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06 settembre 2026

Un Maestro di Vita: Guido e il suo viaggio oltre la cattedra

 Un Maestro di Vita: Guido e il suo viaggio oltre la cattedra

 

Guido Rubini (autoritratto)

C'è chi insegna solo con i libri e chi insegna con la vita, la passione e una valigia piena di sogni da far volare. Dopo anni trascorsi a trasformare l'aula in un laboratorio di meraviglie, quest’anno, nella scuola primaria di Vicomoscano, non ci sarà il Maestro Guido ad accogliere i bambini con la chitarra: dopo anni dedicati allo sviluppo e alla formazione di piccole donne e piccoli uomini Guido Rubini va in pensione.

Artista poliedrico oltre che maestro, sognatore a cui non è mai mancata la concretezza, con lo sguardo al cielo e i piedi in terra, è stato per tanti bimbi un punto di riferimento capace di guardare lontano.
 

 


Una scuola che profuma di terra e libertà, è sempre stato il suo modo di viverla e proporla, una scuola dove i banchi non sono confini, ma tavoli rotondi attorno ai quali sedersi tutti insieme come un’unica comunità. Nello stile dei grandi educatori, Guido ha sempre creduto che per far crescere i bambini servisse spazio, movimento, fantasia, pazienza, ascolto, qualche regola, buoni esempi e concretezza. Oltre alle materie curriculari, per le quali esigeva attenzione e impegno, ha saputo organizzare attività a latere che hanno dato ai bambini emozioni molto più potenti di una pay TV dai programmi preconfezionati o degli scroll di uno smartphone.

 



L’importanza di infilare le mani nella terra: con il progetto dell'orto scolastico i bambini hanno imparato la pazienza, il rispetto per la natura e la magia del ciclo delle stagioni, scoprendo che ogni seme ha bisogno di cura per germogliare, proprio come un bambino. E così, una piccola serra nel cortile della scuola, dove fragole, zucchine, insalata e barbabietole da semi diventavano piante, fiori e frutti, diventava luogo di cura, di stupore e di emozioni.

 


Non ha fatto mancare laboratori all’aperto, gite in paesi e cittadine e visite nelle aziende agricole, in golena, da cui tornare bagnati di pioggia o sporchi di fango e terra, a dispetto delle odierne teorie per le quali i bambini non si devono sporcare. Una didattica quella di Guido col fascino dell’avventura per toccare con mano la realtà unendo la teoria alla vita vissuta.

 



Le classi di Guido non risuonavano del baccano di monelli turbolenti ma di note, musica e canto, di ritmi e parole importanti. Chitarrista e cantautore ha fatto della musica uno strumento quotidiano per apprendere il valore dell’amore e del rispetto, della bruttura delle guerre, della bellezza della natura. Attraverso testi di De André e Bob Dylan, dei canti popolari e rurali le emozioni scorrevano come elettricità lungo i cavi quando si accende l’interruttore. Dalle canzoni popolari che raccontano le radici del territorio ai grandi brani cantautorali capaci di far riflettere anche i più piccoli, dalla Guerra di Piero, Blowin' in the Wind, Imagine, l’Uva Fogarina e Vitti 'Na Crozza, la “Vico Band”, composta da piccoli artisti, ha calcato anche qualche palcoscenico fuori porta.

 


E se la musica e l'arte sono la voce della comunità, non poteva mancare il teatro, altro potente mezzo educativo: a fine anno i bambini hanno indossato i panni di altri, si sono calati in altre vite, vincendo la timidezza sul palcoscenico del nostro splendido teatro, che ha fatto la sua parte nel far vibrare la loro sensibilità
Ciò che ha reso prezioso e unico il percorso del Maestro Guido è l'attenzione profonda verso ciascuno e il rispetto del carattere e delle inclinazioni di ogni bimbo. Nella sua classe non esistevano gli ultimi, gli stranieri, i ribelli, ma solo bambini, ognuno con le sue fragilità, le sue esigenze, il suo talento, la sua forza. Le differenze, le diversità erano visti come elementi di arricchimento e di scambio da coltivare, accettare e capire affinché la classe fosse colorata ed unita negli intenti. 

 


 

L'inclusione non è mai stata una parola scritta o pronunciata perché si deve, ma un abbraccio quotidiano fatto di ascolto, rispetto, aiuto, solidarietà, affinché ogni bimbo entrasse a scuola come in un rifugio sicuro, come piccoli apprendisti nell’officina della vita.

Guido ha davvero insegnato ai bambini che la diversità è una ricchezza, che la pace è un valore per il quale non ci si deve stancare di combattere, che l’altro è solo l’immagine riflessa di sé stessi, che l’altro ha le tue stesse paure, i tuoi stessi sogni, il tuo stesso bisogno d’amore.
Sviluppare un approccio autorevole e non autoritario è stata sempre la ricetta che lo ha reso un punto di riferimento di cui fidarsi e non da temere in quanto autorità, che ha saputo guidare con fermezza e rispetto, creando un ambiente sicuro, non giudicante, in cui i bambini potessero sentirsi liberi di esprimersi, sognare ed essere sé stessi.




La didattica del Maestro Guido, e di tutto il corpo docenti della splendida scuola quale è la primaria di Vicomoscano, è composta da ricette semplici:
Ascolto: ascoltare le idee e i punti di vista dei bambini affinché sentano che il loro pensiero ha valore e che la loro partecipazione è importante.
Regole condivise e trasparenti: poche regole chiare e uguali per tutti, spiegate con chiarezza in modo che vengano percepite come tutela e non come imposizioni arbitrarie.
Fermezza unita a calore umano: una delle carte vincenti del Maestro Guido e della scuola tutta di Vicomoscano, è la coerenza nello stabilire paletti oltre i quali è meglio non andare senza ricorrere a punizioni, ma offrendo una guida stabile e rassicurante davanti ai loro errori, gli sbagli non sono fallimenti da punire ma occasioni preziose di apprendimento e crescita collettiva.
Spazi per la creatività: non solo un’aula ma anche il cortile, le gite nella natura, non solo grammatica, storia e matematica ma musica, poesia e teatro attività che incoraggiano il pensiero laterale, l'espressione artistica ed emotiva e l’apprendimento libero grazie all’incontro con ciò che è vero e non virtuale, per scoprire che il confine tra immaginazione e realtà è molto sottile.


E mentre la campanella suona l'inizio di un nuovo anno scolastico, i semi piantati dal Maestro Guido continueranno a crescere grazie a colleghe e colleghi che con lui hanno sempre condiviso il rispetto, l’inclusione l’apprendimento e la cultura come frutto della libertà di espressione.


Giovanna Anversa


03 settembre 2026

Barezzi Festival 2026: vent’anni di “ebbrezza musicale”

Barezzi Festival 2026: vent’anni di “ebbrezza musicale” tra teatri storici e nomi internazionali




Il Barezzi Festival compie vent’anni e per la 20ª edizione ha già svelato un primo nucleo di concerti che conferma la sua vocazione per la musica d’autore scelta con cura e l'attenzione alla relazione intima tra artisti, luoghi e pubblico.  La stagione 2026 si apre con il motto “20 anni di ebbrezza musicale”, invitando a vivere la musica come esperienza sensoriale e culturale più che come semplice spettacolo.

 

Una filosofia che attraversa i teatri dell’Emilia

Nato ispirandosi alla figura di Antonio Barezzi, mecenate e sostenitore di Giuseppe Verdi, il festival ha fatto dei teatri storici dell’Emilia (Parma, Busseto, Fidenza, Reggio Emilia) la sua casa ideale, trasformando ogni appuntamento in un momento di ascolto concentrato e di dialogo tra tradizione e ricerca contemporanea.  In questa edizione la direzione artistica mantiene la linea di una programmazione “a misura d’ascolto”, dove la qualità della scrittura e l’identità degli artisti contano più della logica del grande evento. 

 

I primi nomi annunciati per il 2026

Sul sito del festival sono già online le date e le sedi dei primi concerti, divisi tra il circuito “BAREZZI WAY” (anteprime e appuntamenti speciali) e il cuore “BAREZZI FESTIVAL” di dicembre.  Ecco il quadro finora preannunciato. 

 

BAREZZI WAY – le anteprime

 

Einstürzende Neubauten 

 


 

Teatro Valli, Reggio Emilia sabato 12 settembre 2026, ore 21.00.

 


Pionieri tedeschi della musica industriale e sperimentale, gli Einstürzende Neubauten portano al Valli un concerto che è anche un viaggio nel suono come materia, con percussioni non convenzionali, oggetti metallici, elettronica e una poetica che ha influenzato generazioni di artisti. 


Almamegretta  

 


 


  Earth Hall, Londradomenica 1 novembre 2026, ore 19.00.

 


Band napoletana storica, Almamegretta ha attraversato rock, dub, world music e cantautorato con la voce inconfondibile di Tonino Simiello e con testi che mescolano dialetto, impegno e immaginario mediterraneo. La data londinese inserita nel cartellone Barezzi WAY segnala la proiezione internazionale del festival e la sua capacità di seguire gli artisti oltre i confini nazionali. 


 

BAREZZI FESTIVAL – il cuore di dicembre


Il nucleo principale della stagione si concentra tra il 10 e il 13 dicembre 2026, con concerti a Busseto, Parma e Fidenza

 

John Grant

 


  Teatro Verdi, Bussetogiovedì 10 dicembre 2026, ore 20.30.

 



Ex componente dei Czars, John Grant è uno dei cantautori più originali della scena internazionale: voce profonda, testi ironici e taglienti, un incrocio tra piano-ballad, synth-pop e rock. Il suo arrivo a Busseto, in una delle due sole date italiane previste, è uno degli eventi più attesi della stagione. 

 

Sleaford Mods 

 

 

  Teatro Regio, Parmavenerdì 11 dicembre 2026, ore 21.30.

 



Duo britannico nato dal post-punk e dalla spoken-word, i Sleaford Mods uniscono ritmi essenziali, bassi pulsanti e i testi sarcastici e socialmente acuti di Jason Williamson. Il loro live è noto per l’energia diretta e per una poetica “anti-star” che ben si sposa con lo spirito del festival. 


Beyond All Return

“A Tribute to Glen Hansard”

 


Teatro Regio, Parma venerdì 11 dicembre 2026, ore 18.00.

 



Progetto dedicato al cantautore irlandese Glen Hansard (The Frames, The Swell Season), Beyond All Return ne rilegge i brani più celebri in chiave di tributo, mantenendo intatta l’intensità emotiva e la forza narrativa delle sue canzoni. Un appuntamento che si inserisce perfettamente nella vocazione del festival per la musica d’autore e il songwriting.


Sébastien Tellier  

  


Teatro Regio, Parmasabato 12 dicembre 2026, ore 18.00. 

 



Musicista francese poliedrico, Tellier è passato dalla elettronica sofisticata a un songwriting più intimo, tra influenze francesi, soul e pop minimale. La sua presenza arricchisce il fine settimana barezziano con una cifra stilistica elegante e raffinata. 

 

Peter Hook and The Light 

(unica data italiana)  


 


  Teatro Regio, Parmasabato 12 dicembre 2026, ore 21.30. 

 



Fondatore e bassista dei Joy Division e poi dei New Order, Peter Hook porta sul palco The Light per un viaggio nei classici delle due band, con un suono che rispetta gli originali ma li rende vivi per il pubblico di oggi. L’etichetta “unica data italiana” sottolinea il ruolo del Barezzi Festival come approdo privilegiato per progetti speciali. 

 

Arab Strap 

(unica data italiana)  

  


Teatro Magnani, Fidenzadomenica 13 dicembre 2026, ore 18.00. 

 


Duo scozzese formato da Aidan Moffat e Malcolm Middleton, gli Arab Strap hanno ridefinito l’indie rock degli anni ’90 e 2000 con testi crudi, autobiografici e ironici, sospesi tra spoken-word e canzoni. Anche per loro il festival offre una tappa esclusiva in Italia. 

 

Gaia Banfi  

  


Borgo Santa Brigidadomenica 13 dicembre 2026, ore 21.00.   


 

Cantautrice italiana emergente, Gaia Banfi rappresenta la nuova generazione del cantautorato con melodie essenziali e un’attitudine intima che ben si adatta a location raccolte come Borgo Santa Brigida, chiuderà in chiave contemporanea il weekend barezziano. 



Già da questi primi annunci emergono alcune linee chiare della 20ª edizione: "Internazionalità e unicità", due “uniche date italiane” (Peter Hook and The Light, Arab Strap) e una presenza come John Grant, in una delle sue due sole tappe nel Paese, collocano il Barezzi Festival in primo piano sulla mappa europea. Dalla sperimentazione industriale degli Einstürzende Neubauten al post-punk parlato dei Sleaford Mods, dal songwriting colto di Grant e Tellier alla lezione storica di Hook, fino alla freschezza di Gaia Banfi, il festival tiene insieme ricerca, scrittura e identità forti.

 


 

Teatri come parte del racconto: ogni concerto è pensato per un teatro o uno spazio storico, da Reggio Emilia a Busseto, da Parma a Fidenza, confermando l’idea che il luogo non sia solo contenitore, ma elemento attivo dell’esperienza d’ascolto

Il programma, come anticipato dalla direzione, è destinato ad ampliarsi nelle prossime settimane, ma questo primo blocco basta a tracciare la rotta di un anniversario che punta su qualità, intensità e quella “ebbrezza musicale” che ha accompagnato il festival fin dalle sue origini. 

 

a cura di Stefano Superchi 



02 settembre 2026

Il concerto dei CSI a Villafranca raccontato da Lorenzo Costa

 CSI LIVE @ Castello Scaligero di Villafranca - 31 Agosto 2026

 

La recensione di Lorenzo Costa 

 

 



Al tempo non incrociai i CSI per poco: quando mossero i primi passi ero troppo piccolo e, quando iniziai a fiutarli, era già tardi.

Sulle stesse frequenze che, anni prima, trasmisero In Quiete, mi imbattei per caso nel video di Noi Non Ci Saremo. Fu una folgorazione. Trovarsi a cospetto di un brano, scritto da Guccini, reso così denso in quella versione. Un congedo in musica, con cui una delle band italiane (e non solo) più importanti di sempre prese coscienza (o comunque comunicò) di essere arrivata al capolinea.

 


 

Un congedo in musica trasposto e servito su atmosfere oniriche, sospese. Una canzone che, almeno per me, era un saliscendi emozionale con abissi, vette, tumulti interiori assortiti. Imperi che si disgregavano, il definitivo rompete le righe dopo altre dissoluzioni, collettive, di comunità e singole. Ragioni sociali che cambiavano. Coordinate politiche, geografiche, economiche e – per Zamboni, Ferretti e soci – artistiche e musicali in continuo divenire. Parabole che finivano e altri percorsi che si aprivano, come quella dei PGR, quando si consumò la rottura del duo Zamboni/Ferretti.

Villafranca arriva dopo le due ‘prove’ di Montesole, luogo simbolo scelto per ripartire. Per loro, per noi. Per grazia ricevuta. Riprendere la loro storia e addentrarsi con loro, nella Storia. Quella di Montesole, dove scelsero di ripartire, nelle due serate di un rito laico collettivo, nel luogo che mise in standby il loro primo tempo e dove si compì una delle stragi più efferate della seconda guerra mondiale.

 


 

La terza data, a Villafranca, ha vissuto della forza propulsiva dei concerti iniziali di questo tour. In apertura la sopracitata Noi Non Ci Saremo, a scardinare il tempo. Un’evocazione.

Poi arrivano sul palco Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo, Ginevra Di Marco, Giorgio Canali, Francesco Magnelli e Simone Filippi, già batterista dei Post CSI e degli Üstmamò.

 


 

In Viaggio è una cartolina spedita da Ko De Mondo e da Finistère: increspata dall’umidità del mare bretone e custodita senza troppa cura, ma ancora maledettamente bella, talmente bella da risultare spietata: Cani alla Catena, consumano la terra in percorsi obbligati. Lo dicono le voci di Giovanni e Ginevra, lo scandiscono, increduli, i seimila stipati nel Castello di Villafranca.

 


Dopo i primi momenti, archiviati alcuni problemi nel mix con una virata necessaria per dare energia alle voci e abbassare la chitarra di Canali, inizialmente troppo alta, il concerto decolla. È perfetto. Ferretti immobile, concentrato, Ginevra sembra averlo scardinato davvero il tempo. Tiene il palco con una naturalezza e un’eleganza uniche. La sua voce, stupenda, arriva comunque. In Del Mondo il suo respiro chiude una poesia incredibile.

 


Vedere in azione Marok, diviso tra Litfiba e CSI nelle ultime settimane, è qualcosa di mistico. Viene da pensare che parte del merito di quest’avventura – e di questi inaspettati tour – sia di Locomotiv, così lo chiamavano altri amici nei pressi di Via De Bardi, in quel di Firenze, nei primi Ottanta. I CSI però sono Novanta. In tutto e per tutto.

Nella forza, nella vita di Matrilineare, nelle trame acustiche di Fuochi Nella Notte di San Giovanni, nella forza pre-dissoluzione di Forma e Sostanza, con il basso di Maroccolo che frulla e dopo poco diventa parte del respiro, del movimento del pubblico. Il Consorzio è stato – è, e auspico sarà – testimone di Storia.

 


In passato ha raccontato anche quella più dolorosa, evocata in una versione di Cupe Vampe ad alto tasso emozionale, con Magnelli che disegna e ridisegna i confini del capolavoro di Linea Gotica. Unità di Produzione ridà corrente a quella Tabula Rasa Elettrificata che chiuse, ahinoi anzitempo, la prima fase della band.

Il dialogo tra la chitarra di Zamboni e quella del sodale Canali è perfetto, quello scontro funziona ancora maledettamente bene. A proposito di incontri, ci sono quelli sul palco, gli sguardi, c’è Marok in estasi al termine dello show. C’è Ferretti che si avvicina lentamente a Zamboni prima di un gesto d’intesa e poco dopo abbraccia Ginevra.

 


Due voci che ora sono la stessa e ora diventano mondi opposti. Inquieto – altro zenith del live, al pari di una versione da Blu magistrale – è sensazione condivisa e necessaria. E Ti Vengo a Cercare e Depressione Caspica chiudono il capitolo cover.

 


 

Irata, dopo tutti questi anni, conferma di essere ancora lì, come del resto tutta la loro produzione, come loro. Su un palco, insieme. Buon Anno ragazzi, aggiornata all’A.D. 2026, è l’ultimo sussulto che segue i precedenti Matrilineare e M’importa ’nasega perché «oggi è domenica (…), oggi mi vesto di rosso e d’amore».

 

Lorenzo Costa 

 

 

 

credits

foto: Lorenzo Costa

video: dal canale YouTube  https://www.youtube.com/@PaoloGiorgio

 

 



01 settembre 2026

MTV Italia, 1997–2026: anniversario di un’epoca che non tornerà

 MTV Italia, 1997–2026: anniversario di un’epoca che non tornerà

 


 La mezzanotte del 1° settembre 1997, nel calendario di una generazione, suona ancora come un inizio. MTV Italia accese le sue trasmissioni e, con il video About a girl dei Nirvana, ci disse che qualcosa era cambiato per sempre, non era solo un altro canale, era la stanza piena di poster, cassette e videocassette che entrava dentro in una televisione.

 



Prima di MTV Italia c’era MTV Europe, un segnale lontano, in inglese, trasmesso a orari sparsi su emittenti locali e poi su Telepiù.  Parlava di noi, ma non direttamente. Quando arrivò la versione italiana, tutto divenne più vicino, i conduttori parlavano la nostra lingua, le classifiche rispondevano alle nostre richieste, i volti sullo schermo sembravano usciti dalle nostre serate.

 



Quella prima notte, il canale trasmise soprattutto videoclip, come a voler riempire il vuoto con musica, in attesa del primo vero rito collettivo: l’MTV Day del 20 settembre 1997, il concerto che trasformò una frequenza in una piazza.  Da lì in poi, MTV non fu più solo un jukebox, ma un luogo dove si formavano gusti, tribù, mode, linguaggi.

 



Negli anni a venire, MTV Italia divenne un laboratorio di linguaggi nuovi; VJ’s, rubriche e classifiche si muovevano in tempo reale con le telefonate e gli SMS dei telespettatori/ascoltatori.  Gli MTV Days portarono la rete nelle piazze, con concerti gratuiti che trasformavano il canale in un protagonista anche della scena live.  Gli speciali “Unplugged” e i focus su album e artisti ci insegnavano ad ascoltare la musica come un racconto, non solo come un singolo da mandare in loop. 
 


 

E poi, in questo panorama, arrivò come una bomba Brand:New, nato nel 1999 come un’ora di musica senza interruzioni ed esploso in tutto il suo fragore nella primavera del 2000, quando Massimo Coppola prese in mano le redini del programma.  Da quel momento, la mezzanotte e mezza di MTV non fu più solo un orario: divenne un rito.

 



Brand:New andava in onda dal lunedì al venerdì, in quella fascia notturna in cui la televisione di solito abbassa la voce e spegne le luci.  Coppola fece l’opposto, accendendo una luce diversa. Tra un video e l’altro, inseriva aneddoti musicali, pillole di cultura pop, riferimenti a libri, film, fumetti, interviste agli artisti.  Il suo tono era volutamente anti-televisivo, niente sorrisi di circostanza, niente sigle urlate, nessun clamore, solo una voce che sembrava parlare da un bancone del tuo bar, dopo la chiusura del locale. 


 


 

In un palinsesto sempre più orientato al commerciale, Brand:New si distinse per la capacità di trattare la musica come parte di un ecosistema culturale più ampio.  Non si limitava a mostrare videoclip, ne raccontava i mondi. E in quei mondi c’era posto per la musica alternativa, per il cinema di culto, per la letteratura, per le piccole storie che di solito la televisione ignora. Per una generazione di spettatori, Brand:New divenne un punto di riferimento, non solo per scoprire nuova musica, ma per capire che la musica poteva essere un modo di pensare, di guardare il mondo, di costruirsi un’identità.  La chiusura del programma, il 10 gennaio 2011, segnò simbolicamente la fine di un’epoca, come se qualcuno avesse spento quella luce notturna, lasciando di nuovo il buio. 
A metà degli anni Duemila, qualcosa iniziò a cambiare, la musica, piano piano, lasciò spazio a reality, intrattenimento, format internazionali.  Non succedeva solo in Italia, tutte le versioni nazionali di MTV seguirono la stessa strada, spinte da logiche di palinsesto più commerciali e dalla crescente concorrenza del web, che aveva reso i videoclip disponibili ovunque, in ogni momento. Il passaggio più simbolico arrivò nel 2015, quando il canale 8 del digitale terrestre fu ceduto da Viacom a Sky Italia per 19 milioni di euro.  Da quel momento, MTV entrò nel pacchetto satellitare, allontanandosi definitivamente dal modello originario di televisione musicale gratuita e generalista. 
 


 

Con il tempo, l’identità di MTV si uniformò sempre più a quella degli altri canali musicali europei e americani del gruppo: meno musica “curata” e contestualizzata, più format standardizzati, reality e contenuti pensati per un pubblico trasversale.  Canali tematici come MTV Rock e MTV Hits furono progressivamente ridimensionati o spenti su Sky, a vantaggio di piattaforme on demand e di una strategia di contenuti più frammentata. 
Oggi, MTV Italia non esiste praticamente più, o perlomeno non come era stata pensata. Ma resta la sua eredità, che ha contribuito a formare una generazione di spettatori, ha introdotto nuovi linguaggi televisivi, ha reso la musica un fenomeno visivo e narrativo, non solo sonoro. Programmi come Brand:New hanno dimostrato che la televisione musicale poteva essere anche un luogo di approfondimento culturale, anticipando in parte la funzione che oggi svolgono podcast, newsletter e canali YouTube specializzati. 
 

 


Il ritorno di Massimo Coppola con una versione teatrale di Brand:New, a 25 anni dalla prima puntata, conferma quanto quel formato sia rimasto impresso nell’immaginario collettivo, non come semplice nostalgia, ma come testimonianza di un modo diverso di raccontare la musica e la cultura giovanile
C’è ancora chi, a distanza di anni, sente quella mezzanotte del 1997 come un inizio. E c’è chi, ripensando a Brand:New, ricorda non solo le canzoni, ma la sensazione che qualcuno, finalmente, stesse parlando la sua stessa lingua

Stefano Superchi

 

31 agosto 2026

Tommaso Labranca, un intellettuale fuori schema, a dieci anni dalla scomparsa.

 Tommaso Labranca, un intellettuale fuori schema, a dieci anni dalla scomparsa.



Tommaso Labranca è morto la notte del 29 agosto 2016, a 54 anni, nella sua casa di Pantigliate, alle porte di Milano.  A dieci anni di distanza, la sua figura resta quella di un intellettuale “laterale”, capace di leggere la cultura di massa con uno sguardo spietato e affettuoso, fuori dalle logiche dell’accademia e del mercato editoriale mainstream.



Nunzio Tommaso Labranca nasce a Milano il 18 febbraio 1962.  Scrittore, autore televisivo, conduttore radiofonico, editore e saggista, attraversa diversi ambiti della cultura italiana senza mai lasciarsi ingabbiare in un ruolo fisso.  Dopo un esordio narrativo e alcune collaborazioni editoriali, diventa noto al grande pubblico con “Andy Warhol era un coatto. Vivere e capire il trash” (1992), un libro diventato un piccolo classico degli studi popolari sulla cultura di massa. 



Accanto all’attività di scrittore, Labranca lavora in televisione (tra gli altri, al programma “Anima Mia”) e alla radio, sperimentando linguaggi ibridi e un tono inconfondibile, fatto di ironia, citazionismo e una sorta di “antropologia del quotidiano”.  Negli anni successivi, il suo ruolo pubblico diventa più marginale, collabora a progetti minori, pubblica per piccoli editori, lancia autoproduzioni come la rivista online “Labrancoteque” e porta avanti testi rimasti incompiuti o circolati in modo quasi clandestino. 



Il contributo più originale di Labranca riguarda proprio la definizione e l’analisi del trash. In “Andy Warhol era un coatto” elabora una formula divenuta celebre:  


{INTENZIONE} - {RISULTATO OTTENUTO} = {TRASH}


Secondo questa visione, il trash nasce quando un tentativo di emulare un modello “alto” fallisce in modo più o meno involontario, trasformandosi nella copia malriuscita, l’aspirazione che cozza contro limiti tecnici, economici o culturali. 



Per Labranca, Warhol non è un metafisico dell’arte, ma un “coatto” nel senso più terreno del termine, qualcuno che vuole fare soldi e sceglie i mezzi più rapidi ed efficaci, lasciando poi ai critici il compito di costruire mitologie intorno a opere nate spesso da logiche commerciali e di massa.  Il “camp”, invece, è il trash che ha coscienza di sé, che si fa stile e perde la spontaneità originaria: un esempio per lui è “Blob”, il collage televisivo di Rai 3.


Questo approccio gli permette di trattare con serietà fenomeni considerati “minori”, dalla musica leggera alle riviste popolari, dai fotoromanzi alle trasmissioni TV, senza cadere nello snobismo intellettuale o nell’apologia acritica del pop.



Negli ultimi anni della sua vita, Labranca vive in una condizione di progressivo defilamento. Le sue collaborazioni diventano saltuarie, produce instant book su cantanti e personaggi dello spettacolo ed altri progetti iniziati e abbandonati. Parallelamente, porta avanti alcune delle sue cose più personali e lucide, come “Neoproletariato” e “Il piccolo isolazionista”, testi che riflettono sul disagio, sulla solitudine e sulla condizione dell’intellettuale in un sistema culturale sempre più concentrato sul consumo rapido.



La notizia della sua morte, diffusa il 29 agosto 2016, colpisce amici, lettori e addetti ai lavori.  Labranca muore d’infarto nella notte.  Pochi giorni dopo, Marta Cagnola scrive sul Sole 24 Ore che proprio il giorno della sua morte Labranca diventa “trending topic”, proprio lui che aveva abbandonato i social network per disgusto. 



A dieci anni dalla scomparsa, Tommaso Labranca resta una figura di culto per una cerchia ristretta ma fedele di lettori, studiosi di cultura pop, appassionati di televisione e musica, scrittori attratti dal suo stile ibrido e dal suo sguardo disincantato. Una mente geniale e libera, capace di rivoluzionare il modo di parlare di trash, kitsch e cultura di massa in Italia, senza mai cercare consenso né adattarsi alle logiche del sistema. 



Alcuni dei suoi testi più significativi, “Andy Warhol era un coatto”, “Chaltron Hescon”, “Neoproletariato”, “Il piccolo isolazionista”, “Haiducii”, “Progetto Elvira”, sono oggi oggetto di riscoperte, ristampe e studi, anche grazie a progetti editoriali indipendenti che ne raccolgono saggi, rubriche e materiali inediti. La sua “Labrancoteque”, egozine in quattordici puntate autoprodotta in PDF, circola ancora come un oggetto quasi clandestino, simbolo di un modo di fare cultura “fuori pista”, lontano dalle logiche di visibilità e di algoritmo. 



Ricordare Tommaso Labranca, a dieci anni dalla morte, significa anche riflettere su quanto il suo sguardo sia diventato ancora più attuale in un’epoca dominata dai social, dai contenuti virali, dalle emulazioni continue di modelli estetici e comportamentali, la sua definizione di trash come “emulazione fallita” offre una chiave di lettura potente per interpretare fenomeni che vanno dai meme alle challenge, dalle serie TV di seconda fascia alle infinite variazioni di format già visti. 
Allo stesso tempo, la sua traiettoria biografica, dal successo iniziale a un progressivo isolamento, fino alla morte improvvisa e quasi “in sordina”, racconta le difficoltà di un intellettuale che rifiuta di giocare secondo le regole del mercato culturale, preferendo mantenere una coerenza intatta, anche a costo di restare ai margini.



Tommaso Labranca resta, a dieci anni di distanza, un punto di riferimento per chi cerca un’analisi della cultura popolare che non sia né paternalistica né celebrativa, ma capace di riconoscere, dentro il “trash”, aspirazioni, contraddizioni e una forma di genio creativo spesso ignorato


Stefano Superchi

 

 

 

 


Un Maestro di Vita: Guido e il suo viaggio oltre la cattedra

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