Rino Gaetano. Ironia e denuncia sociale, un doppio livello di lettura.
Ironico, geniale e totalmente fuori dagli schemi, Rino Gaetano è uno dei cantautori italiani più originali ed amati.
Salvatore Rino Gaetano, nato a Crotone nel 1950, ci lasciava 45 anni fa, nel giugno 1981 a soli 30 anni, in un incidente stradale. Purtroppo ebbe solo otto anni di carriera, che furono però sufficienti a lasciare un patrimonio unico, un segno profondo nella storia del miglior cantautorato italiano.
Rino mescola la musica con l’ironia, con la satira sociale e con una rabbia dosata, non aggressiva ma fortemente efficace. Canta di politica, TV, mafie, ipocrisie con leggerezza e doppi sensi, i testi sono pieni di giochi di parole, di nonsense alternati a citazioni erudite che giocano col genere della filastrocca. Musicalmente si muove nel pop, nel rock, nel blues con influenze soul e mediterranee, senza tralasciare brani melodici; la sua voce nasale, ruvida e graffiante lo renderà inconfondibile. Dietro l'apparente leggerezza dei suoi testi si cela una dura e mirata denuncia sociale e politica, che spesso lo porterà a scontrarsi con la censura dell'epoca.
La sua identità artistica si distingue nettamente grazie ad alcuni tratti fondamentali:
Attento cronista sociale: canta l'Italia del boom economico, l'emigrazione dal Sud e le contraddizioni del potere cavalcando lo stile della chanson vérité. Nei suoi brani affronta temi scomodi, arrivando a citare esplicitamente uomini politici e istituzioni.
Innovatore vocale e linguistico: rifiuta lo stile melodico del "bel canto" e predilige un'interpretazione quasi parlata, caratterizzata da un ritmo incalzante, a volte surreale, che lo annovera nello stile del teatro-canzone.
Istrionico: sul palco si presenta con cilindro, frac, ukulele che divengono compagni di esibizioni provocatorie, trasformando ogni concerto in un'esperienza artistica totale e dissacrante.
Attualità senza tempo: la sua produzione, pur profondamente radicata negli anni settanta, mantiene una modernità disarmante che continua a influenzare la musica e il cantautorato contemporaneo continuando ad essere attuale nei temi.
Laureato in Scienze Politiche decide di praticare la materia con la musica anziché in un partito, anche se la RCA inizialmente non lo volle perché stonato. Subisce la censura, ma con “Gianna”, portata a Sanremo nel 1978, e l’interpretazione di “A mano a mano” di Cocciante, dove trasforma il brano che racconta il progressivo e inesorabile spegnersi di un amore come qualcosa di naturale, in un potente urlo di dolore, conquista prepotentemente il cuore di un pubblico più ampio. I testi più politici e censurati di Rino Gaetano rappresentano una radiografia spietata dell'Italia degli anni Settanta, nascosti sotto una finta veste di canzonette leggere, non con metafore astratte, anzi, con nomi e cognomi, attaccando la Democrazia Cristiana, la loggia massonica P2, il giornalismo asservito e le ipocrisie della classe dirigente.
NUNTEREGGAE PIÙ (1978)
È il brano-manifesto della satira di Rino Gaetano, strutturato come un elenco ossessivo di tutto ciò che il cantautore "non regge più". La casa discografica RCA bloccò la prima versione della canzone. Fu eliminato il nome di Aldo Moro (all'epoca nel pieno del dramma del sequestro) ed eliminati o sostituiti i riferimenti a diversi personaggi intoccabili. I versi originali “chi tira la bomba, chi nasconde la mano, chi canta Baglioni, chi rompe i coglioni” vennero edulcorati in “chi è stato multato, chi odia i terroni, chi canta Prévert, chi copia Baglioni”. Nel testo definitivo rimasero comunque i nomi dei leader politici dell'epoca, tra cui Amintore Fanfani, ironizzato per il suo intercalare “mi sia consentito dire”, Giulio Andreotti, Enrico Berlinguer, insieme ad industriali come Gianni Agnelli o conduttori TV come Maurizio Costanzo.
SPENDI SPANDI EFFENDI (1977)
BERTA FILAVA (1976)
MA IL CIELO È SEMPRE PIÙ BLU (1975)
GIANNA (1978)
Il finto tormentone sulla corruzione. È la canzone che ha consacrato Rino al grande pubblico, arrivando seconda al Festival di Sanremo del 1978. Rino non voleva andare a Sanremo e non voleva cantare Gianna, considerandola una canzone commerciale. La casa discografica lo costringe, e lui sceglie di dissacrare il festival salendo sul palco in frac, cilindro, scarpe da ginnastica, medaglie al petto, suonando un ukulele. E’ la prima volta nella storia del festival in cui venne pronunciata la parola "sesso" in diretta TV. Gianna non è una donna reale, ma la metafora dell'Italia opportunista e corrotta di fine anni Settanta. I versi “Gianna difende il suo salario dall'inflazione” e “Gianna promette a tutti il paradiso” descrivono un Paese che ha perso i propri ideali, dominato dal materialismo, dal compromesso politico e dalle promesse elettorali vuote.
AIDA (1977)
La storia d'Italia in tre minuti. Questo brano prende in prestito il nome della celebre opera di Giuseppe Verdi per trasformarlo nel nome di una donna speciale. Gaetano era affascinato dalla storia italiana e voleva raccontarla evitando la retorica dei libri di scuola. Sceglie così una ballata malinconica e poetica, che diventa uno dei suoi capolavori assoluti. Aida è l'incarnazione stessa dell'Italia. Attraverso gli occhi di questa donna, Rino ripercorre i drammi del Novecento: il fascismo (“i baci a Benito”), la Seconda Guerra Mondiale (“il terrore di Orano”), il dopoguerra, la nascita della Repubblica e i successivi scandali politici. Aida è l'Italia ferita, sfruttata dai potenti, ma che conserva intatta la sua dignità e la sua bellezza.
MIO FRATELLO È FIGLIO UNICO (1976)
L'inno degli emarginati. Diventata un cult assoluto, che ha ispirato anche l'omonimo film del 2007, questa canzone è un manifesto di solitudine e resistenza culturale. Scritta a metà degli anni Settanta, nel pieno degli "anni di piombo", la canzone rifiuta l'obbligo dell'epoca di schierarsi politicamente in fazioni violente e preconfezionate. Il "fratello figlio unico" è chiunque rifiuti di omologarsi al pensiero di massa. È un elogio degli emarginati, degli esclusi e dei sognatori. I versi descrivono chi non è mai salito sul carro dei vincitori, chi vive ai margini ma conserva la propria purezza intellettuale, proprio come si sentiva Rino Gaetano all'interno dell'industria discografica italiana.
Nel panorama musicale degli anni Settanta, dominato dalle "scuole" romana, (Venditti, De Gregori) genovese, bolognese e dai giganti della canzone d'autore politica (De André, Guccini per citarne alcuni), Rino Gaetano rappresenta un'anomalia assoluta.
Mentre i suoi colleghi godono dello status di "intellettuali impegnati", Gaetano viene spesso liquidato dalla critica dell'epoca come un semplice autore di canzonette eccentriche, un clown musicale. In realtà, il suo stile è un unicum che si distingue nettamente dai contemporanei per scelte linguistiche, musicali e interpretative, abbattendo la solennità del cantautorato tramite la struttura della filastrocca popolare, del calembour e del nonsense apparente. Sotto la superficie di rime infantili o elenchi “alla Salvini” Gaetano ha regalato al pubblico una satira politica molto più diretta ed esplicita di quella dei suoi colleghi, facendo nomi e cognomi senza filtri.
Mentre la musica leggera italiana era fortemente ancorata alla melodia, al pianoforte classico, agli arrangiamenti orchestrali curati o, nel caso del folk-rock, a ballate acustiche lineari, Rino sperimenta generi al tempo insoliti per l'Italia, quali il reggae, il rock graffiante, il blues e il pop “a modo suo” senza ricercare la bellezza estetica della nota, ma l'impatto emotivo e teatrale della performance. La sua voce accompagnata da uno stile che ha saputo entrare nella sensibilità di un pubblico vario per età e per gusti musicali, rimane unica e inconfondibile, la sua vita e una carriera troppo brevi non gli hanno di contro impedito di entrare nella rosa eterna dei giganti.
Giovanna Anversa














































