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23 giugno 2026

LA DIVINA TRUFFA: L’INFERNO DI DANTE OGGI di Leandro Zanni (parte prima)

 LA DIVINA TRUFFA: 

L’INFERNO DI DANTE OGGI

Leandro Zanni

(parte prima)

 



«Quest'opera è un testo di pura finzione satirica e letteraria ispirato alla struttura della Divina Commedia. I personaggi, i dialoghi e le collocazioni ultraterrene sono frutto di una rielaborazione iperbolica e umoristica dell'autore e non intendono in alcun modo offendere l'onore delle persone citate, ma ridefinirne i tratti culturali e antropologici nello spirito della satira popolare.»


Personaggi:

Dario Fo (Dante)
Pier Paolo Pasolini (Virgilio)
Franca Rame (Beatrice)


Trama:

Dante sta passeggiando a Milano in Piazza Affari verso le 23:55 e improvvisamente, allo scoccare della mezzanotte, smarrisce la strada a causa di un blackout e finisce per incontrare Virgilio mandato a salvarlo da Beatrice.
Il posto non è casuale perché si tratta del regno di quel capitale attorno al quale girano tutti i personaggi che Dante incontrerà.
Da li inizia una notte particolare che finirà con la nuova apertura di Borsa.



Prologo:

Un dì, nel mezzo del cammin di vita,
mi ritrovai della strada tre piani sotto
che all’improvviso la via era smarita;
in quel distretto di Milano tutto rotto
della farm dei server di Piazza Affari,
immagine del capitale che ha tutto indotto.
Senza segnale e senza codici chiari.

Davanti alla porta d'acciaio d'emergenza mi vidi sbarrare la strada da tre algoritmi impazziti che avevano preso la forma di tre bestie spaventose: una Lonza cangiante fatta di like e vanità da influencer, un Leone borioso fatto di boria aziendale e cemento, e una Lupa magra, famelica, che calcolava speculazioni ribassiste per conto della finanza offshore.
Mentre arretravo terrorizzato col mio passo oscillante da giullare, vidi un'ombra spuntare dal buio delle turbine dismesse.
 

Indossava un vecchio abito scuro e aveva gli occhi lucidi di chi ha capito la fine del mondo prima degli altri.
«Chi sei, oh anima in pena?», gli ho gridato agitando le braccia col mio fare da giullare. «Sei forse un fantasma della mala borsa o il capo della manutenzione?».
L'uomo si girò con mossa accorta, guardandomi dritto negli occhi:
«Ahò, ma che non m'hai riconosciuto? So’ Pier Paolo... il tuo Virgilio.
E de ’sto benessere de plastica vostro io ne scrissi la condanna sui giornali prima ancora che la realtà morisse per davvero. Er consumismo ha trasformato l’italiani in consumatori senza cervello, tutti schiavi de la televisione e de la boria, de l'apparenza.
Ma se voi salvatte l'anima e ritrova' la Franca tua, te conviene veni' co' me. Scendiamo giù ner fango de ’sti gironi a visità ’sti quattro mascalzoni che hanno ridotto er mondo a un mercato de colletti bianchi».
 

Mentre ci dirigevamo verso la prima botola idraulica che si apriva nella roccia sotto i server fusi, mi voltai verso di lui ancor confuso…
«Ma insomma, Pier Paolo! Come fai a conoscermi? Chi t'ha mandato in questo sotterraneo informatico a farmi da cicerone?».
Pasolini si fermò, appoggiando la mano sulla conduttura arrugginita dell'aria condizionata, e mi disse:
“Ahò a’bbello, nun inizià col tuo mistero buffo.
Io stavo fermo a via del Mandrione, quando m'è arrivata ’na notifica strana. S'è acceso er terminale nello stanzone, ed è comparsa Franca, la tua amata, che ha inviato la tua posizione.
M’ha parlato in chatte tera tera, con la voce che sembrava ’na ballata":

"O Pier Paolo mio, che sulla terra lasciasti la parola che ancor dura
contro la casta che ci fa la guerra, l'amor mio, Dario, s'è perso dentro a un server della Rete, e sta a tremà come sotto la censura.
Muovi le gambe tue, usa la tua dialettica affilata,
salvamelo, che io c'ho l'anima in pena.
Io sono nel Cloud dell'alta connessione, ma m'han crittografata".


«Per questo sto qua, Dario», concluse Pier Paolo, spingendomi verso la botola d'acciaio. «Franca tua ha violato il firewall dell'oltretomba per darti una seconda possibilità. Mo' vedi de darte na mossa, che i lupi de lo mercato stanno pè aprì le gabbie».

 


CANTO 1: L'Antinferno e li furbetti del Web

L'ingresso nell'Antinferno e il gommone col POS (Ore 00:30)

 
Varcammo la soglia dopo una paratia d'acciaio che recitava Lasciate ogne speranza o voi ch'entrate, ritrovandoci in un immenso open-space sotterraneo che puzzava di ozono e sigarette elettroniche. Era l'Antinferno, il girone degli Ignavi del Millennio.

«Caspiterina, Pier Paolo!», dissi sentendo i lamenti. «Ma chi sono 'sti disgraziati affogati nella bava aziendale?». Pasolini guardò la massa di dannati e riprese lo stornello:

Fiore de fango, guarda li manager delle risorse umane che licenziavano la gente sul divano. Ci stanno i consulenti e le puttane delle multinazionali del profitto, che si vendevano le vite dei cristiani. Senza mai sceglie, tra il torto e il dritto, vissero speculando sulla sedia, e mo' le vespe le riducono a fritto. Sono condannati a correre nudi dietro a una bandiera col logo di un social network che cambia continuamente algoritmo, mentre le vespe-spam li pungono. E in mezzo a loro, affogati nei "like" di cartone, ci stanno gli influencer che campavano di truffe. 

Franca Rame fece lampeggiare il maxischermo dal suo Cloud protetto: «Avete monetizzato sulla credulità dei poveri cristi, vendendo beneficenza farlocca e pandori truccati. Mo' vi beccate il blocco eterno del profilo».

Sulla sponda del fiume di petrolio c'era Caronte, che non usava un remo ma batteva le dita su un terminale POS portatile, azzerando i conti delle anime prima di farle salire sul gommone a idromassaggio.

Io allora feci un salto davanti alla folla dei manager, sbeffeggiandoli col mio Grammelot dei licenziamenti: «Sberlecchian de lo fatturato! Taca via col bonus aziendale sbilenco! Uuuh, sgnau de la risorsa umana, taca-taca-taca lo licenziamento! Caspiterina, avete campato sul fango dei lavoratori indifesi! Mo' correte nudi in mezzo alle vespe, influencer e manager falliti!».

Pasolini mi spinse sul gommone: «Sali e andiamo avanti, Dario, che la prossima fermata è er Limbo de li ricchi».





CANTO 2: Il Limbo de li Grandi Arricchiti

Il salone di platino e il mercato delle illusioni (Ore 01:15)
 

Superato il cerchio degli Ignavi ed evitato il blocco del conto di Caronte, il gommone attraccò direttamente davanti a un'immensa porta girevole in cristallo temperato che sembrava l'ingresso di un hotel a sette stelle di Dubai. Oltre il vetro, la nebbia acida dell'Inferno spariva, sostituita da un'aria condizionata che profumava di tabacco pregiato e banconote fresche di stampa. Era un salone monumentale, pavimentato in platino lucido, dove centinaia di monitor al plasma trasmettevano in loop finti applausi e sigle televisive degli anni novanta.

«Caspiterina, Pier Paolo!», esclamai agitando le braccia e saltellando sul pavimento a specchio, usando la mia parlata da giullare della piazza. «Ma dove siamo sbarcati? Questo non sembra un girone di sofferenza, sembra il gran gala di Capodanno a reti unificate! Chi ci sta là in mezzo a tutto 'st'oro farlocco? Spiegami er meccanismo, per cortesia!».
Pasolini si tolse gli occhiali scuri, guardando la sala col suo solito sorriso amaro, e intonò lo stornello col tono verace di Ninetto Davoli:

Seduto sur divano de platino, cor cerone sul viso e er gessato, ci sta er Cavaliere, er re del mattino. Pure all'Inferno er business ha voluto: sta a rinegozià er contratto con Satana, «Ti compro tre bolge e mi prendo lo Stato!». La pena sua? ’Na tortura che scanna: parla in eterno a uno schermo che è spento, senza nessuno che applaude o lo sbava. Gridava forte: «Venite nel vento! Vi do ’na poltrona alla mia tv d’oro, se mi firmate ’sto subappalto d’argento!». Ma Pier Paolo lo guarda e gli sputa er ristoro: «Questo ha convinto l’Italia intera che l'apparenza vale più del decoro».

Al centro della sala, seduto su una poltrona imperiale in radica e oro, c'era proprio Silvio, col suo gessato presidenziale d'ordinanza e il viso coperto da uno strato di cerone così fitto da farlo sembrare una statua di cera. Non appena ci vide, si alzò allargando le braccia: «Ma bentornati! Dario! Pier Paolo! Sapevo che sareste venuti a firmare con la mia emittente! Vi ho preparato un contratto in esclusiva per il prime-time dell'oltretomba! Ho promesso a Lucifero il ponte sullo Stretto in cambio del monopolio delle anime! Qui facciamo il sessanta percento di share!».

Franca Rame fece lampeggiare lo schermo del tablet di Silvio direttamente dal suo Cloud protetto: «Hai trasformato le piazze in studi televisivi e i cittadini in telespettatori. Mo' rimani a vendere le tue illusioni a un pubblico di monitor spenti, senza che nessuno ti batta mai le mani».

Silvio guardò il display, il sorriso di cera gli si contrasse per un millisecondo, ma riprese subito a urlare verso la sala: «Un applauso per Franca! Più luce sul secondo settore!».

Io allora feci un salto all'indietro, lanciando il mio Grammelot del venditore di fumo per chiudere il sipario su quel salone di plastica: «Sberlecchian de lo palinsesto! Taca via col contratto farlocco! Uuuh, sgnau de la televisione, taca-taca-taca lo spot della bacheca! Caspiterina, hai venduto l'asfalto per oro colato a li poveri cristi, mo' rimani a fa' er monologo nel vuoto, re dei populisti!» 

Pasolini mi prese per la spalla scuotendo la testa: «Andiamo avanti, Dario. Questo crede d'essere ancora vivo, ma la sua borsa ha già fatto crac». E ci avviammo verso la porta di ferro del cerchio successivo.





CANTO 3: Sesto Cerchio - Gli Eretici della Democrazia

Gli avelli di fuoco della geopolitica (Ore 02:00)

 

Ci lasciammo alle spalle il salone di platino del Cavaliere e ci ritrovammo a camminare su una pianura di asfalto spaccato, dove la nebbia puzzava di cherosene e zolfo. Il terreno era disseminato di enormi casseforti di ferro scoperte, dalle quali levavano fiamme altissime e fumi neri, come se sotto terra stesse bruciando un oleodotto. Sentendo dei colpi sordi e delle urla in lingua straniera che provenivano da quei sepolcri infuocati, feci un salto di lato, agitando le braccia col mio fare da giullare.

«Caspiterina, Pier Paolo!», esclamai guardando dentro a una di quelle botole che mandava bagliori atomici. «Qui la situazione si fa marziale! Chi ci sta chiuso dentro a 'sti forzieri di fuoco che sembrano bunker della guerra fredda? Spiegami er meccanismo, per cortesia!».

Pasolini si strinse nel cappotto, guardando quei sepolcri militari col suo solito sguardo fiero e consumato, e attaccò lo stornello alla Ninetto Davoli per aprirmi gli occhi:

Fiore de zucca, ci sta lo Zar Vladimir nella buca, immerso ner gasolio che lo trucca. Sta dentro un avello di fuoco e paura, la sedia atomica s'è arrugginita e la parata militare gli fa paura. Accanto a lui, col ciuffo scolorito, ci sta Donald che urla da la tomba: «Ho vinto io! Il voto è fallito!».
 

Lo spingono dentro a un immenso Tweet, condannato a ripetere scemenze mentre Lucifero gli smonta la suite. E la Giorgia nazionale, tra le eccedenze, sta appesa a un filo sopra la finanza, strillando: «Io so' madre delle competenze!». Ma lo spread sale e le incendia la stanza, e i banchieri le ridono sul muso mentre i decreti le sgonfiano la danza.

Da una delle casseforti infuocate sbucò la testa dello Zar Vladimir Putin, col viso coperto di petrolio e lo sguardo fisso, che urlava ordinando un attacco missilistico a dei demoni che gli rispondevano ridendo. Accanto a lui, Donald Trump tentava disperatamente di digitare sul display di un telefono che prendeva fuoco ogni volta che premeva un tasto, mentre la Giorgia nazionale invocava decreti e tetti al contante tra le fiamme dello spread.

Franca Rame fece comparire un avviso sui monitor militari dei loro bunker direttamente dal Cloud: «Avete scambiato la democrazia con un reality show e la vita dei popoli con una partita a scacchi geopolitica. Mo' rimanete a marcire nelle vostre stesse trincee di fuoco».

Io allora mi misi a saltellare sul bordo dell'avello, lanciando il mio Grammelot del soldato di ventura per sbeffeggiare i tiranni del secolo: «Sberlecchian de lo dittatore! Taca via col carrarmato sbilenco! Uuuh, sgnau de la propaganda, taca-taca-taca lo Tweet della parata! Caspiterina, avete giocato con la pelle della povera gente per fare i fieri, mo' bruciate nei vostri stessi bunker, generali di cartone e finti guerrieri!» 

Pasolini mi fece cenno di accelerare il passo: «Andiamo avanti, Dario, che qui l'aria è tossica e sotto al prossimo scaglione ci stanno i violenti contro il risparmio, quelli che hanno affamato l'Italia coi bilanci truccati».







CANTO 4: Settimo Cerchio (Scaglione 1) - I Violenti contro il Risparmio

Il fiume di latte bollente e i bond di cartone (Ore 02:45)
 

Scendemmo lungo una frana di pietre taglienti e ci ritrovammo davanti a un panorama surreale e nauseabondo: un immenso canale dove non scorreva acqua, ma un fiume denso di latte bollente, cagliato, dal quale si levavano vapori acidi che facevano lacrimare gli occhi. Il letto del fiume era disseminato di scatoloni galleggianti, finti titoli di stato e fogli di bilancio stracciati, che venivano trascinati dalla corrente insieme alle anime dei grandi truffatori aziendali del millennio.

«Caspiterina, Pier Paolo!», esclamai turandomi il naso con due dita e facendo un salto all'indietro per evitare uno schizzo di siero bollente. «Ma che è 'sto squallore caseario che puzza di truffa lontano un chilometro? Chi sono 'sti colletti bianchi affogati nella finanza liquida? Spiegami er meccanismo, per cortesia!».

Pasolini guardò la melma bollente, sputò nel siero e intonò lo stornello alla Ninetto Davoli per metterli alla gogna:

Fiore de grano, ci stanno i boss di Lehman e di borsa, che ner Duemilaeotto, col sorriso scaltro, hanno affamato il mondo nella corsa. La pena loro? Un incubo d'un altro: stanno immersi nel cemento liquido bollente, mentre un diavolo gli pignora pure l'atto. C'è pure Madoff, er re del niente, che gira con un sacco pieno de cambiali ma nessuno gli dà credito, nemmeno un parente.
Ci sta Tanzi col latte della Parmalat che corre nudo sotto ’na pioggia che lo riga. Ha prosciugato i risparmi di mezza nazione, co' i bond falsi e i bilanci truccati, e mo' affoga nel fango della sua stessa frodone. Accanto a lui, tra i bancari più rinomati, ci sta Fazio della Banca d'Italia di un tempo, inseguito da droni coi conti correnti bloccati. E Ricucci che gridava: «Siamo i furbi del tempo!», mentre tentava la scalata al Corriere, mo' pulisce le bolge col secchio e la vanga d'argento.

In mezzo a quel flusso biancastro e ribollente sbucò la testa di Calisto Tanzi, con la bocca piena di latte cagliato, che cercava disperatamente di aggrapparsi a un faldone di titoli tossici, mentre poco più in là Stefano Ricucci provava a scalare l'argine di cemento scivolando rovinosamente sui ciottoli bagnati. L'ex governatore Antonio Fazio volgeva lo sguardo al cielo, inseguito da piccoli droni a forma di gazzette ufficiali che gli notificavano sequestri preventivi a reti unificate.

Franca Rame fece comparire un messaggio di condanna direttamente sui maxischermi dei mercati azionari dal suo Cloud protetto: «Avete prosciugato i risparmi di una vita a migliaia di famiglie oneste, truccando i libri contabili per finanziare i vostri sfarzi privati. Mo' rimanete ad affogare nella vostra stessa liquidità farlocca».

Io allora mi misi a saltellare sulla riva, lanciando il mio Grammelot del contabile fallito per chiudere la partita con i furbetti del quartierino: «Sberlecchian de lo fallimento! Taca via col bilancio truccato e lo bond sbilenco! Uuuh, sgnau de la Parmalat, taca-taca-taca lo crack de la finanza! Caspiterina, avete ridotto sul lastrico i vecchietti per fare i furbi in borsa, mo' ripulite il fondo del barile, banchieri di cartone e speculatori senza pancia!»

Pasolini mi strinse la spalla spingendomi in avanti: «Andiamo via, Dario, che la pioggia di fuoco si fa pesante e lo scaglione successivo è per i campioni dello sport che scappavano nei paradisi artificiali per evadere il fisco».

 

 

 

CANTO 5: Settimo Cerchio (Scaglione 2) - I Violenti contro se stessi ed il Fisco

La pista di cenere e il Billionaire in fiamme (Ore 03:30)

 
Il terreno mutò ancora, trasformandosi in una landa desolata di sabbia infuocata dove cadeva una pioggia lenta di fiocchi di fuoco, simile a neve che brucia. Al centro di questo deserto arido, circondata da altoparlanti che gracchiavano musica da discoteca a volume distorto, si stagliava la sagoma di una finta villa extralusso in fiamme, che ricordava i locali della Costa Smeralda.
«Caspiterina, Pier Paolo!», gridai riparandomi la testa con le mani, mentre camminavo a grandi falcate sollevando i piedi dal sabbione rovente. «Ma questo è un autodromo all'inferno! Sento puzza di gomme bruciate e benzina super! Chi sono 'sti velocisti del fisco che corrono nudi sotto la grandine incendiaria? Spiegami il meccanismo, per cortesia!».
Pasolini si passò una mano sulla fronte, guardando le sagome dei VIP che correvano nella polvere, e sparò lo stornello in puro volgare romanesco:

Fiore de gramigna, ci sta Valentino Rossi col fisco di un tempo, che scappa sulla moto nella puzza. I campioni che scappavano a Montecarlo, per non pagà le tasse sul proprio Stato, mo' corrono nudi e non sanno dove farlo. La condanna è un inferno certificato: vengono inseguiti da droni dell'Agenzia delle Entrate, che gli pignorano pure il fiato del passato. C'è pure Flavio Briatore tra le banchine private, col Billionaire che brucia nel sabbione, mentre le fiamme gli friggono le parate.

Sulla sabbia infuocata, Valentino Rossi spingeva a mano una moto da corsa senza ruote, col motore fuso che sputava scintille, tentando inutilmente di superare i droni del fisco che gli proiettavano cartelle esattoriali sul parabrezza. Poco lontano, Flavio Briatore, con la camicia aperta e i mocassini di camoscio che prendevano fuoco, urlava contro i demoni sventolando finti contratti di residenza a Montecarlo.

Franca Rame fece apparire una notifica di blocco patrimoniale direttamente dal suo Cloud sui maxischermi della landa: «Avete incassato i milioni e l'applauso del popolo italiano, ma avete nascosto i capitali nei paradisi artificiali per non dare un centesimo alla comunità. Mo' pagate l'imposta fissa sul fuoco eterno».

Io allora feci un salto davanti alla villa che crollava, lanciando il mio Grammelot del fisco goliardico per ridicolizzare i re dell'evasione dorata: «Sberlecchian de lo paradiso fiscale! Taca via col contratto finto e lo yacht sbilenco! Uuuh, sgnau de l'esilio dorato, taca-taca-taca la fattura de lo sfarzo! Caspiterina, eravate i re delle cronache mondane coi soldi evasi ai cittadini onesti, mo' fate la marcia sulla sabbia bollente, evasori di lusso e piloti senza freni!» 

Pasolini mi fece cenno di affrettare il passo verso la bolgia successiva: «Sbrigati, Dario, che stiamo entrando nelle malebolge, dove ci aspettano i simoniaci del pallone e i truccatori del calciomercato».


Leandro Zanni

(continua)



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