SEZIONI

29 marzo 2025

Ryūichi Sakamoto, il pioniere dei suoni dell'anima

 Ryūichi Sakamoto,

il pioniere dei suoni dell'anima

 


Il 28 Marzo 2023 muore Ryūichi Sakamoto, che da decenni mi sorprende e mi affascina. Mi perdo nelle parole di Massimo Rizzuto che lo racconta dandogli ancora vita e nella sua musica che mi porta in un altrove fluttuante. Cos’altro chiedere all’arte? Sakamoto è stato un compositore di musica colta (Glass con Alva Noto), di celebri colonne sonore a fianco di grandi registi (Bertolucci, Almodovar, De Palma, Schlöndorff, Iñárritu), uomini di teatro (Robert Wilson), è stato musicista, produttore, attore (in Furyo, accanto a David Bowie), ma anche promotore di diversi progetti pedagogici, penso a Schola, e attività contro la proliferazione dell’energia nucleare come No nukes e per la salvaguardia dell’ambiente come Zero Landmines Project, more Trees.


 

Nel 2006, tra l’altro, ha creato un’etichetta discografica, Commons, che cerca nuovi artisti nel panorama internazionale e il cui motto è: “Dall’ego all’eco”. A questo proposito diceva di essere un musicista, certo, ma che nessuno lo è sette giorni su sette per tutto l’anno. Voleva dire che tutti noi, musicisti, pescivendoli, carpentieri, scrittori, calzolai, siamo anche “genitori, mariti, mogli, figli, figlie, e l’importanza dei nostri doveri e delle nostre responsabilità non cambia a seconda del mestiere che facciamo”.

 

Kenzaburō Ōe

Da cittadino e da uomo che proteggeva la sua famiglia si preoccupava dell’ambiente ed era in prima fila contro il nucleare (come uno dei suoi scrittori preferiti, Kenzaburō Ōe). Tutto ciò non aveva nulla a che vedere con il suo lavoro. “Se avessi scelto di fare l’archeologo, sono certo che mi sarei sentito in dovere di agire allo stesso modo”. Avvertendo che i problemi dell’ambiente portano con sé molti altri problemi, affermava che ogni singolo individuo deve porsi un limite. Limite che, naturalmente, da compositore, cercava di superare ogni volta.
 
 


Nel corso della sua lunga carriera Sakamoto ha aspirato a essere un artista totale, un po’ come quelli del nostro Rinascimento italiano. Del resto, il suo aver vissuto tra New York e Tokyo, il suo continuo alimentarsi e rigenerarsi attraverso tradizioni, forme, stili e ritmi musicali diversi, da Bach alla bossa nova, dall’impressionismo francese alla musica elettronica, dal folklore di Okinawa al minimalismo anglosassone, lo testimonia.  La sua principale “aspirazione” era quella di inseguire con l’ascolto “le tracce dei canti, delle parole e delle voci dei primi antenati della nostra specie, non più di cinquanta individui che si aggiravano per l’Africa”.

 


Questo suo interesse antropologico è stato inesauribile. Tuttavia, aggiunse che la sua grande “ispirazione” era sempre stata l’arte, in particolare l’arte del XX secolo, “poiché è lei che mi ha insegnato a mettere in discussione e a distruggere i preconcetti da cui siamo sistematicamente afflitti”. Per Sakamoto l’arte del XX secolo ha messo definitivamente in crisi l’idea che la percezione estetica si riduca all’osservazione di “una figura disegnata su una parete bianca”.

 


E la letteratura? Sakamoto era nato e cresciuto in una casa piena di libri. Il padre era un redattore letterario e molti scrittori vi andavano e venivano fino “alle prime luci dell’alba”, tanto che il piccolo Ryuichi era solito addormentarsi cullato da una “ninna nanna di parole”. Il romanzo e la poesia, ma anche la filosofia e l’antropologia hanno avuto una grande influenza su di lui. Citava, ricordo, autori come Kenzaburō Ōe, Yutaka Haniya, Takaaki Yoshimoto, Baudelaire, Rimbaud, Deleuze, Le Clézio, Lévi-Strauss.
 


La sua musica, a causa delle sue frontiere erranti, è stata definita una volta duty free music, libera da ogni dovere.  Gli dava più gioia immaginare che “in un lontano paese che non conosco, che ne so, in Bulgaria o in Perù, un’anziana signora, una nonna, ha sospirato ascoltando per caso la mia musica”.

 



Da adolescente, nel Giappone dei primi anni Sessanta del secolo scorso, Sakamoto si imbatte nel rock e Tell me dei Rolling Stones è il primo disco che che compra. Il rock influenza così la prima parte della sua carriera: quello inglese, poi il rock tedesco, negli anni Ottanta il punk e, infine, la new wave. Allora faceva parte della Yellow Magic Orchestra, un gruppo fortemente influenzato dalla musica che arrivava dall’Inghilterra e dall’Europa. Tuttavia, quasi all’unisono, nacque la sua passione per Debussy, un compositore sempre presente nella sua musica, data la volontà artistica di Sakamoto di far entrare nel suo cerchio magico la musica occidentale e quella orientale.

 



Sperimentatore di ogni tipo di tecnologia non mollerà mai il pianoforte che non ha mai perso centralità nel suo lavoro da solista. In una delle sue ultime opere, Playing the piano/out of noise, il titolo è significativo: via dal rumore. Ma da quale? Non da quello prodotto dalla natura, visto che, ad esempio, il rumore dell’acqua è spesso presente. Forse da quello prodotto dall’uomo? Sakamoto era stato in due luoghi particolarmente silenziosi: l’Africa e la Groenlandia. Con sua grande sorpresa aveva scoperto che nella savana “il suono più intenso era quello degli scarabei che mi volavano intorno” e in quei luoghi riusciva “a immaginare una musica in cui le nuvole scorrono quiete, o una in cui enormi montagne di ghiaccio avanzano lente e maestose sulla linea dell’orizzonte. In fondo non è vero che siamo così diversi dai nostri progenitori”. 


 


Sakamoto, che dire di più? talento e conoscenza universale della musica sperimentata in ogni sua forma ma sempre condita dalle sonorità del mondo fluttuante; classicità, modernità ed evoluzione sempre servite su un vassoio luccicante di fattezza nipponica. Pochi i nomi che rendono più intense le immagini cinematografiche: Morricone e Sakamoto.
Vi lasciamo con "Merry Christmas, Mr. Lawrence"... perdetevi e fate bei sogni.

Giovanna Anversa 

 





26 marzo 2025

Stefano Savazzi, "In ogni battito". Live per MIA il 6 Aprile al Teatro Comunale di Casalmaggiore

 Stefano Savazzi, "In ogni battito"

Live per MIA il 6 Aprile al Teatro Comunale di Casalmaggiore

 


 Domenica 6 aprile, alle 17:30, Stefano Savazzi suonerà al Teatro Comunale di Casalmaggiore in un concerto (“In ogni battito – Live”) a supporto del Centro Antiviolenza MIA (Movimento Incontro Ascolto), al quale andrà il ricavato dalla vendita dei biglietti dell’esibizione. Savazzi si esibirà a titolo gratuito, mentre le spese organizzative saranno sostenute da diversi sponsor locali (presenti sulla locandina ufficiale dell’evento). Il Comune di Casalmaggiore ha dato il patrocinio allo spettacolo.



Abbiamo fatto una chiacchierata con lui.

Prima di tutto, perché hai scelto MIA?
Perché MIA è una associazione che svolge sul territorio un lavoro encomiabile, per le donne e non solo. E poi perché mi piace che la mia musica non sia fine a se stessa ma possa veicolare un messaggio sociale. (Stefano aveva già fatto nel 2018 uno spettacolo analogo a sostegno di “Progetto 22” di Andrea Devicenzi con la collaborazione dell’AVIS, n.d.r.).

 


Come è nato il progetto, e come si è sviluppato?
Il concerto è la trasposizione del disco, un disco che è nato in maniera anomala, ai tempi del lockdown. Ognuno dei musicisti ha composto le proprie parti da casa, poi assemblate spedendole via dropbox o whatsapp, le mie tracce, la batteria, il basso, poi “KaloSiracusa ha arrangiato le parti. Quando poi è stato possibile il disco è stato messo “in bella” e registrato al Sonic Temple Studio di Parma con alcune guest star come Andrea Innesto (storico sassofonista di Vasco Rossi) al sax soprano e Anchise Bolchi (uno dei più richiesti violinisti country italiani) al violino. Per alcuni brani ci siamo avvalsi della produzione artistica di Alessandro Fava.
Tornando al concerto che andremo a fare il 6 aprile, le prove per questo spettacolo sono state molto impegnative, c’è dietro quasi un anno di lavoro. Quando suono con gli Acrimonìa andiamo con il pilota automatico, praticamente non c’è bisogno di provare, tanti sono gli anni che suoniamo assieme e l’affiatamento.
 

con gli Acrimonia alla Terrazza Martini di Milano

Per questo progetto è diverso, abbiamo lavorato sodo in particolare per gli arrangiamenti, inciso strumenti reali riducendo praticamente a zero gli “aiutini” elettronici e privilegiato il suono caldo degli archi. Certo, dal vivo per riprodurre strumenti e suoni del disco, bisognerebbe avere un’ orchestra sinfonica, improponibile per le ragioni che potete immaginare. Allora suppliremo con le tastiere per riprodurre il suono che sul disco è stato fatto sovrapponendo varie tracce contemporanee di violini e violoncelli.
 


Come sarà lo spettacolo?
Inanzitutto non sarà solo musica, MIA ci presenterà l’attività che svolge sul campo, cercando di sensibilizzare gli spettatori sulle tematiche che tratta da anni.
Il concerto vero e proprio sarà all’incirca di un ora e mezza, i 10 brani del disco più 10 brani di repertorio riarrangiati sullo stile del disco. Con me sul palco ci saranno Giovanni Tumino alla batteria, Dario Cavalli al basso, Calogero Siracusa alla chitarra, Stefano Goi alle tastiere e Alevtina Matveeva al violoncello, ma anche un ospite a sorpresa che per ora lasciamo dietro ad un velo di mistero.

 


Tra l’altro suonare nel Teatro Comunale di Casalmaggiore è una cosa che mi stimola, perché la dimensione teatrale implica un certo tipo di attenzione da parte di tutto il pubblico, cosa difficile da trovare nei locali, per tanti motivi di “distrazione” di qualche avventore.
 



 

A proposito del disco, parlaci di “In ogni battito”.
Sulla sua “gestazione” anomala abbiamo già detto prima. È un disco intimista, che ovviamente ha molto di autobiografico, quando parlo di mio figlio Leon, della mia Itaca (la verde isola d’Irlanda, n.d.r.). È un disco che parla anche di figure “altre”, che ho conosciuto solo di fama come la madre di Peppino Impastato (Felicia) ma anche di persone della nostra terra, persone che ho, che abbiamo incrociato in carne ed ossa nelle nostre scorribande padane, magari casualmente, che mi sono rimaste addosso, come “Il Gigante”, un personaggio quasi mitologico che si chiamava come me e come te che mi stai intervistando.
 


 


Parliamo un po di te.
Mi sono diplomato ragioniere, non ero uno studente brillantissimo ma ho messo in piedi una attività che, modestamente, sono riuscito a fare camminare abbastanza bene. La mia formazione musicale è prevalentemente da autodidatta anche se ho avuto delle basi dalle quali partire, il CPM (Centro Professione Musica) di Franco Mussida (chitarrista storico della PFM) e l’Estudiantina, per citarne alcune. Suono la chitarra ovviamente, ma me la cavo anche con altri strumenti. Nel disco ho suonato, l’armonica a bocca, l’irish whistle (il flauto irlandese), il marranzano (meglio conosciuto come scacciapensieri) e uno strumento particolare che ho aggiunto al mio corredo più recentemente, la lap steel, una chitarra che si suona da seduti tenendola sulle gambe e percuotendo le corde con un martelletto metallico per produrre un suono particolare, adatto per il blues e per il country, chi conosce Ben Harper sa di cosa stiamo parlando.
 


Non ti sarebbe piaciuto fare della musica la tua professione?
Ammetto di averci pensato più di una volta, ma alla fine è andata così, ormai è tardi per avere rimpianti.
 

Il tuo lavoro, completamente al di fuori dell’ambiente dello spettacolo, ti ha aiutato nella scrittura dei testi, a trovare degli spunti?
Se devo essere onesto no. Certo, avere contatto quotidiano con altre persone fuori dalla cerchia musicale ti mantiene in contatto con il “mondo reale”, non meno nobile, ma sono due linee parallele che non si incontrano. Dal punto di vista creativo ti toglie molto. Ti toglie tempo, attenzione che devi riversare sui problemi di lavoro, sul far tornare i conti. Non sono un dipendente che finite le sue 8 ore può staccare completamente. Avendo una attività mia, la testa è inevitabilmente spesso su quella. Infatti il mio periodo di gran lunga più creativo è stato quello del lockdown, quando per forza di cose il lavoro era fermo ed ho potuto dedicarmi molto di più alla musica.




L’intervista sta per finire, quando passa Leon, che sta per uscire, e Stefano ritorna alla canzone che gli ha dedicato.
 
Vasco Rossi in “Una canzone per te” dice “come mi è venuta, e chi lo sa? Le mie canzoni nascono da sole, vengono fuori già con le parole”. Ecco, a me è successo con “A Leon”. L’ho scritta di getto, come se le parole mi fossero arrivate da un’altra dimensione, da un’altra vita. Bisogna solo ricordarsele. Poi, rileggendole, stentavo quasi a riconoscere di averle scritte io.

"Si ci sarò, ovunque andrai, nei tuoi sbagli io ci sarò
E mi sentirai, si mi sentirai, sarò quel brivido vedrai
Mi riconoscerai, vedrai vedrai, vedrai"

 

Stefano Superchi

 

 


25 marzo 2025

I Sentieri del 900. Secondo ciclo di incontri al Polo Romani

I Sentieri del 900 

Secondo ciclo di incontri al "Romani"

Marzo - Maggio 2025

 


Prosegue il percorso I Sentieri del 900 con la seconda parte degli incontri previsti, da Mercoledì 26 marzo 2025, cinque incontri con altrettanti Autori per entrare nella complessità dei percorsi del 900 storico e letterario, per imparare un alfabeto indispensabile alla lettura del presente.

Tutti gli incontri si terranno alle ore 17:00 nell'Aula Magna dell'Istituto di Istruzione Superiore "Romani" di Casalmaggiore.

Il primo incontro, condotto dal Prof. Giancarlo Roseghini, si terrà il 26 marzo ed avrà il titolo "Controcanto, Luciano Bianciardi e Lucio Mastronardi"
 




Il secondo incontro, tenuto il 2 aprile dal Prof. Tommaso Favagrossa, nuova figura dell'Istituto casalasco parlerà di Pier Vittorio Tondelli prendendo le mosse da un passo del romanzo "Altri Libertini": "Notte raminga e fuggitiva lanciata veloce lungo le strade d'Emilia".

 



Il 9 aprile, la Prof.ssa Rita Pezzani parlerà di Natalia Ginzburg, "Una corsara tra famiglia e memoria".

 



Gli incontri proseguiranno il 16 aprile con il Prof. Davide Gonzaga che tratterà di Tommaso Landolfi con "Il racconto e il fantastico".

 




Il ciclo si chiuderà il 21 maggio con la Prof.ssa Monica Bovis che svilupperà "L'immaginario e la Lingua" di J.R.R. Tolkien

 



 

24 marzo 2025

Evolution Week, a Parma con i Casalmattori

Evolution Week, una settimana dedicata alla tecnologia voluta dalle aziende di Parma EasyTech e EmiRonet, con la straordinaria partecipazione dei Casalmatori

    


Si è concluso ieri a Parma l'evento Evolution Week organizzato dalle aziende EasyTech e EmiRonet, leader nel mondo dell'informatica e delle telecomunicazioni che  compiono 10 anni.



L'iniziativa ha visto la collaborazione con gli studenti del Liceo Artistico Toschi di Parma che han dato vita al percorso espositivo L'evoluzione negli occhi presso Laboratorio Aperto con sede in Vicolo delle Asse, 5.

 


Le due aziende, che basano i propri servizi sulla tecnologia, hanno voluto dare un senso etico e morale al loro lavoro, evidenziando attraverso l'arte, come lo sviluppo tecnologico possa essere una grande risorsa per la società, se usato coi dovuti modi, o diventare dannoso se utilizzato per scopi o profitti rivolti a pochi. La responsabile marketing Antonella Merola e tutto lo staff hanno voluto con loro, in questo importante appuntamento, anche i Casalmattori, che mettendo in scena l'opera "Schegge" di Matteo Gardani, hanno dato una loro lettura dell'evolution world che si sta facendo strada in maniera sempre più incalzante.

 


Tre incursioni teatrali sotto forma di sketch, hanno catturato l'attenzione dei presenti. Tre quadri distopici hanno fatto da sfondo all'evento, trattando con sottile ironia quanto la tecnologia influisca sulla vita di tutti e come viene percepita dal singolo individuo. A fare da cornice il video "Odissea nello Spam" che sarà l'incipit di un altro progetto di EasyTech e EmiRonet a cui i Casalmattori hanno aderito e che al momento non si vuole svelare.

 


La responsabilità etico-sociale che le due aziende si assumono nell'erogare i loro servizi, sia nei confronti del singolo cliente che della realtà in cui vivono, è assai meritevole; aziende che mirano a una evoluzione e ad una modernità giuste, oneste e utili al bene comune, prendendo dalla tecnologia solo il meglio. Si tratta di un percorso a cui di buon grado i Casalmattori hanno accettato di fare parte perché chi sa fare impresa non solo per sé ma per migliorare la vita delle persone e della città in cui opera "a noi ci piace"

    I CASALMATTORI   

 

 

 Dal sito del Comune di Parma

Parma Evolution Week

Un viaggio tra arte, tecnologia e storia locale. Al Laboratorio Aperto del Complesso di San Paolo fino al 22 marzo



 

 
 

Si è trattato di un’iniziativa che ha intrecciato arte, tecnologia e storia locale per raccontare l'evoluzione della città e sensibilizzare il pubblico sulle sfide della sicurezza informatica.
 


Parma Evolution Week è stata fortemente voluta da EmiRonet e Easytech con il patrocinio del Comune di Parma avvalendosi della collaborazione del Liceo Artistico Statale Paolo Toschi, del giornalista e fotografo Giovanni Ferraguti, della community IgersParma e del gruppo Casalmattori.

 



Il fulcro dell’evento è stata la mostra L’evoluzione negli occhi che ha ospitato oltre 25 opere inedite realizzate in collaborazione con gli studenti del Liceo Artistico Statale Paolo Toschi. Al primo piano del Laboratorio Aperto, una suggestiva esposizione fotografica ha messo a confronto scatti storici del giornalista Giovanni Ferraguti con le visioni contemporanee degli IgersParma, creando un dialogo tra passato e presente.

 



 Il programma Parma Evolution Week ha offerto un’ampia offerta di eventi e attività rivolti a tutte le età: visite guidate, performance teatrali, una giornata di formazione gratuita dedicata alla Cybersecurity.

 

 









22 marzo 2025

GAIA'S CORNER #14 - Surrealistic Pillow (1967) - Jefferson Airplane

Surrealistic Pillow (1967)

Di evasione, acido e pulsante amore

 

Summer of Love, San Francisco 1967.

Ondate coloratissime di giovani che chiedono insistentemente la fine delle guerre e professano l’amore libero e la libertà di esprimersi. Esplode il movimento hippy che si diffonderà poi in Europa mescolandosi e accompagnando altre forme di rivolta. A sua volta origina dalla controcultura beat americana degli anni 50 e, come tutte le culture, ha i suoi profeti, tutti chiamati due anni più tardi a celebrare il movimento a Woodstock, il punto più alto nonchè l’ultimo prima del suo naufragio. 



Partiamo da qui.
Febbraio 1967: esce “Surrealistic Pillow”, secondo album in studio dei Jefferson Airplane.
La band ha raggiunto il suo assetto storico e più conosciuto nel 1966, con l’ingresso della sua vocalist, Grace Slick

 

 

Definiamola pure “frontwoman”, questa signora è una vera e propria dea della scena rock assieme all’amica Janis Joplin. Una voce forte, tonante, vibrante, presenza attiva nella scrittura dei testi della band. Rifletterei su un aspetto: l’età che la suddetta aveva all’epoca dei fatti. La signora aveva trent’anni nel 1967. Ben lontani dal definirla “anziana“, non sia mai, mi pare quantomeno simbolo di una rappresentazione di ideali con piena consapevolezza, come un vero padre fondatore, o per meglio dire madre. Sufficientemente grande per ricordarsi la nascita della beat generation dieci anni prima, ha la maturità giusta. Come altri della sua generazione, fa propri i tratti della beat: il rifiuto delle norme e dell’ordine costituito, la sperimentazione delle droghe, l’ispirazione delle filosofie orientali e della meditazione.
 

 

Seppur coniugata con un membro della band, Grace Slick è ricordata come simbolo di libertà sessuale, di anticonformismo, di rara bellezza e di fedeltà ai propri ideali fino alla vecchiaia e anche oltre. Pur essendosi ritirata dalle scene da anni, si è sempre concentrata nella professione delle arti visive, usando come soggetti anche vecchi amici di quel periodo come la Joplin ed Hendrix. Indicativo e molto divertente lo scherzetto che ha tentato di fare alla Casa Bianca nel 1970, a cultura hippy già naufragata, quando tentò di mettere dell’acido lisergico in una teiera per gli ospiti e si presentò all’invito ricevuto con uno degli esponenti della sinistra radicale americana, manco a dirlo non gradito a Nixon. Di sicuro più divertente della figura da cioccolatino dello stesso Nixon per l’affare Watergate quattro anni dopo.

 


Tornando al 1967, veniamo all’album dunque. Il sound è piuttosto classico del folk rock: chitarra elettrica, ritmica, batteria, basso. Nel disco c’è spazio anche per il flauto, che da’ un che di intimo e bucolico nei pezzi più introspettivi, la chitarra ritmica rende ancora più incalzanti le tracce maggiormente ritmate, quasi a simulare un esercito pacifico che marcia contro un orizzonte politico e una società perbenista che fondamentalmente gli fa schifo. I testi sono intrisi di ricerca dell’amore, dell’evasione, di introspezione.



Attenzione: nel 1967 la psichedelia è esplicitamente di derivazione chimica e i Jefferson sono tra i primi ad esplicitarlo, è il tema dell’anno. Non è un caso se è lo stesso anno di “Lucy in the Sky with Diamonds” dei Beatles.
Ma evasione da cosa? Questa società perbenista non ci capisce, “gli amici baby ti trattano come un ospite”, scrive e canta la Slick: quando è così, “non vorresti qualcuno da amare?”. Questa realtà non ha nulla da insegnare, bisogna cercare nuovi stimoli:


 

“Quando la logica e le proporzioni delle cose
sono cadute morte al suolo
E il cavaliere bianco sta parlando all’incontrario
E la regina rossa ha perso la sua testa
Ricorda quello che aveva detto il ghiro
Alimenta la tua mente, alimenta la tua mente”




Lo stesso titolo del disco è suggerito da tale Jerry Garcia, fondatore dei Grateful Dead, altra band chiave dell’ondata hippy. “Suona come un cuscino surreale”. Non sono abbastanza intelligente per parafrasare questo suo suggerimento, mi perdonerete. Ma forse non va nemmeno parafrasato, in qualche modo ha perfettamente senso se si ascolta il disco. Si è totalmente pervasi da una sensazione di “oltre livello”. Le sonorità psichedeliche ti tengono staccato dal concreto, come se camminassi su un filtro di plexiglas. Vedi tutto, ma sei “sopra”. Mi piace pensare che questo sia il senso del suo commento, ma come sempre nella musica di qualità, c’è spazio per tutto e per tutti. 
 
 

La band cavalca l’onda dell’entusiasmo hippy e presenzia a Woodstock come sua colonna portante interpretando questi e altri brani, pur restando questo disco il loro vero manifesto poetico. Hanno presenziato al Monterey del ‘67, in piena fioritura hippy; erano ad Altamont dove si intravede la morte del movimento tra i rissosi e col morto che ci scappa.

 


Il controllo ormai era perduto, le buone vibrazioni improvvisamente si spengono, il governo continuerà con le sue guerre e l’evasione pura e sognante appare come un re nudo, che ha solo temporaneamente nascosto le problematiche generazionali di una società in crisi e la disperazione e vuoto di ideali che esploderà nel decennio successivo. Sopravvive poco il gruppo alla sua fine del movimento, ma la Slick prosegue fondando i Jefferson Starship e perpetua l’espressione della sua creatività. Perché la libertà vera, la ricerca di bellezza, il rifiuto profondo dell’odio, se reale, non può morire.
 

Gaia Beranti 

 

21 marzo 2025

Il blues non viene dal Mississippi? Il sangue dei nativi americani nelle vene del rock-blues

Il blues non viene dal Mississippi?


Il sangue dei nativi americani nelle vene del rock-blues


Fermi tutti! La storia è da riscrivere, la rotta da cambiare. Le strade del blues e del rock non sono quelle che abbiamo sempre pigramente immaginato, che dal Mali portano al Mississippi. Non fraintendiamo, l’origine si dipana dal Continente africano, con il suo carico di dolore e tragedia, con i suoi suoni, i suoi canti e le sue percussioni. Ma è il primo approdo che è diverso: non il delta del grande fiume americano, ma una sterminata prateria brulicante di tepee pellerossa.

L’incontro fra gli africani e i nativi americani, lo scambio di canti modulati su scale a cinque toni fa scoccare la scintilla da cui deriveranno prima il blues e poi il rock.

 


È una tesi suggestiva, in apparenza un po’ stiracchiata ma che rivela indizi che meritano la dovuta attenzione. Quello che è indubitabile è che le due etnie si mescolarono, molte famiglie americane ancora oggi sono un misto di sangue africano e nativo.


 

Quando l’etnomusicologo Alan Lomax documentò la presenza del blues lungo il delta del Mississippi, non poteva sapere che il sangue pellerossa era già presente nei villaggi, nei locali nati per suonare, bere e ballare chiamati Juke joint, nei campi di cotone, e che già scandiva il linguaggio delle dodici battute.
Ed ecco allora gli indizi di cui si diceva. Il primo è che a creare l’originale autentico suono rock non furono i "bianchi" Carl Perkins, Buddy Holly o Bill Haley e neanche Re Elvis, ma un pellerossa autentico: il chitarrista Link Wray. Il suono distorto con cui generazioni di chitarristi, da Jimmy Page a Pete Townshend a Eric Clapton hanno costruito i loro muri sonori, le ritmiche e gli assoli travolgenti, è figlio di un padre pellerossa.

 



Sembra incredibile, eppure tutti gli indizi convergono (intrigante, a tal proposito il documentario “Rumble”): quando la chitarra lancinante di Link Wray irruppe alla radio nel 1958 con i suoi suoni vibranti e acuminati, fu una autentica rivoluzione. La strada era segnata, da allora il rock scelse la strada definitiva della distorsione.

 


Altro capitolo: il blues. La fonte che ha dissetato milioni di appassionati e nutrito altrettanti musicisti, ha tre padri putativi riconosciuti: Robert Johnson, Muddy Waters e un pellerossa, Charlie Patton. Patton è il musicista blues più amato e ispiratore, il compositore più prolifico, il chitarrista più originale (suonava la sua chitarra percuotendola spesso come un tamburo). Intere generazioni di bluesmen e rocker gli sono debitrici, per la sua scrittura, i testi, i fraseggi che hanno guarnito il linguaggio e la sensualità di quel genere musicale.

 


Anche il Signore degli apostoli della chitarra elettrica, sua Maestà Jimi Hendrix, l’inventore del power blues, colui che fece ululare le chitarre e scrisse pagine indispensabili della storia del rock, aveva nelle vene puro sangue cherokee (da parte di mamma).

 



E che dire di Robbie Robertson, un altro pellerossa che con la sua The Band creò il suono di Bob Dylan e insaporì il rock con essenze folk e gospel?


L’elenco potrebbe continuare, arrivando fino all’heavy metal e all’hip hop. Musicisti, autori, cantanti, tutti nativi americani. Se il blues arriva dall’Africa, come sempre è stato detto, lo spirito di Manitù e i canti della sua gente hanno partecipato al coro, dando un grande contributo al mondo unificante che è la canzone popolare.


Stefano Superchi

 

 

Ryūichi Sakamoto, il pioniere dei suoni dell'anima

 Ryūichi Sakamoto, il pioniere dei suoni dell'anima   Il 28 Marzo 2023 muore Ryūichi Sakamoto , che da decenni mi sorprende e mi affasc...