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19 luglio 2026

Un disco (alternativo) per l'estate. Cinque dischi consigliati da Giorgio Chiesa di "Casalmaggiore a 33giri"

 Un disco (alternativo) per l'estate.

Cinque dischi del primo semestre 2026 consigliati da Giorgio Chiesa di "Casalmaggiore a 33giri"

 


 C’è qualcosa di rituale nei dischi dell’estate. Non sono solo colonne sonore stagionali, ma vere e proprie combinazioni emotive, ci accompagnano nei viaggi, attraversano paesaggi, si depositano nei nostri ricordi come una fotografia sonora.

Giorgio Chiesa di "Casalmaggiore a 33 giri" ci propone cinque dischi alternativi per l’estate 2026, tra ritorni e derive intimiste, ci offre una selezione eterogenea ma coerente. Cinque dischi che si distinguono per identità, ricerca e capacità evocativa.

Ad ognuno dei cinque dischi abbiamo associato recensioni di riviste specializzate del settore. 


 

Marta Del Grandi – Dream Life

 



Una delle pregevoli qualità di Marta Del Grandi è quella di non dare nulla per scontato. E il suo nuovo lavoro, “Dream Life”, ne è la conferma, grazie a un equilibrio perfetto tra art-pop e sperimentazione, cantautorato e arrangiamenti sempre coinvolgenti e punteggiati da spunti e capovolgimenti imprevisti. Insomma, dopo le già ottime prove di matrice principalmente folk, la musicista fa ora dell’eclettismo artistico non solo una fonte creativa da cui attingere, ma il suo punto di forza.

Da queste premesse non era affatto scontato mantenere una visione di fondo così coesa, ma l’ottimo lavoro in fase di produzione e l’attenzione dedicata a ogni singolo dettaglio nella composizione di testi e arrangiamenti arginano il pericolo di una raccolta sfilacciata. Ma, più di ogni tipo di lavoro di rifinitura, a permettere la fluidità in una tracklist così sfaccettata è la camaleontica spontaneità con cui Del Grandi compie le sue metamorfosi sonore abbracciando generi differenti anche all’interno dello stesso brano. Pop, funk, jazz e una spruzzata di musica progressiva trovano infatti un’eccezionale e briosa sintesi in “Antarctica” e nella robustezza ritmica di “Neon Lights”. E questa dimensione giocosa emerge ancor più chiaramente nella title track, dove riflessioni dal potenziale politico trasformativo vengono rivestite da un mantello di leggerezza folk-pop e accompagnate da un ironico videoclip. Le sperimentazioni con la strumentazione elettronica, invece, conducono la cantautrice milanese al pulsare inquieto di “20 Days Of Summer” e agli spazi dilatati in cui sono immersi il duetto con Fenne Kuppens (“Some Days”) e l’avvolgente nuvola strumentale “Gold Mine”.

Due brani, però, si distinguono come i due piccoli capolavori compositivi di questa raccolta, che confermano Marta Del Grandi come una delle più originali e ardite autrici attive negli ultimi anni in Europa. La straordinaria mini-sinfonia chamber folk “Alpha Centauri” condensa in quattro minuti e mezzo descrizioni folk e un afflato epico sulla scia delle recenti prove narrative dei Black Country, New Road. Qui lo slancio estatico viene acceso dall’impianto orchestrale che illumina i toni del brano come se fosse lo specchio terrestre del sistema stellare che dà il titolo alla composizione. Dall’impatto emotivo immediato è invece la ballata che chiude la raccolta. Inizialmente scarnificata e progressivamente arricchita dai fiati e dalla batteria, “Oh My Father” esplora con commozione la complessità della relazione genitore-figlia/o e del suo evolversi nel tempo. Del Grandi non poteva trovare note più delicate – e semplicemente belle – per chiudere “Dream Life”, riportando chi ascolta alla profonda materialità di quella che è per molte persone una delle relazioni fondanti del loro esistere.

 


Si tratta dunque di un disco che parla di sogni ma anche di realtà e piccole cose quotidiane e lo fa con uno spirito musicale raffinato e creativo che incanta sempre di più ad ogni ascolto. A conferma del fatto che, talvolta, il confine tra mondo onirico e realtà è più labile di quello che si creda. Discernere tra i due reami diviene dunque una questione di punto di vista o, meglio, del proprio posizionamento nei confronti del mondo, che, come ci insegnano Adrienne Rich e Donna Haraway, rimane sempre e comunque anche un atto politico.

 di Gianfranco Marmoro, Daniel Moor per Onda Rock


Lamante – Non dico addio

 



Lamante, con il suo secondo disco “Non dico addio”, si muove nel solco del primo album “In memoria di” del 2024, anch’esso prodotto da Taketo Gohara, tornando su temi come memoria, morte e famiglia. Ma allo stesso tempo aggiunge nuovi elementi: cambia, muta, si trasforma. “Non dico addio” è un disco, ma soprattutto un’opera. Lo si percepisce dalla prima all’ultima traccia, per la capacità rara di trasformare un dolore personale in qualcosa di collettivo. Non entra mai in dinamiche eccessivamente private: si può ascoltare senza conoscere nel dettaglio il lutto che ha attraversato la vita della cantautrice, eppure quel dolore arriva con una forza lancinante. E soprattutto, non è un lavoro che si piange addosso, ma sa andare oltre quella ferita, parlando anche di futuro. Di quello che c’è dopo un abisso.

È un progetto rock, nell’attitudine, che morde la pelle, che sbrana attraverso urla strozzate, ma che sa anche accarezzare e sussurrare frasi d’amore. Lamante è divoratrice di sentimenti, di stati d’animo, di memorie. Qui il suono, registrato all’interno di una chiesa consacrata, è completamente al servizio del racconto. Se nel primo lavoro dominavano fiati e chitarre, al centro ora troviamo organo, harmonium e una sezione d’archi: strumenti che evocano una dimensione femminile, materna, che è il cuore pulsante dell’album. Brani come “Governatevi”, “Rimani con me”, “Non dico addio”, “Ritorneremo a guardare il cielo” sono potenti, destinati a trovare la loro espressione più alta dal vivo, dimensione in cui la cantautrice raggiunge il suo apice.


 

Se “In memoria di” era un bel disco ma più frammentato, “Non dico addio” è invece compatto, coeso, pensato per essere ascoltato nella sua interezza. Un album, in questo senso, come si facevano una volta. Raccontare qualcosa di così intimo cercando un respiro universale è difficile. Qui accade. Ed è proprio questa la sua forza. “Non dico addio” è, senza esitazioni, uno dei progetti più significativi usciti in Italia negli ultimi anni scritti da un’emergente. Prosegue il percorso di un’artista che si ascolta davvero, che fa musica per esprimersi, non per inseguire numeri o logiche industriali. Dentro queste canzoni c’è fede non religiosa, ma umana: la speranza che l’arte non salvi il mondo, ma riesca almeno, ogni tanto, a salvare noi.

 di Claudio Cabona per Rockol

 

Leaving Venice – Price of Caring

 



E’ un piacere constatare che il rinascimento dello shoegaze abbia preso piede stabilmente anche in Italia con una generazione di band che ne riprende l’estetica e la rende attuale per i tempi incerti che viviamo. Per chi è nuovo del genere, lo shoegaze (guardarsi le scarpe) nasce negli anni 90 come alternativa introspettiva all’esuberanza del britpop e al nichilismo del grunge. Strati di chitarre pesantemente effettate, voci soffuse in sottofondo e tempi dilatati diedero vita a un modo riflessivo di intendere il rock, basato sulle emozioni e sul vissuto personale di incertezze e vulnerabilità. Le band che hanno fatto la storia (My Bloody Valentine, Slowdive e Ride) sono sopravvissute alle crisi e attualmente guidano una nuova ondata che risponde bene all’esigenza attuale di riscoprire delicatezza, emotività, empatia. Nuove band come i Whitelands hanno raccolto il testimone e incantano con suoni celestiali anche i cuori più duri. Per questo, dicevo, fa piacere che l’onda shoegaze sia arrivata in Italia e che stia raccogliendo, nel pubblico che apprezza la musica alternativa, sempre più consensi, tanto che si parla di italogaze.
 
I piacentini Leaving Venice ne sono degni rappresentanti con i loro muri di chitarre, la voce eterea e le aperture melodiche al livello dei colleghi britannici. Il loro album d’esordio, l’appena uscito “Price Of Caring”, (pubblicato dalla Dear Gear Records) si pone come punto di riferimento per la scena nostrana. La giovane band composta da Sara Groppi (voce, chitarra), Nicolò Botti (chitarra), Tommaso Botti (basso) e Diego Cardini (batteria) riprende i principali punti di riferimento del genere e li mette al servizio di una scrittura ammaliante ed energica, per un album che tratta del dilemma del vivere le proprie emozioni con completezza: “I brani di ‘Price Of Caring’ raccontano come, nel confronto con gli altri e con il mondo che ci ospita, l’intensità emotiva possa trasformarsi in un fardello, una fatica silenziosa, pur permettendoci di vivere ogni cosa a fondo”.

L’alternarsi di momenti di calma a fragori impetuosi rappresenta infatti in musica il fardello che viviamo nell’era dell’apparire, cioè vivere appieno le esperienze o nascondere le emozioni per non mostrarsi vulnerabili: “Questa estetica non è solo un linguaggio musicale, ma un mezzo espressivo che amplifica il conflitto al centro dell’album: lasciarsi scivolare addosso le cose per proteggersi e nascondersi, o liberare e celebrare la propria natura emotiva, immergersi”.


Heaven’s Bright”, uno dei due singoli, colpisce per i riff molto anni 90 e l’ingresso della chitarra che dà subito energia al brano mentre questo va in progressione. “Coming Clean” parte con un ritmo spedito e un giro di accordi che rende omaggio alle aperture dei Ride, per poi calmarsi e puntare sulla melodia del cantato e riprendere forza espressiva a metà brano. “Zebra”, il primo singolo, è lento e sognante come solo gli Slowdive sanno fare, i riverberi e gli intrecci tra le chitarre la fanno da padroni e l’intensità del ritornello dona una sostanza emozionante al brano, con un assolo finale che porta la canzone alle stelle. “Price Of Caring” è costruita sulle armonie chitarristiche e sulla loro fusione con la voce, in un brano tra i più sognanti dell’album che racconta appunto “il prezzo del prendersi cura”.


 
 
Price Of Caring” è un album a cui dare un po’ di spazio per lasciarci accarezzare ed è un buon modo per entrare dentro lo shoegaze e, magari, innamorarsene.

 di Luigi Zampi per Onda Rock


Vanessa Van Basten – Yes

 


Non ricordo come sono entrati nella mia vita i Vanessa Van Basten, so solo che, poco dopo l'uscita di “La stanza di Swedenborg”, ci sono rimasto sotto (è grazie a loro e ai Giardini di Mirò che mi sono reso conto che certe sonorità potessero vivere ben oltre i confini americani). Sono passati vent'anni e resta ancora una parte di me. Non che il successivo “Closer to the Small/Dark/Door” fosse da meno. Anzi. Il loro silenzio durato undici anni (tanti ne sono passati dall'EP “Disintegration”), però, si sono fatti sentire. Il peso del silenzio.

Bastano però pochi secondi di Dying in My Bed per capire che i Vanessa Van Basten sono tornati, non solo come presenza, ma come spirito che tutto permea. Aperture e dissonanze, violenza e involo etereo. Sette minuti e sette secondi di tutto ciò che me li ha fatti entrare nel cuore. Quel tocco coldwave che prende allo stomaco, la voce di Morgan Bellini che entra e porta tutto su. È così che inizia “Yes”. È così che il calore e il freddo si fanno di nuovo uno. Giornata de legno (con Giornata de oro innestata oltre i ricordi dall'altro lato della medaglia) nasce onda acustica, Stefano Parodi domina la scena col suo basso imperioso, la melodia che carezza il volto, folk che sa di temp(l)i a distanza siderale, con le percussioni a risuonare lungo le navate in movimenti circolari. Perché è in cerchio che “Yes” si muove, in spire avvolgenti. Lo si sente bene nella lunga La vita è la droga della morte, titolo evocativo, così come lo sono le melodie, diafane, cristallo soffiato che si fa crescendo e maremoto, spazialità post, orizzonti infiniti carichi di elettricità, chitarre ascendenti che paiono non fermarsi mai, nemmeno quando detonano in feroci onde d'urto per poi farsi aura sacrale e ancora mostro doom che tutto divora.



Il riff alternative rock trasmutato in colate di magma che tira dentro Spittincotton, a stretto giro, si fa sangue rovente, è l'odore del vento del Midwest che spira anche qua. La culla post-rock di Heartheaven è dolcezza e lucore, sospinge come il mare. Anche questo è “Yes”, qualcosa che si muove negli interstizi di un mondo che pare non esistere più.

Ma quel mondo è qua, spero per restare. Perché c'è ancora bisogno dei Vanessa Van Basten. Ora più che mai.

  di Fabio Marco Ferragatta per Impatto Sonoro

 

 

Yumeia & Tre Flip – Lume

 



"Lume" è il primo album ufficiale del progetto musicale Yumeia, realizzato in collaborazione con il collettivo Tre Flip.

La musica di Yumeia e Tre Flip è espansa, gelida, rarefatta: si allunga sui silenzi come un eco che rimbalza su un precipizio e poi incendia l’aria quando l’impeto prende il sopravvento sull’attesa. È shoegaze dal respiro pieno e dalle distorsioni che vanno e vengono, con una malinconia totale che è condizione esistenziale prima che requisito artistico. «È così strano che a giugno piova», cantano loro. La bella stagione non ci è mai appartenuta.

   di Manfredi Lamartina per ShoegazeBlog


Cinque dischi dal respiro internazionale: i non addetti ai lavori, ascoltando questi dischi penserebbero ad artisti inglesi o statunitensi, sia per il linguaggio che per lo stile musicale; niente di più sbagliato, se andiamo a controllare le loro carte d'identità troviamo scritto Abbiategrasso, Schio, Piacenza, Genova, Roma e Bolzano. Valorizzare la musica indipendente italiana porta indubbiamente un valore aggiunto a questa selezione di Giorgio.
Cinque dischi diversi, cinque traiettorie sonore che raccontano un’estate meno urlata e più introspettiva. Una stagione che, almeno musicalmente, sembra preferire la profondità alla superficie.

 

a cura di Stefano Superchi 

 

 

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