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14 gennaio 2026

30 anni di Tamagotchi, l'animale domestico virtuale diventato icona pop

 30 anni di Tamagotchi, l'animale domestico virtuale diventato icona pop

 



 A trent'anni dal suo lancio nel 1996, il Tamagotchi è ancora un fenomeno globale e a gennaio verrà celebrato a Tokyo con una grande mostra: la "30th Anniversary Tamagotchi Grand Exhibition" che ne ripercorre l'evoluzione dai primi schermi pixelati agli aggiornamenti moderni, confermandone la popolarità e il superamento dei 100 milioni di unità vendute.

 


Il fascino duraturo di questo piccolo animale domestico digitale ha catturato indistintamente le generazioni, dagli anni ’90 ad oggi, appassionando anche una boomer per nulla tecnologica, come me. Lo trovai bellissimo, una novità, e all’epoca mamma giovane, lo comprai a mia figlia bambina.

Fu ideato da Aki Maita, una designer giapponese della Bandai, e Akihiro Yokoi, un ingegnere della stessa azienda, con l’intento di creare un gioco elettronico portatile che permettesse ai bambini di prendersi cura di un animale domestico virtuale.

 


Il nome "Tamagotchi" deriva dalla fusione di due parole: il termine giapponese tamago (卵), che significa "uovo", e la parola inglese watch (orologio), spesso traslitterata in giapponese come "uotchi" (ウォッチ), simile a un orologio da portare sempre con sé, e del suo essere una presenza costante.
Il gioco consiste in un piccolo dispositivo elettronico a forma di uovo con un display LCD e tre pulsanti. Il giocatore deve prendersi cura di un animale virtuale, nutrendolo, giocando con lui e curandolo quando è malato perché, se non lo si cura a dovere, può anche morire.
 

Il primo Tamagotchi è stato lanciato il 1 novembre 1996 in Giappone e ha subito riscosso un enorme successo diventando un fenomeno culturale, con milioni di esemplari venduti in tutto il mondo.
Ha cavalcato diverse generazioni, evolvendosi e cambiando caratteristiche e animali virtuali, inizialmente un pulcino, poi tanti altri. Tra i più popolari ci sono Mametchi, Kuchipatchi e Hamtchi.

 



Ha ispirato diverse serie animate e altrettanti videogiochi, negli anni ’90 è stato un simbolo che ha influenzato bambini, adolescenti e adulti, divenendo elemento di cultura popolare. Fu progettato per essere una lente critica della società giapponese. Apprezzato e criticato allo stesso modo, il Tamagotchi è stato il primo gioco elettronico portatile, grande poco più di un portachiavi, a diventare un fenomeno culturale globale.
 


 

E così, il Roppongi Museum Tokyo si tinge di pixel e nostalgia evidenziando come il Tamagotchi rappresenti un ponte tra passato e presente, tra padri e figli. In un’epoca dominata dagli schermi sempre connessi, la sua semplicità tattile appare quasi controcorrente. I genitori che li hanno comprati ai loro figli negli anni '90, li recuperano per nostalgia, mentre i nipoti li scoprono come alternativa ai social e ai videogiochi online. La mostra di Tokyo non si limita a esporre oggetti in teca ma accompagna i visitatori immergendoli nel pianeta Tamagotchi, con installazioni interattive che permettono di rivivere l’esperienza del pet virtuale.

 


Si esplora il motivo per cui milioni di persone si sono affezionate a pochi pixel capaci persino di “morire” se trascurati. Spaventava e allo stesso tempo incuriosiva, un po’ come la AI adesso, c’era chi lo vedeva pericoloso per lo sviluppo psicologico dei bambini e dei ragazzi, che rischiavano di diventarne dipendenti (dimenticando che l'essere umano da sempre è dipendente di qualcosa o di qualcuno), e chi ne era fortemente attratto.

 


 

Allora come ora: le tecnologie ci spaventano, le critichiamo, pensiamo che siano un "vizio" solo di altri, ma in realtà ne siamo tutti attratti e spesso sopraffatti. E la storia torna, ritorna, percorre sempre gli stessi sentieri: ogni cosa nuova prima ci spaventa un attimo dopo ne siamo servi.
 

Ma se il Tamagotchi mantiene il suo fascino, un motivo ci sarà, forse il bisogno di tenerezza?

 

Giovanna Anversa

 

 

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