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25 gennaio 2026

Hanno ammazzato Anne, Anne è viva!

 Hanno ammazzato Anne, Anne è viva!

 


 Il mio viaggio ad Amsterdam mi riservò sorprese straordinarie e inaspettate.
Giugno 2024. Decido finalmente di visitare la città dei coffee shop, dei canali e delle bici, luoghi comuni come pizza e mandolino quando si parla di Napoli. Ovviamente Amsterdam è molto più di questo e me la voglio godere tutta, quindi parto da sola. Mi incantano subito i tetti a graticcio delle case che si affacciano sui canali che tagliano i quartieri, quell’acqua mi dà pace e decido di percorrerli in barca mentre penso a come spendere i giorni in questa città che sembra uscita da un libro di Andersen. Andrò di certo al Rijksmuseum, mi gusterò Van Gogh, noleggerò una bici, mi berrò una birra all'aperto nel magico quartiere di Jordaan e mangerò al mercato Albert Cuyp.

Senza orari e senza fretta respiro gli anfratti e la bellezza di questo angolo incantato, pervasa da un benessere che non provavo da tempo. Il 12 giugno, ultimo giorno di permanenza ad Amsterdam e data di nascita di Anne Frank, vado a visitare l'alloggio segreto dove lei visse due anni con la famiglia per scappare dalla persecuzione nazista. L'emozione mi attraversa le viscere, penetra nel sangue e il mio viso reagisce bagnandosi di lacrime. Mi accorgo presto di non essere l'unica.

Una signora anziana, accompagnata da una badante, ha gli occhi colmi e con mestizia inonda di lacrime un fazzoletto bianco e immacolato su cui intravedo una A ricamata. Dopo questa botta emotiva torno in hotel a prendere i bagagli, è giunta l'ora di salutare la splendida Amsterdam e correre in aeroporto. Sono in fila al check-in e nella fila accanto per il volo diretto a Tel Aviv, scorgo la signora vista al museo di Anne e non posso evitare di percepirne il nome mentre consegna i documenti: Annelies Marie Frank. La signora, sostenuta a braccetto dalla badante, si sedette ad un bar prima di entrare al gate, ed io, in preda ad una eccitazione incontrollabile feci lo stesso. La guardai a lungo e non appena mi notò le parole mi uscirono senza che me ne accorgessi: “Mi scusi ma non ho potuto evitare di sentire il suo nome prima al check-in, dunque è lei, come è possibile?”

 



"Mi chiamo Annalies Marie Frank, ma tutti mi hanno sempre chiamata Anne. Sì, sono io quella signora che piangeva nei locali dell’Alloggio Segreto, in quell' edificio al numero 263 della Prinsengraght, che grazie alla volontà e alla tenacia di mio padre Otto è diventato un museo visitato da migliaia di persone. Sono tornata poco dopo papà Otto, ma ero troppo provata e troppo sconvolta per buttarmi nuovamente nel mondo; mi ritirai per tanto tempo in un luogo tranquillo sul mare del nord, dove provai a curare le mie ferite continuando a scrivere con uno pseudonimo.

Oggi, nel giorno dei miei 95 anni, ho voluto tornare in quella soffitta per l’ultima volta. Grazie per avermi cercata. Ci sono voluti molti anni perché trovassi la forza di parlare della mia storia, del resto il mio Diario ne racconta già una buona parte; quindi, per molto tempo ho lasciato che fosse lui a parlare per me, tacendo su tutto quello che era avvenuto dopo, troppo duro per essere detto o scritto.  Ma poi, come molti altri che hanno vissuto sulla loro pelle le conseguenze dell’internamento nei campi di sterminio e sono sopravvissuti, a un certo punto ho sentito la necessità, il dovere morale di diventare una testimone; quindi, da qualche decennio vado nelle scuole e racconto alle nuove generazioni la follia dell'antisemitismo e della persecuzione nazista, nella speranza che ciò che è stato non venga dimenticato, dopo che io e gli altri ultimi sopravvissuti non ci saremo più. Ma oggi voglio fare di più. i miei giorni son sempre meno, le mie forze pure, voglio dire due cose a Nethanyau dopo di che posso offrire l’ultimo saluto al mondo.
 


 

Non entravo nell'Alloggio Segreto da molti anni, dalla morte di mio padre avvenuta nel 1980. Entrarci porta a galla delle sensazioni così forti che mi sembra di essere catapultata indietro nel tempo e di rivivere tutto, come se gli anni non fossero passati e io fossi ancora la ragazzina tredicenne che quel giorno di luglio del 1942, ad un tratto vide rovesciarsi le sue certezze, le sue consuetudini, la sua vita, per ricominciarne una completamente nuova all' insegna della clandestinità.
 
Nell'Olanda occupata dai nazisti le leggi antisemite avevano già iniziato da un po' a cambiare le nostre vite di ebrei, giorno dopo giorno, imponendo nuove e sempre maggiori restrizioni alle nostre libertà. Un giorno dovevamo consegnare le nostre biciclette, non potevamo più guidare le automobili, il giorno seguente ci era impedito di frequentare i cinema e i teatri, le palestre e le piscine,  non potevamo uscire per strada dopo le 8 di sera, ci era impedito di frequentare i nostri amici non ebrei, ci erano imposti orari per fare la spesa, ma soprattutto ci era impedito di frequentare le scuole che avevamo sempre frequentato, così sia io che mia sorella Margot avevamo iniziato ad andare alla scuola ebraica.

Nonostante le tante limitazioni. la nostra vita di giovani ragazze aveva ancora una qualche sembianza di normalità: frequentavamo gli amici, ogni tanto trovavamo qualche ammiratore disposto a farci omaggio di un buon gelato nella gelateria ebraica del nostro quartiere e insomma, non ce la passavamo tanto male. Ma poi strane lettere di convocazione erano iniziate ad arrivare nelle case degli ebrei, lettere in cui il destinatario era chiamato a partire per dare il suo contributo di lavoro allo sforzo bellico, partendo per la Germania. Ma molti di noi avevano cominciato a dubitare della veridicità di queste convocazioni, perché chi partiva fatalmente non dava più alcuna notizia di sé e intanto voci che parlavano di prigioni e campi di concentramento per ebrei nelle regioni ad est dell’Europa avevano iniziato a circolare, provocando terrore e senso di precarietà nella nostra comunità di Amsterdam.

 



Un giorno una di quelle convocazioni arrivò anche a casa nostra. Era una domenica di luglio, il 3 luglio per la precisione, era di pomeriggio e io stavo prendendo il sole nel cortile sul retro della nostra bella casa in Merwedeplein, perciò, non sentii lo squillo del campanello di chi recapitò quella lettera di convocazione per la signorina Margot Frank, mia sorella di 16 anni. Quello che accadde negli istanti e nelle ore successive alla consegna di quella lettera fu un vero e proprio vortice di eventi che in brevissimo tempo cambiò per sempre la mia vita. 

Già da mesi, senza che io avessi mai sospettato alcunché, i miei genitori, non avendo trovato nessun visto per poter espatriare, avevano iniziato a progettare un piano alternativo alla fuga, ovvero quello di darci alla clandestinità, nascondendoci in alcuni locali retrostanti gli uffici e i magazzini dell’edificio in cui aveva sede la ditta di papà. L'arrivo di quella convocazione per Margot aveva reso indispensabile anticipare la nostra sparizione, così il lunedì successivo all'arrivo della lettera ci trasferimmo di nascosto in quella che per i successivi due anni sarebbe stata la nostra nuova casa. Nel frattempo, le strade di Amsterdam erano attraversate giorno e notte dalle automobili militari che si fermavano ad ogni casa alla ricerca di ebrei da arrestare e deportare. La persecuzione ai danni di amici e conoscenti diventava sempre più efficiente e feroce. Intere famiglie sparivano. A volte i bambini tornavano da scuola e non trovavano più i genitori, oppure donne tornavano dalla spesa e trovavano le loro case, sigillate dalla Gestapo, vuote, i famigliari arrestati e deportati. La paura aveva iniziato a serpeggiare nella comunità ebraica, ognuno sentiva di avere le ore contate: tutti sapevano che prima o poi quella stessa fine sarebbe toccata anche a loro.
 
Queste notizie arrivavano all'interno dell’Alloggio Segreto dove, nel frattempo, noi avevamo iniziato a vivere la nostra nuova vita, grazie all' aiuto e al sostegno di buoni amici che provvedevano a noi dall'esterno con viveri e generi di prima necessità, ma soprattutto col buon cuore e il coraggio di chi compie un gesto di umanità in mezzo alla tenebra, con la consapevolezza di rischiare terribili ritorsioni per aver aiutato degli ebrei a nascondersi. Furono due anni di emozioni contrastanti, vissuti sempre in bilico tra paura e speranza, tra ottimismo e disperazione, in cui non so se sarei riuscita a resistere, se non avessi avuto con me il mio famoso Diario.

 


Grazie alla mia amica immaginaria Kitty, che è l’anima stessa del Diario e allo stesso tempo una sorta di mio alter ego, sono riuscita a dare forma attraverso la scrittura ai miei pensieri, alle mie paure, ai miei sogni e a trarre forza da essi per resistere all'isolamento e alla clandestinità di quei giorni. Ciò che è accaduto dopo il nostro arresto avvenuto il 4 agosto '44, lo tacerò per pudore. Anche il mio Diario non ne parla. Non ho più avuto la forza di scrivere dal giorno del mio arresto e d'altra parte, a Westerbork prima e ad Auschwitz dopo, non si può certo dire che la scrittura fosse un’attività promossa e sostenuta dai nostri carcerieri! Del resto, anche noi, impegnati come eravamo a sopravvivere, non avevamo nemmeno il tempo per pensare, figurarsi scrivere!
 
Oggi che sono passati molti anni, che ho trovato la forza di parlare di quell'orrore, a volte mi chiedo se davvero sia tutto finito, come abbiamo creduto che fosse, una volta tornati nelle nostre case. Mi chiedo se il mondo abbia imparato qualcosa da quegli eventi, se le nostre testimonianze siano servite a qualcosa o se invece la verità nuda e cruda è che gli uomini non imparino mai davvero qualcosa dai loro errori e che fatalmente la Storia sia destinata a ripetersi. Vorrei avere ancora la stessa speranza di quei giorni in cui confidavo al mio Diario i miei sogni e i miei progetti per il futuro scrivendo queste parole:
"È un gran miracolo che io non abbia rinunciato ai miei sogni, anche se mi sembrano assurdi e irrealizzabili. Me li tengo stretti, nonostante tutto, perché continuo a credere nell' intima bontà dell’uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo trasformarsi lentamente in un deserto, partecipo al dolore di milioni di persone. Eppure quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l'ordine, la pace, la serenità. Intanto devo conservare i miei ideali. Verrà un tempo in cui forse essi saranno ancora attuabili".
 

Oggi quelle parole mi fanno tremare i polsi, perché so che ci sono bambini e ragazzi da qualche parte in Palestina, in Ucraina e in tanti altri luoghi attraversati dalla guerra e dalla violenza, luoghi in cui uomini, donne e bambini sono perseguitati per la loro provenienza, per il colore della loro pelle o per la loro religione, che vivono le stesse sensazioni e forse, come me allora, stanno confessando ad un amico, immaginario o no, le stesse mie paure di allora, le stesse mie speranze e mi chiedo se non avessi torto allora, se sia ancora possibile credere "nell'intima bontà dell'uomo", se quei miei ideali siano davvero ancora attuabili o se non mi sia semplicemente ingannata. Forse sono solo diventata vecchia e stanca... mi scusi per questo mio sfogo!"

 




Mentre la voce metallica annunciava l’imbarco del volo per Tel Aviv, la signora Anne si alzò lentamente, poggiandosi al braccio di un addetto. Prima di allontanarsi, si voltò verso di me con uno sguardo lucido, quasi rassegnato, come se volesse affidarmi un ultimo pensiero.
“Non avrei mai pensato di vivere abbastanza da vedere un popolo perseguitato diventare, a sua volta, oppressore,” mi disse con tono pacato ma deciso. “Mi addolora ciò che sta accadendo oggi in Israele e nei territori palestinesi: le case demolite, i villaggi isolati, le famiglie costrette a vivere sotto l’assedio dei coloni e delle politiche del governo. Non può esserci giustizia se un dolore ne genera un altro.”
 

Fece una breve pausa, come per pesare ogni parola: “Quando ho scritto che credevo nell’intima bontà dell’uomo, non immaginavo che, un giorno, proprio chi aveva subito la persecuzione avrebbe inflitto sofferenze simili a un altro popolo. Forse la storia non insegna nulla, o forse noi non vogliamo ascoltarla.”
Si avviò verso il gate, mentre la sua figura lentamente si confondeva tra i passeggeri, come un’eco del passato che ancora ci interroga, l’eco della voce di chi capisce che la memoria non serve a ricordare soltanto, ma a impedire che il dolore cambi nome e continui altrove.

 

Arianna Novelli

Giovanna Anversa

Stefano Superchi 

 


 tratto dal sito https://www.annefrank.org/en/

 

 


Spettacolo realizzato dalla compagnia dei Casalmattori di Casalmaggiore, da proporre per il "Giorno della Memoria". Adattamento del testo a cura di Arianna Novelli e interprete principale, con la partecipazione nel finale di Marzio Sergio Bini. Musiche a cura di Giovanna Anversa, tecnico del suono Luciano Ongari realizzazione video di Pierluigi Bonfatti Sabbioni.
Questa rappresentazione si è svolta a Gussola CR, il 6 febbraio 2019 per le classi dell'Istituto Comprensivo Dedalo 2000 di Gussola.

Tratto dal  Canale video di ARVITER (Archivio Video Territoriale dell'area Oglio Po) fondato dal filmaker Pierluigi Bonfatti Sabbioni nel 2006.


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