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17 ottobre 2026

Andrea Parodi, vent’anni dopo: la voce di un’isola, il respiro del mondo

 Andrea Parodi, vent’anni dopo: la voce di un’isola, il respiro del mondo

 





Il 17 ottobre 2006 scompariva una delle voci più originali della musica italiana. Dai Tazenda agli incontri con il jazz e le musiche del mondo, il ricordo di un artista che seppe trasformare l’appartenenza in apertura.


Ci sono voci che riconosciamo prima ancora di ricordare una canzone, basta una nota, un’inflessione, quel modo particolare di modulare il canto. La voce di Andrea Parodi appartiene a questa rara famiglia, una voce luminosa e inquieta, capace di farsi sottile senza perdere intensità, profondamente legata alla Sardegna eppure comprensibile anche a chi della sua lingua non conosce una parola.

Il 17 ottobre 2026 ricorrono vent’anni dalla sua scomparsa, avvenuta nel 2006, a cinquantun anni. Un anniversario che invita a tornare alla sua musica, prima ancora che alla commozione, a riascoltare il cantante dei Tazenda, ma anche l’interprete che cercò nuove strade oltre il successo commerciale, costruendo incontri con artisti e sensibilità differenti.




 

Nato a Porto Torres il 18 luglio 1955, da padre ligure e madre sarda, Andrea Parodi trascorse l’infanzia e parte dell’adolescenza a Savona, prima di tornare in Sardegna. Studiò all’istituto nautico e insegnò navigazione e astronomia nautica, un tratto poco conosciuto della sua biografia che sembra suggerire un’immagine del percorso futuro, fatto di radici salde e orizzonti da attraversare. 
La Sardegna, dunque, non fu soltanto il luogo delle origini, fu anche una cultura ritrovata, riconosciuta attraverso le persone, le parole, il canto. In una recente intervista, la moglie Valentina Casalena ha ricordato il fascino esercitato su di lui dalla madre che cantava in sardo, nella casa di Savona, e dalla figura di Maria Carta, vista in televisione. Sono memorie che aiutano a comprendere quanto la scelta linguistica fosse legata a un’esperienza intima, prima che a un progetto artistico. 
Gli esordi passano dal gruppo Sole Nero, poi diventato Coro degli Angeli, e dalla collaborazione con Gianni Morandi. Nel 1988, insieme a Gino Marielli e Gigi Camedda, Parodi fonda i Tazenda, la formazione che avrebbe portato quella voce all’attenzione del grande pubblico. 




 

Per molti ascoltatori l’incontro con Andrea ha una data precisa: Sanremo 1991. Sul palco, accanto a Pierangelo Bertoli, i Tazenda presentarono “Spunta la luna dal monte”. L’intreccio fra italiano e lingua sarda, fra il timbro terreno di Bertoli e quello svettante di Parodi, rese immediatamente riconoscibile la canzone. L’anno successivo il gruppo tornò al Festival con “Pitzinnos in sa gherra”, brano che vide anche il contributo di Fabrizio De André. 
 

 


Riascoltare oggi quelle esecuzioni significa ritrovare qualcosa che andava oltre la novità di una lingua poco presente nella musica televisiva, che non suonava come una parentesi folcloristica ma occupava il centro della scena.
Valentina Casalena racconta che Parodi era convinto di poter essere più internazionale cantando in sardo che in inglese, una delle intuizioni che meglio illuminano il suo cammino, non cancellare la propria particolarità per raggiungere gli altri, ma darle una forma tanto autentica da renderla condivisibile.
La sua idea di “identità” si può leggere proprio nel senso che una voce riconoscibile non è una barriera. Nei Tazenda, l’incontro fra lingua sarda, strumenti elettrici e scrittura contemporanea trovò un pubblico disposto ad ascoltare anche senza comprendere appieno ogni parola.

 


Nella seconda metà degli anni Novanta Parodi lasciò il gruppo e intraprese un percorso solista. “Abacada”, le collaborazioni con Noa e l’incontro con il chitarrista Al Di Meola ampliarono il suo orizzonte musicale. Con quest’ultimo realizzò anche il disco dal vivo “Midsummer Night in Sardinia”, una testimonianza dell’incontro fra la sua vocalità e un linguaggio strumentale capace di attraversare jazz e suggestioni mediterranee.
 

 


Non fu una semplice sostituzione di repertorio la sua, in quella fase emerse con maggiore evidenza il suo modo di intendere il canto come relazione, con i musicisti, con lo spazio, con il pubblico. In un’intervista del 2006 spiegò di sentirsi soprattutto un cantante dal vivo, per il quale una canzone cambiava da una sera all’altra secondo lo stato d’animo. È una chiave preziosa per riascoltare le sue interpretazioni, che colpiscono non soltanto per la qualità del timbro, ma per il modo in cui una frase sembra nascere nel momento stesso in cui viene pronunciata, lasciando, anche per i pezzi conosciuti, una sensazione di scoperta.




 

Fra i brani più legati alla sua memoria c’è sicuramente “No potho reposare”, che non era una sua composizione, come qualcuno crede. Parodi raccolse una canzone già conosciuta e contribuì a farla amare da un pubblico nuovo e più vasto, lo ha ricordato anche la moglie, sottolineando il ruolo della sua interpretazione nella diffusione del brano oltre gli ascoltatori abituali della musica sarda. La sua forza stava nel sottrarre il canto alla distanza della celebrazione. Nella sua voce infatti quelle parole potevano tornare a essere una dichiarazione rivolta a qualcuno, qualcosa di vicino e necessario.
 


 

Lo stesso si può avvertire nella sua interpretazione di “Hotel Supramonte”, eseguita nel concerto-tributo a Fabrizio De André del 2005, all’Anfiteatro di Cagliari. Parodi entrava in una canzone altrui senza rinunciare alla propria fisionomia, rispettandone il mondo, ma lasciando un’impronta immediatamente riconoscibile. 




Nel 2005 ci fu il ritorno con i Tazenda, poi la malattia, e l’ultima stagione di concerti. Il 22 settembre 2006 Parodi si esibì all’Anfiteatro romano di Cagliari in quella che sarebbe stata la sua ultima apparizione pubblica, meno di un mese prima della morte.
Quelle immagini hanno assunto, nel tempo, un peso enorme. La fragilità del suo corpo, il rapporto con il pubblico, la volontà di essere ancora dentro la musica, tutte cose che rendono difficile separare l’ascolto dalla consapevolezza di ciò che sarebbe accaduto.
Eppure ricordarlo soltanto attraverso quell’ultimo palco significherebbe ridimensionarne la figura. Prima della malattia, e oltre il suo racconto, ci sono il lavoro, la curiosità, la ricerca di un suono, l’energia di un artista che amava stare fra le persone. La moglie lo descrive come un uomo loquace, spontaneo, uguale sul palco come nella vita quotidiana.

 

 

A quella stagione appartiene anche "Rosa Resolza", il lavoro con Elena Ledda pubblicato postumo nel 2007. A chiuderlo è "Gracias a la vida" di Violeta Parra, nella registrazione tratta dall’ultimo concerto, un brano che oggi ascoltiamo inevitabilmente come un congedo, ma che conserva anzitutto il valore di un gesto musicale condiviso.




 

Il modo più coerente di custodire la memoria di un artista non è solo quello di riascoltarne le canzoni, può essere anche quello di creare occasioni perché altre musiche vengano ascoltate.
Da questa idea è nato il Premio Andrea Parodi, la cui prima edizione si tenne nel 2008. Valentina Casalena ne ha spiegato l’intenzione con parole semplici: ricordarlo non soltanto in forma celebrativa, ma «dando voce ad altre voci». Nel 2026 la diciannovesima edizione, diretta artisticamente da Elena Ledda, si conclude al Teatro Massimo di Cagliari proprio il 17 ottobre, nel ventesimo anniversario della scomparsa.
È un’eredità che guarda avanti, che mette al centro l’incontro fra culture, la pluralità delle lingue, la possibilità di cercare un pubblico senza rinunciare alla propria storia.




 

Vent’anni dopo, Andrea Parodi merita di essere ascoltato con questa stessa disponibilità, non soltanto come una voce perduta, né esclusivamente come il simbolo musicale di un’isola, ma come un interprete capace di rendere vicine parole che non tutti comprendevano. Si può tornare a “Spunta la luna dal monte”, fermarsi su “No potho reposare”, seguire i dialoghi con Al Di Meola o le voci intrecciate di “Rosa Resolza”. In ciascuno di questi ascolti c’è ancora la possibilità di incontrarlo, non nel silenzio afono di una ricorrenza, ma nel tempo vivo di una canzone.

Stefano Superchi

 

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