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29 giugno 2026

LA DIVINA TRUFFA: L’INFERNO DI DANTE OGGI di Leandro Zanni (parte seconda)

 

 LA DIVINA TRUFFA: 

L’INFERNO DI DANTE OGGI

Leandro Zanni

(parte seconda)

 



«Quest'opera è un testo di pura finzione satirica e letteraria ispirato alla struttura della Divina Commedia. I personaggi, i dialoghi e le collocazioni ultraterrene sono frutto di una rielaborazione iperbolica e umoristica dell'autore e non intendono in alcun modo offendere l'onore delle persone citate, ma ridefinirne i tratti culturali e antropologici nello spirito della satira popolare.»


Personaggi:

Dario Fo (Dante)
Pier Paolo Pasolini (Virgilio)
Franca Rame (Beatrice)


Trama:

Dante sta passeggiando a Milano in Piazza Affari verso le 23:55 e improvvisamente, allo scoccare della mezzanotte, smarrisce la strada a causa di un blackout e finisce per incontrare Virgilio mandato a salvarlo da Beatrice.
Il posto non è casuale perché si tratta del regno di quel capitale attorno al quale girano tutti i personaggi che Dante incontrerà.
Da li inizia una notte particolare che finirà con la nuova apertura di Borsa.



 


 

CANTO 6: Ottavo Cerchio (Bolgia 3)

I Simoniaci dello Sport

Le schede svizzere nel tombino e la salita senza fine (Ore 04:30)

 Scendemmo ancora più a fondo, finché la roccia spaccata non lasciò il posto a una bolgia piena di fori circolari che bucavano il pavimento di pietra, simili ai tombini delle strade cittadine. Da ogni buco sbucavano le gambe dei dannati, con le piante dei piedi incendiate da una fiamma rossa e viva che le faceva scalciare furiosamente nel vuoto.

«Caspiterina, Pier Paolo!», esclamai saltellando tra un foro e l’altro per non bruciarmi le suole. «Qui c’è aria di spogliatoio e di furbizia! Sento puzza di cuoio bruciato e di moviola! Chi sono 'sti ginnasti capovolti che scalciano come muli? Spiegami er meccanismo, per cortesia!».
Pasolini guardò quei fori con disprezzo, si sistemò gli occhiali e intonò lo stornello alla Ninetto Davoli col suo passo romano:

Fiore de ciclamino, ci sta Moggi coi telefoni di sbieco, messo a testa in giù dentro a un tombino, che parla da solo e gli risponde l'eco. Le schede svizzere non valgono un quattrino, e le fiamme gli bruciano le piante dei piedi mentre un diavolo fischia un rigore assassino. E accanto a lui, tra i corrotti e i furbi, ci sta Lance Armstrong sulla bici senza sella, inseguito da droni che gli tolgono i turbi.

 

Dallo spessore della roccia sbucavano i polpacci di Luciano Moggi, che muoveva le dita dei piedi cercando di afferrare una vecchia ricarica telefonica internazionale, mentre un demone nero lo colpiva sulla pianta col fischietto rovente di un arbitro. Poco più in là, Lance Armstrong pedalava disperatamente su un rullo d'acciaio incandescente, senza sellino, mentre una telecamera volante gli proiettava davanti agli occhi le analisi del sangue truccate di tutti i suoi Tour de France revocati. 

Franca Rame fece squillare un avviso di espulsione definitiva dal suo Cloud sui maxischermi della bolgia: «Avete inquinato la purezza della competizione, barattando i risultati, truccando i campionati e comprando la fedeltà dei giudici per il vostro sporco potere. Mo' rimanete capovolti nel fango della vostra stessa frode».

Io allora feci una giravolta sul bordo del tombino, lanciando il mio Grammelot del direttore sportivo per seppellire i re di Calciopoli: «Sberlecchian de lo sorteggio! Taca via col designatore e lo guardalinee sbilenco! Uuuh, sgnau de la moviola, taca-taca-taca lo rigore taroccato! Caspiterina, avete chiuso gli arbitri nello spogliatoio per fare i padroni del pallone, mo' scalciate nel buio della pietra, falsari del rettangolo e ciclisti col sangue di farmacia!»

Pasolini mi prese per la giacca, tirandomi via: «Andiamo avanti, Dario, che la prossima bolgia è un troiaio di fango e pece, dove ci stanno i re del giornalismo spazzatura, quelli che campavano sullo share del dolore».





CANTO 7: Ottavo Cerchio (Bolgia 5)

I Barattieri del Talk-Show e dello Stato

La pece dello share e i plastici del delitto (Ore 05:15)

Il sentiero si affacciò su un fossato immenso, riempito fino all'orlo di una pece nera, vischiosa e bollente, che emetteva bolle giganti col rumore sordo dei vecchi televisori a tubo catodico. Da quella melma nera emergevano a tratti i volti distorti dei mercanti del dolore televisivo e dei ladri di appalti pubblici.

«Caspiterina, Pier Paolo!», gridai riparandomi la faccia dai fumi tossici del catrame. «Ma qui c’è l'asfalto delle Grandi Opere mescolato allo squallore del prime-time! Chi sono 'sti registi del fango che affogano nella melma mediatica? Spiegami er meccanismo, per cortesia!».
Pasolini sputò nella pozza bollente e intonò lo stornello col suo tono tagliente ed implacabile:

Fiore de zucca, la d’Urso co' le luci sbrilluccicanti mo' sta immersa nella pece che la trucca. Sta nella bolgia dei peggiori mercanti, collezionando sguardi contriti e finti pianti, mentre er pubblico le urla contro. E accanto a lei, tra i peggiori attori, ci sta Bruno Vespa col plastico de Cogne in mano, condannato a ricostruì er delitto tra li vapori. Ci sta pure Galan e la cricca del MOSE sul pontile, che nuotano nella pece a passo di tango.

In mezzo al catrame bollente, Barbara d'Urso sbatteva le ciglia cercando di fare la sua tipica espressione contrita a favore di telecamera, ma ogni volta che provava a parlare, la pece le riempiva la bocca cancellandole il trucco. Poco distante, Bruno Vespa galleggiava disperatamente aggrappato a una villetta di plastica in scala 1:20, inseguito da diavoli alati che gli strappavano le esclusive dalle mani, mentre Giancarlo Galan provava a sollevare le paratie del MOSE affogando nei rimborsi offshore.

Franca Rame fece lampeggiare lo schermo del tablet direttamente dal suo Cloud protetto: «Avete speculato sulle tragedie umane per fare audience e avete svuotato le casse dello Stato con le mazzette degli appalti. Mo' rimanete a bollire nello share del vostro stesso fango».

Io allora mi lanciai in un salto acrobatico sul ponte di pietra, scatenando il mio Grammelot del conduttore TV e del faccendiere di cantiere: «Sberlecchian de lo plastico! Taca via col delitto in diretta e lo subappalto sbilenco! Uuuh, sgnau de l'esclusiva, taca-taca-taca la mazzetta del MOSE! Caspiterina, avete fatto il picco d'ascolti sulle disgrazie dei poveri cristi e cementificato le lagune, mo' affogate nel catrame bollente, re della spazzatura e ladri dello Stato!»

Pasolini mi spinse oltre, stringendo i pugni: «Forza, Dario, non guardarli più. Scendiamo verso la settima bolgia, dove ci stanno i ladri della salute, quelli che tagliavano le carni sane per gonfiare i rimborsi delle cliniche».





CANTO 8: Ottavo Cerchio (Bolgia 7) - Li Ladri de la Salute

Le siringhe-serpente e i rimborsi della carne (Ore 06:00)

 

Scendemmo lungo una gola di roccia scura e ci ritrovammo in un fossato profondo, dove il terreno non era fatto di terra ma di un tappeto brulicante di rettili viscidi e striduli, dalle forme geometriche e traslucide che ricordavano siringhe di plastica e tubi da flebo. Le anime dei ladri della sanità correvano disperate, nude, con le mani legate dietro la schiena da cateteri incandescenti, azzannate continuamente da questi mostri che inoculavano febbri e infezioni perenni.

«Caspiterina, Pier Paolo!», gridai balzando su un masso isolato per non farmi addentare le caviglie da quei rettili di silicone. «Ma qui c’è l'odore dell'ospedale mescolato alla bramosia del denaro! Chi sono 'sti macellai in camice bianco che strisciano nella melma dei rimborsi d'oro? Spiegami er meccanismo, per cortesia!».
Pasolini guardò quel nido di rettili con un disgusto profondo e viscerale, sputò nella bolgia e intonò lo stornello alla Ninetto Davoli per metterli alla gogna:

Fiore de lino, ci sta Brega Massone del Santa Rita mo' si ritrova a striscià nel tombino. Er "chirurgo degli orrori" della clinica milanese, che tagliava i polmoni sani solo per fare cassa, mo' paga er fio col diavolo che si fa cortese. Le forbici bollenti gli aprono la carcassa, mentre un demone gli fa l'ispezione corporale e gli urla: «Questo è il rimborso della tassa!». E poco più in là, in mezzo a ’sto male, ci sta Daccò che gestiva le mazzette della sanità, affogato nella pece del bilancio aziendale.
 

In mezzo alla fossa, il primario Pier Paolo Brega Massone strisciava nel fango tentando inutilmente di pararsi il petto dai morsi di un serpente-bisturi che gli incideva la pelle a ogni capoverso, mentre poco più in là il faccendiere Piero Daccò affogava sotto una pioggia di cartelle cliniche falsificate e fatture gonfiate per la fondazione Maugeri.
 
Franca Rame fece lampeggiare un avviso di confisca immediata direttamente dal suo Cloud sui maxischermi della bolgia: «Avete violato il giuramento medico e tagliato la carne di pazienti indifesi solo per incassare i rimborsi della sanità regionale. Mo' subite sul vostro stesso corpo la tortura della vostra avidità senza scrupoli».
 
Io allora mi lanciai in un salto acrobatico sulla roccia, scatenando il mio Grammelot del primario della truffa per sotterrare i ladri della salute: «Sberlecchian de lo bisturi! Taca via col polmone sano e lo rimborso sbilenco! Uuuh, sgnau de la clinica privata, taca-taca-taca la mazzetta de la sanità! Caspiterina, avete operato la povera gente per fare i milioni sui bilanci della regione, mo' strisciate in mezzo alle siringhe, medici farlocchi e manager del sangue altrui!»
 
Pasolini mi prese per la mano, tirandomi verso il ponte successivo: «Muoviti, Dario, che l'odore di bachelite bruciata aumenta e la nonna bolgia è un vivaio di odio e veleno, dove ci stanno i seminatori di discordia, i populisti e i nostalgici delle camicie nere».



 

CANTO 9: Ottavo Cerchio (Bolgia 9)

I Seminatori di Discordia, Pregiudizio e Nostalgia

Le lingue scisse e le marce al contrario (Ore 06:45)
 

Il fossato successivo era una ferita profonda nella roccia, dove un diavolo immenso, armato di una spada affilata come un rasoio industriale, faceva a pezzi le anime a ogni giro di bolgia, spaccando loro le lingue, le labbra e il petto. Qui la fauna dei manipolatori politici, dei generali del pregiudizio e dei nostalgici del passato veniva smontata riga per riga.

«Caspiterina, Pier Paolo!», esclamai guardando quel massacro a reti unificate, col rumore dei megafoni distorti che riempiva l'aria. «Ma qui c’è la piazza della propaganda mescolata al fango delle caserme! Chi sono 'sti generali del nulla e 'sti oratori del rancore? Spiegami er meccanismo, per cortesia!».
 

Pasolini incrociò le braccia, guardando lo scempio con la fermezza di chi ha denunciato il fascismo dei consumi per tutta la vita, e scaricò lo stornello viscerale:

Fiore de zucca, ci sta Vannacci col libro al contrario mo' sta immerso nella pece che lo trucca. Er generale del mondo alla rovescia, che scriveva fesserie sulle minoranze, mo' paga er fio con la lingua che gli si scoscia. La condanna sua? Un inferno di stanze: è costretto a marciare con un battaglione, ma guidato da un coro di drag-queen e danze. E accanto a lui, tra i peggiori oratori, ci sta Salvini col citofono in mano e Renzi che urla scioook nel deserto sovrano. E i nostalgici neri col saluto e l'orbace, condannati ad ascoltar Bella Ciao senza pace.

In mezzo alla bolgia, il generale Roberto Vannacci marciava goffamente sui tacchi a spillo alti dieci centimetri, costretto a reggere il suo best-seller capovolto mentre un demone lo costringeva a sfilare davanti a una giuria di minoranze che ridevano a crepapelle. Poco lontano, Matteo Salvini tentava di suonare un citofono arrugginito che gli scaricava addosso scosse elettriche, mentre Matteo Renzi cercava una provvigione in dollari arabi in un deserto di sabbia infuocata. Ai loro piedi, la massa dei nostalgici del ventennio, bloccati nel saluto romano con le braccia congelate da una resina nera, subiva la tortura di ascoltare Bella Ciao amplificata a diecimila watt senza potersi tappare le orecchie.
 
Franca Rame dal Cloud oscurò i loro profili e mandò la saetta definitiva: «Avete cavalcato l'odio, il razzismo e la nostalgia per fare tre voti e vendere copie, seminando il veleno tra i cittadini. Mo' marciate al contrario nel fango della vostra stessa miseria culturale».
 
Io allora saltai sul bordo del fossato, scatenando il mio Grammelot del generale della parata e del politico da talk-show: «Sberlecchian de lo camerata! Taca via col mondo al contrario e lo citofono sbilenco! Uuuh, sgnau de la Decima, taca-taca-taca lo Tweet del pregiudizio! Caspiterina, facevate i fieri in divisa e sulle ruspe parlando alla pancia dei creduloni, mo' sfilate in mezzo al coro, soubrette della propaganda e guerrieri di cartone!»
 
Pasolini mi spinse verso l'uscita delle malebolge: «Forza, Dario, la sfilata dei buffoni è finita. Ora si scende nel ghiaccio profondo, dove ci attendono i traditori del lavoro e i guru delle cryptotruffe nel Cocito».


 

 

 

CANTO 10: Nono Cerchio (Zona 3 e 4: Tolomea e Giudecca)

I Traditori del Lavoro e del Risparmio Digitale

Il lago gelato del Cocito e il fallimento globale (Ore 07:30)

 
La discesa si fece verticale, finché la roccia delle malebolge non franò bruscamente in un immenso specchio d'acqua completamente solidificato, una distesa di ghiaccio lucido, trasparente e privo di crepe che sembrava il pavimento di una sala server refrigerata a livello industriale. Il freddo del Cocito non era quello naturale delle montagne, ma un gelo artificiale, asettico, che bloccava il respiro nei polmoni e anestetizzava i muscoli, mentre le anime dei peggiori traditori del millennio vi stavano conficcate dentro, immobili come pesci surgelati, con le lacrime che si congelavano sugli occhi diventando aspre barriere di vetro.


«Caspiterina, Pier Paolo!», battei i denti stringendomi le braccia al petto e saltellando sul ghiaccio per non farmi congelare le suole delle scarpe. «Ma qui siamo finiti nel freezer della finanza globale! Sento odore di silicio bruciato mescolato al gelo delle multinazionali! Chi sono 'sti colossi dell'algoritmo e del profitto che stanno bloccati in questo frigorifero senza fine? Spiegami er meccanismo, per cortesia!».
Pasolini non rispose subito: guardò quella distesa gelata con gli occhi lucidi di chi ha visto morire la dignità del lavoro sotto i colpi dei mercati, si strinse nel suo cappotto scuro e intonò l'ultimo, spietato stornello con la cadenza di Ninetto Davoli:

Fiore de gelo, Sam Bankman-Fried del bitcoin farlocco mo' sta bloccato nell'ultimo cielo. Nel ghiaccio del Cocito, dove l'aria ti spezza, er re di FTX piange con le lacrime di vetro, ricordando i miliardi della sua giovinezza. Il tablet suo ha lo schermo rotto e all'indietro, e sul display appare un grande Error 404, mentre un diavolo gli dà ’n calcio nel di dietro. E poco più in là, col maglione d'ordinanza, ci sta Marchionne bloccato nella stanza. Il liquidatore delle fabbriche e dello Stato, mo' sta nel ghiaccio del tutto congelato.

Immerso fino al collo nella morsa gelata, il guru delle criptovalute Sam Bankman-Fried fissava disperatamente lo schermo di un tablet bloccato, sul quale rimbalzava in loop la scritta Error 404: Fondi Inesistenti, mentre le sue lacrime si trasformavano in cristalli di ghiaccio che gli sigillavano le palpebre. Poco più in là, nella zona della Giudecca riservata ai traditori dei benefattori e del lavoro, il manager Sergio Marchionne era bloccato nel ghiaccio fino al mento, avvolto nel suo eterno maglione nero di cachemire, costretto a subire lo sberleffo perenne delle anime degli operai di Pomigliano e di Termini Imerese che lo guardavano dall'alto gridandogli contro i loro contratti strappati.
 
Franca Rame dal Cloud aprì una finestra di sistema direttamente sui maxischermi della borsa valori, inviando la notifica della resa dei conti: «Avete tradito la fiducia di chi cercava un riscatto nel futuro digitale e avete smantellato lo statuto dei lavoratori in nome del profitto transatlantico. Mo' rimanete bloccati nel freddo della vostra stessa speculazione, senza borsa e senza operai da comandare».
 
Io allora feci un salto acrobatico sul ghiaccio liscio, scatenando il mio Grammelot del liquidatore aziendale e del mago dei bitcoin per chiudere lo spettacolo: «Sberlecchian de lo bitcoin! Taca via col wallet vuoto e lo maglione sbilenco! Uuuh, sgnau de la FIAT, taca-taca-taca lo profitto della delocalizzazione! Caspiterina, facevate i geni dei mercati finanziari e i padroni delle catene di montaggio parlando di futuro ai disgraziati, mo' rimanete al freddo del Cocito, falliti elettronici e manager senza più una fabbrica!»
 
Pasolini mi prese per il braccio, indicando una scala di pietra che risaliva verso un debole chiarore oltre la cresta del ghiaccio:


 «Andiamo via, Dario. Lo spettacolo dei mascalzoni è finito. La risata del popolo li ha sotterrati tutti. Mo' usciam a rimirar le stelle»

 

 Piazza Affari – La Borsa riapre (Ore 09:00)

 

Leandro Zanni






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