi sono 'sti velocisti del fisco che corrono nudi sotto la grandine incendiaria? Spiegami il meccanismo, per cortesia!».
Pasolini si passò una mano sulla fronte, guardando le sagome dei VIP che correvano nella polvere, e sparò lo stornello in puro volgare romanesco:

Fiore de gramigna, ci sta Valentino Rossi col fisco di un tempo, che scappa sulla moto nella puzza. I campioni che scappavano a Montecarlo, per non pagà le tasse sul proprio Stato, mo' corrono nudi e non sanno dove farlo. La condanna è un inferno certificato: vengono inseguiti da droni dell'Agenzia delle Entrate, che gli pignorano pure il fiato del passato. C'è pure Flavio Briatore tra le banchine private, col Billionaire che brucia nel sabbione, mentre le fiamme gli friggono le parate.

Sulla sabbia infuocata, Valentino Rossi spingeva a mano una moto da corsa senza ruote, col motore fuso che sputava scintille, tentando inutilmente di superare i droni del fisco che gli proiettavano cartelle esattoriali sul parabrezza. Poco lontano, Flavio Briatore, con la camicia aperta e i mocassini di camoscio che prendevano fuoco, urlava contro i demoni sventolando finti contratti di residenza a Montecarlo.

Franca Rame fece apparire una notifica di blocco patrimoniale direttamente dal suo Cloud sui maxischermi della landa: «Avete incassato i milioni e l'applauso del popolo italiano, ma avete nascosto i capitali nei paradisi artificiali per non dare un centesimo alla comunità. Mo' pagate l'imposta fissa sul fuoco eterno».

Io allora feci un salto davanti alla villa che crollava, lanciando il mio Grammelot del fisco goliardico per ridicolizzare i re dell'evasione dorata: «Sberlecchian de lo paradiso fiscale! Taca via col contratto finto e lo yacht sbilenco! Uuuh, sgnau de l'esilio dorato, taca-taca-taca la fattura de lo sfarzo! Caspiterina, eravate i re delle cronache mondane coi soldi evasi ai cittadini onesti, mo' fate la marcia sulla sabbia bollente, evasori di lusso e piloti senza freni!» 

Pasolini mi fece cenno di affrettare il passo verso la bolgia successiva: «Sbrigati, Dario, che stiamo entrando nelle malebolge, dove ci aspettano i simoniaci del pallone e i truccatori del calciomercato».


Leandro Zanni

(continua)



19 giugno 2026

John Heartfield, l’uomo che trasformò il fotomontaggio in un’arma contro il potere


 John Heartfield, l’uomo che trasformò il fotomontaggio in un’arma contro il potere

 


 Il 19 giugno 1891 nasceva a Berlino John Heartfield, uno degli artisti più radicali e politicamente incisivi del Novecento, considerato il fondatore del fotomontaggio moderno a fini satirici e di denuncia sociale. La sua scelta di cambiare nome da Helmut Herzfeld a John Heartfield, in piena Prima guerra mondiale, fu già un gesto di rottura simbolica contro il nazionalismo tedesco e un’anticipazione del ruolo che l’arte avrebbe avuto nella sua vita: non semplice espressione individuale, ma campo di battaglia.




Heartfield trasforma presto il fotomontaggio in una vera e propria arma visiva contro il potere. Nelle pagine dell’“Arbeiter-Illustrierte-Zeitung” (AIZ), rivista vicina al Partito Comunista tedesco, pubblica immagini che smontano la retorica del nazismo, della borghesia e del capitalismo, ricomponendo fotografie, slogan e simboli in composizioni spietatamente chiare.



Celebre è il fotomontaggio che mostra Adolf Hitler nell’atto di ricevere denaro dai grandi industriali, una sintesi brutale del legame tra potere economico e regime che la propaganda ufficiale occultava. In un’epoca dominata dalla stampa illustrata, Heartfield usa lo stesso linguaggio delle riviste per ribaltarne il senso: dove la propaganda costruisce consenso, lui insinua il dubbio, la risata corrosiva, la consapevolezza politica.

 


 

Questa radicalità ha un costo altissimo. Con l’ascesa del nazismo, i suoi lavori vengono bollati come “arte degenerata”, censurati, rimossi dagli spazi espositivi e dalla sfera pubblica. Heartfield è costretto a fuggire dalla Germania nel 1933, trovando riparo prima in Cecoslovacchia, dove continua a lavorare contro il fascismo, poi in Inghilterra, sempre sorvegliato e considerato figura scomoda.



Nemmeno il dopoguerra gli garantisce una piena pacificazione: rientrato nella Germania dell’Est nel 1950, ottiene riconoscimenti ma vive anche momenti di sospetto e marginalità, perché il suo linguaggio rimane troppo diretto, poco addomesticabile, difficile da incasellare anche dentro i canonici confini del realismo socialista. La sua carriera appare così come una lunga linea di resistenza: contro il nazismo, contro ogni forma di propaganda, e perfino contro certi irrigidimenti ideologici dei contesti in cui si trova a operare.




Se guardiamo alla scena italiana, non troviamo artisti simili ad Heartfield, ma piuttosto eredi lontani della sua capacità di usare l’immagine come strumento di critica o di messa in crisi della realtà. Mimmo Rotella, ad esempio, ribalta il manifesto pubblicitario con il suo décollage: strappa, sovrappone, lacera le icone della società dei consumi, trasformando la pelle urbana della città in un commento implicito sul bombardamento visivo del Dopoguerra. Le sue superfici lacerate, fatte di brand, volti di star del cinema e slogan, sono un modo diverso, ma ugualmente radicale, di rivelare le contraddizioni di un’epoca.


Mimmo Rotella - Dio, Patria, Re

Tano Festa, tra i protagonisti della Pop Art italiana e della Scuola di Piazza del Popolo, prende a prestito i frammenti della grande tradizione – Michelangelo, in particolare – per ricodificarli dentro un immaginario pop, malinconico e critico insieme. Nel suo lavoro la citazione colta e l’iconografia di massa si toccano, come se l’artista volesse ricordarci che anche il patrimonio più “sacro” è esposto alle logiche dello sguardo contemporaneo, della riproducibilità, del consumo visivo.


Tano Festa - La creazione dell'Uomo

Ugo Nespolo, con la sua poliedricità e l’impronta ironica, attraversa pop art, concettuale e sperimentazioni grafiche, spesso con un gusto per la narrazione visiva che flirta con la pubblicità, il cinema, la grafica applicata. Nelle sue opere più vicine alla grafica militante e alla comunicazione visiva, l’immagine diventa racconto, slogan, gioco serio: un modo per far scivolare il commento sociale dentro una superficie colorata, apparentemente leggera, ma tutt’altro che innocente.


Ugo Nespolo - Constructor ad arte

In tutti questi casi lo spirito heartfieldiano non è una citazione diretta, ma un’eco: l’idea che l’arte possa intervenire sul modo in cui guardiamo il mondo, sul bombardamento di segni, sulla retorica del potere e del consumo, piegando le stesse immagini che ci circondano fino a farne strumenti di interrogazione, se non di aperta critica.




La forza di Heartfield sta anche nella sua straordinaria attualità. In un mondo in cui la comunicazione politica passa attraverso immagini sintetiche, meme, grafiche virali, i suoi fotomontaggi sembrano anticipare il nostro presente: una frase breve, una composizione visiva netta, un rovesciamento ironico che chiede allo spettatore di schierarsi. Le sue tavole per l’AIZ funzionavano come post in grado di circolare, sorprendere, fissarsi nella memoria, molto prima che esistessero i social network.



Ricordarlo il 19 giugno significa allora non solo celebrare un innovatore del linguaggio visivo, ma interrogare il nostro uso quotidiano delle immagini. Heartfield ci invita a non essere spettatori passivi di ciò che scorre davanti agli occhi: a leggere, decostruire, sospettare, correggere, rispondere. È una lezione che riguarda chiunque si occupi oggi di cultura, comunicazione e narrazione del reale, dal fotogiornalismo alla grafica, fino ai progetti di memoria dei territori.

 



Per chi si occupa di cultura, la storia di John Heartfield è un promemoria potente: ogni immagine porta con sé una responsabilità. Chi la crea, chi la seleziona, chi la pubblica partecipa a una partita che non è mai neutra, perché tocca la percezione pubblica di ciò che è giusto, accettabile, desiderabile. Nell’opera di Heartfield, come in quella di Rotella, Festa o Nespolo, c’è l’idea che l’arte non si limiti a decorare il mondo, ma lo interroghi, lo scomponga, lo metta in tensione.

 

John Heartfield - La colomba della pace muore


In tempi di disinformazione, revisionismi e slogan che si consumano in poche ore, tornare a Heartfield significa chiedersi che cosa possa ancora fare un’immagine quando smette di essere pura superficie e torna a essere gesto politico. È forse qui che i suoi eredi continuano a lavorare, nella sottile ma determinante distanza tra vedere e capire.

 

Stefano Superchi 

 




 




13 giugno 2026

Buena Vista Social Club, quando la musica non è fatta solo di note e strumenti, ma di cuore e sangue.

 Buena Vista Social Club, quando la musica non è fatta solo di note e strumenti, ma di cuore e sangue.

 



Buena Vista Social Club è uno dei progetti musicali più importanti della storia recente della musica cubana. Non si tratta di un gruppo convenzionale né di una band creata per il successo commerciale, bensì l’incontro di grandi musicisti veterani che recuperano stili tradizionali come il son cubano, il bolero e il danzón, portandoli sui palcoscenici di tutto il mondo.
 

Ry Cooder

Nel 1996 il chitarrista Ry Cooder, assieme al figlio Joachim e al produttore britannico Nick Gould, atterrano a Cuba con un ambizioso obiettivo: portare nel mercato occidentale il meraviglioso sound cubano, che a causa di più di trent’anni di embargo statunitense, da tempo non arrivava oltre oceano. 

 

Egrem Studios - L'Avana

Negli studi Egrem de L’Avana viene radunato il meglio della scena musicale autoctona: vecchie glorie del passato quasi dimenticate come Ibrahim Ferrer, star senza tempo, Compay Segundo e protagonisti dei palcoscenici della Cuba socialista quali Eliades de Ochoa del Cuarteto Patria. Da questa jam-session nacque “Buena Vista Social Club”, disco memorabile, e film omonimo realizzato nel 1998 da, nientepopodimeno che, Wim Wenders

 

Wim Wenders a Cuba


In occasione del trentesimo anniversario andiamo ad indagarne la storia. L’idea iniziale era registrare un album che riportasse alla luce la musica popolare cubana degli anni Quaranta e Cinquanta, un’epoca d’oro che era in parte caduta nell’oblio al di fuori di Cuba. Il nome Buena Vista Social Club viene da uno storico circolo sociale dell’Avana, molto popolare prima della Rivoluzione cubana. In questo club si ballava, si suonava e la comunità si riuniva. Il progetto volle recuperare quello spirito: una musica intima, elegante e profondamente umana. Come già accennato, Ry Cooder, che ha avuto l’intelligenza di riunirli e registrarli e il rispetto lasciare a loro tutto il protagonismo, ne è l’ideatore e il produttore.

 


Facciamo una parentesi: chi è Ray Cooder?
Musicista, chitarrista e produttore statunitense, nato nel 1947, è uno dei massimi esperti mondiali di musica “roots”, blues, folk, country, Tex-Mex, musica cubana e africana. Non è una pop star e non ha mai voluto esserlo. È piuttosto il tipo di musicista che viene chiamato quando si vogliono fare le cose per bene. Chitarrista eccezionale, famoso per la sua padronanza della slide guitar, ha collaborato con leggende come Muddy Waters, Ali Farka Touré e Johnny Cash, tra molti altri. Ha inoltre composto colonne sonore cinematografiche diventate leggendarie, come Paris Texas con “quel suono di chitarra indimenticabile”.
 


Il primo album, Buena Vista Social Club viene registrato nel marzo del 1996 negli studi EGREM all’Avana in soli sei giorni, dato sorprendente se si considera la qualità e l’importanza storica del disco. La registrazione avviene su nastro analogico, non in digitale, Ry Cooder voleva un suono caldo e naturale, senza correzioni artificiali. Molti brani sono registrati almost live: tutti i musicisti suonano contemporaneamente.


 

Joachim Cooder

Il progetto fu artistico e socioculturale, ma diede adito anche ad altro, a qualcosa di umanamente coinvolgente, emozionante, unico. Ripercorriamo alcuni aneddoti: diversi musicisti non si vedevano da decenni prima di entrare in studio, lasciamo immaginare l’eccitazione! Rubén González era rimasto per anni senza possedere un pianoforte, ma registrò con sorprendente naturalezza e maestria, i fuoriclasse si sa, restano tali anche se non praticano da tempo.

 

Rubén González 

Incredibile fu la sorte di Chan Chan, la canzone più famosa dell’album, che esisteva da anni ma nessuno immaginava che sarebbe diventata un successo mondiale. Il progetto originale prevedeva la partecipazione di musicisti africani che non poterono viaggiare a causa di problemi di visto. Questo portò alla registrazione dell’album esclusivamente con musicisti cubani, definendone l’identità per sempre. Al termine delle sessioni, nessuno si aspettava un successo internazionale, infatti il disco, era stato concepito come un omaggio alla musica cubana dimenticata per anni, non come un fenomeno globale.

 

Ibrahim Ferrer


E così Buena Vista Social Club riunì alcune delle autentiche leggende della musica cubana: Compay Segundo, cantante e suonatore di tres, simbolo del son cubano, Ibrahim Ferrer, voce profonda ed emozionante definita da Ry Cooder “rara e preziosa”, Rubén González, pianista brillante, fusione di tradizione cubana e jazz, Omara Portuondo, la grande dama della canzone cubana e l’unica donna del gruppo originale, Eliades Ochoa, chitarrista e cantante, rappresentante della musica rurale cubana, Orlando “Cachaíto” López, contrabbassista e colonna ritmica del gruppo, Barbarito Torres, Pío Leyva, Puntillita, tra gli altri.

 

Orlando “Cachaíto” López

La maggior parte di loro sono musicisti veterani che hanno alle spalle carriere importanti a Cuba, ma con scarsa proiezione internazionale.
Sebbene il progetto non abbia una discografia molto ampia, il suo impatto è stato enorme, nel ’97 esce l’album originale, con classici come Chan Chan, Dos gardenias ed El cuarto de Tula ed è subito successo mondiale, guadagnando pure un Grammy Award. Grazie al marchio Buena Vista Social Club diversi musicisti hanno poi inciso album solisti, tra cui Ibrahim Ferrer, Rubén González e Compay Segundo. Nel 1998 il live al Carnegie Hall di New York è un successo senza precedenti per dei musicisti cubani.

 

Omara Portuondo and Ibrahim Ferrer at 1998 Carnegie Hall performance 

Infine, la ciliegina sulla torta: il documentario di Wim Wenders del 1999 che mostra al pubblico non solo la musica, ma anche la vita e la personalità degli artisti. Wenders, si sa, non è uno qualunque e ovviamente dà un apporto importante alla riuscita del progetto di Cooder, mostrandoci come scorre la musica a Cuba, la sua storia, le sue radici, la sua gente, la sua terra. Wenders racconta questa favola a lieto fine alternando le interviste ai singoli componenti del gruppo con le scene dei concerti e le prove in studio dei diversi brani musicali.

 


Sulle note di Chan Chan, Dos Gardenias, El Carrettero, Chattanooga Choo Choo, Veinte Anos, Candela, Quizas Quizas Quizas, scorrono le immagini delle strade de L’Avana colte in presa diretta, riportando intatto il senso di quei luoghi. L’atmosfera è insieme decadente e gioiosa come di chi affronta il proprio destino con coraggio: vediamo edifici fatiscenti, mercati improvvisati, linee ferroviarie tortuose, bambini che giocano per strada, ragazze che cantano, interni di dignitosa povertà. La musica diventa un’ancora di salvezza, il canto un modo per elaborare le perdite, il ballo un resistente inno alla vita.

 


 

Così veniamo colpiti dai racconti di Ibrahim Ferrer sulla sua infanzia difficile, dalla abilità tecnica di un pianista come Ruben Gonzales attorniato dalle bambine di una scuola di danza, dal rum e dal sigaro che sembrano donare longevità a Compay Segundo. Ry Cooder sorride ammirato e orgoglioso della sua scoperta insieme al figlio percussionista Joachim. Quando la cinepresa ruota attorno al duetto tra Ibrahim Ferrer e Omara Portuondo che cantano Silencio, la loro commozione è inevitabile.

 


L’apice viene raggiunto nel racconto del viaggio a New York di questo gruppo di ultraottuagenari artisti cubani che guardano le vetrine della 7th Avenue e non riconoscono i volti dei presidenti o di altre celebrità come se per loro la storia si fosse fermata all’inizio degli anni ’60. L’esito è pazzesco, Buena Vista Social Club raggiunge e tocca qualcosa di eccezionale: rivaluta la musica tradizionale cubana a livello mondiale, dimostra che i musicisti anziani possono essere protagonisti del successo e influenza nuove generazioni di artisti e ascoltatori. Oggi molti di quei musicisti sono scomparsi, ma la loro eredità è ancora viva. Omara Portuondo ed Eliades Ochoa restano i rappresentanti viventi più importanti del progetto originale.

 



Non fu una moda passeggera né un semplice prodotto commerciale. Fu un incontro irripetibile di talento, memoria e autenticità, un progetto che ha ricordato al mondo che la musica sincera non conosce età né confini.
Il locale Buena Vista Social Club, dove si esibivano artisti afro-cubani che suonavano e cantavano il bolero, il danzòn e il son cubano, attivo dal 1932, nel 1959 comincia a perdere popolarità chiudendo definitivamente nel 1962. I suoi artisti si dispersero inventandosi altri mestieri per sopravvivere, fino a quando due fuoriclasse sognatori e visionari come Ry Cooder e Wim Wenders, decidono di riportare nel mondo l’eternità di una musica ricca di elementi identitari, una musica sanguigna e passionale “una música no solo hecha de notas e instrumentos, sino de corazón y sangre”.


Giovanna Anversa

09 giugno 2026

Rino Gaetano. Ironia e denuncia sociale, un doppio livello di lettura.

 Rino Gaetano. Ironia e denuncia sociale, un doppio livello di lettura.

 



Ironico, geniale e totalmente fuori dagli schemi, Rino Gaetano è uno dei cantautori italiani più originali ed amati.
Salvatore Rino Gaetano, nato a Crotone nel 1950, ci lasciava 45 anni fa, nel giugno 1981 a soli 30 anni, in un incidente stradale. Purtroppo ebbe solo otto anni di carriera, che furono però sufficienti a lasciare un patrimonio unico, un segno profondo nella storia del miglior cantautorato italiano.

 


 

Rino mescola la musica con l’ironia, con la satira sociale e con una rabbia dosata, non aggressiva ma fortemente efficace. Canta di politica, TV, mafie, ipocrisie con leggerezza e doppi sensi, i testi sono pieni di giochi di parole, di nonsense alternati a citazioni erudite che giocano col genere della filastrocca. Musicalmente si muove nel pop, nel rock, nel blues con influenze soul e mediterranee, senza tralasciare brani melodici; la sua voce nasale, ruvida e graffiante lo renderà inconfondibile. Dietro l'apparente leggerezza dei suoi testi si cela una dura e mirata denuncia sociale e politica, che spesso lo porterà a scontrarsi con la censura dell'epoca. 

 


La sua identità artistica si distingue nettamente grazie ad alcuni tratti fondamentali:
Attento cronista sociale: canta l'Italia del boom economico, l'emigrazione dal Sud e le contraddizioni del potere cavalcando lo stile della chanson vérité. Nei suoi brani affronta temi scomodi, arrivando a citare esplicitamente uomini politici e istituzioni.
Innovatore vocale e linguistico: rifiuta lo stile melodico del "bel canto" e predilige un'interpretazione quasi parlata, caratterizzata da un ritmo incalzante, a volte surreale, che lo annovera nello stile del teatro-canzone.
Istrionico: sul palco si presenta con cilindro, frac, ukulele che divengono compagni di esibizioni provocatorie, trasformando ogni concerto in un'esperienza artistica totale e dissacrante.
Attualità senza tempo: la sua produzione, pur profondamente radicata negli anni settanta, mantiene una modernità disarmante che continua a influenzare la musica e il cantautorato contemporaneo continuando ad essere attuale nei temi.

 



Laureato in Scienze Politiche decide di praticare la materia con la musica anziché in un partito, anche se la RCA inizialmente non lo volle perché stonato. Subisce la censura, ma con “Gianna”, portata a Sanremo nel 1978, e l’interpretazione di “A mano a mano” di Cocciante, dove trasforma il brano che racconta il progressivo e inesorabile spegnersi di un amore come qualcosa di naturale, in un potente urlo di dolore, conquista prepotentemente il cuore di un pubblico più ampio. I testi più politici e censurati di Rino Gaetano rappresentano una radiografia spietata dell'Italia degli anni Settanta, nascosti sotto una finta veste di canzonette leggere, non con metafore astratte, anzi, con nomi e cognomi, attaccando la Democrazia Cristiana, la loggia massonica P2, il giornalismo asservito e le ipocrisie della classe dirigente.

 


Entrare nell’anima di Rino è possibile percorrendo i brani più iconici nei quali si nasconde sempre un doppio livello di lettura. Non semplici tormentoni estivi, bensì ritratti taglienti della società italiana, mascherati da ritmi accattivanti.

 



NUNTEREGGAE PIÙ (1978)
È il brano-manifesto della satira di Rino Gaetano, strutturato come un elenco ossessivo di tutto ciò che il cantautore "non regge più". La casa discografica RCA bloccò la prima versione della canzone. Fu eliminato il nome di Aldo Moro (all'epoca nel pieno del dramma del sequestro) ed eliminati o sostituiti i riferimenti a diversi personaggi intoccabili. I versi originali “chi tira la bomba, chi nasconde la mano, chi canta Baglioni, chi rompe i coglioni” vennero edulcorati in “chi è stato multato, chi odia i terroni, chi canta Prévert, chi copia Baglioni”. Nel testo definitivo rimasero comunque i nomi dei leader politici dell'epoca, tra cui Amintore Fanfani, ironizzato per il suo intercalare “mi sia consentito dire”, Giulio Andreotti, Enrico Berlinguer, insieme ad industriali come Gianni Agnelli o conduttori TV come Maurizio Costanzo.

 


 
SPENDI SPANDI EFFENDI (1977)
Una satira feroce sulla crisi petrolifera degli anni '70 e sulla dipendenza economica dell'Occidente dai paesi produttori di petrolio. La mannaia della censura radiofonica si abbatté su una parola ritenuta allora troppo volgare per la Rai. Il verso originale recitava “ti spogli e sei un fesso”, ma Rino Gaetano fu costretto a cantare “ti spogli e sei un pazzo” per permettere il passaggio del brano nelle emittenti pubbliche.

 


 
BERTA FILAVA (1976)
All'apparenza sembra una filastrocca, un non-sense per i giochi dei bambini, ma in realtà è una delle sue canzoni a sfondo politico più criptiche e affilate. Sotto nomi inventati si nasconde il fitto intreccio tra politica, affari e corruzione del dopoguerra italiano. "Berta" rappresenta la Democrazia Cristiana che "filava", ovvero tesseva trame e accordi di potere. Nel testo compaiono “Mario” e “Gino”, storici pseudonimi che la stampa dell'epoca utilizzava per indicare i politici democristiani Mariano Rumor e Luigi Gui, entrambi pesantemente coinvolti nello scandalo delle tangenti sugli aerei militari, il celebre scandalo Lockheed.

 


 
MA IL CIELO È SEMPRE PIÙ BLU (1975)
Ritratto brutale della divisione di classe nell'Italia dell'epoca, è il suo primo grande successo. Il brano venne tagliato e ridotto per la radio a causa di alcuni versi giudicati troppo espliciti per la morale del tempo. I passaggi che crearono problemi riguardano la denuncia sociale diretta: “chi cura i malati, chi uccide nel letto” riferimento ai casi di malasanità o agli aborti clandestini e “chi vive nella fognatura, chi usa il preservativo” all'epoca un vero e proprio tabù linguistico e religioso.

 

 

GIANNA (1978)
Il finto tormentone sulla corruzione. È la canzone che ha consacrato Rino al grande pubblico, arrivando seconda al Festival di Sanremo del 1978. Rino non voleva andare a Sanremo e non voleva cantare Gianna, considerandola una canzone commerciale. La casa discografica lo costringe, e lui sceglie di dissacrare il festival salendo sul palco in frac, cilindro, scarpe da ginnastica, medaglie al petto, suonando un ukulele. E’ la prima volta nella storia del festival in cui venne pronunciata la parola "sesso" in diretta TV. Gianna non è una donna reale, ma la metafora dell'Italia opportunista e corrotta di fine anni Settanta. I versi “Gianna difende il suo salario dall'inflazione” e “Gianna promette a tutti il paradiso” descrivono un Paese che ha perso i propri ideali, dominato dal materialismo, dal compromesso politico e dalle promesse elettorali vuote.
 
 


 

AIDA (1977)
La storia d'Italia in tre minuti. Questo brano prende in prestito il nome della celebre opera di Giuseppe Verdi per trasformarlo nel nome di una donna speciale. Gaetano era affascinato dalla storia italiana e voleva raccontarla evitando la retorica dei libri di scuola. Sceglie così una ballata malinconica e poetica, che diventa uno dei suoi capolavori assoluti. Aida è l'incarnazione stessa dell'Italia. Attraverso gli occhi di questa donna, Rino ripercorre i drammi del Novecento: il fascismo (“i baci a Benito”), la Seconda Guerra Mondiale (“il terrore di Orano”), il dopoguerra, la nascita della Repubblica e i successivi scandali politici. Aida è l'Italia ferita, sfruttata dai potenti, ma che conserva intatta la sua dignità e la sua bellezza.
 
 


 

MIO FRATELLO È FIGLIO UNICO (1976)
L'inno degli emarginati. Diventata un cult assoluto, che ha ispirato anche l'omonimo film del 2007, questa canzone è un manifesto di solitudine e resistenza culturale. Scritta a metà degli anni Settanta, nel pieno degli "anni di piombo", la canzone rifiuta l'obbligo dell'epoca di schierarsi politicamente in fazioni violente e preconfezionate. Il "fratello figlio unico" è chiunque rifiuti di omologarsi al pensiero di massa. È un elogio degli emarginati, degli esclusi e dei sognatori. I versi descrivono chi non è mai salito sul carro dei vincitori, chi vive ai margini ma conserva la propria purezza intellettuale, proprio come si sentiva Rino Gaetano all'interno dell'industria discografica italiana.

 


 

Nel panorama musicale degli anni Settanta, dominato dalle "scuole" romana, (Venditti, De Gregori) genovese, bolognese e dai giganti della canzone d'autore politica (De André, Guccini per citarne alcuni), Rino Gaetano rappresenta un'anomalia assoluta.
Mentre i suoi colleghi godono dello status di "intellettuali impegnati", Gaetano viene spesso liquidato dalla critica dell'epoca come un semplice autore di canzonette eccentriche, un clown musicale. In realtà, il suo stile è un unicum che si distingue nettamente dai contemporanei per scelte linguistiche, musicali e interpretative, abbattendo la solennità del cantautorato tramite la struttura della filastrocca popolare, del calembour e del nonsense apparente. Sotto la superficie di rime infantili o elenchi “alla Salvini” Gaetano ha regalato al pubblico una satira politica molto più diretta ed esplicita di quella dei suoi colleghi, facendo nomi e cognomi senza filtri.




Mentre la musica leggera italiana era fortemente ancorata alla melodia, al pianoforte classico, agli arrangiamenti orchestrali curati o, nel caso del folk-rock, a ballate acustiche lineari, Rino sperimenta generi al tempo insoliti per l'Italia, quali il reggae, il rock graffiante, il blues e il pop “a modo suo” senza ricercare la bellezza estetica della nota, ma l'impatto emotivo e teatrale della performance. La sua voce accompagnata da uno stile che ha saputo entrare nella sensibilità di un pubblico vario per età e per gusti musicali, rimane unica e inconfondibile, la sua vita e una carriera troppo brevi non gli hanno di contro impedito di entrare nella rosa eterna dei giganti.

Giovanna Anversa


LA DIVINA TRUFFA: L’INFERNO DI DANTE OGGI di Leandro Zanni (parte prima)

  LA DIVINA TRUFFA:   L’INFERNO DI DANTE OGGI Leandro Zanni (parte prima)   «Quest'opera è un testo di pura finzione satirica e lettera...