La grinta di una Donna libera.
Il racconto del concerto di Nada a Viadana.
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| foto: Gaia Beranti |
“Gaia, c’è Nada a Viadana, andòm?” Che lei avesse già il biglietto avrei dovuto immaginarlo e che, visto il mio entusiasmo, lo avrebbe preso anche per me, pure. Sapevo bene che non avrei visto la piccola Nada, che ancora adolescente, debuttava nel 1969 a Sanremo con “Ma che freddo fa” o quella di “La porti un bacione a Firenze” e nemmeno la Nada più matura di “Ti stringerò”.
La Nada di oggi è l’esito della evoluzione artistica costruita negli anni che, dai Sanremo e Canzonissima che la consacrarono nella rosa della musica pop/leggera da ragazzina, diventa, dopo un periodo di silenzio, autrice, cantautrice e scrittrice. L’artista, indipendente dalle case discografiche, dagli arrangiamenti decisi da altri e dai look preconfezionati, inizia ad uscire da quel guscio nella seconda metà degli anni ’90 fino a diventare la musicista e artista dal fascino sciamano, di oggi.
Le sue sonorità si agitano tra atmosfere rock blues intenso e ruvido e momenti psichedelici che trascinano in un viaggio vibrante. Anni di ricerca per sortire un linguaggio musicale libero e fuori dagli schemi, che alterna momenti di grande intensità a un sound essenziale, un grido selvaggio e al tempo stesso poetico. Non solo musica, non solo canto, direi piuttosto teatro vero, puro, rustico ma raffinato, caratterizzato da una presenza scenica intensa, lontana da ogni artificio.
I testi recenti, da lei composti, toccano temi profondi come la paura, il coraggio, la natura, l'introspezione, le odierne brutture che l’artista snocciola con uno stile crudo e sincero mettendo in campo non solo la voce ma tutto il corpo che si agita sulle note come uno strumento. Una sorta di teatro canzone che incolla alla poltrona e lascia lo spettatore dentro lo spettacolo anche una volta tornato a casa.
Di fianco a me era seduta una signora distinta, direi nel mezzo del settantesimo decennio, con l’aspetto di chi di cultura, nella sua vita, ha fatto incetta. Sicuramente memore della Nada dei suoi tempi pur prevedendolo, credo non si aspettasse una tale trasformazione.
La osservavo notando una grande attenzione, come se fasci di laser uscissero dai suoi occhi e dalle sue orecchie a vivisezionare l’esibizione. A fine concerto, mi guarda ed io le chiedo se le fosse piaciuto “ci devo pensare” mi disse, e la trovai la risposta migliore.
Il caso volle, il fato si sa gioca con le vite di noi umani come gli pare, che incontrassi nuovamente la signora nei corridoi dell’ospedale Aragona, entrambe in visita a parenti. Mi sorride, mi saluta calorosamente ed io pure: “Ci ho pensato sa, ho passato una bella serata, ho assistito a uno spettacolo intenso di quelli che fanno pensare, di quelli che non ti basta vederli una volta sola per il timore di non avere assaporato tutto. Non è certo la Nada che conoscevo ma cosa vuole, nemmeno io a volte riconosco me stessa. Qualcosa a casa ho portato, come deve essere quando si va a teatro”
GIOVANNA ANVERSA
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| foto: Mathias Mocci |
“Metti un intestino dopo cena.”
Il Teatro Vittoria, tornarci è davvero strano dopo non so quanti anni. La magia di quei luoghi che nella tua testa sono rimasti fermi alla tua post adolescenza. Sono uguali ma così diversi. A parte queste vibrazioni personali, sono qui in trepidante attesa di sentire Nada.
Mi siedo, alzo la testa e vedo… un intestino.
Mi chiedo anche se quello che vedo sia effettivamente quello che sembra. Un pannello rotondo decorato con una fantasia che in tutto e per tutto mi appare un intestino. Vabbè, sarà il mio gusto per l’orrido e lo splatter che mi fa vedere organi pressoché ovunque, capirai che novità.
Poi cosa vuoi che c’entri un intestino con Nada, la dolce Nada che son venuta a sentire, perché artisti simili a Viadana mica si possono perdere. Sono storie della musica italiana su due gambe, scherziamo?
Niente di più sbagliato.
Ammetto candidamente di non conoscere la nuova Nada. Di far parte di quella fetta di pubblico che va ai concerti non necessariamente per conoscenza ricca dell’artista, ma anche e soprattutto quando non conosce, per capire, per scoprire. E questa Nada è un’esperienza veramente inedita.
Donnina piccina, che fa tenerezza, quanto gagliarda nella performance, una grinta pazzesca per i suoi 72 anni. Non è lì per fare quello che ti piace, è lì per la sua arte.
Ma, a differenza di altri artisti che presentano una m*sturbazione che lo spettatore subisce senza essere minimamente coinvolto (avrà il suo senso, io non lo colgo), questa signora performa coinvolgendo, nei gesti, nelle parole, negli sguardi. Quanta bellezza. Non è musica leggera, è un momento alto,
E l’intestino?
Ah beh, te lo dice lei stessa. È uno spettacolo “di pancia”. Passa in rassegna tutta una serie di sensazioni umane, le fa vibrare con la voce, roca ma precisa, profonda ma non scura, si circonda di musicisti bravissimi e capacissimi che la seguono in tutto e per tutto e danno corpo ai testi. Testi che a volte non capisci (perlomeno io), ma al tempo stesso li capisci, in un gioco di assonanze, consonanze ed onomatopee. In pratica, ogni minimo dettaglio “suona” e ti risuona.
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| foto: Mathias Mocci |
Volevi sentire “Ma che freddo fa?”. E lei non la fa! Vai poi a casa e ti accendi Spotify. Qua del “pulcino del Gabbro” non è rimasto niente. Non sono anni i suoi della ricerca dei consensi, non più. Sono gli anni della condivisione più aulica, sempre con umile garbo. Si accende quando recita cantando, come un satiro impazzito, per tornare folletto delicato quando ringrazia il pubblico e la sua band per essere lì, spessissimo durante lo show.
“Amore disperato” non invecchia mai invece. Ha l’energia originale, l’intensità originale, forse anche più dell’originale. La rifà esattamente come te la aspetti, e questo a 72 anni forse non te lo aspetti.
GAIA BERANTI





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