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22 marzo 2026

La guerra è personale: Eugene Richards e il volto umano dell'orrore bellico.

La guerra è personale: Eugene Richards e il volto umano dell'orrore bellico.

 



Ci sono fotografie che non si dimenticano. Non perché siano spettacolari, non perché mostrino esplosioni o bandiere che sventolano su rovine. Ma perché mostrano ciò che la guerra lascia addosso a chi sopravvive. E a chi resta.
 


War Is Personal di Eugene Richards è uno di quei lavori che cambiano il modo in cui guardiamo il mondo. Pubblicato nel 2010 dalla University of Texas Press, questo libro-documento nasce da un atto di coscienza: nel 2006, al quarto anno della guerra in Iraq, Richards rimase turbato dalla crescente indifferenza dell'opinione pubblica nei confronti di una tragedia che continuava a consumarsi in silenzio. Nessuna arma di distruzione di massa era stata trovata. Eppure la macchina bellica continuava a girare, e con essa si sbriciolavano le vite di migliaia di famiglie americane.

 



Richards non va al fronte. Va nelle case. Entra nelle cucine, nei corridoi degli ospedali, nelle stanze dove si elabora il lutto. Documenta quindici storie reali, affiancando alle fotografie in bianco e nero le voci dirette dei protagonisti, soldati, padri, madri, mogli. Ogni capitolo è un mondo a sé, eppure tutte le storie convergono verso lo stesso strapiombo di orrore.

 


C'è Carlos Arredondo, padre distrutto dal senso di colpa per la morte del figlio marine, che alla notizia della perdita attacca e distrugge un furgone del Corpo dei Marines, ferendosi gravemente. C'è Tomas Young, veterano paralizzato dalla vita in giù dopo essere stato colpito alla colonna vertebrale al quarto giorno di servizio in Iraq. C'è Kimberly Rivera, soldatessa che invece di tornare in Iraq decide di fuggire in Canada. E c'è Nelida Bagley, la cui vita è assorbita dalle cure quotidiane al figlio tornato con gravissimi traumi cerebrali. Vite stravolte, non statistiche, non numeri.



Il lavoro vinse il World Press Photo 2010 nella categoria Contemporary Issues, e Richards ricevette anche l'Amnesty International Media Award, riconoscimenti che confermano la potenza etica e narrativa di questo progetto. 



Lo sguardo che la politica non vuole.

Richards, nato a Dorchester, Massachusetts, nel 1944, ha studiato letteratura inglese e giornalismo, poi fotografia con Minor White. Ma la sua formazione morale avviene nelle strade, partecipando al movimento di protesta contro la guerra in Vietnam, poi al programma AmeriCorps VISTA come volontario nelle comunità rurali più povere dell'Arkansas. Il suo sguardo non è mai stato neutrale, è sempre stato umano. 



In War Is Personal, Richards non ritrae la guerra come conflitto politico, ma come tragedia personale. È questa scelta, radicale e coraggiosa, a fare la differenza. Mentre i media misuravano il costo della guerra in miliardi di dollari e punti di consenso elettorale, lui misurava il costo in anni di vita perduta, in sonno negato, in corpi che non torneranno mai più a essere quelli di prima



Oggi, nel 2026, il progetto di Richards risuona con una forza che fa quasi paura. Il mondo non ha imparato. I fronti aperti si moltiplicano, dalla guerra in Ucraina al conflitto a Gaza, dalle tensioni nel Mar Cinese Meridionale alle fragilità dell'Africa subsahariana. Ogni giorno i notiziari trasmettono immagini di missili, mappe con frecce rosse, dichiarazioni tronfie e grottesche di generali e ministri. La guerra è tornata ad essere spettacolo. Qualcosa che accade "là fuori", a distanza di sicurezza dallo schermo.



Ma Richards ci ricorda che quella distanza è un'illusione. Ogni guerra ha un indirizzo, un cognome, un numero di telefono che suona a vuoto. Ogni conflitto lascia dietro di sé una scia di uomini e donne invisibili ai radar della storia, eppure reali come il pane.

L'assurdità della guerra non sta solo nelle sue cause (spesso pretestuose, quasi sempre menzognere), ma nel divario abissale tra chi la decide e chi la subisce: i primi tornano a casa interi, i secondi o non tornano affatto, o tornano cambiati per sempre.



La fotografia come atto di resistenza.

In un'epoca in cui le immagini si consumano in pochi secondi sui social, War Is Personal ci chiede di fermarci a riflettere. Di guardare davvero. Di riconoscere nell'altro, dal soldato paralizzato, alla madre che ha perso il figlio, al veterano che non si sente più a casa, il riflesso di una condizione umana condivisa.

 

Eugene Richards

Eugene Richards non urla contro la guerra con slogan o manifesti. Lo fa in modo più sottile e più devastante: ti mette di fronte a una persona. E in quella persona, se hai il coraggio di guardarla, vedi tutto ciò che la guerra distrugge e che nessun comunicato ufficiale saprà mai restituire. Questo è il valore intramontabile del fotogiornalismo di testimonianza: non spiegare la guerra, ma farla sentire, sulla pelle, nelle ossa, nell'anima.
Perché la guerra, sempre, è personale.


Stefano Superchi
 


Fonti principali:

University of Texas Press (2010), Festival della Fotografia Etica, World Press Photo, Time Magazine, eugenerichards.com

 
 

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