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12 ottobre 2026

Jimmy Somerville, ovvero la nostalgia degli anni '80 che non torneranno

 Jimmy Somerville, ovvero la nostalgia degli anni '80 che non torneranno

 



A fine estate spesso ci assale quella nostalgia particolare delle belle cose che potevamo vedere e ascoltare dalle nostre parti, giusto in quel periodo dell'anno. Negli anni ’70 e ’80 Casalmaggiore riusciva a catalizzare eventi e concerti di grande spessore, soprattutto grazie al “Recitarcantando”, storica e gloriosa manifestazione che animava la provincia cremonese, principalmente nel mese di settembre. Tra gli altri si ricordano i Ramones, Joe Cocker con Richie Havens ed altri nella tappa italiana di “Woodstock in Europe”, Edoardo Bennato, Lucio Dalla, Pino Daniele, la Premiata Forneria Marconi.

 

Joe Cocker a Casalmaggiore


La sera del 9 settembre 1987, davanti ad uno “zoccolo duro” di una cinquantina di persone e sotto ad una fastidiosa pioggerella, sul palco allestito in Piazza Garibaldi a Casalmaggiore si esibì una delle popstar britanniche più riconoscibili dell’epoca, una vera e propria forza della natura vocale e politica. Jimmy Somerville arrivò nella Bassa Padana forte del successo con i Bronski Beat, lasciati due anni prima e al culmine della parabola dei Communards, il gruppo formato insieme al tastierista e polistrumentista Richard Coles, con l’aggiunta nelle parti vocali di Sarah Jane Morris. Malgrado il background di Somerville, forse complici il leggero maltempo e la scarsa attitudine ai concerti a pagamento (l’ingresso costava 10.000 Lire), l’atmosfera era da evento per pochi intimi. Ma per chi c'era, l'impatto fu immediato, la voce cristallina e potentissima di Jimmy seppe fendere la notte padana, spinta da un synth-pop orchestrale che faceva ballare e riflettere con la stessa disarmante intensità.


poster collezione Sergio Bini


Ma per comprendere appieno la portata artistica di quel concerto e la traiettoria di Somerville, è necessario fare un passo indietro e analizzare gli ingranaggi musicali che hanno reso la sua voce uno dei timbri più iconici e influenti degli anni Ottanta.





Prima dei Communards, la storia musicale di Jimmy Somerville si era accesa nel 1983 con la fondazione dei Bronski Beat, insieme a Steve Bronski e Larry Steinbachek. L'album d'esordio del 1984, The Age of Consent, rappresenta una pietra miliare assoluta del synth-pop britannico.

 


La musica dei Bronski Beat si distingueva per la capacità di fondere la sintesi della New Wave con il calore travolgente della dance Hi-NRG e del soul classico. Al centro di questo equilibrio perfetto c'era proprio il falsetto controtenorile di Somerville. Lontana dai fronzoli melodrammatici del pop patinato, la sua voce possedeva una limpidezza timbrica quasi classica unita a un'estensione straordinaria e a un'emissione grezza, viscerale, carica di tensione emotiva.
Tracce emblematiche come Smalltown Boy o Why? poggiano su sequenze e drum machine incalzanti, ma è la voce di Somerville a guidare la progressione drammatica dei brani. La sua capacità di sostenere note acute con un vibrato naturale e penetrante trasformarono semplici strutture dance in veri e propri inni generazionali.




La decisione di lasciare i Bronski Beat nel 1985 e dar vita ai Communards segnò una maturazione nell'arrangiamento e nella ricchezza sonora. Con Richard Coles, la matrice elettronica si arricchì di elementi acustici, fiati, archi e un'impronta decisamente più classica e disco-soul.
Il suono dei Communards, perfettamente rappresentato nell'esibizione di Casalmaggiore dell'87, giocava sul contrasto e sulla contaminazione. L'uso di pianoforte classico e dei cori soul (in particolare la voce di Sarah Jane Morris) creò un contrappunto profondo al falsetto acuto di Jimmy.

 


La celebre cover di Don't Leave Me This Way dei Harold Melvin & the Blue Notes o quella di Never Can Say Goodbye dimostrarono la viscerale cultura musicale di Somerville. Non si trattava di semplici riletture synth-pop, ma di operazioni di riscrittura dinamica in cui la matrice Hi-NRG veniva spinta al massimo dei BPM senza perdere l'anima soul originale.
Nei brani originali come You Are My World o Disenchanted, la struttura compositiva sfruttava crescendo orchestrali ideati per esaltare i picchi vocali di Somerville, capaci di passare da strofe intime e quasi sussurrate a picchi esplosivi.




Dopo lo scioglimento dei Communards nel 1988, Somerville ha intrapreso un percorso solista che ha ribadito la sua fedeltà al dancefloor e alle radici soul. Album come Read My Lips (1989) e il successivo Dare to Love (1995) hanno continuato a esplorare la disco music con una produzione impeccabile, sfornando reinterpretazioni di successo come Comment te dire adieu (in duetto con June Miles-Kingston) e To Love Somebody dei Bee Gees.

 



 


Nel 2015, con l'album Homage, Somerville ha chiuso un cerchio ideale con un disco interamente suonato con strumenti acustici, sezioni fiati dal vivo e arrangiamenti d'epoca, dedicato alla disco music classica degli anni Settanta. Homage ha messo a nudo la tenuta del suo timbro vocale, dimostrando come la sua voce non dipendesse dai trucchi di studio o dai sintetizzatori degli anni '80, ma fosse uno strumento soul puro, maturo e inossidabile.

 



Riascoltare oggi la produzione di Jimmy Somerville, da quell'istantanea storica sul palco di Casalmaggiore nell'87 fino ai suoi lavori più recenti, ci fa riconoscere l'impatto di un interprete che ha saputo piegare la rigidità delle macchine elettroniche alla pura espressività della voce umana, lasciando un'impronta indelebile nella storia del pop europeo.


Stefano Superchi




La personalità artistica di Jimmy Somerville si definisce attraverso un binomio indissolubile: attivismo politico radicale e musica “nonsolopop” da hit parade. Nato nel 1961 a Glasgow, Somerville scappa giovanissimo a Londra per sfuggire all'omofobia della provincia. Nel 1984, insieme a Steve Bronski e Larry Steinbachek, fonda i Bronski Beat. Il debutto è un terremoto culturale: il singolo "Smalltown Boy" racconta senza metafore la solitudine, le aggressioni e la fuga di un giovane gay.

 


Così si presenta al mondo all’inizio degli anni ’80 e ridefinisce totalmente il ruolo della popstar e gli schemi della musica pop/dance, dimostrando che l’allora gettonatissima “disco” non era solo evasione, ma poteva trasformarsi in uno strumento di lotta e rivendicazione sociale. Partendo dal sounds synth-pop e new wave, periodo Bronski Beat, fino ad arrivare a ritmi dance e Hi-NRG, periodo Communards, unisce ritmi elettronici accelerati a una forte influenza della musica disco anni '70, che insieme alla voce esplosa in un virtuosissimo falsetto, danno vita a qualcosa di unico, straordinario e riconoscibile fin dalle prime note.





Il fulcro della figura di Somerville risiede però principalmente nel suo coraggio identitario, nella capacità e determinazione di rimanere fedele a sé stesso, alla propria storia e alla propria unicità senza curarsi dei danni che una tale esposizione avrebbe potuto arrecare alla sua carriera. In un'epoca segnata dal conservatorismo thatcheriano e dal devastante dilagare del virus HIV/AIDS, Somerville sceglie la strada della visibilità per dichiarare apertamente la propria omosessualità fin dall'esordio e schierarsi contro i pregiudizi e la lentezza della ricerca in quanto l’AIDS era ritenuta “the fag plague" la peste dei finocchi.

 

l'arresto il 6 febbraio 1992 a Londra durante una manifestazione per i diritti LGBTQ+

Somerville non è solo icona del movimento LGBTQ+ ma rivendica, con orgoglio e costanza, le proprie radici nella working class di Glasgow, portando la politica operaia e socialista direttamente nei club e nei canali mainstream. La sua è una militanza senza filtri, infatti, a differenza di molti colleghi che preferivano l'ambiguità per non mettere a repentaglio la propria immagine artistica, Somerville affronta temi di violenza omofoba, solitudine, discriminazione e panico sociale legati anche alla salute, con un'onestà disarmante, pagandone spesso il prezzo in termini di esposizione personale. Riesce così a sdoganare quello che fino ad allora o era totalmente tabù o veniva affrontato, soprattutto dagli artisti, con escamotages scenici che permettevano loro, in caso di censura o critica negativa, di attribuire trucco, outfit piumati o in lurex e movenze femminili a semplici costumi ed effetti di scena.

 


L'intuizione artistica più straordinaria di Jimmy è stata la nobilitazione del pop sintetico e della disco music. Jimmy comprende la potenza del contrasto tra un ritmo elettronico ballabile, energico e liberatorio e testi profondamente malinconici, arrabbiati o narrativi. La pista da ballo è diventata così uno spazio politico: un luogo di catarsi collettiva, ma anche di consapevolezza. Intuisce prima di altri il valore storico e sociale della disco music tradizionale. Invece di vederla come un genere commerciale sorpassato, la rilegge come l'autentica colonna sonora della liberazione e della diversità, legando il pop elettronico anni '80 alle radici della black music e della cultura underground dei club americani.

 


La sua cifra espressiva oltre ad un musetto che sembra uscito da un cartone animato, un look totalmente british da bravo ragazzo e un modo di ballare che conquista le piste della disco, è il suo celeberrimo falsetto. Questa scelta stilistica non era un semplice virtuosismo, ma una precisa dichiarazione di intenti. Quella voce acuta, affilata e potente rompeva gli schemi della vocalità maschile tradizionale dell'epoca. Era un canto flessibile, capace di passare da vette di vulnerabilità estrema a picchi di vibrante protesta. Somerville concepisce l'arte come un'esperienza collettiva e comunitaria. Le sue collaborazioni e la creazione di progetti musicali differenti rispondono all'idea che la musica debba unire le persone, abbattere le barriere e generare solidarietà e partecipazione attiva. 

 



In definitiva, Jimmy Somerville ha incarnato l'idea che l'artista pop non debba necessariamente compiacere il sistema, ma possa usarne le strutture per scuoterlo dall'interno, trasformando la vulnerabilità di un outsider nella forza d'urto di una generazione. A distanza di decenni, la parabola di Jimmy Somerville resta un unicum nella storia della musica pop. In un'era in cui l'industria consigliava la prudenza e il mascheramento, lui ha scelto la totale visibilità, dimostrando che si può ballare sotto le luci stroboscopiche portando nel cuore la rivoluzione. Più che una popstar, Somerville è stato il megafono di una generazione che si rifiutava di nascondersi, cambiando per sempre il rapporto tra musica d'intrattenimento e impegno civile e noi, ormai babbioni, nostalgici di una discoteca che rimane la migliore in assoluto, continuiamo ad amarlo tantissimo.


Giovanna Anversa

 









05 ottobre 2026

Emilia Parallela: quando la provincia accendeva il futuro

 Emilia Parallela: quando la provincia accendeva il futuro

 



C’è un’Emilia degli anni Ottanta che non coincide con la cartolina del benessere, con la televisione commerciale che conquista le case o con il ripiegamento privato passato alla storia come “riflusso”. È un’Emilia laterale, inquieta, creativa, fatta di circoli, concerti, fanzine, performance, amicizie di quartiere e linguaggi nati ai margini. A questa geografia umana e culturale guarda “Emilia Parallela”, documentario scritto e diretto da Michele Putortì e Andrea Palazzino, oggi sostenibile attraverso una campagna di crowdfunding su Produzioni dal Basso.

(https://www.produzionidalbasso.com/project/emilia-parallela-documentario/)


Raccontare oggi quella stagione significa interrogarci sul nostro presente. Le sottoculture degli anni Ottanta non erano mondi perfetti né immuni da contraddizioni, mondi dove convivevano identità forti, appartenenze talvolta conflittuali, rabbia sociale, desiderio di visibilità e bisogno di protezione. Eppure in quei locali, nelle cantine, nelle radio e nelle piazze si sperimentava qualcosa che oggi torna a essere urgente, la possibilità di creare spazi autonomi, non regolati esclusivamente dal mercato e non dipendenti dalla legittimazione dei grandi centri culturali.

 




“Emilia Parallela” si fa carico di portare alla luce un patrimonio che non appartiene soltanto a chi ha vissuto quegli anni. Parla anche a chi oggi cerca nella musica indipendente, nei centri culturali, nei festival autogestiti, nelle pratiche queer e nei collettivi creativi un modo per sottrarsi all’uniformità. Le forme cambiano, le piattaforme si moltiplicano, la circolazione delle immagini è diventata istantanea, resta però riconoscibile l’esigenza primaria di costruire luoghi in cui incontrarsi davvero e produrre un immaginario senza aspettare un’autorizzazione altrui.

 



Non è un caso che il film scelga di mettere in relazione performance teatrale e musica live, cronaca urbana e memoria personale, locali e territorio. Quella controcultura non fu una parentesi isolata, né una semplice importazione delle mode londinesi o berlinesi. Fu un processo di traduzione e rielaborazione di stili nati altrove nella pianura paranoica, nei contesti di provincia, nelle reti di amicizia e nei rapporti concreti tra le persone. Proprio questa capacità di reinventare linguaggi globali in una dimensione locale rende oggi quelle esperienze così significative.




Una mappa alternativa degli anni Ottanta

Il progetto sceglie di raccontare un decennio spesso derubricato a luoghi comuni come disimpegno, edonismo, Milano da bere e omologazione televisiva. Ma la storia non si esaurisce nelle immagini dominanti, nelle città e nei centri della via Emilia, proprio mentre tramontano le grandi appartenenze collettive della stagione dei movimenti, prendono forma spazi di aggregazione in cui musica, teatro e autoproduzione diventano pratiche concrete di resistenza culturale.

 



“Emilia Parallela” attraversa quella costellazione di luoghi, persone e sottoculture che seppero costruire un’altra idea di socialità. Non è semplice nostalgia per l’estetica punk, mod, skinhead, new wave o queer, ma l’indagine su una comunità plurale che tentava di produrre cultura fuori dai circuiti dominanti, spesso con pochi mezzi, ma con un’intensità che ha lasciato tracce profonde.

 



La provincia, in questa prospettiva, smette di essere periferia. Diventa un laboratorio, un luogo capace di anticipare sensibilità artistiche, linguaggi musicali e forme di convivenza che avrebbero trovato riconoscimento solo più tardi.

 




Il documentario parte da Parma e da due luoghi emblematici della controcultura cittadina: il Picasso e il Delta di Venere, che poi diventerà Onirica. Il primo nasce dall’esperienza di un collettivo fortemente legato ai movimenti di liberazione sessuale e fa della programmazione teatrale uno strumento di satira e critica verso il nuovo immaginario televisivo commerciale. L’Onirica, invece, raccoglie le energie di una generazione attratta dal mondo punk e new wave, in alternativa alla disco music allora predominante.




Da qui il racconto si dipana lungo la via Emilia, seguendo una vera e propria rete di punti incandescenti, da Piacenza, all’Osteria di Sacc e il Pluto, tra concerti, raduni mod e circolazione di fanzine; da Reggio Emilia, in una scena musicale vivacissima, dalla quale emergono esperienze e nomi destinati a segnare la musica italiana, come CCCP, Vinicio Capossela e Clan Destino con Luciano Ligabue e infine a Modena e il suo territorio, dove locali come Pakko e Mascotte erano capaci di richiamare giovani da molte regioni del Centro-Nord e di far incontrare culture giovanili differenti.

 



È soprattutto il Mascotte a incarnare l’idea di una provincia tutt’altro che chiusa, un crocevia frequentato da punk, mods e skinheads, un luogo di passaggio e contaminazione. In anni in cui le città vengono anche attraversate dal disagio delle bande di quartiere e dalla microcriminalità, questi spazi alternativi offrono una possibilità “altra”, quella di costruire identità attraverso la musica, le relazioni, la creatività e la partecipazione.




Il merito più interessante di “Emilia Parallela” è quello di rimettere in discussione il racconto degli anni Ottanta. Definire quel periodo soltanto come il tempo della disillusione, del consumo e della fuga nel privato rischia infatti di cancellare ciò che accadde lontano dalle luci più abbaglianti.
Dopo la fine delle grandi mobilitazioni collettive, molte ragazze e molti ragazzi non trovarono più nelle formule politiche tradizionali un riferimento sufficiente. Ma quel vuoto non generò soltanto passività, in diversi territori si trasformò in ricerca di suoni, corpi, immaginari, alleanze e modi nuovi di stare insieme.



 

La performance teatrale, il concerto dal vivo, la grafica, la radio libera, la fanzine, l’organizzazione di una serata; tutti gesti apparentemente minori, ma capaci di fondare una cultura dell’autonomia, non sempre accompagnata da un programma ideologico organico, certo, eppure animata da una precisa pulsione critica contro il conformismo, l’uniformità dei consumi e la riduzione della vita sociale a spettacolo.
In questo senso, il documentario non racconta solo una stagione musicale. Racconta la nascita di comunità temporanee ma decisive, dove le differenze non venivano necessariamente cancellate e dove la marginalità poteva trasformarsi in linguaggio, appartenenza e invenzione.




La provincia emiliana emerge allora come uno spazio meno periferico di quanto si sia abituati a pensare. Lontana dall’autoreferenzialità delle metropoli, ma non isolata, radicata nella dimensione locale, ma attraversata da influenze internazionali. Una provincia capace di produrre avanguardia proprio grazie a questa posizione intermedia, fatta di distanze ridotte, contatti diretti e desiderio di uscire dai confini prestabiliti. Lo spiega bene Giovanni Lindo Ferretti in una sua celebre chiave di lettura:

«Tra Carpi e Berlino c'è un legame speciale, perché a Carpi comincia l'autostrada del Brennero: perciò noi consideravamo Carpi come la periferia estrema di Berlino».




La campagna di crowdfunding è coerente con la materia stessa del film. Il contributo dei sostenitori servirà a finanziare le fasi di produzione e postproduzione (dalle riprese sul territorio al montaggio fino alla costruzione definitiva dell’opera) con l’obiettivo di garantire il tempo e la cura necessari a un progetto documentario ambizioso.
Ma l’operazione proposta da Michele Putortì, Andrea Palazzino e Kinoki Media va oltre la raccolta economica. La coproduzione dal basso viene presentata come una scelta culturale: partecipare alla realizzazione del film significa contribuire a rendere visibili storie, luoghi e persone che rischiano altrimenti di restare fuori dalla memoria collettiva.

 


È un aspetto particolarmente importante per un territorio come quello emiliano, dove molto del patrimonio culturale più vivo non è custodito soltanto negli archivi istituzionali. Vive anche nei ricordi di chi c’era, nei manifesti conservati in cantina, nelle fotografie di un concerto, nei racconti di una serata, nei nomi dei locali ormai scomparsi o trasformati. Un documentario può raccogliere e mettere in relazione queste tracce, restituendo loro non una celebrazione museale, ma una nuova possibilità di parlare al presente.




Ma la richiesta di sostegno contiene un significato più ampio. Un film dedicato a esperienze nate dall’autorganizzazione, dalla collaborazione e dalla costruzione di comunità sceglie coerentemente di crescere attraverso il coinvolgimento diretto del pubblico. Il crowdfunding non viene inteso soltanto come una soluzione economica, ma come una forma di corresponsabilità culturale. Chi contribuisce non finanzia semplicemente un prodotto preconfezionato, partecipa alla possibilità che una memoria dispersa trovi forma, voce e pubblico. Sostiene il lavoro di ricerca, le testimonianze, la raccolta delle immagini, la restituzione di un pezzo di storia italiana che difficilmente entrerebbe nei grandi racconti televisivi o nei circuiti produttivi più convenzionali.

 



È una scelta che richiama lo spirito stesso delle realtà raccontate. Se negli anni Ottanta la cultura alternativa passava attraverso una fanzine fotocopiata, un concerto organizzato con risorse minime o una radio capace di far circolare suoni altrimenti invisibili, oggi può passare anche dalla decisione collettiva di far esistere un documentario indipendente.




Sostenere “Emilia Parallela” significa quindi riconoscere il valore della memoria, ma anche rifiutare una memoria addomesticata. Significa dare spazio alle storie di chi ha abitato gli interstizi della cultura ufficiale. È una storia che ci riguarda, quella di giovani, collettivi, musicisti, organizzatori, performer e frequentatori di luoghi che hanno trasformato la marginalità in energia creativa.



 

Il documentario promette di restituire un ritratto corale degli anni del riflusso, mostrando che sotto la superficie del consumo e della televisione commerciale continuavano a pulsare esperienze di dissenso, desiderio e invenzione. Non grandi narrazioni ideologiche, forse, ma una miriade di pratiche quotidiane come la scelta di ascoltare altra musica, di vestirsi diversamente, di organizzare una serata, di fondare una band, di aprire un luogo, di immaginare relazioni più libere.



In un tempo in cui la cultura rischia spesso di essere valutata solo attraverso la visibilità immediata, i grandi numeri o l’hype da social, “Emilia Parallela” ci ricorda che le esperienze più importanti non nascono sempre al centro della scena. A volte crescono in luoghi considerati marginali, dentro comunità ristrette ma appassionate, e diventano decisive molto prima che qualcuno se ne accorga.

 


Per questo il crowdfunding non è un gesto accessorio. È parte del film, della sua ragione d’essere e del suo messaggio. Aiutare “Emilia Parallela” a crescere significa contribuire a far tornare visibile un’Emilia creativa, anticonformista e plurale, che non ha atteso di essere raccontata per esistere, ma che oggi merita finalmente di essere ascoltata.

 


Perché alcune storie non chiedono soltanto di essere ricordate. Chiedono di essere messe nuovamente in circolo. E perché, oggi come allora, la cultura indipendente continua a esistere solo quando qualcuno decide che vale la pena sostenerla.

¡Que viva Emilia Parallela!

 

 Stefano Superchi 

 

 

 








 

 

02 ottobre 2026

Acrobatiche Poetiche, la resistenza del teatro nei territori cremonesi

 Acrobatiche Poetiche, la resistenza del teatro nei territori cremonesi




Dal 25 settembre (e continuerà fino al 5 dicembre 2026) è tornata “Acrobatiche Poetiche”, la rassegna teatrale curata da RTB Cremona e giunta alla settima edizione. Dieci spettacoli, sei luoghi e cinque piazze compongono un itinerario di teatro contemporaneo che attraversa Cremona e la provincia, portando la scena anche fuori dai circuiti più consueti. 


Il tema scelto per quest’anno è “La resistenza dell’utopia”, un titolo che non indica un’evasione dalla realtà, ma il tentativo di difendere la possibilità di immaginare un mondo diverso proprio quando sembrano prevalere indifferenza, crisi economiche e smarrimento dei valori collettivi. Il teatro diventa così uno spazio di ricerca, confronto e partecipazione, ma anche un modo per interrogare il presente attraverso la memoria, la politica, la libertà individuale e il bisogno di ideali.



La caratteristica più significativa di Acrobatiche Poetiche è la sua natura itinerante. Gli spettacoli non si concentrano soltanto nei teatri cittadini, ma raggiungono sale, spazi culturali e luoghi di comunità: l’Ex Mensa Scolastica di Spino d’Adda, la Sala SOMS di Torre de’ Picenardi, il Teatro Monteverdi e il Teatro Filo di Cremona, il Teatro Gonzaga di Ostiano e il Teatro Comunale di Rivarolo del Re. È una geografia teatrale diffusa, capace di mettere in relazione il capoluogo e i centri della provincia. Il teatro, come suggerisce il programma di RTB Cremona, non arriva soltanto nei grandi centri, ma “si mette in cammino”. La rassegna costruisce così un pubblico itinerante, invitato a seguire gli spettacoli e a comporre un proprio percorso tra paesi e linguaggi diversi. 

Le compagnie provengono da varie parti d’Italia e sono state selezionate anche attraverso importanti circuiti e festival dedicati alla scena indipendente, fra cui i Fringe di Milano e Catania e il Festival Inventaria di Roma. Il risultato è un cartellone che alterna narrazione civile, teatro d’attore, memoria storica, riflessione politica e ricerca sui linguaggi contemporanei.




Il programma degli spettacoli


Il Temporale Forte

La rassegna si apre con “Il Temporale Forte”, scritto e interpretato da Alice Bignone, con Ermanno Rovella e la regia dello stesso Rovella. Prodotto da Salz e Retablo, lo spettacolo è ambientato tra il 25 luglio e l’8 settembre 1943, nel periodo compreso fra la caduta di Mussolini e l’occupazione nazista. Al centro della vicenda c’è una famiglia contadina, osservata nella quotidianità sconvolta dalla guerra. L’italiano si mescola ai dialetti del Nord e del Centro Italia, dando vita a una lingua popolare e teatrale, capace di restituire paure, conflitti ideologici e scelte individuali. 



 

Le cinque repliche inaugurali si tengono il 25 settembre a Spino d’Adda, il 26 a Torre de’ Picenardi, il 29 a Cremona, il 30 a Ostiano e il 1° ottobre a Rivarolo del Re.


Àrpád


Il 6, 7 e 8 ottobre arriva “Àrpád”, scritto da Fabio Rocco Oliva e interpretato da Alessio e Andrea Vellotti, con la regia di Andrea Vellotti. La produzione è firmata da PignetOff Teatro di Roma, con musiche originali di Alessio Vellotti. Il titolo si inserisce nel percorso della rassegna dedicato alle identità, alla memoria e alle fratture della storia. Le rappresentazioni sono previste al Teatro Monteverdi di Cremona, al Teatro Gonzaga di Ostiano e al Teatro Comunale di Rivarolo del Re.


 


Mi chiamavano Tina

La figura femminile torna al centro con “Mi chiamavano Tina”, scritto e interpretato da Manuela Fischietti, con la regia di Maura Pettorruso e la produzione Rifiuti Speciali di Trento. Lo spettacolo racconta una donna e il suo rapporto con il nome, la memoria e l’identità. È una storia di trasformazione personale che si collega a uno dei fili conduttori dell’edizione: la capacità delle donne di resistere, scegliere e ridefinire il proprio orizzonte.



Sarà in scena il 13 ottobre a Cremona, il 14 a Ostiano e il 15 a Rivarolo del Re.

La Società dei Ribelli


Con “La Società dei Ribelli”, Maura Pettorruso firma drammaturgia e regia. In scena Andrea Bonfanti e Stefano Pietro Detassis, per una produzione PequodCompagnia e TeatroE ETS di Trento. Il titolo richiama esplicitamente il tema della ribellione e della possibilità di opporsi a ciò che appare già stabilito. La storia si muove fra tensioni individuali e collettive, interrogando il senso della rivolta, della responsabilità e dell’appartenenza. La produzione è stata inoltre associata al Premio del Pubblico di Acrobatiche Poetiche 2025, assegnato per la miglior regia e il miglior interprete allo spettacolo Boxeur.

 



Le repliche si svolgeranno il 16 ottobre a Spino d’Adda, il 17 a Torre de’ Picenardi, il 27 a Cremona, il 28 a Ostiano e il 29 a Rivarolo del Re.


Inevitabile Tempesta


Il 20, 21 e 22 ottobre sarà la volta di "Inevitabile Tempesta", scritto da Giovanna Mori, interpretato da Laura Anzani e diretto da Ettore Distasio. La produzione è del Collettivo Distanza di Milano. Il titolo suggerisce un confronto con il cambiamento e con quelle crisi che, pur arrivando come eventi imprevedibili, finiscono per rivelare contraddizioni già presenti. 

 


Lo spettacolo sarà rappresentato al Teatro Filo di Cremona, al Teatro Gonzaga di Ostiano e al Teatro Comunale di Rivarolo del Re.

Nuovo Orizzonte


“Nuovo Orizzonte”, scritto e interpretato da Alessandra Donati, con musiche di Edoardo Bacchelli e video di Leonardo Battaglia, è una produzione I Leggendari e Todo Modo di Livorno. È un lavoro che guarda alla possibilità di ricominciare, di oltrepassare il limite e di riconoscere, anche nelle situazioni più difficili, un futuro ancora aperto. La presenza di musica e immagini amplia la dimensione narrativa, costruendo un dialogo fra corpo, voce e linguaggio audiovisivo.

 


Lo spettacolo attraverserà tutti i luoghi della rassegna: Cremona il 3 novembre, Ostiano il 4, Rivarolo del Re il 5, Spino d’Adda il 6 e Torre de’ Picenardi il 7 novembre.

Il Pedagogo dell’Infame

Il 10, 11 e 13 novembre sarà presentato “Il Pedagogo dell’Infame”, testo e regia di Riccardo Cacace, con Cacace e Marco Gualco. La produzione è della Compagnia Chierici Cicolella di Genova. Il lavoro affronta il tema della colpa e della costruzione del giudizio, interrogando il modo in cui una società individua, educa e condanna i propri “infami”. L’espressione contenuta nel titolo apre uno spazio di riflessione sul potere, sulla responsabilità e sui meccanismi con cui la storia ufficiale separa i colpevoli dagli innocenti.



Sandro

Con “Sandro”, scritto da Christian Poli, interpretato da Andrea Santonastaso e diretto da Nicola Bonazzi, la rassegna torna a confrontarsi con la memoria personale e con il racconto di una vita. La produzione del Teatro dell’Argine di Bologna sarà in scena il 17 novembre al Teatro Filo di Cremona, il 18 a Ostiano, il 19 a Rivarolo del Re, il 20 a Spino d’Adda e il 21 a Torre de’ Picenardi. 

 


Il percorso dello spettacolo, distribuito in cinque luoghi, conferma la vocazione territoriale della manifestazione: ogni replica diventa un’occasione per incontrare pubblici diversi e adattare il teatro alla dimensione concreta delle comunità.

La Papessa

Il 24, 25 e 26 novembre arriva “La Papessa”, testo di Andrea Balzola, interpretato da Beatrice Schiaffino, con musiche originali di Alessandro Panatteri e regia di Carmen Di Marzo. La produzione La Memoria del Teatro di Catania si concentra su una figura femminile sospesa fra storia, leggenda e immaginario. Il titolo evoca il tema dell’autorità, della trasgressione e dell’accesso delle donne a spazi tradizionalmente riservati agli uomini.

 


Lo spettacolo sarà rappresentato al Teatro Monteverdi di Cremona, al Teatro Gonzaga di Ostiano e al Teatro Comunale di Rivarolo del Re. 

Sotto Questo Crollo


A chiudere la settima edizione sarà “Sotto Questo Crollo”, scritto da Adriano Marenco, con Silvio Murari, Nathalie Bernardi e Alessia Pratolongo, per la regia di Simone Fraschetti. La produzione è del Collettivo Lubitsch di Torino. Il titolo sembra raccogliere molte delle domande sollevate dalla rassegna: che cosa rimane quando le certezze crollano? Quali relazioni, quali gesti e quali possibilità possono ancora nascere dentro una crisi? La scena diventa il luogo in cui il crollo non è soltanto una fine, ma anche la condizione da cui ripartire. Il lavoro ha ricevuto il Premio Letterario Nazionale La Clessidra e il Premio Internazionale Città di Castrovillari. 

 


Le repliche finali si terranno il 1° dicembre a Cremona, il 2 a Ostiano, il 3 a Rivarolo del Re, il 4 a Spino d’Adda e il 5 a Torre de’ Picenardi. 

 

Una stagione da attraversare.
Acrobatiche Poetiche propone dieci titoli, ma soprattutto un modo diverso di vivere una stagione teatrale. Non un semplice calendario di appuntamenti, bensì un percorso fra territori, compagnie e domande contemporanee. Il pubblico può scegliere formule a tre, cinque o nove spettacoli, oppure acquistare il biglietto per una singola rappresentazione. L’ingresso intero è indicato in 13,50 euro, con riduzioni per under 25, over 65 e universitari; sono inoltre previste tariffe dedicate a Bonus Cultura e Carta del Docente. 


In un panorama culturale spesso concentrato nei grandi centri, la rassegna di RTB Cremona rivendica il valore della prossimità. Portare il teatro a Spino d’Adda, Torre de’ Picenardi, Ostiano e Rivarolo del Re significa riconoscere che la domanda culturale non appartiene soltanto alle città e che anche una sala di paese può diventare luogo di pensiero, ascolto e confronto.
La “resistenza dell’utopia” passa allora anche dalla scelta di continuare a riunirsi, a raccontare storie e a considerare il teatro non come un lusso, ma come una forma concreta di cittadinanza.

A cura di Stefano Superchi


Jimmy Somerville, ovvero la nostalgia degli anni '80 che non torneranno

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