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05 ottobre 2026

Emilia Parallela: quando la provincia accendeva il futuro

 Emilia Parallela: quando la provincia accendeva il futuro

 



C’è un’Emilia degli anni Ottanta che non coincide con la cartolina del benessere, con la televisione commerciale che conquista le case o con il ripiegamento privato passato alla storia come “riflusso”. È un’Emilia laterale, inquieta, creativa, fatta di circoli, concerti, fanzine, performance, amicizie di quartiere e linguaggi nati ai margini. A questa geografia umana e culturale guarda “Emilia Parallela”, documentario scritto e diretto da Michele Putortì e Andrea Palazzino, oggi sostenibile attraverso una campagna di crowdfunding su Produzioni dal Basso.

(https://www.produzionidalbasso.com/project/emilia-parallela-documentario/)


Raccontare oggi quella stagione significa interrogarci sul nostro presente. Le sottoculture degli anni Ottanta non erano mondi perfetti né immuni da contraddizioni, mondi dove convivevano identità forti, appartenenze talvolta conflittuali, rabbia sociale, desiderio di visibilità e bisogno di protezione. Eppure in quei locali, nelle cantine, nelle radio e nelle piazze si sperimentava qualcosa che oggi torna a essere urgente, la possibilità di creare spazi autonomi, non regolati esclusivamente dal mercato e non dipendenti dalla legittimazione dei grandi centri culturali.

 




“Emilia Parallela” si fa carico di portare alla luce un patrimonio che non appartiene soltanto a chi ha vissuto quegli anni. Parla anche a chi oggi cerca nella musica indipendente, nei centri culturali, nei festival autogestiti, nelle pratiche queer e nei collettivi creativi un modo per sottrarsi all’uniformità. Le forme cambiano, le piattaforme si moltiplicano, la circolazione delle immagini è diventata istantanea, resta però riconoscibile l’esigenza primaria di costruire luoghi in cui incontrarsi davvero e produrre un immaginario senza aspettare un’autorizzazione altrui.

 



Non è un caso che il film scelga di mettere in relazione performance teatrale e musica live, cronaca urbana e memoria personale, locali e territorio. Quella controcultura non fu una parentesi isolata, né una semplice importazione delle mode londinesi o berlinesi. Fu un processo di traduzione e rielaborazione di stili nati altrove nella pianura paranoica, nei contesti di provincia, nelle reti di amicizia e nei rapporti concreti tra le persone. Proprio questa capacità di reinventare linguaggi globali in una dimensione locale rende oggi quelle esperienze così significative.




Una mappa alternativa degli anni Ottanta

Il progetto sceglie di raccontare un decennio spesso derubricato a luoghi comuni come disimpegno, edonismo, Milano da bere e omologazione televisiva. Ma la storia non si esaurisce nelle immagini dominanti, nelle città e nei centri della via Emilia, proprio mentre tramontano le grandi appartenenze collettive della stagione dei movimenti, prendono forma spazi di aggregazione in cui musica, teatro e autoproduzione diventano pratiche concrete di resistenza culturale.

 



“Emilia Parallela” attraversa quella costellazione di luoghi, persone e sottoculture che seppero costruire un’altra idea di socialità. Non è semplice nostalgia per l’estetica punk, mod, skinhead, new wave o queer, ma l’indagine su una comunità plurale che tentava di produrre cultura fuori dai circuiti dominanti, spesso con pochi mezzi, ma con un’intensità che ha lasciato tracce profonde.

 



La provincia, in questa prospettiva, smette di essere periferia. Diventa un laboratorio, un luogo capace di anticipare sensibilità artistiche, linguaggi musicali e forme di convivenza che avrebbero trovato riconoscimento solo più tardi.

 




Il documentario parte da Parma e da due luoghi emblematici della controcultura cittadina: il Picasso e il Delta di Venere, che poi diventerà Onirica. Il primo nasce dall’esperienza di un collettivo fortemente legato ai movimenti di liberazione sessuale e fa della programmazione teatrale uno strumento di satira e critica verso il nuovo immaginario televisivo commerciale. L’Onirica, invece, raccoglie le energie di una generazione attratta dal mondo punk e new wave, in alternativa alla disco music allora predominante.




Da qui il racconto si dipana lungo la via Emilia, seguendo una vera e propria rete di punti incandescenti, da Piacenza, all’Osteria di Sacc e il Pluto, tra concerti, raduni mod e circolazione di fanzine; da Reggio Emilia, in una scena musicale vivacissima, dalla quale emergono esperienze e nomi destinati a segnare la musica italiana, come CCCP, Vinicio Capossela e Clan Destino con Luciano Ligabue e infine a Modena e il suo territorio, dove locali come Pakko e Mascotte erano capaci di richiamare giovani da molte regioni del Centro-Nord e di far incontrare culture giovanili differenti.

 



È soprattutto il Mascotte a incarnare l’idea di una provincia tutt’altro che chiusa, un crocevia frequentato da punk, mods e skinheads, un luogo di passaggio e contaminazione. In anni in cui le città vengono anche attraversate dal disagio delle bande di quartiere e dalla microcriminalità, questi spazi alternativi offrono una possibilità “altra”, quella di costruire identità attraverso la musica, le relazioni, la creatività e la partecipazione.




Il merito più interessante di “Emilia Parallela” è quello di rimettere in discussione il racconto degli anni Ottanta. Definire quel periodo soltanto come il tempo della disillusione, del consumo e della fuga nel privato rischia infatti di cancellare ciò che accadde lontano dalle luci più abbaglianti.
Dopo la fine delle grandi mobilitazioni collettive, molte ragazze e molti ragazzi non trovarono più nelle formule politiche tradizionali un riferimento sufficiente. Ma quel vuoto non generò soltanto passività, in diversi territori si trasformò in ricerca di suoni, corpi, immaginari, alleanze e modi nuovi di stare insieme.



 

La performance teatrale, il concerto dal vivo, la grafica, la radio libera, la fanzine, l’organizzazione di una serata; tutti gesti apparentemente minori, ma capaci di fondare una cultura dell’autonomia, non sempre accompagnata da un programma ideologico organico, certo, eppure animata da una precisa pulsione critica contro il conformismo, l’uniformità dei consumi e la riduzione della vita sociale a spettacolo.
In questo senso, il documentario non racconta solo una stagione musicale. Racconta la nascita di comunità temporanee ma decisive, dove le differenze non venivano necessariamente cancellate e dove la marginalità poteva trasformarsi in linguaggio, appartenenza e invenzione.




La provincia emiliana emerge allora come uno spazio meno periferico di quanto si sia abituati a pensare. Lontana dall’autoreferenzialità delle metropoli, ma non isolata, radicata nella dimensione locale, ma attraversata da influenze internazionali. Una provincia capace di produrre avanguardia proprio grazie a questa posizione intermedia, fatta di distanze ridotte, contatti diretti e desiderio di uscire dai confini prestabiliti. Lo spiega bene Giovanni Lindo Ferretti in una sua celebre chiave di lettura:

«Tra Carpi e Berlino c'è un legame speciale, perché a Carpi comincia l'autostrada del Brennero: perciò noi consideravamo Carpi come la periferia estrema di Berlino».




La campagna di crowdfunding è coerente con la materia stessa del film. Il contributo dei sostenitori servirà a finanziare le fasi di produzione e postproduzione (dalle riprese sul territorio al montaggio fino alla costruzione definitiva dell’opera) con l’obiettivo di garantire il tempo e la cura necessari a un progetto documentario ambizioso.
Ma l’operazione proposta da Michele Putortì, Andrea Palazzino e Kinoki Media va oltre la raccolta economica. La coproduzione dal basso viene presentata come una scelta culturale: partecipare alla realizzazione del film significa contribuire a rendere visibili storie, luoghi e persone che rischiano altrimenti di restare fuori dalla memoria collettiva.

 


È un aspetto particolarmente importante per un territorio come quello emiliano, dove molto del patrimonio culturale più vivo non è custodito soltanto negli archivi istituzionali. Vive anche nei ricordi di chi c’era, nei manifesti conservati in cantina, nelle fotografie di un concerto, nei racconti di una serata, nei nomi dei locali ormai scomparsi o trasformati. Un documentario può raccogliere e mettere in relazione queste tracce, restituendo loro non una celebrazione museale, ma una nuova possibilità di parlare al presente.




Ma la richiesta di sostegno contiene un significato più ampio. Un film dedicato a esperienze nate dall’autorganizzazione, dalla collaborazione e dalla costruzione di comunità sceglie coerentemente di crescere attraverso il coinvolgimento diretto del pubblico. Il crowdfunding non viene inteso soltanto come una soluzione economica, ma come una forma di corresponsabilità culturale. Chi contribuisce non finanzia semplicemente un prodotto preconfezionato, partecipa alla possibilità che una memoria dispersa trovi forma, voce e pubblico. Sostiene il lavoro di ricerca, le testimonianze, la raccolta delle immagini, la restituzione di un pezzo di storia italiana che difficilmente entrerebbe nei grandi racconti televisivi o nei circuiti produttivi più convenzionali.

 



È una scelta che richiama lo spirito stesso delle realtà raccontate. Se negli anni Ottanta la cultura alternativa passava attraverso una fanzine fotocopiata, un concerto organizzato con risorse minime o una radio capace di far circolare suoni altrimenti invisibili, oggi può passare anche dalla decisione collettiva di far esistere un documentario indipendente.




Sostenere “Emilia Parallela” significa quindi riconoscere il valore della memoria, ma anche rifiutare una memoria addomesticata. Significa dare spazio alle storie di chi ha abitato gli interstizi della cultura ufficiale. È una storia che ci riguarda, quella di giovani, collettivi, musicisti, organizzatori, performer e frequentatori di luoghi che hanno trasformato la marginalità in energia creativa.



 

Il documentario promette di restituire un ritratto corale degli anni del riflusso, mostrando che sotto la superficie del consumo e della televisione commerciale continuavano a pulsare esperienze di dissenso, desiderio e invenzione. Non grandi narrazioni ideologiche, forse, ma una miriade di pratiche quotidiane come la scelta di ascoltare altra musica, di vestirsi diversamente, di organizzare una serata, di fondare una band, di aprire un luogo, di immaginare relazioni più libere.



In un tempo in cui la cultura rischia spesso di essere valutata solo attraverso la visibilità immediata, i grandi numeri o l’hype da social, “Emilia Parallela” ci ricorda che le esperienze più importanti non nascono sempre al centro della scena. A volte crescono in luoghi considerati marginali, dentro comunità ristrette ma appassionate, e diventano decisive molto prima che qualcuno se ne accorga.

 


Per questo il crowdfunding non è un gesto accessorio. È parte del film, della sua ragione d’essere e del suo messaggio. Aiutare “Emilia Parallela” a crescere significa contribuire a far tornare visibile un’Emilia creativa, anticonformista e plurale, che non ha atteso di essere raccontata per esistere, ma che oggi merita finalmente di essere ascoltata.

 


Perché alcune storie non chiedono soltanto di essere ricordate. Chiedono di essere messe nuovamente in circolo. E perché, oggi come allora, la cultura indipendente continua a esistere solo quando qualcuno decide che vale la pena sostenerla.

¡Que viva Emilia Parallela!

 

 Stefano Superchi 

 

 

 








 

 

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