Ryūichi Sakamoto,
il pioniere dei suoni dell'anima
Il 28 Marzo 2023 muore Ryūichi Sakamoto, che da decenni mi sorprende e mi affascina. Mi perdo nelle parole di Massimo Rizzuto che lo racconta dandogli ancora vita e nella sua musica che mi porta in un altrove fluttuante. Cos’altro chiedere all’arte? Sakamoto è stato un compositore di musica colta (Glass con Alva Noto), di celebri colonne sonore a fianco di grandi registi (Bertolucci, Almodovar, De Palma, Schlöndorff, Iñárritu), uomini di teatro (Robert Wilson), è stato musicista, produttore, attore (in Furyo, accanto a David Bowie), ma anche promotore di diversi progetti pedagogici, penso a Schola, e attività contro la proliferazione dell’energia nucleare come No nukes e per la salvaguardia dell’ambiente come Zero Landmines Project, more Trees.
Nel 2006, tra l’altro, ha creato un’etichetta discografica, Commons, che cerca nuovi artisti nel panorama internazionale e il cui motto è: “Dall’ego all’eco”. A questo proposito diceva di essere un musicista, certo, ma che nessuno lo è sette giorni su sette per tutto l’anno. Voleva dire che tutti noi, musicisti, pescivendoli, carpentieri, scrittori, calzolai, siamo anche “genitori, mariti, mogli, figli, figlie, e l’importanza dei nostri doveri e delle nostre responsabilità non cambia a seconda del mestiere che facciamo”.
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Kenzaburō Ōe |
Da cittadino e da uomo che proteggeva la sua famiglia si preoccupava dell’ambiente ed era in prima fila contro il nucleare (come uno dei suoi scrittori preferiti, Kenzaburō Ōe). Tutto ciò non aveva nulla a che vedere con il suo lavoro. “Se avessi scelto di fare l’archeologo, sono certo che mi sarei sentito in dovere di agire allo stesso modo”. Avvertendo che i problemi dell’ambiente portano con sé molti altri problemi, affermava che ogni singolo individuo deve porsi un limite. Limite che, naturalmente, da compositore, cercava di superare ogni volta.
Nel corso della sua lunga carriera Sakamoto ha aspirato a essere un artista totale, un po’ come quelli del nostro Rinascimento italiano. Del resto, il suo aver vissuto tra New York e Tokyo, il suo continuo alimentarsi e rigenerarsi attraverso tradizioni, forme, stili e ritmi musicali diversi, da Bach alla bossa nova, dall’impressionismo francese alla musica elettronica, dal folklore di Okinawa al minimalismo anglosassone, lo testimonia. La sua principale “aspirazione” era quella di inseguire con l’ascolto “le tracce dei canti, delle parole e delle voci dei primi antenati della nostra specie, non più di cinquanta individui che si aggiravano per l’Africa”.
Questo suo interesse antropologico è stato inesauribile. Tuttavia, aggiunse che la sua grande “ispirazione” era sempre stata l’arte, in particolare l’arte del XX secolo, “poiché è lei che mi ha insegnato a mettere in discussione e a distruggere i preconcetti da cui siamo sistematicamente afflitti”. Per Sakamoto l’arte del XX secolo ha messo definitivamente in crisi l’idea che la percezione estetica si riduca all’osservazione di “una figura disegnata su una parete bianca”.
E la letteratura? Sakamoto era nato e cresciuto in una casa piena di libri. Il padre era un redattore letterario e molti scrittori vi andavano e venivano fino “alle prime luci dell’alba”, tanto che il piccolo Ryuichi era solito addormentarsi cullato da una “ninna nanna di parole”. Il romanzo e la poesia, ma anche la filosofia e l’antropologia hanno avuto una grande influenza su di lui. Citava, ricordo, autori come Kenzaburō Ōe, Yutaka Haniya, Takaaki Yoshimoto, Baudelaire, Rimbaud, Deleuze, Le Clézio, Lévi-Strauss.
La sua musica, a causa delle sue frontiere erranti, è stata definita una volta duty free music, libera da ogni dovere. Gli dava più gioia immaginare che “in un lontano paese che non conosco, che ne so, in Bulgaria o in Perù, un’anziana signora, una nonna, ha sospirato ascoltando per caso la mia musica”.
Da adolescente, nel Giappone dei primi anni Sessanta del secolo scorso, Sakamoto si imbatte nel rock e Tell me dei Rolling Stones è il primo disco che che compra. Il rock influenza così la prima parte della sua carriera: quello inglese, poi il rock tedesco, negli anni Ottanta il punk e, infine, la new wave. Allora faceva parte della Yellow Magic Orchestra, un gruppo fortemente influenzato dalla musica che arrivava dall’Inghilterra e dall’Europa. Tuttavia, quasi all’unisono, nacque la sua passione per Debussy, un compositore sempre presente nella sua musica, data la volontà artistica di Sakamoto di far entrare nel suo cerchio magico la musica occidentale e quella orientale.
Sperimentatore di ogni tipo di tecnologia non mollerà mai il pianoforte che non ha mai perso centralità nel suo lavoro da solista. In una delle sue ultime opere, Playing the piano/out of noise, il titolo è significativo: via dal rumore. Ma da quale? Non da quello prodotto dalla natura, visto che, ad esempio, il rumore dell’acqua è spesso presente. Forse da quello prodotto dall’uomo? Sakamoto era stato in due luoghi particolarmente silenziosi: l’Africa e la Groenlandia. Con sua grande sorpresa aveva scoperto che nella savana “il suono più intenso era quello degli scarabei che mi volavano intorno” e in quei luoghi riusciva “a immaginare una musica in cui le nuvole scorrono quiete, o una in cui enormi montagne di ghiaccio avanzano lente e maestose sulla linea dell’orizzonte. In fondo non è vero che siamo così diversi dai nostri progenitori”.
Sakamoto, che dire di più? talento e conoscenza universale della musica sperimentata in ogni sua forma ma sempre condita dalle sonorità del mondo fluttuante; classicità, modernità ed evoluzione sempre servite su un vassoio luccicante di fattezza nipponica. Pochi i nomi che rendono più intense le immagini cinematografiche: Morricone e Sakamoto.
Vi lasciamo con "Merry Christmas, Mr. Lawrence"... perdetevi e fate bei sogni.
Giovanna Anversa
