Alberto Fortis è rimasto orfano di madre a diciotto anni, e lo zio materno, Ugo De Gasperis, è una figura molto presente nella sua giovinezza. Lo zio è un uomo intelligente, sportivo, creativo, vitale, intraprendente; e un giorno il destino, col suo consueto cinismo, lo priva dell’uso degli arti in seguito a una caduta da una scala in giardino, dov’era salito per raccogliere albicocche da un albero.
Zio Ugo smette di muoversi e di parlare. Qualche volta, in preda allo scoramento, chiede a Dio di portarselo via. Ma per il resto del tempo, l’uomo combatte invece la sua paralisi, tanto da recuperare la voce e anche un poco di forze per alzarsi con le stampelle.
Il giovane Alberto, scrivendo La sedia di lillà, immagina che un uomo spezzato, com’era stato spezzato il fratello di sua madre, esaudisca invece da sé la propria preghiera di morte. Del vero protagonista della canzone si sa poco: si sa che ha patito per amore e per tradimenti di amici, si sa di un rimuginare tormentoso (un rimuginare che probabilmente appartiene allo stesso Alberto: Penso troppo al mio futuro, penso troppo e vivo male).
Si sa poco, ma è tutto quello che occorre per ricordarlo indelebilmente. Ci basta sapere che provare a sorridere gli straccia le labbra, che a diluire il sangue sul suo viso ci pensano le lacrime, che le sue rughe di cemento sembrano impossibili da spianare.
Ma alla fine diventa ombra priva di peso e di pena, intravista nel suo silenzioso dondolio-danza. Alla fine la voce emozionante di Fortis dice benissimo, in un canto senza parole, la malinconia straziata di chi resta e il sollievo definitivo di chi ha deciso di andare.
Fabrizio Angiolini
"Stava immobile nel letto con le gambe inesistenti e una piaga sulla bocca che seccava il suo sorriso mi parlava rassegnato con la lingua di chi spera di chi sa che e' prenotato sulla Sedia di lillà Ogni volta che rideva si stracciavano le labbra e il sapore che ne usciva era di stagione amara le sue rughe di cemento lo solcavano di rosso prontamente diluito da una goccia molto chiara "Penso troppo al mio futuro" mi diceva delirando "Io penso troppo al mio futuro, penso troppo e vivo male penso che fra più di un anno cambieranno i miei progetti penso che fra più di un anno avrò nuove verità Tu non farmi questo errore vivi sempre nel momento cogli il giorno e tanto amore cogli i fiori di lillà" "Quanti amici hanno tradito" continuava innervosito "quanti amici hanno tradito per la causa dell'Amore" sono andato a casa sua sono andato con i fiori mi hanno detto che era uscito che era andato a passeggiare ma vedevo un'ombra appesa la vedevo dondolare l'ombra non voleva stare sulla sedia di lillà."
Potere della radio, oggetto che amo con passione a dispetto delle nuove tecnologie in uso per ascoltare musica. Nel caso specifico galeotta fu Radio Capital che ascolto sempre per distogliermi dalle radio omologate a una musica, se così la vogliamo chiamare, commerciale odierna che stamane, alle ore 7.00 circa, ha passato "One Step Beyond" dei Madness, band icona della scena musicale ska britannica degli anni '70 e '80. Sbloccato in un secondo un ricordo tra le braccia di un brano che evoca un'epoca.
I Madness si formano a Londra (ça fait sans dire) nel 1976, inizialmente con il nome "The North London Invaders". Il gruppo era composto da Graham "Suggs" McPherson (voce), Mike Barson (tastiere), Cathal Smyth (tromba), Lee Thompson (sassofono), John Hasler (batteria), Chris Foreman (chitarra) e Mark Bedford (basso). Si fanno strada negli anni '80 con canzoni come "The Prince", "One Step Beyond", "My Girl" e "It Must Be Love" con sonorità che mescolano punk, rocksteady, reggae e pop per diventare ciò che chiamiamo SKA, con testi spesso umoristici e satirici. I Madness furono una esplosione nuova dopo anni di rock americano, inglese, cantautorato italiano e tutto ciò che di meglio la sfera musicale seppe offrire in quegli anni.
La loro musica è caratterizzata da un sound vivace e ritmato, da un'enfasi sulla sezione dei fiati (sassofono e tromba) e da una energia che ha saputo colmare i vuoti delle precedenti eccellenze, che però necessitavano di rinnovarsi perché i tempi stavano cambiando in tutto, musica compresa. I loro concerti sono noti per la carica, la potenza, la vitalità, il dinamismo a cui il pubblico partecipa con altrettanta energia. Il nome della band trova radici etimologiche in termini come follia o pazzia, di quella pazzia positiva e sacrosanta che risveglia i sensi.
In effetti la loro è una follia musicale, una pazzia artistica dopo anni di virtuosismi e musicisti pazzeschi e ancora oggi senza tempo, a cui i Madness hanno reagito con qualcosa di futuristico, di alternativo senza venir meno alla qualità. Una ventata nuova che induceva a cantare urlando e a ballare con movenze dinoccolate distorcendo ogni forma di armonia precostituita. I Madness hanno rappresentato il fenomeno certamente più esplosivo dell'era Two-Tone e hanno riportato migliaia di adolescenti sulle piste da ballo, contribuendo alla rivincita delle masse proletarie e allo sviluppo delle sottoculture giovanili in un momento di profondi mutamenti politici e sociali.
Verso la fine degli anni '70 l'Inghilterra attraversa uno dei passaggi più delicati della sua storia recente: a causa di una grave depressione economica e dell' insediamento di Margaret Thatcher, con relativi tagli alla spesa pubblica, cresce il tasso di disoccupazione a scapito delle fasce meno abbienti. Considerata anche la natura multietnica delle città britanniche, la crisi spesso sfociava in tensioni a sfondo razziale, tradotte in musica in brucianti invettive come "White Riot" dei Clash, "God Save The Queen" dei Sex Pistols ecc. Erano gli anni in cui bianchi e neri provavano a dimostrare che si potevano fare cose insieme alla faccia del razzismo montante, del National Front e di tutta la merda che cominciava a venire a galla.
Era l’Inghilterra già orfana del punk ma con ancora quella scossa che le vibrava nelle ossa e nelle sinapsi, giusto un attimo prima di finire sotto il pugno di ferro della “figlia del droghiere” e di entrare in un periodo che si sarebbe rivelato infernale per chiunque non fosse ricco e garantito. Su quel crinale, tra fine anni '70 e inizio anni '80, in una Inghilterra intrisa di bigottismo e falsi valori di radice conservatrice, si poteva ancora sognare e ballare, grazie ad artisti fantasiosi e sempre nuovi che solo quell'isola ha saputo generare.
I Madness esplodono in Italia, dal nulla con “One step beyond” che ha in sé uno dei riff di sax più celebri e ipnotici degli ultimi cinquant’anni, un brano che probabilmente hanno sentito almeno una volta nella vita anche coloro i quali non hanno la minima idea di chi siano i Madness. Probabilmente "One step beyond” è il primo pezzo che chiunque citerebbe della band di Londra Nord, con l’eccezione forse degli americani che li conoscono soprattutto per la hit “Our House”.
Ma anche per chi ne ha seguito con devozione la carriera e ancora apprezza il suono fresco, travolgente, eccitante come solo la gioventù e i periodi di cambiamento possono essere, questo brano, che non è assolutamente l'unico degno di nota della band, rappresenta l'esordio, la "madeleine" di proustiana memoria, che il tempo che passa, la disillusione e il cinismo non riusciranno mai a sbriciolare. Chi c’era, non può dimenticare la potenza della musica dei Madness, quando ancora la musica contava qualcosa e riusciva a unire le persone a prescindere da barriere di età, provenienza, classe sociale, pigmentazione della pelle.
Chi c'era sa che note che traggono origine dal sound e dal feeling giamaicano si insinuano sotto pelle per riemergere ogni volta che, una radio ancora degna del suo nome, ce le restituisce con pelle d'oca a corredo.
Giovanna Anversa
Mi ricollego a quanto scritto da Giovanna sui Madness mostrandovi con orgoglio la mia copia di "Work, Rest & Play", un QDisc in vinile dei Madness del 1980 che acquistai e consumai fino a che ce n'era. Con lo stesso ingenuo entusiasmo del me 12enne di allora.
(il QDisc era un formato economico promozionale di soli 4 pezzi lanciato nei primi '80 in Italia e per artisti italiani; ci furono sole 3 eccezioni per gruppi stranieri, questo dei Madness, uno dei Bow Wow Wow e uno dei Pretenders).
Non si può parlare dello Ska senza tracciare i contorni sociali da cui è emerso a nuova vita nelle periferie britanniche verso la fine dei ’70. Non parleremo delle origini primordiali di questa musica che viene dagli anni ’50 (e forse ancor prima) nel “continente” caraibico. Lo Ska infatti non è solo musica ma uno stile definito che raccontò l'altra faccia degli anni '80, tra disoccupazione, disuguaglianze e razzismo.
La rinascita dello Ska, dicevamo, avviene in un brodo di coltura interrazziale, da giovani, per lo più proletari e arrabbiati, bianchi e neri, che (nel 1977) trovarono ad aprire la strada il gruppo probabilmente più significativo del movimento, gli Specials.
gli Specials
Sono anni di impegno politico fortemente contraddistinti dalla disillusione, dallo sgretolarsi del sogno sessantottino, dall’arrivo massiccio delle droghe pesanti. Nel regno di sua Maestà Elisabetta il 1977 è l’anno del Giubileo, che precedette di poco l’avvento del thatcherismo, la guerra delle Falklands, la recessione e i tumulti razziali. Nel 1978 gli Specials vengono scelti da Joe Strummer come gruppo spalla dei Clash, la Bbc Radio passa il loro primo singolo, Gangsters, preludio al primo album, omonimo, di debutto, che mischia inediti come Too much too Young, a cover ska anni’60 come la celebre A message to you Rudy. Come i Clash veicolano nei testi delle loro canzoni la fermezza del messaggio politico, sempre presente, anche nei pezzi apparentemente più leggeri. Sono racconti “neorealisti” dell’Inghilterra dei sussidi statali e della disoccupazione, di un paese sempre più diviso in classi sociali.
La loro “Ghost Town” diventa incredibilmente il singolo dell’anno 1981 nel Regno Unito, definito“la canzone che Margaret Thatcher avrebbe preferito non ascoltare mai”. Strade vuote, negozi abbandonati, saracinesche sfondate, inquinamento, fabbriche chiuse, disoccupazione: l’Inghilterra della Lady di Ferro al potere, nella città fantasma cantata da Hall e soci, un ritornello di dolorosa insolenza galleggia su una base dub.
Il liberismo brutale della Thatcher combatte l’inflazione colpendo l’industria manufatturiera, e quindi il lavoro di migliaia di operai in tutta l’Inghilterra. Come dichiarerà Jerry Dammers (fondatore degli Specials e dell’etichetta 2 Tone Records) al Guardian:
«Viaggiavamo da una città all’altra e quello che stava succedendo era terribile. A Liverpool, tutti i negozi erano chiusi, tutto stava chiudendo… Si poteva vederlo andando in giro. Potevi vedere quella frustrazione e quella rabbia anche nel pubblico. A Glasgow, c’erano queste vecchiette per le strade che vendevano tutti i loro oggetti di casa, le loro tazze e piattini. Era incredibile. Era chiaro che qualcosa non andava bene».
È l’anno in cui si sposano Carlo e Diana, ma soprattutto è l’estate che vede il dilagare, in gran parte delle città inglesi, delle rivolte iniziate a Brixton qualche mese prima. Le rivolte a Brixton, all’epoca popolare quartiere londinese prevalentemente abitato da immigrati afro caraibici, già colpiti da recessione e disoccupazione, partirono dopo l’entrata in vigore della sus law, una legge che prevedeva maggiore facilità di fermo e perquisizione da parte delle forze di polizia, accusate dalla popolazione di arrestare arbitrariamente cittadini perlopiù basandosi sul colore della pelle (non vi ricorda qualcosa?).
Sebbene siamo nei patinati anni ’80, nell’estate 1981Radio One annuncia che Ghost Town, pezzo ska di un gruppo “multirazziale” di giovani proletari, ha rimpiazzato “One day in your Life” del re del pop Michael Jackson dalla prima posizione nelle classifiche dei singoli più ascoltati. Non è un caso che comincino ad arrivare notizie sul primo utilizzo in assoluto di granate a gas da parte della polizia che cerca di contenere i Toxteth Riots di Liverpool. Nottingham, Wolverhampton, Leeds, Luton, Londra e tanti altri posti, quell’estate furono più di venti le città coinvolte nelle rivolte e gli Specials ne diventano la colonna sonora, sulla scia delle “Guns of Brixton” dei Clash.
A stretto giro, nel solco degli Specials si inseriscono Madness, Selecter e The beat. Se la musica Ska, pur mantenendo inalterato il suo fascino per i cultori del genere, è uscita dalla “heavy rotation” delle radio e delle piattaforme musicali più attuali, le ragioni che l’hanno portata in primo piano rimangono immutate, in un momento come quello che stiamo vivendo, tra guerre, nuove divisioni, migrazioni e paura.
Le rivolte dei primi anni ’80 si sono mai davvero sopite? Credo di no, continuano a scorrere come un fiume carsico, pronte a riemergere e ad andare a toccare i nervi scoperti delle nostre società. Sono riaffiorate periodicamente, nelle banlieus parigine degli anni ’90 raccontate al cinema da Matthieu Kassovitz, nella Los Angeles del 1992 dopo l’arresto e il pestaggio di Rodney King, nel 2020 con le proteste del “Black Lives Matter“, dei 70 afroamericani morti mentre erano in custodia della polizia (secondo un’inchiesta del New York Times).
Nel nostro paese le cosiddette “seconde generazioni” covano la rabbia sotto la cenere, sullo sfondo di una politica miope che ha affossato consapevolmente l’opportunità di estendere la cittadinanza, ma tutto questo è un’altra storia, che mi ha portato troppo lontano dal punto di partenza.
Torno nei binari e resto in Italia, dove lo Ska, pur non mosso dalle spinte sociali britanniche, ma comunque influenzato dal clima socio-politico locale tra la fine degli anni ’80 e i ‘90, ha avuto una sua storia.
Le prime rarefatte tracce di Ska in Italia le troviamo nel 1964 con "Tu sei pallido", inciso da Margherita (Margherita Cappellazzi, di Parma) che altro non è se non la cover in italiano della celebre "My boy lollipop”. L’anno successivo arrivano Les Surf che incidono “Un grosso scandalo”, cover di “Shame and Scandal”. Nel 1966 "Scrivi ti prego" di Silvano Silvi e "Operazione sole" di Peppino Di Capri sono i primi brani di ispirazione ska originali composti in italiano.
Dopo un lunghissimo oblìo lo ska torna a farsi sentire negli anni '80, prima con Alberto Camerini con "Skatenati" e "Non Rompermi le Skatole" (1980), Edoardo Bennato con "Canta appress'a nuje", Claudio Cecchetto con "Ska-chou-chou" (1980), Donatella Rettore con "Donatella" (1981). Niente di imperdibile, diciamolo.
Statuto
Statuto
Ad approcciarsi allo ska in chiave più matura saranno pochi anni dopo i torinesi Statuto, nati nell’83, il cui album Vacanze (1988), contenente il singolo Ghetto e la title track Vacanze, è considerato il primo disco ska italiano. Impossibile non menzionare i milanesi Casino Royale che nei primi album (Soul of Ska - 1988, Jungle Jubilee – 1990 e Ten Golden Guns – 1990) diedero un impulso fondamentale al movimento ska italiano.
Casino Royale
Giuliano Palma & the Bluebeaters
Vallanzaska
Arpioni
Persiana Jones
Fratelli di Soledad
Banda Bassotti
Roy Paci & Aretuska
Shandon
Franziska
Après la classe
Strike
La vera esplosione del levare in Italia corrisponde però allo ska Third Wave, negli anni ‘90, con gruppi come Vallanzaska, che pubblicano il loro primo album Cheope nel 1994. Altri gruppi degni di nota sono gli Arpioni, Giuliano Palma & The Bluebeaters, Persiana Jones, Fratelli di Soledad, BandaBassotti, Roy Paci and Aretuska, Shandon, Franziska, Après la classe.
Una citazione d’obbligo anche per i ferraresi Strike, che abbiamo avuto la fortuna di vedere, giusto dieci anni fa, alla festa di Rive Gauche di Casalmaggiore.
Si inaugura domani, 12 luglio alle ore 18:00 alla Casa del Mantegna di Mantova (via Acerbi 47), la mostra “GIUSEPPE MORANDI - fotografie ritrovate”, a cura della Lega di cultura di Piadena e Pantacon, con il patrocinio di Regione Lombardia, in collaborazione con la Provincia di Mantova e la Casa del Mantegna e con il sostegno del Gruppo TEA.
La mostra ripercorre attraverso oltre 100 scatti (spesso inediti) l’attività di fotografo di Giuseppe Morandi (Piadena 25/08/1937-14/11/2024), straordinario artista e organizzatore di cultura, fondatore della Lega di cultura di Piadena insieme a Gianfranco Azzali nel 1967 e recentemente scomparso.
Morandi ha lasciato oltre 10.000 fotografie scattate tra la fine degli anni ’50 del XX secolo e oggi che sono state oggetto di pubblicazioni e mostre in Italia e nel mondo. Con Mazzotta ha pubblicato “I paisan” (1979), “Volti della Bassa Padana” (1984), “Cremonesi a Cremona” (1987), “Quelli di Mantova” (1991), “La mia Africa” (2001), “Vecchi e nuovi volti della Bassa Padana” (2011). Le sue fotografie sono state esposte in tutto il mondo, da Berlino a Lisbona, da Cambridge a San Francisco, Washington e Madeira.
Giuseppe Morandi nasce al Vho di Piadena in provincia di Cremona, da una famiglia contadina e operaia.
Inizia a raccontare il mondo che lo circonda senza nessuna presunzione o censura, concentrandosi soprattutto sui paisàn – salariati e braccianti agricoli – e su quella civiltà contadina cui sentiva di appartenere e alla quale voleva “restituire voce, dignità e storia” in un momento di trasformazione a seguito del processo di meccanizzazione dell’agricoltura, che porterà al trapasso definitivo del mondo agricolo antico. Un mondo fatto di saperi, riti, tradizioni ma soprattutto di persone che Morandi poteva chiamare per nome e cognome o meglio per scutmài (il nomignolo o soprannome che identificava le persone nelle piccole comunità), sempre a sottolineare il rapporto umano e la relazione che stava dietro le sue immagini: “non sono il fotografo delle immagini rubate o delle fotografie messe in posa… quando fotografo ho già visto tante volte quello che fotografo, l’ho vissuto con le persone che fotografo”.
Le fotografie di Morandi sono state accostate alla ricerca sociale di Walker Evans e Dorothea Lange che tra il 1932 e il 1939 furono protagonisti del progetto di documentazione dei problemi sociali legati alla depressione delle aree rurali negli Stati Uniti, lavorando anche per il Dipartimento per l’Agricoltura americano. E ancora similitudini sono state riscontrate con il lavoro di August Sander che nella Germania pre-nazista pianificò un catalogo della società tedesca attraverso una serie di ritratti di lavoratori e lavoratrici. Con la differenza che Morandi non ritraeva solo quel mondo, a quel mondo apparteneva e lo rappresentava conquistando non solo “il diritto all’immagine” ma addirittura la padronanza degli strumenti della rappresentazione quali macchina fotografica, cinepresa, ciclostile, magnetofono.
L’idea di una mostra di fotografie inedite nasce tra il 2019 e il 2020 quando si riprende il lavoro sull’archivio di negativi che Morandi conservava a casa sua e che necessitava di un rinnovato lavoro di analisi, riorganizzazione e conservazione. Un gruppo di scatti - 300 fotografie circa – già dagli anni ‘90 è presente presso il Centro Studi e Archivio della Comunicazione della Università degli Studi di Parma.
Una consistente parte della produzione del fotografo piadenese (circa 2.000 immagini) è stata poi digitalizzata e catalogata tra il 2011 e il 2012 grazie all’intervento di Regione Lombardia all’interno di una più ampia operazione coordinata dall’Archivio di Etnografia e Storia sociale per la costituzione del “Registro delle Eredità Immateriali della Lombardia – R.E.I.L.”.
Nel momento in cui si riprendono le fila di questa operazione di riorganizzazione dei tanti materiali fotografici, emergono naturalmente immagini che testimoniano i differenti livelli di intervento che Morandi compie in tutta la sua vita di intellettuale, artista e politico. La pandemia interrompe questo lavoro di riorganizzazione, ma tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023 il lavoro di schedatura dei materiali si completa, andando così a completare il quadro della sua produzione e lo stesso fotografo accetta con entusiasmo l’idea di tornare a far parlare le sue fotografie.
La mostra GIUSEPPE MORANDI – fotografie ritrovate restituisce lo sguardo del fotografo sul mondo. Uno sguardo che è rimasto lo stesso – attraverso la macchina fotografica e la cinepresa - nel corso del tempo ma che ha incontrato persone, luoghi, riti, identità in mutamento: dalla fine della millenaria civiltà contadina della bassa Padana alla vita delle città di provincia, dai nuovi lavoratori nelle campagne della bassa pianura padana agli immigrati, dal Vho di Piadena alle banlieues parigine. Un racconto rinnovato, intimo e pubblico allo stesso tempo: sempre dalla stessa parte, sempre con le persone.
A conclusione del percorso espositivo è allestita una sezione video in cui viene proposto il documentario di Pierluigi Bonfatti Sabbioni, Massimiliano Osini e Matteo Scaglioni “Giuseppe Morandi da Piadena”.
L’omaggio a Giuseppe Morandi si completa con la pubblicazione di un libro fotografico collegato alla mostra a cura di Matteo Rebecchi e Gianfranco Azzali con una nota introduttiva di Paolo Barbaro e Peter Kammerer.
INFO: la mostra inaugura il 12 luglio 2025 e termina il 24 agosto 2025
Orari di apertura: da martedì a venerdì dalle 10.00 alle 13.00. Sabato 9.30-12.30 e 16.00-19.00. Domenica 9.30-12.30
L’ingresso è gratuito
Contatti: 0376-360506 (solo durante gli orari di apertura) oppure mail casadelmantegna@provincia.mantova.it e info@casadelmantegna.it
“La città incantata” di Miyazaki è il film animato più importante del XXI Secolo
Da una indagine condotta dal “New York Times” tra professionisti di Hollywood, il capolavoro diretto da Hayao Miyazaki “La città incantata” è stato eletto come miglior film d'animazione realizzato dal 2000 a oggi.
La città incantata è considerato il capolavoro dello Studio Ghibli per la sua trama articolata e avventurosa, e ha fatto vincere alla pellicola l’Orso d’Oro a Berlino e il premio Oscar per l’animazione (mai prima di allora assegnato a un anime).
A consacrare l’importanza e la ricercatezza del film è il riconoscimento, arrivato da un’importante testata come il New York Times. La storica rivista americana ha chiesto, attraverso un sondaggio rivolto a cinquecento professionisti del cinema di Hollywood di votare i loro film preferiti. Il capolavoro di Miyazaki è stato scelto come miglior film d’animazione realizzato nel XXI secolo, sbaragliando altre produzioni celebri come Up e WALL-E.
“La città incantata”, prodotto dallo Studio Ghibli e interamente disegnato a mano, racconta le vicende della piccola Chihiro, una bambina di dieci anni che si introduce senza rendersene conto in una città magica abitata da yōkai (spiriti e creature mostruose tipiche dell’antico folklore giapponese). I genitori di Chihiro vengono trasformati in maiali dalla maga Yubaba, motivo per cui la protagonista decide di rimanere nel regno incantato per tentare di liberarli, iniziando uno straordinario percorso di crescita personale.
La città incantata si può definire una storia di formazione dai tratti fantastici, in cui grandi e piccoli possono identificarsi e riscoprire valori come il coraggio, il senso della famiglia e il miglioramento di sé.
Il riconoscimento del New York Times, giunto a 24 anni dall’uscita del film, premia la trama e la straordinaria complessità tecnica della pellicola, la ricchezza di suggestioni e i riferimenti culturali a grandi classici della letteratura come La tempesta di William Shakespeare e Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll.
Oltre a decretare La città incantata come miglior film animato del XXI Secolo, il sondaggio ha collocato il film dello Studio Ghibli al nono posto assoluto nella classifica dei cento migliori film degli ultimi 25 anni.