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01 agosto 2026

La fotografia come testimonianza civile: Dorothea Lange agli Scavi Scaligeri di Verona

 La fotografia come testimonianza civile: Dorothea Lange agli Scavi Scaligeri di Verona

 


 

Nel cuore di Verona, negli spazi suggestivi del Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri, si è aperta una mostra che non è soltanto un percorso visivo, ma un viaggio etico della storia del Novecento. Protagonista è Dorothea Lange, tra le più influenti fotografe americane del secolo scorso, il cui lavoro continua a interrogare lo sguardo contemporaneo con una forza che travalica il tempo.

 


 

Nota soprattutto per i suoi scatti realizzati durante la Grande Depressione, Lange ha costruito un linguaggio fotografico che sfugge alla mera documentazione per farsi strumento di denuncia e consapevolezza. Le immagini esposte a Verona restituiscono con intensità il cuore del suo progetto, raccontare le condizioni di vita delle classi più vulnerabili, rendere visibile ciò che la società tende a rimuovere.

 


Al centro della mostra si impone inevitabilmente “Migrant Mother” (1936), icona universale della sofferenza e della dignità umana. Ma ridurre Lange a un’unica fotografia sarebbe limitante; il percorso espositivo amplia lo sguardo su un’intera produzione segnata da un profondo impegno sociale. I volti dei lavoratori agricoli, delle famiglie sfollate, degli emarginati diventano presenze vive, mai oggetti passivi di osservazione. Lange non si limita a fotografare, costruisce una relazione, entra in dialogo con i soggetti, restituisce loro una voce.

 


Questa dimensione relazionale è uno degli aspetti più potenti della sua opera. Le sue immagini non sono mai invasive o sensazionalistiche; al contrario, si fondano su un rispetto radicale per la persona ritratta. In un’epoca in cui la fotografia sociale rischia spesso di scivolare nella spettacolarizzazione del dolore, il lavoro di Lange appare ancora oggi come un modello di responsabilità etica.

 


La mostra veronese sottolinea inoltre il contesto storico in cui queste fotografie nascono. Il progetto della Farm Security Administration, per cui Lange lavorò negli anni Trenta, non fu solo un incarico documentaristico, ma un’operazione politica e culturale: utilizzare l’immagine per sensibilizzare l’opinione pubblica e influenzare le politiche sociali. In questo senso, la fotografia diventa strumento attivo di cambiamento, capace di incidere nel dibattito pubblico.

 


Particolarmente significativa è anche la sezione dedicata agli anni della Seconda guerra mondiale, in cui Lange documentò l’internamento dei cittadini nippo-americani. Qui la sua ricerca assume toni ancora più esplicitamente critici: le immagini denunciano una violazione dei diritti civili che la narrazione ufficiale tendeva a giustificare o occultare. Ancora una volta, la fotografia si configura come atto di resistenza.

 


Visitare questa mostra significa confrontarsi con una domanda che resta aperta: quale può essere oggi il ruolo della fotografia sociale? In un mondo saturo di immagini, la lezione di Dorothea Lange invita a recuperare uno sguardo consapevole, capace di andare oltre la superficie e di interrogare le strutture profonde della realtà.

 


Agli Scavi Scaligeri, dunque, non si celebra soltanto una grande fotografa, ma si rinnova una riflessione urgente sul potere delle immagini. E sul dovere, sempre attuale, di guardare davvero cosa succede intorno a noi.

 per maggiori informazioni: link

Stefano Superchi 

 




17 luglio 2026

Osvaldo Bagnoli, il Mago della Bovisa che non volle mai diventare leggenda

 Osvaldo Bagnoli, il Mago della Bovisa che non volle mai diventare leggenda

 


 C’è una Milano che non fa rumore, che non si racconta nei salotti televisivi. È la Milano della Bovisa, delle fabbriche e dei cortili, delle mani sporche di lavoro e delle parole pesate con cura. È da lì che veniva Osvaldo Bagnoli. E forse è da lì che bisogna partire per ricordarlo.

Non è mai stato un personaggio, Bagnoli. Non lo voleva essere. In un calcio che già allora cominciava a costruire le sue fragili icone, lui restava defilato, schivo, con quella sua aria da uomo comune che sembrava capitato lì per caso. Ma non c’era niente di casuale, c’era una coerenza profonda che affondava le radici nella sua origine operaia.

 


Bagnoli parlava poco, e quando lo faceva non cercava mai la frase a effetto. Non aveva bisogno di convincere nessuno, bastava guardare le sue squadre. Organizzate, solidali, concrete. Squadre che lavoravano, più che brillare. Come lui.

E poi c’è Verona. O meglio, quella stagione che ancora oggi sembra uscita da un romanzo più che da un archivio sportivo. Lo scudetto del 1985 non è stato solo una vittoria, è stata 
un’anomalia nella logica del potere calcistico, una crepa nel sistema delle gerarchie previste. Il Verona non doveva vincere, non aveva nomi altisonanti, non aveva abbastanza tradizione, non aveva il peso. Aveva però un’idea, e aveva Osvaldo Bagnoli.


 

Una squadra costruita con intelligenza e misura, capace di battere le grandi senza mai perdere la propria identità. Non giocava un calcio spettacolare, nel senso più superficiale del termine, ma un calcio essenziale, oserei dire quasi etico. E in questo c’era tutto Bagnoli: il rifiuto del superfluo, la fiducia nel collettivo, la centralità del lavoro.

Quello scudetto resta ancora oggi un’anomalia luminosa e forse è giusto così perchè i miracoli non si ripetono.

 


Ma ridurre Bagnoli a quell’impresa sarebbe ingiusto. Ci sono stati anche i percorsi europei, la capacità di portare una provincia calcistica (Verona e Genoa) a confrontarsi senza timori con il resto del continente. Anche lì, senza proclami, senza retorica, solo con il lavoro e con una lucidità rara.

Dietro quell’apparente distanza c’era una vita che non sempre concedeva tregua. I problemi di salute della figlia lo segnarono, lasciando intuire una fragilità che lui non dava a vedere, ma che inevitabilmente attraversava le sue scelte e i suoi silenzi. In un mondo che pretendeva sempre presenza e dichiarazioni, Bagnoli sceglieva il passo indietro. Non certo per mancanza di argomenti, ma per misura.

 


E poi c’erano le sue idee. Mai ostentate, mai gridate. Ma chiare. Un pensiero vicino al mondo operaio da cui proveniva, una visione sociale che metteva al centro il lavoro, la dignità, la solidarietà. Anche nel calcio, che per lui non era mai solo spettacolo, ma senso di comunità, di responsabilità, di appartenenza.

Forse è per questo che oggi la sua figura appare ancora più distante dal mondo del calcio ipertrofico ed urlato di oggi. Non perché fosse fuori dal tempo, ma perché il tempo ha smesso di riconoscere uomini così. Uomini che non cercano di essere ricordati, e proprio per questo restano nella profondità, nella memoria di chi fatica a riconoscersi nel calcio odierno.

 


Osvaldo Bagnoli se n’è andato in silenzio, senza cambiare stile. Senza diventare altro da sé. E in fondo è questa la sua eredità più grande: aver dimostrato che si può vincere, anche molto, senza mai smettere di essere quello che si è.

Come nella Bovisa, da dove tutto è cominciato, e niente ha bisogno di essere spiegato.

Stefano Superchi 

 

 

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