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25 gennaio 2026

Hanno ammazzato Anne, Anne è viva!

 Hanno ammazzato Anne, Anne è viva!

 


 Il mio viaggio ad Amsterdam mi riservò sorprese straordinarie e inaspettate.
Giugno 2024. Decido finalmente di visitare la città dei coffee shop, dei canali e delle bici, luoghi comuni come pizza e mandolino quando si parla di Napoli. Ovviamente Amsterdam è molto più di questo e me la voglio godere tutta, quindi parto da sola. Mi incantano subito i tetti a graticcio delle case che si affacciano sui canali che tagliano i quartieri, quell’acqua mi dà pace e decido di percorrerli in barca mentre penso a come spendere i giorni in questa città che sembra uscita da un libro di Andersen. Andrò di certo al Rijksmuseum, mi gusterò Van Gogh, noleggerò una bici, mi berrò una birra all'aperto nel magico quartiere di Jordaan e mangerò al mercato Albert Cuyp.

Senza orari e senza fretta respiro gli anfratti e la bellezza di questo angolo incantato, pervasa da un benessere che non provavo da tempo. Il 12 giugno, ultimo giorno di permanenza ad Amsterdam e data di nascita di Anne Frank, vado a visitare l'alloggio segreto dove lei visse due anni con la famiglia per scappare dalla persecuzione nazista. L'emozione mi attraversa le viscere, penetra nel sangue e il mio viso reagisce bagnandosi di lacrime. Mi accorgo presto di non essere l'unica.

Una signora anziana, accompagnata da una badante, ha gli occhi colmi e con mestizia inonda di lacrime un fazzoletto bianco e immacolato su cui intravedo una A ricamata. Dopo questa botta emotiva torno in hotel a prendere i bagagli, è giunta l'ora di salutare la splendida Amsterdam e correre in aeroporto. Sono in fila al check-in e nella fila accanto per il volo diretto a Tel Aviv, scorgo la signora vista al museo di Anne e non posso evitare di percepirne il nome mentre consegna i documenti: Annelies Marie Frank. La signora, sostenuta a braccetto dalla badante, si sedette ad un bar prima di entrare al gate, ed io, in preda ad una eccitazione incontrollabile feci lo stesso. La guardai a lungo e non appena mi notò le parole mi uscirono senza che me ne accorgessi: “Mi scusi ma non ho potuto evitare di sentire il suo nome prima al check-in, dunque è lei, come è possibile?”

 



"Mi chiamo Annalies Marie Frank, ma tutti mi hanno sempre chiamata Anne. Sì, sono io quella signora che piangeva nei locali dell’Alloggio Segreto, in quell' edificio al numero 263 della Prinsengraght, che grazie alla volontà e alla tenacia di mio padre Otto è diventato un museo visitato da migliaia di persone. Sono tornata poco dopo papà Otto, ma ero troppo provata e troppo sconvolta per buttarmi nuovamente nel mondo; mi ritirai per tanto tempo in un luogo tranquillo sul mare del nord, dove provai a curare le mie ferite continuando a scrivere con uno pseudonimo.

Oggi, nel giorno dei miei 95 anni, ho voluto tornare in quella soffitta per l’ultima volta. Grazie per avermi cercata. Ci sono voluti molti anni perché trovassi la forza di parlare della mia storia, del resto il mio Diario ne racconta già una buona parte; quindi, per molto tempo ho lasciato che fosse lui a parlare per me, tacendo su tutto quello che era avvenuto dopo, troppo duro per essere detto o scritto.  Ma poi, come molti altri che hanno vissuto sulla loro pelle le conseguenze dell’internamento nei campi di sterminio e sono sopravvissuti, a un certo punto ho sentito la necessità, il dovere morale di diventare una testimone; quindi, da qualche decennio vado nelle scuole e racconto alle nuove generazioni la follia dell'antisemitismo e della persecuzione nazista, nella speranza che ciò che è stato non venga dimenticato, dopo che io e gli altri ultimi sopravvissuti non ci saremo più. Ma oggi voglio fare di più. i miei giorni son sempre meno, le mie forze pure, voglio dire due cose a Nethanyau dopo di che posso offrire l’ultimo saluto al mondo.
 


 

Non entravo nell'Alloggio Segreto da molti anni, dalla morte di mio padre avvenuta nel 1980. Entrarci porta a galla delle sensazioni così forti che mi sembra di essere catapultata indietro nel tempo e di rivivere tutto, come se gli anni non fossero passati e io fossi ancora la ragazzina tredicenne che quel giorno di luglio del 1942, ad un tratto vide rovesciarsi le sue certezze, le sue consuetudini, la sua vita, per ricominciarne una completamente nuova all' insegna della clandestinità.
 
Nell'Olanda occupata dai nazisti le leggi antisemite avevano già iniziato da un po' a cambiare le nostre vite di ebrei, giorno dopo giorno, imponendo nuove e sempre maggiori restrizioni alle nostre libertà. Un giorno dovevamo consegnare le nostre biciclette, non potevamo più guidare le automobili, il giorno seguente ci era impedito di frequentare i cinema e i teatri, le palestre e le piscine,  non potevamo uscire per strada dopo le 8 di sera, ci era impedito di frequentare i nostri amici non ebrei, ci erano imposti orari per fare la spesa, ma soprattutto ci era impedito di frequentare le scuole che avevamo sempre frequentato, così sia io che mia sorella Margot avevamo iniziato ad andare alla scuola ebraica.

Nonostante le tante limitazioni. la nostra vita di giovani ragazze aveva ancora una qualche sembianza di normalità: frequentavamo gli amici, ogni tanto trovavamo qualche ammiratore disposto a farci omaggio di un buon gelato nella gelateria ebraica del nostro quartiere e insomma, non ce la passavamo tanto male. Ma poi strane lettere di convocazione erano iniziate ad arrivare nelle case degli ebrei, lettere in cui il destinatario era chiamato a partire per dare il suo contributo di lavoro allo sforzo bellico, partendo per la Germania. Ma molti di noi avevano cominciato a dubitare della veridicità di queste convocazioni, perché chi partiva fatalmente non dava più alcuna notizia di sé e intanto voci che parlavano di prigioni e campi di concentramento per ebrei nelle regioni ad est dell’Europa avevano iniziato a circolare, provocando terrore e senso di precarietà nella nostra comunità di Amsterdam.

 



Un giorno una di quelle convocazioni arrivò anche a casa nostra. Era una domenica di luglio, il 3 luglio per la precisione, era di pomeriggio e io stavo prendendo il sole nel cortile sul retro della nostra bella casa in Merwedeplein, perciò, non sentii lo squillo del campanello di chi recapitò quella lettera di convocazione per la signorina Margot Frank, mia sorella di 16 anni. Quello che accadde negli istanti e nelle ore successive alla consegna di quella lettera fu un vero e proprio vortice di eventi che in brevissimo tempo cambiò per sempre la mia vita. 

Già da mesi, senza che io avessi mai sospettato alcunché, i miei genitori, non avendo trovato nessun visto per poter espatriare, avevano iniziato a progettare un piano alternativo alla fuga, ovvero quello di darci alla clandestinità, nascondendoci in alcuni locali retrostanti gli uffici e i magazzini dell’edificio in cui aveva sede la ditta di papà. L'arrivo di quella convocazione per Margot aveva reso indispensabile anticipare la nostra sparizione, così il lunedì successivo all'arrivo della lettera ci trasferimmo di nascosto in quella che per i successivi due anni sarebbe stata la nostra nuova casa. Nel frattempo, le strade di Amsterdam erano attraversate giorno e notte dalle automobili militari che si fermavano ad ogni casa alla ricerca di ebrei da arrestare e deportare. La persecuzione ai danni di amici e conoscenti diventava sempre più efficiente e feroce. Intere famiglie sparivano. A volte i bambini tornavano da scuola e non trovavano più i genitori, oppure donne tornavano dalla spesa e trovavano le loro case, sigillate dalla Gestapo, vuote, i famigliari arrestati e deportati. La paura aveva iniziato a serpeggiare nella comunità ebraica, ognuno sentiva di avere le ore contate: tutti sapevano che prima o poi quella stessa fine sarebbe toccata anche a loro.
 
Queste notizie arrivavano all'interno dell’Alloggio Segreto dove, nel frattempo, noi avevamo iniziato a vivere la nostra nuova vita, grazie all' aiuto e al sostegno di buoni amici che provvedevano a noi dall'esterno con viveri e generi di prima necessità, ma soprattutto col buon cuore e il coraggio di chi compie un gesto di umanità in mezzo alla tenebra, con la consapevolezza di rischiare terribili ritorsioni per aver aiutato degli ebrei a nascondersi. Furono due anni di emozioni contrastanti, vissuti sempre in bilico tra paura e speranza, tra ottimismo e disperazione, in cui non so se sarei riuscita a resistere, se non avessi avuto con me il mio famoso Diario.

 


Grazie alla mia amica immaginaria Kitty, che è l’anima stessa del Diario e allo stesso tempo una sorta di mio alter ego, sono riuscita a dare forma attraverso la scrittura ai miei pensieri, alle mie paure, ai miei sogni e a trarre forza da essi per resistere all'isolamento e alla clandestinità di quei giorni. Ciò che è accaduto dopo il nostro arresto avvenuto il 4 agosto '44, lo tacerò per pudore. Anche il mio Diario non ne parla. Non ho più avuto la forza di scrivere dal giorno del mio arresto e d'altra parte, a Westerbork prima e ad Auschwitz dopo, non si può certo dire che la scrittura fosse un’attività promossa e sostenuta dai nostri carcerieri! Del resto, anche noi, impegnati come eravamo a sopravvivere, non avevamo nemmeno il tempo per pensare, figurarsi scrivere!
 
Oggi che sono passati molti anni, che ho trovato la forza di parlare di quell'orrore, a volte mi chiedo se davvero sia tutto finito, come abbiamo creduto che fosse, una volta tornati nelle nostre case. Mi chiedo se il mondo abbia imparato qualcosa da quegli eventi, se le nostre testimonianze siano servite a qualcosa o se invece la verità nuda e cruda è che gli uomini non imparino mai davvero qualcosa dai loro errori e che fatalmente la Storia sia destinata a ripetersi. Vorrei avere ancora la stessa speranza di quei giorni in cui confidavo al mio Diario i miei sogni e i miei progetti per il futuro scrivendo queste parole:
"È un gran miracolo che io non abbia rinunciato ai miei sogni, anche se mi sembrano assurdi e irrealizzabili. Me li tengo stretti, nonostante tutto, perché continuo a credere nell' intima bontà dell’uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo trasformarsi lentamente in un deserto, partecipo al dolore di milioni di persone. Eppure quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l'ordine, la pace, la serenità. Intanto devo conservare i miei ideali. Verrà un tempo in cui forse essi saranno ancora attuabili".
 

Oggi quelle parole mi fanno tremare i polsi, perché so che ci sono bambini e ragazzi da qualche parte in Palestina, in Ucraina e in tanti altri luoghi attraversati dalla guerra e dalla violenza, luoghi in cui uomini, donne e bambini sono perseguitati per la loro provenienza, per il colore della loro pelle o per la loro religione, che vivono le stesse sensazioni e forse, come me allora, stanno confessando ad un amico, immaginario o no, le stesse mie paure di allora, le stesse mie speranze e mi chiedo se non avessi torto allora, se sia ancora possibile credere "nell'intima bontà dell'uomo", se quei miei ideali siano davvero ancora attuabili o se non mi sia semplicemente ingannata. Forse sono solo diventata vecchia e stanca... mi scusi per questo mio sfogo!"

 




Mentre la voce metallica annunciava l’imbarco del volo per Tel Aviv, la signora Anne si alzò lentamente, poggiandosi al braccio di un addetto. Prima di allontanarsi, si voltò verso di me con uno sguardo lucido, quasi rassegnato, come se volesse affidarmi un ultimo pensiero.
“Non avrei mai pensato di vivere abbastanza da vedere un popolo perseguitato diventare, a sua volta, oppressore,” mi disse con tono pacato ma deciso. “Mi addolora ciò che sta accadendo oggi in Israele e nei territori palestinesi: le case demolite, i villaggi isolati, le famiglie costrette a vivere sotto l’assedio dei coloni e delle politiche del governo. Non può esserci giustizia se un dolore ne genera un altro.”
 

Fece una breve pausa, come per pesare ogni parola: “Quando ho scritto che credevo nell’intima bontà dell’uomo, non immaginavo che, un giorno, proprio chi aveva subito la persecuzione avrebbe inflitto sofferenze simili a un altro popolo. Forse la storia non insegna nulla, o forse noi non vogliamo ascoltarla.”
Si avviò verso il gate, mentre la sua figura lentamente si confondeva tra i passeggeri, come un’eco del passato che ancora ci interroga, l’eco della voce di chi capisce che la memoria non serve a ricordare soltanto, ma a impedire che il dolore cambi nome e continui altrove.

 

Arianna Novelli

Giovanna Anversa

Stefano Superchi 

 


 tratto dal sito https://www.annefrank.org/en/

 

 


Spettacolo realizzato dalla compagnia dei Casalmattori di Casalmaggiore, da proporre per il "Giorno della Memoria". Adattamento del testo a cura di Arianna Novelli e interprete principale, con la partecipazione nel finale di Marzio Sergio Bini. Musiche a cura di Giovanna Anversa, tecnico del suono Luciano Ongari realizzazione video di Pierluigi Bonfatti Sabbioni.
Questa rappresentazione si è svolta a Gussola CR, il 6 febbraio 2019 per le classi dell'Istituto Comprensivo Dedalo 2000 di Gussola.

Tratto dal  Canale video di ARVITER (Archivio Video Territoriale dell'area Oglio Po) fondato dal filmaker Pierluigi Bonfatti Sabbioni nel 2006.


21 gennaio 2026

Maschere e Giullari, dal 25 gennaio la seconda rassegna di cinema sociale


 CIRCOLO CULTURALE

E. DEFENDI

Maschere e Giullari

Freud, la tavola bene educata e il pollo di Bacon
Rassegna cinematografica a cura di Giuseppe Romanetti

 



Domenica 25 gennaio, ore 17:00
Chiesa Monastica di S. Chiara, Via Formis 3, Casalmaggiore (CR)



La rassegna cinematografica “Maschere e Giullari – Freud, la tavola bene educata e il pollo di Bacon”, promossa dal Circolo Culturale “E. Defendi” di Casalmaggiore, inaugura domenica 25 gennaio un percorso dedicato al comico tra filosofia, psicoanalisi e storia del cinema.

La rassegna è ospitata nella Chiesa Monastica di S. Chiara, in via Formis 3, a Casalmaggiore, con inizio alle ore 17:00 e ingresso a offerta libera.

A curare la rassegna è Giuseppe Romanetti, che propone un itinerario attraverso le due grandi figure dell’attore comico internazionale, dalla stagione del muto fino a Woody Allen: la maschera e il giullare. La maschera castigatrice di vizi, un comico moralizzatore e concreto, mentre il giullare è il sovrano dell’astrattezza e dell’eversione, capace di scardinare ogni logica.

Il percorso evita però ogni rigidità, nessun comico è fino in fondo solo maschera o solo giullare, e il cinema ha continuamente mescolato questi registri. Dal muto ai giorni nostri, la risata nasce spesso proprio da questo intreccio, da figure che si muovono sul confine tra ordine e sovversione, tra disciplina sociale e desiderio di rompere le regole.

In questo primo incontro il pubblico potrà vedere “The Playhouse” di Buster Keaton, seguito da “Duck Soup” (“La guerra lampo dei Fratelli Marx”), due opere che incarnano in modo esemplare la dialettica tra controllo formale e caos comico. Keaton, con il suo volto impassibile, lavora sulla precisione meccanica della gag, mentre i Marx esplodono in un turbine di nonsense e attacchi corrosivi ai simboli del potere.

Lo stesso Freud ci fa riflettere sul riso come sospensione liberatoria: la gag e la battuta spezzano per un attimo il modello di comportamento serio imposto dalla vita sociale, permettendo un risparmio di energia psichica e un piccolo momento di emancipazione. In questa prospettiva, il cinema comico non è solo intrattenimento, ma uno spazio in cui la comunità può misurare e mettere in discussione le proprie convenzioni, ridendo di ciò che, per qualche istante, smette di apparire intoccabile.

 

Domenica 25 Gennaio

The Playhouse

 

 
Regia di Buster Keaton. Con Buster Keaton. Genere Cortometraggio - USA, 1921, durata 22 minuti. 

 


a seguire:

Duck Soup (La guerra lampo dei Fratelli Marx)


Regia di Leo McCarey. Con Louis Calhern, Groucho Marx, Chico Marx, Harpo Marx, Edgar Kennedy, Margaret Dumont. Titolo originale: Duck Soup. Genere Comico - USA, 1933, durata 70 minuti.



 

Domenica 01 Febbraio

Monsieur Verdoux

 


Regia di Charles Chaplin. Con Isobel Elsom, Charles Chaplin, Martha Raye, Mady Correll, Allison Roddan, Robert Lewis. Genere Comico - USA, 1947, durata 122 minuti.

 


Domenica 08 Febbraio

The Flying Deuces (i diavoli volanti)

 


Regia di A. Edward Sutherland. Con Stan Laurel, Oliver Hardy, Jean Parker, Reginald Gardiner, Charles Middleton, James Finlayson. Titolo originale: The Flying Deuces. Genere Comico - USA, 1939, durata 69 minuti.


 

Domenica 15 Febbraio

Hellzapoppin

 



Regia di Henry C. Potter. Con Mischa Auer, Ole Olsen, Chic Johnson, Martha Raye, Shemp Howard. Genere Commedia - USA, 1941, durata 84 minuti.

 


 

Domenica 22 Febbraio

Miseria e Nobiltà

 



Regia di Mario Mattoli. Con Sophia Loren, Totò, Giuseppe Porelli, Carlo Croccolo, Franca Faldini, Dolores Palumbo. Genere Commedia - Italia, 1954, durata 95 minuti.

 


 

Domenica 01 Marzo

Take the Money and Run (prendi i soldi e scappa)

 


Regia di Woody Allen. Con Woody Allen, Janet Margolin, Marcel Hillaire, Lonny Chapman, Jan Merlin. Titolo originale: Take the Money and Run. Genere Commedia - USA, 1969, durata 85 minuti.

 


 

Un particolare ringraziamento alla Fondazione S. Chiara.

 

a cura di Giuseppe Romanetti e Stefano Superchi

 


 

18 gennaio 2026

I migliori dischi stranieri del 2025 La (non) classifica di Casalmaggiore a 33 giri

 

I migliori dischi stranieri del 2025

La (non) classifica di Casalmaggiore a 33 giri

 



 Il 2025 della scena musicale straniera, visto e ascoltato da Giorgio Chiesa, di Casalmaggiore a 33 giri. Una selezione di dieci album che spaziano dal rock sperimentale all'elettronica d'avanguardia, dal pop visionario all'indie più oscuro. Ecco la sua (non) classifica.


Wolf Alice - The Clearing
I Wolf Alice tornano con The Clearing, un album che consolida la loro capacità di muoversi tra dinamiche shoegaze e melodie dirette. Un disco che conferma la band come una delle realtà più interessanti del rock britannico contemporaneo.




 
Nation of Language - Dance Called Memory
Con Dance Called Memory, i Nation of Language esplorano territori synth-pop con eleganza nostalgica. Il trio newyorkese costruisce atmosfere rarefatte che guardano agli anni '80 senza mai cedere alla mera citazione.
 



 
Blood Orange - Essex Honey
Dev Hynes firma con Essex Honey un lavoro che intreccia r&b, soul e sperimentazione elettronica. Un album introspettivo che conferma la sua cifra stilistica unica, capace di unire intimità emotiva e sofisticazione produttiva.

 



 
Anna Von Hausswolff - Iconoclasts
Iconoclasts rappresenta l'ennesima prova di forza della musicista svedese, che con l'organo pipe costruisce cattedrali sonore oscure e maestose. Un disco che sfida l'ascoltatore con la sua intensità mistica e sperimentale.

 




 
Rosalía - LUX
L'album di Rosalía si è imposto come uno dei dischi più celebrati dell'anno, conquistando il primo posto in numerose classifiche internazionali. LUX è un'opera ispirata alla mistica femminile che rompe i confini del genere, confermando la centralità dell'artista catalana nel pop contemporaneo.




 
Wisp - If Not Winter
Con If Not Winter, Wisp offre un viaggio attraverso paesaggi shoegaze eterei e testi carichi di vulnerabilità. Un debutto che ha conquistato la critica per la sua capacità di rinnovare un genere senza tradirne l'essenza.

 



 
Wet Leg - Moisturizer
Le Wet Leg tornano con Moisturizer, secondo album che conferma il loro approccio ironico e disincantato al post-punk. Un disco che bilancia leggerezza apparente e profondità compositiva con intelligenza e autoironia.
 



Just Mustard - We Were Just Here

La band irlandese costruisce con We Were Just Here un muro di suono ipnotico e claustrofobico. Le atmosfere shoegaze si fondono con elementi noise in un album che richiede ascolti ripetuti per svelarne tutte le sfumature.

 



 
FKA Twigs - Eusexua
Eusexua si è guadagnato un posto di rilievo nelle classifiche di fine anno, occupando il quinto posto nella classifica aggregata di Album of the Year. L'artista britannica esplora nuove dimensioni della sua ricerca sonora, fondendo elettronica, r&b e sperimentazione in un lavoro visionario che conferma il suo status di icona innovativa.




Anna B Savage - You & I Are Earth
Con You & I Are Earth, Anna B Savage firma un album di rara intensità emotiva. La sua voce nuda accompagna composizioni minimali che esplorano temi di vulnerabilità e connessione umana, creando un'opera intima e potente.



 

a cura di Stefano Superchi 

 

14 gennaio 2026

30 anni di Tamagotchi, l'animale domestico virtuale diventato icona pop

 30 anni di Tamagotchi, l'animale domestico virtuale diventato icona pop

 



 A trent'anni dal suo lancio nel 1996, il Tamagotchi è ancora un fenomeno globale e a gennaio verrà celebrato a Tokyo con una grande mostra: la "30th Anniversary Tamagotchi Grand Exhibition" che ne ripercorre l'evoluzione dai primi schermi pixelati agli aggiornamenti moderni, confermandone la popolarità e il superamento dei 100 milioni di unità vendute.

 


Il fascino duraturo di questo piccolo animale domestico digitale ha catturato indistintamente le generazioni, dagli anni ’90 ad oggi, appassionando anche una boomer per nulla tecnologica, come me. Lo trovai bellissimo, una novità, e all’epoca mamma giovane, lo comprai a mia figlia bambina.

Fu ideato da Aki Maita, una designer giapponese della Bandai, e Akihiro Yokoi, un ingegnere della stessa azienda, con l’intento di creare un gioco elettronico portatile che permettesse ai bambini di prendersi cura di un animale domestico virtuale.

 


Il nome "Tamagotchi" deriva dalla fusione di due parole: il termine giapponese tamago (卵), che significa "uovo", e la parola inglese watch (orologio), spesso traslitterata in giapponese come "uotchi" (ウォッチ), simile a un orologio da portare sempre con sé, e del suo essere una presenza costante.
Il gioco consiste in un piccolo dispositivo elettronico a forma di uovo con un display LCD e tre pulsanti. Il giocatore deve prendersi cura di un animale virtuale, nutrendolo, giocando con lui e curandolo quando è malato perché, se non lo si cura a dovere, può anche morire.
 

Il primo Tamagotchi è stato lanciato il 1 novembre 1996 in Giappone e ha subito riscosso un enorme successo diventando un fenomeno culturale, con milioni di esemplari venduti in tutto il mondo.
Ha cavalcato diverse generazioni, evolvendosi e cambiando caratteristiche e animali virtuali, inizialmente un pulcino, poi tanti altri. Tra i più popolari ci sono Mametchi, Kuchipatchi e Hamtchi.

 



Ha ispirato diverse serie animate e altrettanti videogiochi, negli anni ’90 è stato un simbolo che ha influenzato bambini, adolescenti e adulti, divenendo elemento di cultura popolare. Fu progettato per essere una lente critica della società giapponese. Apprezzato e criticato allo stesso modo, il Tamagotchi è stato il primo gioco elettronico portatile, grande poco più di un portachiavi, a diventare un fenomeno culturale globale.
 


 

E così, il Roppongi Museum Tokyo si tinge di pixel e nostalgia evidenziando come il Tamagotchi rappresenti un ponte tra passato e presente, tra padri e figli. In un’epoca dominata dagli schermi sempre connessi, la sua semplicità tattile appare quasi controcorrente. I genitori che li hanno comprati ai loro figli negli anni '90, li recuperano per nostalgia, mentre i nipoti li scoprono come alternativa ai social e ai videogiochi online. La mostra di Tokyo non si limita a esporre oggetti in teca ma accompagna i visitatori immergendoli nel pianeta Tamagotchi, con installazioni interattive che permettono di rivivere l’esperienza del pet virtuale.

 


Si esplora il motivo per cui milioni di persone si sono affezionate a pochi pixel capaci persino di “morire” se trascurati. Spaventava e allo stesso tempo incuriosiva, un po’ come la AI adesso, c’era chi lo vedeva pericoloso per lo sviluppo psicologico dei bambini e dei ragazzi, che rischiavano di diventarne dipendenti (dimenticando che l'essere umano da sempre è dipendente di qualcosa o di qualcuno), e chi ne era fortemente attratto.

 


 

Allora come ora: le tecnologie ci spaventano, le critichiamo, pensiamo che siano un "vizio" solo di altri, ma in realtà ne siamo tutti attratti e spesso sopraffatti. E la storia torna, ritorna, percorre sempre gli stessi sentieri: ogni cosa nuova prima ci spaventa un attimo dopo ne siamo servi.
 

Ma se il Tamagotchi mantiene il suo fascino, un motivo ci sarà, forse il bisogno di tenerezza?

 

Giovanna Anversa

 

 

12 gennaio 2026

I migliori dischi italiani del 2025. La (non) classifica di Casalmaggiore a 33 giri.

I migliori dischi italiani del 2025

La (non) classifica di Casalmaggiore a 33 giri


 


Il 2025 della scena musicale italiana, visto attraverso il filtro di Giorgio Chiesa, di Casalmaggiore a 33 giri. Una selezione di dieci album che attraversa generi e sensibilità diverse, ognuno con la propria identità sonora e poetica.


Anna Carol - Principianti
Con Principianti, Anna Carol costruisce un percorso emotivo che reinterpreta l'amore, disincagliandolo dal passato e proiettandolo in una dimensione nuova. Un lavoro che porta la firma di un'artista capace di combinare intimità e sperimentazione sonora.




Andrea Laszlo De Simone - Una lunghissima ombra
Il compositore napoletano torna con un album che esplora il lato oscuro e contemplativo della sua musica. Una lunghissima ombra è un viaggio immersivo attraverso paesaggi sonori cinematografici e arrangiamenti sofisticati.



Dente - Santa Tenerezza
L'album di Dente conferma la sua capacità di raccontare storie quotidiane con delicatezza e profondità. Santa Tenerezza è un inno alla vulnerabilità, vestito di melodie che sanno essere tanto fragili quanto potenti.


 

Delta V - In fatti ostili
Con In fatti ostili, i Delta V offrono un'opera che indaga la complessità del reale attraverso testi densi e sonorità sperimentali. Un disco che non cerca compromessi e che sfida l'ascoltatore a entrare nel loro universo sonoro.



I Cani - Post Mortem

Post Mortem rappresenta una riflessione sulla fine e sul cambiamento, temi cari ai Cani che tornano con un lavoro maturo e stratificato. Le loro atmosfere malinconiche si mescolano a ritmi incalzanti in un equilibrio perfetto.



Joan Thiele - Joanita

Joan Thiele esplora nuove dimensioni della sua identità artistica con Joanita, un album che fonde r&b, elettronica e canzone d'autore. Il risultato è un lavoro personale e cosmopolita, che conferma il suo ruolo nella scena italiana contemporanea.



Giorgio Poi - Schegge

Schegge è un concept album che ruota attorno al tema della frammentazione e della ricerca di equilibrio. Scritto, registrato e suonato interamente da Giorgio Poi sotto la supervisione di Laurent Brancowitz dei Phoenix, il disco si distingue per sonorità elettroniche sospese e una maturità espositiva che tocca temi universali come il cambiamento e la fine delle relazioni. Tra i brani più riusciti spicca uomini contro insetti, un flusso di coscienza di oltre quattro minuti dal forte carattere letterario.




Dalila Kayros - Khthonite

Dalila Kayros si addentra nelle profondità sonore con Khthonite, un album che evoca dimensioni misteriose. La sua voce diventa strumento di esplorazione di territori musicali oscuri e affascinanti.



Glazyhaze - Sonic

Sonic rappresenta un tuffo nell'elettronica più sperimentale, dove i Glazyhaze costruiscono paesaggi sonori ipnotici. Un disco che invita all'ascolto immersivo e alla perdita dei confini tra suono e silenzio.



Baustelle - El galactico

I Baustelle chiudono questa selezione con El galactico, un album che continua la loro tradizione di pop sofisticato e letterario. Con ironia e malinconia, la band conferma ancora una volta la propria capacità di raccontare il nostro tempo attraverso melodie indimenticabili.

 


a cura di Stefano Superchi 

 

06 gennaio 2026

La notte in cui volammo con la Befana, tra piume di corvo e raggi di luna

La notte in cui volammo con la Befana, tra piume di corvo e raggi di luna


 


Di tutti i personaggi che portano doni ai bambini la Befana è la mia preferita.

Vive in una vecchia casa di pietra nascosta tra le colline, circondata da un giardino pieno di erbe aromatiche e fiori selvatici. All'interno arredi di legno e velluti, camino, stufa, letto a soppalco e.... un vero e proprio laboratorio di magia, pieno di oggetti strani e meravigliosi.


La Befana non è bella come una fata, ma ha un fascino tutto suo. I suoi capelli sono grigi e male arricciati, come le radici di un vecchio albero, e i suoi occhi brillano di una luce intensa e curiosa. Indossa un lungo mantello nero, un cappello a punta, viaggia sempre su di una scopa.
 


 

Anche se somiglia più a una strega che a una fata, non è cattiva, ha solo un carattere forte, indipendente e non bada né alle mode, né al progresso. Ama viaggiare sulla scopa, esplorare il mondo e scoprire nuove cose. La sua scopa è un oggetto magico, col manico di legno di quercia e un pennacchio di piume di corvo, la porta in poco tempo in tutti i posti in cui lei voglia andare. Può volare alta nel cielo, superare le montagne e scendere nelle valli, tutto con un semplice tocco della mano.
 

La Befana ama i bambini e ogni anno, la notte dell'Epifania, vola sulla sua scopa e lascia loro regali, leccornie e importanti insegnamenti attraverso segni non comprensibili agli adulti. Ma non è solo una semplice portatrice di doni, è anche una saggia, una guaritrice, una affascinante fattucchiera. Conosce le proprietà delle erbe e dei fiori, e può curare le malattie e le ferite con un tocco della sua mano.
È un personaggio curioso, ama ascoltare storie e leggende, ha un animo poetico, è affascinante e misteriosa, suscita da sempre curiosità, mistero, rispetto e ammirazione.

 


L'altra notte, la Befana volava sulla sua scopa, con il vento che le scompigliava i capelli e il mantello che svolazzava dietro. Era la notte del 5 gennaio, e come ogni anno, stava portando i regali ai bimbi e non vedeva l'ora di vedere le loro facce felici.
Mentre volava, notò tre fratellini che si erano persi nel bosco. Erano spaventati così la Befana si affrettò a scendere con la sua scopa per aiutarli.
 

"Non piangete", disse con la sua voce calda e rassicurante. "Sono qui per aiutarvi. Cosa vi è successo?"
I bambini spiegarono che si erano persi mentre, nel pomeriggio, erano andati nel bosco a raccogliere i frutti per la torta ma non trovavano più la strada di casa.
Li fece salire sulla sua scopa, e insieme volarono sopra il bosco, guardando il paesaggio illuminato dalla luna, le case piccole, le strade che sembravano strisce tracciate con un gesso, i camini fumanti. Seppur inverno, il vento era caldo e i bambini ridevano e gridavano di gioia mentre la Befana sentiva il suo cuore riempirsi di calore.
Dopo un po' la Befana indicò una casa con il camino che sputava una nuvola bianca: "È quella la vostra casa" - disse - andate dentro e dite a alla mamma che la Befana vi ha portato a casa sani e salvi".
 


 

I bambini la ringraziarono e scesero dalla scopa correndo verso la porta di casa, lei li guardò con un sorriso di chi conosce come va il mondo e si allontanò, pronta a continuare il suo giro di regali. Una volta in casa i bambini si resero conto che nessuno si era accorto della loro assenza e che la notte non era ancora passata, le luci erano spente e i genitori dormivano della grossa. Si infilarono sotto le coperte, e data la giornata intensa, il sonno li travolse. Si svegliarono al mattino con una strana sensazione di leggerezza e corsero di sotto, ansiosi di guardare cosa ci fosse nelle calze, ma soprattutto ansiosi di raccontare ai genitori la loro esperienza. Papà e mamma sorrisero, felici che i loro bambini avessero una fantasia così vivace, mentre dalle calze appese al camino ...., un ciuffo arruffato, un nasone a becco d'aquila e mani dalle unghie appuntite li salutavano."


Giovanna Anversa

 

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