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24 marzo 2025

Evolution Week, a Parma con i Casalmattori

Evolution Week, una settimana dedicata alla tecnologia voluta dalle aziende di Parma EasyTech e EmiRonet, con la straordinaria partecipazione dei Casalmatori

    


Si è concluso ieri a Parma l'evento Evolution Week organizzato dalle aziende EasyTech e EmiRonet, leader nel mondo dell'informatica e delle telecomunicazioni che  compiono 10 anni.



L'iniziativa ha visto la collaborazione con gli studenti del Liceo Artistico Toschi di Parma che han dato vita al percorso espositivo L'evoluzione negli occhi presso Laboratorio Aperto con sede in Vicolo delle Asse, 5.

 


Le due aziende, che basano i propri servizi sulla tecnologia, hanno voluto dare un senso etico e morale al loro lavoro, evidenziando attraverso l'arte, come lo sviluppo tecnologico possa essere una grande risorsa per la società, se usato coi dovuti modi, o diventare dannoso se utilizzato per scopi o profitti rivolti a pochi. La responsabile marketing Antonella Merola e tutto lo staff hanno voluto con loro, in questo importante appuntamento, anche i Casalmattori, che mettendo in scena l'opera "Schegge" di Matteo Gardani, hanno dato una loro lettura dell'evolution world che si sta facendo strada in maniera sempre più incalzante.

 


Tre incursioni teatrali sotto forma di sketch, hanno catturato l'attenzione dei presenti. Tre quadri distopici hanno fatto da sfondo all'evento, trattando con sottile ironia quanto la tecnologia influisca sulla vita di tutti e come viene percepita dal singolo individuo. A fare da cornice il video "Odissea nello Spam" che sarà l'incipit di un altro progetto di EasyTech e EmiRonet a cui i Casalmattori hanno aderito e che al momento non si vuole svelare.

 


La responsabilità etico-sociale che le due aziende si assumono nell'erogare i loro servizi, sia nei confronti del singolo cliente che della realtà in cui vivono, è assai meritevole; aziende che mirano a una evoluzione e ad una modernità giuste, oneste e utili al bene comune, prendendo dalla tecnologia solo il meglio. Si tratta di un percorso a cui di buon grado i Casalmattori hanno accettato di fare parte perché chi sa fare impresa non solo per sé ma per migliorare la vita delle persone e della città in cui opera "a noi ci piace"

    I CASALMATTORI   

 

 

 Dal sito del Comune di Parma

Parma Evolution Week

Un viaggio tra arte, tecnologia e storia locale. Al Laboratorio Aperto del Complesso di San Paolo fino al 22 marzo



 

 
 

Si è trattato di un’iniziativa che ha intrecciato arte, tecnologia e storia locale per raccontare l'evoluzione della città e sensibilizzare il pubblico sulle sfide della sicurezza informatica.
 


Parma Evolution Week è stata fortemente voluta da EmiRonet e Easytech con il patrocinio del Comune di Parma avvalendosi della collaborazione del Liceo Artistico Statale Paolo Toschi, del giornalista e fotografo Giovanni Ferraguti, della community IgersParma e del gruppo Casalmattori.

 



Il fulcro dell’evento è stata la mostra L’evoluzione negli occhi che ha ospitato oltre 25 opere inedite realizzate in collaborazione con gli studenti del Liceo Artistico Statale Paolo Toschi. Al primo piano del Laboratorio Aperto, una suggestiva esposizione fotografica ha messo a confronto scatti storici del giornalista Giovanni Ferraguti con le visioni contemporanee degli IgersParma, creando un dialogo tra passato e presente.

 



 Il programma Parma Evolution Week ha offerto un’ampia offerta di eventi e attività rivolti a tutte le età: visite guidate, performance teatrali, una giornata di formazione gratuita dedicata alla Cybersecurity.

 

 









22 marzo 2025

GAIA'S CORNER #14 - Surrealistic Pillow (1967) - Jefferson Airplane

Surrealistic Pillow (1967)

Di evasione, acido e pulsante amore

 

Summer of Love, San Francisco 1967.

Ondate coloratissime di giovani che chiedono insistentemente la fine delle guerre e professano l’amore libero e la libertà di esprimersi. Esplode il movimento hippy che si diffonderà poi in Europa mescolandosi e accompagnando altre forme di rivolta. A sua volta origina dalla controcultura beat americana degli anni 50 e, come tutte le culture, ha i suoi profeti, tutti chiamati due anni più tardi a celebrare il movimento a Woodstock, il punto più alto nonchè l’ultimo prima del suo naufragio. 



Partiamo da qui.
Febbraio 1967: esce “Surrealistic Pillow”, secondo album in studio dei Jefferson Airplane.
La band ha raggiunto il suo assetto storico e più conosciuto nel 1966, con l’ingresso della sua vocalist, Grace Slick

 

 

Definiamola pure “frontwoman”, questa signora è una vera e propria dea della scena rock assieme all’amica Janis Joplin. Una voce forte, tonante, vibrante, presenza attiva nella scrittura dei testi della band. Rifletterei su un aspetto: l’età che la suddetta aveva all’epoca dei fatti. La signora aveva trent’anni nel 1967. Ben lontani dal definirla “anziana“, non sia mai, mi pare quantomeno simbolo di una rappresentazione di ideali con piena consapevolezza, come un vero padre fondatore, o per meglio dire madre. Sufficientemente grande per ricordarsi la nascita della beat generation dieci anni prima, ha la maturità giusta. Come altri della sua generazione, fa propri i tratti della beat: il rifiuto delle norme e dell’ordine costituito, la sperimentazione delle droghe, l’ispirazione delle filosofie orientali e della meditazione.
 

 

Seppur coniugata con un membro della band, Grace Slick è ricordata come simbolo di libertà sessuale, di anticonformismo, di rara bellezza e di fedeltà ai propri ideali fino alla vecchiaia e anche oltre. Pur essendosi ritirata dalle scene da anni, si è sempre concentrata nella professione delle arti visive, usando come soggetti anche vecchi amici di quel periodo come la Joplin ed Hendrix. Indicativo e molto divertente lo scherzetto che ha tentato di fare alla Casa Bianca nel 1970, a cultura hippy già naufragata, quando tentò di mettere dell’acido lisergico in una teiera per gli ospiti e si presentò all’invito ricevuto con uno degli esponenti della sinistra radicale americana, manco a dirlo non gradito a Nixon. Di sicuro più divertente della figura da cioccolatino dello stesso Nixon per l’affare Watergate quattro anni dopo.

 


Tornando al 1967, veniamo all’album dunque. Il sound è piuttosto classico del folk rock: chitarra elettrica, ritmica, batteria, basso. Nel disco c’è spazio anche per il flauto, che da’ un che di intimo e bucolico nei pezzi più introspettivi, la chitarra ritmica rende ancora più incalzanti le tracce maggiormente ritmate, quasi a simulare un esercito pacifico che marcia contro un orizzonte politico e una società perbenista che fondamentalmente gli fa schifo. I testi sono intrisi di ricerca dell’amore, dell’evasione, di introspezione.



Attenzione: nel 1967 la psichedelia è esplicitamente di derivazione chimica e i Jefferson sono tra i primi ad esplicitarlo, è il tema dell’anno. Non è un caso se è lo stesso anno di “Lucy in the Sky with Diamonds” dei Beatles.
Ma evasione da cosa? Questa società perbenista non ci capisce, “gli amici baby ti trattano come un ospite”, scrive e canta la Slick: quando è così, “non vorresti qualcuno da amare?”. Questa realtà non ha nulla da insegnare, bisogna cercare nuovi stimoli:


 

“Quando la logica e le proporzioni delle cose
sono cadute morte al suolo
E il cavaliere bianco sta parlando all’incontrario
E la regina rossa ha perso la sua testa
Ricorda quello che aveva detto il ghiro
Alimenta la tua mente, alimenta la tua mente”




Lo stesso titolo del disco è suggerito da tale Jerry Garcia, fondatore dei Grateful Dead, altra band chiave dell’ondata hippy. “Suona come un cuscino surreale”. Non sono abbastanza intelligente per parafrasare questo suo suggerimento, mi perdonerete. Ma forse non va nemmeno parafrasato, in qualche modo ha perfettamente senso se si ascolta il disco. Si è totalmente pervasi da una sensazione di “oltre livello”. Le sonorità psichedeliche ti tengono staccato dal concreto, come se camminassi su un filtro di plexiglas. Vedi tutto, ma sei “sopra”. Mi piace pensare che questo sia il senso del suo commento, ma come sempre nella musica di qualità, c’è spazio per tutto e per tutti. 
 
 

La band cavalca l’onda dell’entusiasmo hippy e presenzia a Woodstock come sua colonna portante interpretando questi e altri brani, pur restando questo disco il loro vero manifesto poetico. Hanno presenziato al Monterey del ‘67, in piena fioritura hippy; erano ad Altamont dove si intravede la morte del movimento tra i rissosi e col morto che ci scappa.

 


Il controllo ormai era perduto, le buone vibrazioni improvvisamente si spengono, il governo continuerà con le sue guerre e l’evasione pura e sognante appare come un re nudo, che ha solo temporaneamente nascosto le problematiche generazionali di una società in crisi e la disperazione e vuoto di ideali che esploderà nel decennio successivo. Sopravvive poco il gruppo alla sua fine del movimento, ma la Slick prosegue fondando i Jefferson Starship e perpetua l’espressione della sua creatività. Perché la libertà vera, la ricerca di bellezza, il rifiuto profondo dell’odio, se reale, non può morire.
 

Gaia Beranti 

 

21 marzo 2025

Il blues non viene dal Mississippi? Il sangue dei nativi americani nelle vene del rock-blues

Il blues non viene dal Mississippi?


Il sangue dei nativi americani nelle vene del rock-blues


Fermi tutti! La storia è da riscrivere, la rotta da cambiare. Le strade del blues e del rock non sono quelle che abbiamo sempre pigramente immaginato, che dal Mali portano al Mississippi. Non fraintendiamo, l’origine si dipana dal Continente africano, con il suo carico di dolore e tragedia, con i suoi suoni, i suoi canti e le sue percussioni. Ma è il primo approdo che è diverso: non il delta del grande fiume americano, ma una sterminata prateria brulicante di tepee pellerossa.

L’incontro fra gli africani e i nativi americani, lo scambio di canti modulati su scale a cinque toni fa scoccare la scintilla da cui deriveranno prima il blues e poi il rock.

 


È una tesi suggestiva, in apparenza un po’ stiracchiata ma che rivela indizi che meritano la dovuta attenzione. Quello che è indubitabile è che le due etnie si mescolarono, molte famiglie americane ancora oggi sono un misto di sangue africano e nativo.


 

Quando l’etnomusicologo Alan Lomax documentò la presenza del blues lungo il delta del Mississippi, non poteva sapere che il sangue pellerossa era già presente nei villaggi, nei locali nati per suonare, bere e ballare chiamati Juke joint, nei campi di cotone, e che già scandiva il linguaggio delle dodici battute.
Ed ecco allora gli indizi di cui si diceva. Il primo è che a creare l’originale autentico suono rock non furono i "bianchi" Carl Perkins, Buddy Holly o Bill Haley e neanche Re Elvis, ma un pellerossa autentico: il chitarrista Link Wray. Il suono distorto con cui generazioni di chitarristi, da Jimmy Page a Pete Townshend a Eric Clapton hanno costruito i loro muri sonori, le ritmiche e gli assoli travolgenti, è figlio di un padre pellerossa.

 



Sembra incredibile, eppure tutti gli indizi convergono (intrigante, a tal proposito il documentario “Rumble”): quando la chitarra lancinante di Link Wray irruppe alla radio nel 1958 con i suoi suoni vibranti e acuminati, fu una autentica rivoluzione. La strada era segnata, da allora il rock scelse la strada definitiva della distorsione.

 


Altro capitolo: il blues. La fonte che ha dissetato milioni di appassionati e nutrito altrettanti musicisti, ha tre padri putativi riconosciuti: Robert Johnson, Muddy Waters e un pellerossa, Charlie Patton. Patton è il musicista blues più amato e ispiratore, il compositore più prolifico, il chitarrista più originale (suonava la sua chitarra percuotendola spesso come un tamburo). Intere generazioni di bluesmen e rocker gli sono debitrici, per la sua scrittura, i testi, i fraseggi che hanno guarnito il linguaggio e la sensualità di quel genere musicale.

 


Anche il Signore degli apostoli della chitarra elettrica, sua Maestà Jimi Hendrix, l’inventore del power blues, colui che fece ululare le chitarre e scrisse pagine indispensabili della storia del rock, aveva nelle vene puro sangue cherokee (da parte di mamma).

 



E che dire di Robbie Robertson, un altro pellerossa che con la sua The Band creò il suono di Bob Dylan e insaporì il rock con essenze folk e gospel?


L’elenco potrebbe continuare, arrivando fino all’heavy metal e all’hip hop. Musicisti, autori, cantanti, tutti nativi americani. Se il blues arriva dall’Africa, come sempre è stato detto, lo spirito di Manitù e i canti della sua gente hanno partecipato al coro, dando un grande contributo al mondo unificante che è la canzone popolare.


Stefano Superchi

 

 

18 marzo 2025

Anselm Kiefer. 80 anni d'Arte, dal Terzo Reich a Van Gogh

Anselm Kiefer

80 anni d'Arte, dal Terzo Reich a Van Gogh

 



Ha compiuto ottant’anni una decina di giorni fa Anselm Kiefer, nato nella cittadina tedesca di Donaueschingen l’8 marzo 1945, pochi mesi prima della fine della Seconda guerra mondiale.
Sua madre lo diede alla luce nella cantina dell’ospedale locale e la loro abitazione venne distrutta da un bombardamento il giorno stesso. La sua nascita fu dunque in qualche modo intrecciata con le complessità dell’evoluzione della Germania come Stato. Non è un caso che l’identità tedesca sia da sempre un tema centrale nella sua opera, dagli eroi mitologici dell’era teutonica agli antieroi del Terzo Reich.


Noto per la sua straordinaria e visionaria libertà espressiva, Kiefer è uno dei più innovativi e importanti artisti odierni. Il suo linguaggio condizionato da poesia, letteratura, filosofia, scienza, mitologia e religione è amato in tutto il mondo, dall’Occidente all’Oriente. Le sue opere sono tra le più ambite dai collezionisti, la sua cifra artistica è affascinante, fuori dagli
schemi, ricca di sfumature e di significati.
 

Il maestro tedesco fa parte di quella generazione chiamata a confrontarsi con il fardello del drammatico passato del proprio Paese, una sfida individuabile sin dalle primissime opere: nella serie “Heroische Sinnbilder”, lo stesso Kiefer è intento a imitare il saluto nazista “Sieg Heil”. Un lavoro indubbiamente provocatorio, ma soprattutto un appello contro la rimozione del passato collettivo.
 


Kiefer ha esplorato la sua identità e la sua cultura con molto coraggio: oltre alla parodia del braccio teso, ha decostruito l’architettura nazionalsocialista e le leggende eroiche germaniche. Ed è andato oltre, proponendo un percorso di introspezione sull’essere umano ed esplorando le connessioni tra passato, presente e futuro attraverso l’arte in tutte le sue forme: pittura, scultura, installazione e fotografia. In ognuna delle sue opere c’è un fattore imperativo: l’assenza di limiti, unita indissolubilmente all’indisponibilità al compromesso.
 


Apprezzato nei più importanti musei al mondo, Kiefer è stato protagonista anche al cinema grazie al documentario “Anselm” diretto da Wim Wenders (disponibile su Sky Arte e Now) che racconta il percorso di vita dell’artista tedesco, la sua visione e il suo lavoro di esplorazione dell’esistenza umana e della natura ciclica della storia. Non si tratta di un’agiografia e nemmeno di una biografia tradizionale: al centro di “Anselm” ci sono le sue opere d’arte, la complessità dei riferimenti nonché la spaventosa mole di lavoro dietro a ogni realizzazione.
 

 




 

Malgrado la sua veneranda età, che indurrebbe i più a concedersi il meritato riposo, Kiefer non ha alcuna intenzione di fermarsi. Uno degli appuntamenti più attesi del 2025 è la mostra organizzata ad Amsterdam dal Museo Van Gogh e dallo Stedelijk Museum, tra i primi ad acquistare le sue opere. 

 



Un appuntamento imperdibile che riflette il legame tra Kiefer e Vincent van Gogh, una delle sue principali fonti di ispirazione, e che propone nuove installazioni mai viste prima: tra queste “Sag mir wo die Blumen sind” (Dimmi dove sono i fiori), opera pittorica lunga 24 metri che dà il titolo all’esposizione e che rievoca i “Girasoli” vangoghiani.

Stefano Superchi

 


 


 

14 marzo 2025

Crossroads. La XXVI Edizione del festival che attira jazzisti di tutto il mondo

Crossroads. La XXVI Edizione del festival che attira jazzisti di tutto il mondo



Dal 1° marzo al 1° agosto in oltre venti comuni dell'Emilia-Romagna

 


  Ci saranno celebrità come Stefano Bollani, Richard Galliano e gli Avion Travel, star dell’improvvisazione jazz come Uri Caine, Enrico Rava, artisti di fama internazionale come Nduduzo Makhathini, Lèon Phal, Frida Bollani Magoni, e un ricchissimo ensemble di cantanti come Sarah Jane Morris, Jazzmeia Horn, Carmen Souza, Simona Molinari, Petra Magoni, Rossana Casale e Karima.

 


Non si possono citare tutti, sono oltre quattrocento i musicisti e oltre sessanta i concerti che coinvolgeranno più di venti comuni dell’Emilia-Romagna dal 1° marzo al 1° agosto per la XXVI edizione di Crossroads. La regione tornerà ad essere Jazz Valley italiana grazie al colossale festival organizzato da Jazz Network ETS in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura della Regione Emilia-Romagna, con il sostegno del Ministero della Cultura e di numerose altre istituzioni e con il patrocinio di ANCI Emilia-Romagna

 



“È molto più di un festival: è un lungo viaggio attraverso sonorità, culture e territori multiformi” dice Sandra Costantini, direttrice artistica di Crossroads. “Per cinque mesi, l’Emilia-Romagna diventa una grande orchestra aperta, dove le molteplici voci del jazz si incontrano, dialogano e si arricchiscono a vicenda, narrando un’unica grande storia. Crossroads non è solo un insieme di concerti, è un laboratorio di idee, uno spazio di confronto e condivisione, un invito a esplorare le infinite possibilità dell’improvvisazione. Un ponte tra tradizione e innovazione, tra radici locali e orizzonti globali. Crossroads è il biglietto per questo viaggio senza confini”.


Sandra Costantini


Quest’anno tra i solisti del jazz italiano adottati come “resident” ci saranno Fabrizio Bosso, che salirà tre volte sui palchi del festival: il 23 marzo a Fusignano (Auditorium Corelli) per un omaggio a Pino Daniele in duo con il pianista Julian Oliver Mazzariello, il 29 marzo a Massa Lombarda (Sala del Carmine) come special guest del quartetto del sassofonista Alessandro Scala e il 15 aprile a Budrio (Teatro Consorziale) per presentare “Welcome Back”, il nuovo programma del suo Spiritual Trio.



Tante occasioni anche per ascoltare il trombone di Mauro Ottolini: come solista aggiunto nell’omaggio a Mingus dei Quintorigo il 1° aprile a Medolla (Teatro Facchini), con il suo poetico Osaki Trio il 17 aprile a Modena (La Tenda), con le canzoni multietniche del policromo organico “Nada màs fuerte” il 17 maggio a Correggio (Teatro Asioli), a Ravenna, nell’ambito del festival Ravenna Jazz con Alligator Bogaloo (10 maggio, Mama’s Club) e come solista, assieme al direttore Tommaso Vittorini, al beatboxer Alien Dee, al sassofonista Mauro Negri e all’enorme compagine orchestrale e corale di giovanissimi musicisti, nella produzione originale “Pazzi di Jazz” dedicata a Miriam Makeba (12 maggio, Teatro Alighieri).


Mauro Ottolini


Il sassofonista Javier Girotto, anima latina del jazz italiano, sarà invece in duo col fisarmonicista Vince Abbracciante il 5 aprile a Dozza (Teatro Comunale), con gli Aires Tango (22 maggio, Correggio), in trio con Peppe Servillo e Natalio Mangalavite, coi quali ripropone l’ormai storico “Amico di Cordoba” il 6 luglio a Lugo (Arena del Carmine).
 


 
Il più recente acquisto nel cast degli artisti “resident” è la cantante Karima che si esibirà al Ravenna Jazz con il quartetto Soulville il 6 maggio (Teatro Socjale di Piangipane), a Parma in duo con il pianista e cantante Walter Ricci (11 giugno alla Casa della Musica) e a Rimini con “Canta Autori”, omaggio in quartetto alla canzone italiana (1 agosto, Corte degli Agostiniani).

 

Il cartellone di Crossroads si intreccia dal 2 al 12 maggio con il programma di Ravenna Jazz. Al Teatro Alighieri si vedranno il New York Tango Trio del fisarmonicista francese Richard Galliano (9 maggio) e l’Italian Jazz Orchestra diretta da Fabio Petretti in una produzione originale dedicata alla musica dei Beach Boys, con ospite il gruppo vocale Baraonna (11 maggio).

 

Molto attese le star dagli Stati Uniti da dove arrivano la diva della jazz song afroamericana Cécile McLorin Salvant, che si esibirà a Imola, Jazzmeia Horn, che sarà in quartetto a Rimini, il Lux Quartet, guidato dalla pianista Myra Melford e la batterista Allison Miller a Ferrara, e il trio che affianca il vocalist Eric Mingus, la contrabbassista Silvia Bolognesi e il percussionista Griffin Rodriguez a Castel San Pietro Terme



Il jazz italico sarà celebrato in molti altri concerti.  Al Teatro Carani di Sassuolo si esibirà Stefano Bollani in un duo pianistico con Iiro Rantala, la giovane cantante-pianista Frida Bollani Magoni assieme al vibrafonista Mark Glentworth, e la a vocalist Petra Magoni assieme all’Arkè String Quartet per la prima assoluta del progetto “Subversion”. Petra Magoni sarà poi in duo col pianista Andrea Dindo con un mix di songs tra Weill, Gershwin e Porter. Imperdibili il trombettista Enrico Rava, con i suoi Fearless Five a Correggio, gli Avion Travel a Russi e poi il sassofonista Daniele Sepe, con il suo omaggio alle colonne sonore jazzistiche dei film di Totò a Medicina.

 

 
Repertori particolari sono anche quelli proposti dai futuristici Pericopes, dal trio di Francesco Bearzatti, Stefano Risso e Mattia Barbieri, dal trio Accordi Disaccordi, dall’Italian Jazz Orchestra diretta da Fabio Petretti e con le presenze solistiche del trombettista Flavio Boltro e di Walter Ricci. Rita Marcotulli e Dado Moroni saranno invece impegnati in un duetto di pianoforti a Russi. Per la musica vocale, in un programma ricco di voci straordinarie, va evidenziata Cristina Zavalloni, che sarà a Massa Lombarda con il suo omaggio a Édith Piaf in sestetto, e poi a Parma i rispettivi concerti di Simona Molinari e Rossana Casale.  





Ci saranno poi la cantante inglese Sarah Jane Morris (27 marzo, Imola), il cantante e sassofonista Ray Gelato assieme ai suoi Giants, Joscho Stephan, il trio Random/Control del pianista David Helbock, alla cui strumentazione si aggiunge la voce dell’afro-tedesca Fola Dada.
 

 
Dalla Francia arrivano il duo voce e pianoforte di Laurianne Langevin e Cyrille Doublet, il sassofonista Émile Parisien e il fisarmonicista Vincent Peirani. Ma si andrà anche oltre ai confini abituali della musica afroamericana, con grandi artisti da tutto il mondo tra cui la cantante portoghese, di origini capoverdiane, Carmen Souza, il cantautore portoghese Tiago Nacarato con il chitarrista brasiliano Cainã Cavalcante, il cantante e sassofonista andaluso Antonio Lizana e lo sciamanico pianista sudafricano Nduduzo Makhathin.

Stefano Superchi




10 marzo 2025

Sedie Saccenti. Le Sedie si raccontano al Museo Diotti.

 Sedie Saccenti

Le Sedie si raccontano al Museo Diotti


Il racconto della performance diffusa nelle sale del museo casalasco dove dialogano design, contesto storico e letteratura.

 


 Non so quanti di noi casalesi si rendono conto del preziosissimo museo che abbiamo in città, il Museo Diotti, che contiene opere meravigliose esposte nelle sale di un palazzo altrettanto stupefacente, tanta è la sua bellezza. È uno spazio museale curato e accudito che ospita pezzi di grande magnificenza e mostre che non hanno nulla da invidiare ai vernissage di città.
 



Oggi si è chiusa l'esposizione dedicata alle sedie che hanno fatto epoca con l'intervento dei corsisti del laboratorio teatrale “Il Teatro dei Granelli”, guidato da Stefano Donzelli:
"Le Sedie Saccenti", rappresentazione pensata per il Museo Diotti, all'interno della mostra bellissima e costruita nei minimi dettagli, dedicata alle cadreghe.
 

Stefano Donzelli

Durante la visita si è potuto assistere a una performance che ha reso lo spazio museale un luogo dove incontrarsi, dove sostare, dove assaporare la bellezza e permanere il più a lungo possibile.
 


Spesso la visita a un museo si consuma nel percorrere l'esposizione, ne si fruisce profondamente o distrattamente, poi si esce e si va da un'altra parte. Nell'idea di Stefano invece il museo è un luogo di incontro, dove arte e cultura sono i padroni di casa che accolgono e intrattengono.

 


All'interno dell'esposizione quindi, i momenti di teatro dei corsisti del Teatro dei Granelli, prevalentemente giovani, hanno accolto i visitatori, quasi come nell'ora del tè all'inglese, animando e facendo vibrare, attraverso loro scritti o stralci di opere teatrali, le meravigliose sedie esposte.

 


Pezzi tratti da Giorgio Gaber ("la sedia da spostare"), di Alda Merini, Bruno Munari e il suo divertente articolo per Domus e infine una piccola scena tratta da "Le Sedie" di Ionesco dove un ospite invisibile, rappresentato da una sedia vuota e trasparente, viene intrattenuto da due coniugi in un apparente nonsense tipico del teatro dell'assurdo. Gli attori stanno nello spazio espositivo, non sono identificabili perché non indossano costumi né tantomeno portano un trucco evidente, appaiono come comuni visitatori che all'improvviso prendono voce e raccontano qualcosa.
 


Gli interventi, pensati per ognuno degli spazi espositivi, sono sorti sulla base di un'associazione di idee mentre un audio con la voce ipnotica di Stefano Donzelli trasporta il visitatore in una dimensione altra. L'attenzione è rivolta alla sedia che diviene specchio di una realtà da cui fuggire o luogo stanziale, di comodità e di quiete.
 


Dare vita alle opere esposte, un modo differente di vivere la visita a un museo, di coinvolgere il pubblico: tra il visitatore e l'opera si crea un "intreccio di amorosi sensi", un dialogo, uno scambio di emozioni.
 


È la prova tangibile che l'opera d'arte non è qualcosa di statico ma qualcosa che parla, che si esprime, che comunica con chi la guarda.
 


Un gran bel lavoro, diretto da Stefano Donzelli, voluto da Roberta Ronda con la collaborazione di Giuseppe Romanetti e di una manciata di giovanissimi e talentuosi ragazzi. E così la cadrega ha fatto sfoggio di sé e delle varie epoche attraversate, lei, oggetto di comfort e di arredo che da secoli ospita le umane natiche.... e di questo chissà quanto ancora avrebbe da dirci.

Giovanna Anversa 

 












09 marzo 2025

Carosello. E poi tutti a letto!

 Carosello.

E poi tutti a letto!

 


 


 Ci siamo fatti una domanda: perché oggi ogni volta che ci imbattiamo in una pubblicità, e succede in continuazione, qualsiasi cosa si vada a leggere, a vedere, a seguire, passiamo oltre? Oggettivamente perché il modo di fare réclame è totalmente cambiato.
 

 

All'inizio di febbraio di qualche decennio fa del secolo scorso nasceva Carosello, un programma televisivo pubblicitario andato in onda sulla rete Nazionale della Rai, dal 3 febbraio 1957 al 1º gennaio 1977. 

 



Veniva trasmesso tutti i giorni, tranne il venerdì santo e il 2 novembre, dalle 20:50 alle 21:00.
 


Officina Coolturale si chiede perché oggi saltiamo, senza pietà, tutti gli spot pubblicitari mentre il Carosello lo si aspettava ogni giorno con grande partecipazione.
 


Credo che la risposta sia molto semplice, Carosello era una espressione artistica mentre la pubblicità oggi è solo frutto di uno studio attento di come colpire la parte di noi che più ignora, ossia la più ignorante. Non che in passato la pubblicità, o per meglio dire l'allora réclame, non avesse come scopo quello di convincere a comprare, ma lo faceva con arte e con classe.

 


Il Carosello lo aspettavamo tutti, era il dopo cena e il prima di coricarsi, era un momento piacevole per concludere la giornata. La réclame non iniziava mai promuovendo il prodotto, iniziava con sketch, piccole esibizioni teatrali, video di animazione, in sostanza erano cortometraggi, artisticamente meravigliosi, nella musica, nelle immagini; solo alla fine compariva il prodotto, rendendoli piacevolmente efficaci nel messaggio.

 


Pertanto non solo non lo si faceva passare oltre, non lo si ignorava, lo si aspettava come momento di intrattenimento, come un vero e proprio show. Carosello chiude nel '77 e già dagli anni 80 la réclame cambia in pubblicitá. Voi direte: è la stessa cosa! No, non è la stessa cosa, la réclame di Carosello è arte, l'odierna pubblicità è imbonimento.

 


Carosello già nella sigla, era un pezzo di teatro, un momento per "descansare", dopo una giornata pesante, con qualcosa di bello, insieme alla famiglia.

 


Poi sicuramente il formaggino Invernizzi lo si comprava quindi, per la macchina che già stava architettando tutto ciò che nelle opere di convincimento oggi vediamo, fu un obiettivo raggiunto. Ma vuoi mettere l'impatto emotivo, molto più forte, che ebbe su di noi la mucca Carolina rispetto al formaggino che rappresentava? Tant'è che oggi ricordiamo più la mucca Carolina che non il suo formaggino.

 


Era l'inizio di dove il progresso e la modernità ci avrebbero portati, ma c'era ancora un'anima nel comunicare, nel condividere, nel creare, che di lì a poco si sarebbero perse in una nuova "verità" lasciandoci soli davanti a caroselli fasulli, fatti di luci psichedeliche utili solo ad azzerare il senso critico delle masse.
 


Non dimentichiamo che Carosello era concesso ai bambini in tempi in cui i metodi educativi erano ancora molto rigidi.
 


Vi riproponiamo in questo anniversario alcuni dei pezzi più belli che rimarranno nella storia dell'arte, della réclame e non certo dell'advertising.

Giovanna Anversa 















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