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20 agosto 2026

Il bullismo visto con gli occhi dei ragazzi: ironia, sguardi e tanta verità. Intervista al regista Alessandro Zaffanella.

 Il bullismo visto con gli occhi dei ragazzi:

ironia, sguardi e tanta verità

 



Intervista al regista Alessandro Zaffanella sul cortometraggio realizzato con gli studenti della IAL di Viadana e premiato a Montecatini, in attesa della vetrina di Venezia.

 

Alessandro Zaffanella

In molti hanno avuto modo di conoscere e di apprezzare le doti da istrione e le qualità artistiche di Alessandro Zaffanella, sia nel territorio che in lande remote. Forse non tutti conoscono anche l’empatia, la sensibilità e l’intelligenza che si celano dietro ai suoi lavori. Vi raccontiamo come un artista diventa educatore facendo vivere ai ragazzi momenti di riflessione, di introspezione e di crescita attraverso l’arte. Basta aggiungere al cinema e al teatro quel pizzico di sensibilità buona a separare le emozioni e i pensieri dalla confusione e dall’ansia tipiche dell’adolescenza, dando gli strumenti per riconoscere e affrontare i propri tormenti.


Alessandro, da dove nasce l'idea di questo progetto audiovisivo e qual è stato il punto di partenza? L’operazione è nata da un’idea della dirigente scolastica Elisabetta Larini. Il suo obiettivo iniziale era duplice: da un lato creare un laboratorio espressivo per far emergere le emozioni degli studenti, dall’altro realizzare un cortometraggio focalizzato sul tema del bullismo, una tematica proposta proprio da lei. 

 




Come avete impostato il percorso laboratoriale insieme ai ragazzi? Siamo partiti da un lavoro approfondito sulle emozioni. Abbiamo visionato e analizzato moltissimi estratti cinematografici, anche con un impatto visivo e narrativo forte, da Kubrick a Tarantino fino a Sergio Leone, per sviscerare la tematica del bullismo. Per intercettare i loro interessi abbiamo spaziato molto: laboratori di recitazione, canto e persino danza. Poi li ho fatti scrivere molto: idee, soggetti, bozze di scene. Abbiamo lavorato a fondo sullo sviluppo e la biografia dei personaggi, prima di selezionare il soggetto definitivo, stilare la scaletta, scrivere la sceneggiatura e passare infine alle riprese e al montaggio. 

 




All’inizio come hanno reagito gli studenti di fronte a un tema così complesso e spesso abusato? Inizialmente c’era uno spunto di scetticismo. I ragazzi non avevano gradito subito l’idea di lavorare sul bullismo. È una reazione comprensibile: ne sentono parlare continuamente e spesso percepiscono queste iniziative come delle "prediche" con un approccio istituzionale che rischia di stancarli. Mi hanno raccontato le loro esperienze, dirette e indirette. Quando ho proposto loro di ribaltare il punto di vista e affrontarlo in chiave ironica e più leggera, sono rimasti sorpresi. Non erano subito entusiasti, dovevano capire dove saremmo andati a parare, cosa che all'inizio era una sfida anche per me. Ma l'obiettivo era proprio quello: usare il registro dell'ironia per toccare corde profonde senza essere pedanti, arrivando sia a chi vive queste dinamiche sulla propria pelle, sia al pubblico che avrebbe guardato il film. 

 




Quali sono state le principali sfide tecniche ed espressive sul set? Lavorare con ragazzi delle superiori, specialmente per me che ero alle prime esperienze con un istituto tecnico, ha richiesto un’impegno particolare. I tempi lunghi del cinema mal si conciliano con i tempi della scuola; io di solito chiedo di rifare una scena anche una ventina di volte! A scuola, in quattro ore alla settimana, questo diventava impossibile Per ovviare a questo e valorizzare il materiale, il film è girato quasi interamente in slow motion. Era difficile trovare fotogrammi in cui non ridessero o non guardassero dritti in macchina. Tuttavia, questi ragazzi hanno dei volti e un'espressività pazzesca: mi sono concentrato moltissimo sui loro sguardi e sui dettagli dei loro occhi, ottenendo un contrasto visivo molto potente. 




Nel corto si intreccia anche il tema dell'inclusione e dell'integrazione. Come viene raccontato? Sì, è un tema fondamentale che sfiora tutta la storia. La voce narrante è quella di una ragazza che, nella finzione scenica, è appena arrivata a scuola da un altro Paese e non padroneggia ancora bene la lingua. Questo le permette di interpretare l'intera vicenda a modo suo, con uno sguardo originale, bizzarro e differente rispetto agli altri. Un punto di vista estraneo che diventa la chiave di lettura di tutta la narrazione. 
 



 
Come si è evoluto il vostro rapporto durante le riprese e che impatto ha avuto su di loro la visione dell'opera finita? L'evoluzione è stata notevole. C'è stato un crescendo di fiducia e di complicità, soprattutto con i ragazzi che all’inizio si mostravano più ostili o distaccati e che poi si sono rivelati tra i più coinvolti e appassionati. Vedersi sul grande schermo è stato uno shock emotivo bellissimo per loro.



 
Il progetto ha travalicato le mura scolastiche, arrivando ai riconoscimenti di Montecatini e ora alla vetrina di Venezia... Inizialmente doveva essere un’esperienza interna, destinata alla scuola o al territorio locale. Poi ci siamo resi conto che il materiale aveva un potenziale più ampio e abbiamo alzato l'asticella. Portare alcuni ragazzi a Montecatini a ritirare il premio è stato gratificante: venivano riconosciuti, hanno respirato l'atmosfera di un festival. Ora la prospettiva di Venezia è un'emozione ancora più grande. Mi auguro davvero che dentro di loro rimanga un segno indelebile di questo percorso. 
 




Chi sono stati i compagni di viaggio fondamentali in questa avventura? Ci tengo a ringraziare in modo particolare la dirigente Elisabetta Larini per la visione e l'opportunità. Un grazie speciale va a Marco Visioli, mio prezioso braccio destro durante tutta la realizzazione del film, e alla professoressa Alessandra Corani per il supporto. Un ringraziamento va anche al Cineclub I Genitori Instabili, grazie al quale è stato possibile presentare il cortometraggio a Montecatini. Con la scuola si sta già parlando di dare un seguito a questa collaborazione, e spero davvero che sia solo l'inizio.


intervista a cura di Giovanna Anversa

adattamento: Stefano Superchi

 

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