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25 settembre 2026

Intrecci d'Arte e di Vita: il viaggio creativo di Enrica

 Intrecci d'Arte e di Vita: il viaggio creativo di Enrica

 


 L'arte non è solo una tecnica da apprendere, ma un linguaggio universale e uno stimolo per la fantasia. Lo sa bene Enrica Barbiani, maestra d'asilo in pensione, che durante tutta la sua carriera ha fatto della creatività il cuore pulsante del suo metodo educativo. Lungi dal considerare l'arte come un passatempo o un'attività accessoria, la maestra l'ha sempre vissuta come uno strumento fondamentale di crescita cognitiva ed emotiva e la sua classe era un vero e proprio atelier a misura di bambino.

 


Liberata dagli impegni scolastici, ha incanalato la sua energia vitale in un percorso artistico sempre in divenire, sempre in movimento. La sua curiosità l'ha spinta a sperimentare e affinare diverse tecniche e a frequentare svariati corsi: dal delicato acquerello, alla precisione dell'intaglio del legno, fino alla stampa con caratteri mobili attraverso l'intaglio del linoleum.

 


Abile anche nel cucito crea borse e affini con stoffe spesso di recupero, abbinate in maniera elegantemente estrosa.
 

 



Che dire del teatro, esperienza significativa durata un decennio con la Compagnia dei Genitori Instabili e vissuta fuori dagli schemi dei laboratori tradizionali. Una vera e propria avventura collettiva, un percorso di vita in cui la recitazione, per altro imparata strada facendo, fu pretesto di crescita e arricchimento. Un'esperienza che, come ama raccontare, si è trasformata in un autentico corso di vita, fatto di condivisione, divertimento e amicizia.

 




Oggi, questa ex maestra continua a dimostrare che la passione per l'arte e l'amore per la scoperta non vanno mai in pensione, ma continuano a ispirare chi ne sente il bisogno. Da qualche tempo fa parte del “Collettivo d’Espressione Femminile” un gruppo di sole donne artiste e/o appassionate d’arte. Il Collettivo lavora su progetti: viene scelto un argomento da cui ogni partecipante fa nascere un’opera e la realizza con la tecnica che desidera, che le è più confacente, pittura, ceramica, scultura, fotografia, purché sia inerente al tema scelto.

 


L'intento del Collettivo si sviluppa su più fronti: incontrarsi per il piacere di stare insieme, scegliere un tema, parlarne, confrontarsi e poi mettersi al lavoro, ognuna col proprio talento, ognuna con la propria creatività. L’esito, una esposizione pluripersonale dove, dopo l’isolamento dedicato alla creazione dell’opera, il gruppo si ricompatta e diviene autore unico di vernissages rivelatisi di gran classe.

 

 



Enrica, insieme alle artiste del Collettivo, ha esposto le sue opere in due occasioni a Sabbioneta. La prima a Palazzo Forti con il lavoro “Trame”, presentato all'interno della mostra “Interferenze naturali di Mater AI”; qui l'artista ha rappresentato la propria visione sul rapporto tra natura e intelligenza artificiale, cogliendone l’inevitabile aggrovigliamento di trame.



 

La seconda a Palazzo del Cavalleggero in occasione della collettiva “La torre di Babele - sguardo femminile sulle macerie dell’umanità”. In questa circostanza ha proposto il quadro “Cecità”, che esprime magnificamente l’essenza del denaro e del suo valore in una società in cui quest'ultimo, ormai solo al comando, appare antropomorfo. L'opera si fa così voce di una sensibilità che rifiuta l’indifferenza e che, attraverso l’arte, tenta di ricomporre i frammenti dispersi di un’umanità ferita.

 



Il modo che ha Enrica di vivere la creatività è un bottone sempre in modalità ON, si lascia attraversare dalle curiosità: vede un corso, lo prova e lo unisce ad altre idee. Lei dipinge, cuce, intaglia, recita, vive, partecipa! L’intreccio di queste esperienze artistiche e la sua voracità espressiva danno vita a visioni profonde, capaci di tradurre i suoi moti dell'anima in una partecipazione attiva ed empatica, specchio fedele del suo sentire e del suo modo di abitare la realtà.

 

Giovanna Anversa 

 

 


24 luglio 2026

Antoni Gaudí, l'Architetto filosofo della Natura

 Antoni Gaudí, l'Architetto filosofo della Natura

 


Passeggiando per Barcellona, capoluogo della Catalogna, si incontrano una serie di straordinari palazzi e costruzioni dallo stile architettonico colorato e unico, capaci di catturare l'armonia uomo-natura. Queste opere portano tutte il nome di Antoni Gaudí y Cornet, noto semplicemente come Antoni Gaudí. L'architetto, nato il 25 giugno 1852 muore 100 anni fa, il 10 giugno 1926 – ironia della sorte - investito da un tram mentre, in piedi in mezzo alla strada stava tornando a casa dal cantiere della sua grande opera, la Sagrada Familia all’epoca in costruzione, aveva 73 anni.

Gaudì, col suo stile inconfondibile, unico e mai visto prima, ha plasmato l'aspetto di una delle più affascinanti città del mediterraneo, che ospita la maggior parte delle sue creazioni, rendendola ammaliante, incantevole e fiabesca.

Le architetture di Gaudì sono dislocate in più punti e spesso poste tra quartieri dove gotico, romano e romanico, barocco e neoclassico si sposano col mare regalando a Barça angoli seducenti in cui lo sguardo si perde e l’anima si fa incredula.
Definito da Le Corbusier come il «plasmatore della pietra, del laterizio e del ferro», Gaudí seppe carpire lo spirito catalano, diventando anche un modello culturale, ossia il più importante esponente del Modernismo catalano e uno dei più importanti nomi dell’architettura europea in stile Art Nouveau.
 


 

Nato a Reus, nella Catalogna meridionale, Antoni Gaudí si trasferì a Barcellona nel 1869, dove conobbe diversi esponenti della Renaixença, un movimento politico e culturale che, tramite il recupero della lingua e della cultura catalane, auspicava l’autonomia dal governo castigliano. Questa prospettiva influenzerà molto il suo percorso artistico, dando spirito a un linguaggio molto personale e praticamente impossibile da incasellare ed eguagliare.
Conseguito, non senza fatica e interruzioni, il diploma in Architettura, Antoni Gaudí cominciò a viaggiare in Europa. A Parigi, dove era andato per visitare l’Esposizione Universale, entrò in contatto con i primi esponenti dell’Art Nouveau, movimento artistico nato alla fine dell'Ottocento nel contesto della seconda rivoluzione industriale, con lo scopo di portare la bellezza nella vita quotidiana delle persone unendo arte e artigianato.

Il nuovo linguaggio architettonico venne personalizzato da Gaudí, che mescolò la grande ricchezza decorativa ispirata al mondo naturale e animale e l’interesse per i nuovi materiali industriali scoperti in Francia ed importati nella sua Catalunya dando così vita al Modernismo catalano divenuto famoso in tutto il mondo. Nonostante sia piena di arte da gustare quando si nomina Barcellona la prima cosa che viene in mente è l’architettura di Gaudí.
A Barcellona Gaudí, pur giovanissimo, iniziò ad avere numerosi incarichi e commissioni. Fu disegnatore nello studio del suo ex professore Joan Martorell, consigliere del filantropo Josep Maria Bocabella, che fu promotore della costruzione della Sagrada Familia, fino all’incontro con l’industriale Eusebi Güell, che divenne il suo mecenate.


 

 

Alcune delle opere famose ed iconiche dell’architetto catalano a Barcellona
 

Dopo le prime opere, come i lampioni di Plaça Reial, di Pla de Palau e Casa Vicens, negli ultimi decenni dell'Ottocento Gaudí comincia a lavorare a stretto contatto con Güell, costruendogli un palazzo che, per la prima volta includeva gli archi parabolici, che diverranno tipici del suo stile. Poco tempo dopo realizzò, ma senza finirlo, il colossale Parc Güell, un'opera urbanistica ambiziosa costruita sul fianco del Monte Carmelo e pensata come una città-giardino: al centro una grande piazza circondata da un colonnato, dove si accede tramite una grande scalinata popolata da creature immaginarie molto simili a lucertole, rivestite di coloratissimi frammenti di ceramica. Un'opera unica che contribuisce ad aumentare la sua inarrestabile fama.
 

La sua celebrità cresce ulteriormente grazie a due opere successive: Casa Batlló e Casa Milà, detta La Pedrera, due palazzi stupefacenti che renderanno la città riconoscibile in tutto il mondo e tutt’ora tra i più strabilianti dell’architettura mondiale. Si tratta di edifici dalle forme imprevedibili e gioiose, arricchite da elementi decorativi ispirati al mondo naturale carichi di dettagli colorati in ceramica, legno e ferro. Sorprende la mancanza di angoli nei muri che invece si presentano sinuosi come le onde del mare. Strepitosi anche negli interni e i tetti decorati da camini che in realtà sono vere e proprie statue.
 


 

Farolas di Plaça Reial


Le Farolas di Plaça Reial, anche conosciute come “i lampioni di Plaça Reial”, sono un esempio unico del talento di Gaudí come designer di elementi urbani. Risalgono al 1878 e sono uno dei pochissimi lavori che l’architetto fece per l’amministrazione pubblica barcellonese.

 

Casa Vicens


Trionfo di ferro battuto, forme sinuose e dettagli intricati sono costituiti da un fusto in ghisa sostenuto da un basamento in marmo. Rappresentano uno dei dettagli imperdibili di Plaça Reial situata a fianco della Rambla, dettagli che danno a questo angolo circondato da portici un’eleganza antica che sa di moderno, è una delle prime opere di Gaudí e un vero capolavoro dell’architettura modernista. Costruita tra il 1883 e il 1885 come casa di villeggiatura estiva della famiglia Vicens, rappresenta un punto di svolta nel lavoro di Gaudí, perché segna l’inizio del suo stile distintivo. Riconoscibile per la facciata decorata con piastrelle di ceramica bianche e verdi e dettagli ispirati alla natura, vedi i motivi floreali e le foglie di palma, è un colpo d’occhio indescrivibile. Anche l’interno , come tutte le opere del grande Gaudì, è altrettanto affascinante, colori vibranti e pareti rivestite di piastrelle colorate la rendono una dimora stupefacente, e una volta vista, difficile da dimenticare.


 

 

Casa Batlló
 

Costruita tra il 1904 e il 1906 come edificio residenziale della famiglia dell’industriale Josep Batlló y Casanovas. La facciata della Casa è un intricato splendore di forme sinuose e colori vivaci, con finestre che sembrano occhi che osservano il Passeig de Grácia e il traffico che lo attraversa a ogni ora del giorno. Il tetto di Casa Batlló, multicolore e ondulato, ricorda la pelle squamata di un dragone, un animale mitologico che torna spesso nell’opera di Gaudí e richiama la leggenda di Sant Jordi, patrono della Catalogna. L’interno di Casa Batlló è ugualmente stupefacente: varcare la porta di Casa Batlló è come entrare in un magico universo parallelo ricco di simbolismi e angoli fiabeschi dove le pareti sembrano onde e non hanno angoli.
 

 

Casa Milà, detta La Pedrera

Casa Milà, particolare


 
Anch’essa situata in bella mostra in coda al Passeig de Grácia si riconosce immediatamente dall’iconica facciata costruita con grezzi blocchi di roccia da farla sembrare incastonata in una grotta, cosa che le è valso il soprannome di Pedrera che significa cava. In cima domina un enorme terrazzo visitatissimo grazie ai suoi “fumaioli” che hanno sì la funzione di canne fumarie, ma che ricordano soldati medievali, con tanto di corazze ed elmi, più che veri e propri camini. Questi strani ometti sono in pietra ricoperta di tufo, appoggiano sull’ampio terrazzo tutto ondulato e pieno di scale che formano un affascinante sali-scendi, alcuni sono ricoperti di mosaici fatti di vetri spezzati, nello stile che ritroviamo in altri lavori dell’artista.

 

 

 

Parc Güell

Parc Güell


 

Che dire del Parc Güell? Luogo incantato che sembra uscito da un sogno in cui la natura si armonizza con grazia all’architettura. Commissionato dall’industriale Eusebi Güell, questo parco pubblico fu progettato da Gaudí tra il 1900 e il 1914. Il suo angolo più famoso e fotografato è probabilmente la grande terrazza dalle panche in pietra ricoperte di piastrelle spezzettate di ceramica smaltata chiamate trencadís da cui si può ammirare una vista panoramica mozzafiato sulla città. Le terrazze non sono l’unico punto forte del parco, iconici anche la scalinata all’ingresso, dove riposa pigra lasalamandra mosaicata, e il Pórtico de la Lavandera caratterizzato da una forma ondulata che si appoggia su colonne inclinate, aspetti che lo rendono unico ed emblematico.




La Sagrada Familia





La Sagrada Familia

 


 
Se Casa Batlò e Casa Milà continuano a sorprendere e generare la sindrome di Stendhal, dal suo esordio fino alla morte, Gaudí lavorò incessantemente a quello che viene ritenuto il suo progetto più complesso ed ambizioso rimasto purtroppo incompiuto: la Sagrada Familia, ufficialmente chiamata "il Tempio Espiatorio della Sacra Famiglia", con l’ambizione di farla diventare la nuova Cattedrale di Barcellona. Stravolgendo l’originario progetto di Francisco de Paula del Villar y Lozano, Gaudí immaginò una chiesa maestosa e rivoluzionaria, divisa in blocchi indipendenti con elementi sotterranei e volumi aerei.

La facciata esterna è un tripudio di dettagli intricati e simbolismo religioso, mentre l’interno con le sue colonne gigantesche, che sembrano alberi magici svettanti verso il soffitto, e le vetrate colorate che generano giochi di luce pazzeschi, toglie letteralmente il fiato. Seppur inconclusa, visitare la Sagrada Familia è un’esperienza indimenticabile, non oso immaginare cosa sarebbe se Gaudì l’avesse terminata.
 

 


L’opera subisce interruzioni costanti ed è ancora in costruzione. La data è cambiata molte volte, ma in teoria si prevede che sarà completata entro la fine del 2026, in occasione appunto del centenario della morte dell’architetto: il progetto era articolato e di ardua realizzazione, anche a causa delle altissime guglie quindi, per le difficoltà tecniche incontrate, diventò sempre più difficile procurarsi i finanziamenti. Quando i lavori ripartirono, Gaudí riuscì a vedere completata solo la costruzione di uno dei campanili, quello dedicato a San Barnaba, perché il 7 giugno, fu travolto dal tram numero 30, il primo messo in circolazione a Barcellona. Quel giorno Gaudì aveva concluso la sua giornata di lavoro al cantiere della Sagrada Família e si stava incamminando a piedi, come faceva ogni sera, verso la chiesa di Sant Felip Neri, situata nel quartiere Gotico, per confessarsi e pregare. A causa del forte impatto, perse conoscenza.

Ormai anziano, oltre che un artista galattico, era diventato un vero e proprio asceta tant’è che, a causa del suo abbigliamento umile e trasandato e dell'assenza di documenti, fu scambiato per un mendicante o un vagabondo. Diversi passanti e tassisti si rifiutarono inizialmente di soccorrerlo o di portarlo in ospedale proprio per via del suo aspetto dimesso. Fu infine trasportato all'Ospedale della Santa Creu, dove gli fu diagnosticato un grave trauma cranico. Aveva con sé soltanto un libro dei Vangeli. Venne riconosciuto solo il giorno dopo l’incidente dal cappellano della Sagrada Família. Nonostante le cure, morì tre giorni dopo l'incidente, il 10 giugno. Il 12 giugno si tenne una grandiosa cerimonia pubblica, alla quale parteciparono migliaia di cittadini e ammiratori. Venne sepolto solennemente nella cripta della Sagrada Família, il suo capolavoro incompiuto.

 



Antoni Gaudì nel periodo delle Avanguardie è riuscito a dare alla città di Barcellona quel qualcosa in più che ancora oggi la rende unica, favolosa e magica, un insieme di colori vivacissimi e forme smussate che non si possono vedere in nessun altro luogo al mondo. L’unicità di questo genio dell’architettura è tale da renderlo ancora oggi uno dei più amati ed inimitabili di sempre, in effetti nessuno più si è azzardato ad imitare le sue forme. La forza narrativa ed espressiva che caratterizza le sue opere fa sì che nessuno possa sentirsi estraneo alle sue architetture visionarie, oniriche e romanzate. In ogni costruzione racconta una storia affascinante e fuori dal tempo, pregna di riferimenti e di particolari nascosti. Ogni luogo dove si erge una sua opera diventa fiaba, magia, sogno, luogo incantato per piccoli e grandi, per chi di architettura ha conoscenza e passione e per chi ne è totalmente estraneo.


 

 

 

«L'originalità consiste nel tornare all'origine». Con queste parole Gaudì definiva la sua arte che nella natura trova l'essenza e il significato dell'architettura, guardando le sue opere si prova quell’ incanto e quell’emozione come la natura sa dare.


Giovanna Anversa



19 giugno 2026

John Heartfield, l’uomo che trasformò il fotomontaggio in un’arma contro il potere


 John Heartfield, l’uomo che trasformò il fotomontaggio in un’arma contro il potere

 


 Il 19 giugno 1891 nasceva a Berlino John Heartfield, uno degli artisti più radicali e politicamente incisivi del Novecento, considerato il fondatore del fotomontaggio moderno a fini satirici e di denuncia sociale. La sua scelta di cambiare nome da Helmut Herzfeld a John Heartfield, in piena Prima guerra mondiale, fu già un gesto di rottura simbolica contro il nazionalismo tedesco e un’anticipazione del ruolo che l’arte avrebbe avuto nella sua vita: non semplice espressione individuale, ma campo di battaglia.




Heartfield trasforma presto il fotomontaggio in una vera e propria arma visiva contro il potere. Nelle pagine dell’“Arbeiter-Illustrierte-Zeitung” (AIZ), rivista vicina al Partito Comunista tedesco, pubblica immagini che smontano la retorica del nazismo, della borghesia e del capitalismo, ricomponendo fotografie, slogan e simboli in composizioni spietatamente chiare.



Celebre è il fotomontaggio che mostra Adolf Hitler nell’atto di ricevere denaro dai grandi industriali, una sintesi brutale del legame tra potere economico e regime che la propaganda ufficiale occultava. In un’epoca dominata dalla stampa illustrata, Heartfield usa lo stesso linguaggio delle riviste per ribaltarne il senso: dove la propaganda costruisce consenso, lui insinua il dubbio, la risata corrosiva, la consapevolezza politica.

 


 

Questa radicalità ha un costo altissimo. Con l’ascesa del nazismo, i suoi lavori vengono bollati come “arte degenerata”, censurati, rimossi dagli spazi espositivi e dalla sfera pubblica. Heartfield è costretto a fuggire dalla Germania nel 1933, trovando riparo prima in Cecoslovacchia, dove continua a lavorare contro il fascismo, poi in Inghilterra, sempre sorvegliato e considerato figura scomoda.



Nemmeno il dopoguerra gli garantisce una piena pacificazione: rientrato nella Germania dell’Est nel 1950, ottiene riconoscimenti ma vive anche momenti di sospetto e marginalità, perché il suo linguaggio rimane troppo diretto, poco addomesticabile, difficile da incasellare anche dentro i canonici confini del realismo socialista. La sua carriera appare così come una lunga linea di resistenza: contro il nazismo, contro ogni forma di propaganda, e perfino contro certi irrigidimenti ideologici dei contesti in cui si trova a operare.




Se guardiamo alla scena italiana, non troviamo artisti simili ad Heartfield, ma piuttosto eredi lontani della sua capacità di usare l’immagine come strumento di critica o di messa in crisi della realtà. Mimmo Rotella, ad esempio, ribalta il manifesto pubblicitario con il suo décollage: strappa, sovrappone, lacera le icone della società dei consumi, trasformando la pelle urbana della città in un commento implicito sul bombardamento visivo del Dopoguerra. Le sue superfici lacerate, fatte di brand, volti di star del cinema e slogan, sono un modo diverso, ma ugualmente radicale, di rivelare le contraddizioni di un’epoca.


Mimmo Rotella - Dio, Patria, Re

Tano Festa, tra i protagonisti della Pop Art italiana e della Scuola di Piazza del Popolo, prende a prestito i frammenti della grande tradizione – Michelangelo, in particolare – per ricodificarli dentro un immaginario pop, malinconico e critico insieme. Nel suo lavoro la citazione colta e l’iconografia di massa si toccano, come se l’artista volesse ricordarci che anche il patrimonio più “sacro” è esposto alle logiche dello sguardo contemporaneo, della riproducibilità, del consumo visivo.


Tano Festa - La creazione dell'Uomo

Ugo Nespolo, con la sua poliedricità e l’impronta ironica, attraversa pop art, concettuale e sperimentazioni grafiche, spesso con un gusto per la narrazione visiva che flirta con la pubblicità, il cinema, la grafica applicata. Nelle sue opere più vicine alla grafica militante e alla comunicazione visiva, l’immagine diventa racconto, slogan, gioco serio: un modo per far scivolare il commento sociale dentro una superficie colorata, apparentemente leggera, ma tutt’altro che innocente.


Ugo Nespolo - Constructor ad arte

In tutti questi casi lo spirito heartfieldiano non è una citazione diretta, ma un’eco: l’idea che l’arte possa intervenire sul modo in cui guardiamo il mondo, sul bombardamento di segni, sulla retorica del potere e del consumo, piegando le stesse immagini che ci circondano fino a farne strumenti di interrogazione, se non di aperta critica.




La forza di Heartfield sta anche nella sua straordinaria attualità. In un mondo in cui la comunicazione politica passa attraverso immagini sintetiche, meme, grafiche virali, i suoi fotomontaggi sembrano anticipare il nostro presente: una frase breve, una composizione visiva netta, un rovesciamento ironico che chiede allo spettatore di schierarsi. Le sue tavole per l’AIZ funzionavano come post in grado di circolare, sorprendere, fissarsi nella memoria, molto prima che esistessero i social network.



Ricordarlo il 19 giugno significa allora non solo celebrare un innovatore del linguaggio visivo, ma interrogare il nostro uso quotidiano delle immagini. Heartfield ci invita a non essere spettatori passivi di ciò che scorre davanti agli occhi: a leggere, decostruire, sospettare, correggere, rispondere. È una lezione che riguarda chiunque si occupi oggi di cultura, comunicazione e narrazione del reale, dal fotogiornalismo alla grafica, fino ai progetti di memoria dei territori.

 



Per chi si occupa di cultura, la storia di John Heartfield è un promemoria potente: ogni immagine porta con sé una responsabilità. Chi la crea, chi la seleziona, chi la pubblica partecipa a una partita che non è mai neutra, perché tocca la percezione pubblica di ciò che è giusto, accettabile, desiderabile. Nell’opera di Heartfield, come in quella di Rotella, Festa o Nespolo, c’è l’idea che l’arte non si limiti a decorare il mondo, ma lo interroghi, lo scomponga, lo metta in tensione.

 

John Heartfield - La colomba della pace muore


In tempi di disinformazione, revisionismi e slogan che si consumano in poche ore, tornare a Heartfield significa chiedersi che cosa possa ancora fare un’immagine quando smette di essere pura superficie e torna a essere gesto politico. È forse qui che i suoi eredi continuano a lavorare, nella sottile ma determinante distanza tra vedere e capire.

 

Stefano Superchi 

 




 




24 maggio 2026

Tra passato e materia: Giorgio Tentolini espone a Cremona e alla Reggia di Colorno

 Tra passato e materia: Giorgio Tentolini espone a Cremona e alla Reggia di Colorno

 



Un maggio ricco di appuntamenti per l'arte contemporanea porta in primo piano il nome di Giorgio Tentolini, artista casalasco di fama internazionale che in queste settimane è protagonista di due importanti esposizioni nel cuore della Pianura Padana: prima al Museo Archeologico San Lorenzo di Cremona, poi alla splendida Reggia di Colorno.



 

Antico Presente a Cremona
Mesh portrait 

Dal 22 al 31 maggio 2026, le sale del Museo Archeologico San Lorenzo di Cremona ospitano Antico Presente, un'installazione site-specific concepita da Tentolini per dialogare con l'antico contesto museale. L'inaugurazione si è tenuta giovedì 21 maggio alle ore 18:00, aprendo il dialogo tra le opere dell'artista e i reperti storici della collezione permanente. Il progetto porta l'arte contemporanea a confrontarsi con la storia millenaria custodita tra le mura di via San Lorenzo, 4, in un gioco di sovrapposizioni tra memoria e presente che è il marchio distintivo della ricerca di Tentolini.



 

Parnaso alla Reggia di Colorno

A partire dal 30 maggio e fino al 5 luglio 2026, il percorso espositivo si sposta alla Reggia di Colorno, la magnifica residenza ducale in provincia di Parma spesso definita la "Versailles italiana". Qui Tentolini presenta Parnaso, mostra personale che già dal titolo, evocativo del monte sacro alle Muse, propone una riflessione sulla conoscenza, la bellezza e le radici della civiltà. La conferenza stampa di presentazione si è tenuta il 15 maggio al Museo Mupac di Colorno, anticipando l'attesa dell'apertura.


 

Un artista figlio del Po

Giorgio Tentolini nasce il 3 luglio 1978 a Casalmaggiore, in provincia di Cremona, e ancora oggi vive e lavora tra le campagne di Vicobellignano, in una casa colonica con torre-colombaia affacciata sugli argini del Po. Questo radicamento nel paesaggio padano non è un dettaglio biografico secondario: il fiume, la luce diffusa della pianura, la stratificazione silenziosa del tempo in quei luoghi hanno alimentato fin dall'inizio una poetica tutta centrata su memoria, identità e trasparenza. Dopo un tentativo di aprire studio a Milano, l'artista ha scelto di tornare al suo territorio, da cui oggi raggiunge le sedi espositive più prestigiose d'Europa e del mondo.



 

La tecnica: luce attraverso la materia. Face in metallic net 

La cifra stilistica di Tentolini è immediatamente riconoscibile: le sue opere nascono dalla sovrapposizione di strati di rete metallica, tulle, carte e PVC, su cui vengono incise o depositate immagini fotografiche, volti di donne, silhouette di sculture antiche, architetture. Il risultato è un'opera che oscilla tra pittura e scultura, capace di mutare al variare della luce e del punto di osservazione dello spettatore. La levità meditativa di questi materiali crea metafore visive di luoghi, ricordi, sogni e visioni, in un lavoro che fin dagli anni 2000 ha ottenuto riconoscimenti nazionali e internazionali.



Un percorso di riconoscimenti

La carriera di Tentolini è costellata di presenze in sedi di primissimo rango: il Palazzo Reale di Milano, il Teatro Regio di Parma, il MAR di Ravenna, il Museo Etrusco di Roma, l'Istituto Italiano di Cultura ad Atene, fino all'Assemblea legislativa dell'Emilia-Romagna e al Consiglio della Regione Lombardia nel grattacielo Pirelli. Ha esposto anche a Parigi, Amsterdam, Berlino, Londra, Ginevra, negli Stati Uniti e a Taiwan. Tra i premi ricevuti figurano il Rigamonti, il Nocivelli, il Paratissima e l'Arteam Cup. Il riconoscimento più alto è arrivato nel 2024, con la partecipazione alla 60ª Biennale di Venezia nel padiglione del Camerun, ospitato nelle prestigiose sale di Palazzo Donà Dalle Rose.



Il legame con la sua città d'origine è rimasto invece solido e costante: il Museo Diotti di Casalmaggiore lo ha ospitato fin dal 2007 con la personale Animula vagula blandula, e nel corso degli anni Tentolini ha donato alla collezione civica alcune delle sue opere.
Un artista che guarda al mondo intero senza mai dimenticare da dove viene.


a cura di Stefano Superchi



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